SM 2320 — La primavera dell’ecologia — 2002

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Villaggio Globale, 5, (17), 18-21 (2002)

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

 La primavera è, o dovrebbe essere, la stagione della speranza, del cielo che torna ai colori vivaci, della ripresa della vegetazione; ma anche della speranza degli esseri umani in un mondo migliore. Qui non parlerò delle speranze di un mondo più giusto o meno violento, o anche più onesto, ma almeno di un mondo in cui sia possibile bere acqua pulita e respirare aria non dannosa. 

E a una tale primavera ci si avvicina male; usciamo, in questa primavera del 2002, da una lunga stagione di sconvolgimenti climatici, di scarsità di acqua, di città ancora più congestionate e inquinate; e entriamo in una primavera in cui non solo da noi in Europa, ma in tutto il mondo, sembra che si pensi a tutto fuorché alla vita umana decente. Si pensa, certo, ad aumentare la massa delle merci, dei telefoni cellulari, delle automobili, ad allungare le autostrade, a moltiplicare le seconde case, ma questi beni materiali non garantiscono una vita umana decente, una vita più ricca di oggetti, si, ma non necessariamente decente. 

Eppure c’è stata un’altra primavera, quella del 1972 — “appena” o “già” trent’anni fa — in cui i problemi dell’ambiente e dell’”ecologia” si sono presentati, in tutta la loro serietà, nel “primo” mondo capitalistico, nel “secondo” mondo comunista e negli stessi paesi del “terzo mondo”, poveri o poverissimi. In quei mesi uscirono alcuni libri “rivoluzionari”. Il biologo americano Barry Commoner pubblicò (e fu subito tradotto in italiano), “Il cerchio da chiudere”, una denuncia degli effetti negativi sull’ambiente provocati da una tecnologia imprevidente, orientata soltanto al profitto che, proprio per questo, provoca la “rottura” dei grandi cicli biologici naturali con l’immissione di sostanze che la natura non è in grado di assimilare e decomporre. 

Un altro biologo americano, Paul Ehrlich, da anni andava predicando che per salvare l’ambiente occorreva intervenire contemporaneamente sia sui processi produttivi e sui consumi — un invito a limitare i consumi, pensate, del 1972 ! — sia con azioni che rallentassero l’aumento della popolazione mondiale (che, nel 1972, era di “appena” 3800 milioni, mentre oggi, nel 2002, supera già i seimila milioni). La sociologa inglese cattolica Barbara Ward pubblicò il libro “Una sola Terra” in cui proponeva la necessità di amministrare la Terra, la nostra unica casa nello spazio, con gli stessi criteri con cui vivono gli astronauti in una capsula spaziale. Solo dalla Terra gli umani possono trarre ossigeno e alimenti e energia e solo nella Terra possono scaricare i propri rifiuti. 

Ma già dalla fine del 1971 stavano circolando le anticipazioni di quello che sarebbe stato il libro più scandaloso di tutti: “I limiti alla crescita”. Voluta da Aurelio Peccei, uno di quegli imprenditori umanisti di cui sembra si sia persa la razza, e dal Club di Roma (un gruppo di studiosi, uomini politici, economisti da lui organizzato), era stata commissionata agli studiosi del Massacchusetts Institute of Technology una ricerca su quello che avrebbe potuto succedere alla Terra se fossero continuate le tendenze di produzione e di consumi e di inquinamenti che avevano caratterizzato gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso. 

Si trattava di applicare alla popolazione umana le conoscenze sulla dinamica e sul comportamento delle popolazioni animali, studiate fin dagli anni trenta del Novecento da Volterra, Lotka, Kostitzin, Gause, comportamento soggetto alle leggi della lotta per la sopravvivenza. 

Gli individui e i gruppi di una popolazione animale che vive in uno spazio limitato devono conquistare, contendendoli agli altri individui e gruppi, l’acqua e gli alimenti; lo stesso spazio limitato ha una capacità ricettiva limitata per gli escrementi degli individui che lo occupano. A mano a mano che aumentano gli individui e i gruppi intervengono meccanismi che limitano il numero delle nascite, talvolta sotto forma di conflitti, talvolta sotto forma di epidemie. 

Gli studiosi ingaggiati dal Club di Roma, Forrester e i coniugi Meadows, cercarono di “scrivere” le possibili tendenze di aumento della popolazione terrestre, dei consumi di energia e cibo e acqua, e degli inquinamenti, e i possibili conflitti che sarebbero sorti nella popolazione umana se i suoi “numeri” fossero aumentati al di là di valori critici. Il loro libro, che era intitolato “Limits to growth” (ma fu impropriamente tradotto in italiano come “I limiti dello sviluppo”) non faceva previsioni, ma indicava tendenze estese a qualche data imprecisata del ventunesimo secolo, quello in cui stiamo vivendo noi oggi. 

Se la popolazione umana fosse continuata ad aumentare rapidamente, se la produzione industriale e agricola fosse pure aumentata per soddisfare la domanda della crescente popolazione, e quindi se la sottrazione di minerali, energia, acqua, prodotti forestali, fosse continuata in maniera crescente, i corpi riceventi naturali — l’atmosfera, i fiumi e laghi, i mari, il suolo — non sarebbero stati in grado di assorbire i gas, i rifiuti solidi e liquidi generati da tali produzioni e consumi e si sarebbero moltiplicati le epidemie, i conflitti per conquistare materie prime scarse o spazi in cui immettere i rifiuti e le scorie della “crescita economica”. 

La salvezza, sostenevano il libro e (allora) il Club di Roma, si sarebbe potuta avere soltanto ponendo dei “limiti alla crescita” della popolazione umana, della produzione industriale, dei consumi. La proposta “scandalosa” aveva colpito non solo l’immaginazione delle persone in tutto il mondo ma aveva sollecitato l’attenzione anche di intellettuali e uomini politici. Perfino il Senato italiano aveva istituito una commissione “speciale”, di studiosi e senatori, per cercare di capire quanto c’era di serio nella proposta di porre dei limiti alla crescita. 

Tutto il fermento di quella primavera dell’ecologia ebbe il suo culmine in una grande conferenza delle Nazioni unite che si svolse a Stoccolma nel giugno 1972. Già il titolo — “L’ambiente umano” — intendeva sottolineare come l’ambiente debba “servire” agli esseri umani, ma come questi debbano regolare azioni e comportamenti sulla base delle ineluttabili leggi dei limiti dell’ambiente. 

A Stoccolma i governanti di tutte i paesi del mondo si impegnarono solennemente a condurre le proprie politiche nel rispetto delle leggi ecologiche e a raggiungere accordi per la lotta all’inquinamento del suolo, delle acque e degli oceani, dell’atmosfera, per rallentare la corsa agli armamenti nucleari e per tante altre belle cose nel nome del diritto “umano” a vivere in un ambiente decente e non contaminato. L’”uomo” e i suoi nuovi diritti erano infatti al centro dei lavori e degli impegni internazionali. 

E di quanto bisogno ci fosse di controlli e vincoli e accordi fu dimostrato, ancora nel corso degli anni settanta del secolo scorso, dagli incidenti industriali (come quello di Seveso), dagli incidenti alle centrali nucleari (come quello al reattore di Three Mile Island negli Stati uniti e, poco dopo, a quello di Chernobyl in Ucraina), dall’avanzata della siccità e dei deserti, dall’aumento dell’erosione del suolo e delle alluvioni. Negli stessi anni settanta e ottanta del Novecento alla buona volontà internazionale manifestata (a parole) a Stoccolma  sono seguiti ben presto la crisi petrolifera ed economica, la necessità di accantonare i vincoli imposti dalla difesa dell’ambiente in quanto tali vincoli si traducevano in rallentamento degli affari; è stato accantonato qualsiasi pur timido tentativo di parlare di “austerità” nell’uso della natura e nei consumi e sprechi. 

Ci sono state leggi nazionali, europee e internazionali, ma solo per tamponare le più vistose situazioni di crisi. Vent’anni “dopo Stoccolma” si è tenuta, nel 1992, a Rio de Janeiro una nuova conferenza delle Nazioni unite questa volta con il titolo “Ambiente e sviluppo”. Già il mutamento del titolo indica come i governi dei vari paesi abbiano inteso mettere l’accento sull’importanza della crescita economica essendo l’ambiente una cosa importante, da difendere, ma a condizione che non intralci gli affari e l’economia. A Rio calarono ministri, funzionari dei governi, grandi dirigenti di imprese, lobbisti delle varie associazioni di affari — chimica, plastica, automobili, pesticidi, carta, energia, eccetera — insieme a organizzazioni non-governative, ambientaliste, pacifiste, che ben poco ascolto hanno avuto da parte dei governi. 

Alla fine si è arrivati soltanto ad accordi di principio su tre temi: la necessità di difendere la biodiversità, cioè rallentare lo sfruttamento commerciale di terre e di piante ancora “selvagge”, l’uso razionale delle foreste, soprattutto di quelle tropicali, la cui distruzione per ricavarne carta e legname altera la sottrazione di anidride carbonica all’atmosfera, e una qualche regolazione dell’impiego di energia da combustibili fossili che fa aumentare la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera. Tale aumento è responsabile dei mutamenti climatici che ogni anno si fanno sempre più evidenti e intensi. 

Inutile dire che nei dieci anni dal 1992 al 2002 tali accordi sono rimasti sulla carta; non si è riusciti neanche a farli ratificare, cioè a renderli operativi, dal numero di paesi necessari per l’approvazione definitiva. In dieci anni ci sono state decine di conferenze, un grande circo internazionale di delegazioni che si trascinano da un posto all’altro per modificare virgole e commi: insomma per rimandare qualsiasi azione concreta per la salvaguardia dell’ambiente naturale, indispensabile per il benessere e la stessa sopravvivenza umana. 

Non si è andati al di là di chiacchiere sulla “Agenda ventuno”, il testo di impegni che sarebbe bene prendere per attuare quel poco che si è deciso a Rio de Janeiro nel 1992. Ed ecco proliferare le “Agende ventuno” nazionali, regionali, comunali, carte e scritti e dichiarazioni di buone volontà, particolarmente ironiche quando si osservano città, autoproclamatesi “sostenibili”, col traffico continuamente insostenibile, con le strade coperte di mucchi di rifiuti, con le fogne prive di depuratori, con la sistematica distruzione di quel po’ di verde ancora sopravvissuto, con il dilagante abusivismo edilizio. 

La prossima tappa del grande circo ambientale è Johannesburg dove, alla fine di agosto di questo 2002, si terrà, a trent’anni da Stoccolma e a dieci anni da Rio, una nuova grande conferenza, questa volta sul tema dello “sviluppo sostenibile”.  Dal titolo della prossima Conferenza sono scomparse le parole “umano” e “ambiente” a indicare che quello che conta è la crescita economica, che deve poter superare gli intralci posti dalle leggi dell’ecologia. Dei vincoli possono essere in qualche modo accettati, ma non  nel nome di valori assoluti, quelli della vita in tutte le sue forme, umane e non umane, sul pianeta, ma solo per poter continuare nella corsa della crescita economica. L’ambiente e le risorse della natura devono essere sfruttate, stando soltanto attenti che garantiscano, rendano sostenibile, si fa per dire, qualunque cosa questa parola significhi, la continuazione della produzione e dei consumi e dei profitti. 

Non c’è dubbio che il mondo sta andando in questa direzione: lo dimostrano la lenta graduale erosione di tutte le leggi e norme in difesa dell’ambiente, quando queste si rivelano dei vincoli per la produzione e i consumi; lo dimostra la grande svolta “liberista” e globale che il mondo sta subendo, la resurrezione del nucleare militare e commerciale. Purtroppo questa grande svolta, è accompagnata da sempre più frequenti segni dell’aumento dei fenomeni che il libro del Club di Roma indicava come associati proprio alla crescita. 

Si tratta delle modificazioni climatiche associate alla crescente immissione nell’atmosfera di gas provenienti dal crescente uso di combustibili fossili; si tratta della graduale perdita di fertilità dei suoli, conseguenti la crescente forzatura della produzione agricola, la distruzione delle vegetazione spontanea, la crescente diffusione ed estensione di strade e fabbriche e città. 

Si tratta della crescente crisi degli ecosistemi urbani, invano descritta e denunciata, del tutto inascoltata, da una recente conferenza all’Accademia dei Lincei, città circondate da sempre più estese montagne di rifiuti; si tratta della crescente sete, in parte dovuta a mutamenti climatici, in parte dovuta allo spreco di acqua e alla mancanza di piani lungimiranti e di coordinamento fra le imprese che si contendono l’acqua non perché serva ai cittadini, ai campi e alle industrie, ma per tenere in vita e far prosperare nuove imprese finanziarie multinazionali. 

Si tratta della diffusione di epidemie, diverse nel Nord e nel Sud del mondo, dovute ad una crescente fragilità della salute di una popolazione che invecchia molto, ma vive peggio, ricca di televisori e computers, ma povera di rapporti umani e di solidarietà, spesso povera anche di cibo e acqua e sbandata da una terra all’altra in seguito ai conflitti. 

Si tratta della diffusione delle guerre, mascherate da motivi ideologici o politici, ma dominate dalla “necessità” di appropriarsi, portandole via ad altri con la forza, di vie di comunicazioni, di fonti di energia, di acqua. 

Ha un bel da dire, il Papa, che “opus iustitiae pax”, citando il celebre passo di Isaia che è poi lo stesso profeta che indicava la libertà futura nella trasformazione delle spade in vomeri. Se non si rovescia la legge capitalistica del di più, del possesso, dei crescenti consumi e sprechi, della “ingiustizia” nella distribuzione dei beni, ci si allontanerà sempre più dalla pace, si correrà sempre più velocemente verso quella “zona” di conflitti e morte e degrado ambientale che, pur nella loro grossolana intuizione, era stata anticipata dallo studio sui “Limiti alla crescita”.