SM 2307 — A trent’anni dal ‘Club di Roma’ — 2002

This entry was posted by on martedì, 14 agosto, 2012 at
Print Friendly

CNS12, (1/41), gennaio 2002, Supplemento a Liberazione, 27 gennaio 2002

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

E’ passato quasi un terzo di secolo da quel 1972 — “appena” o “già” trent’anni fa — quando i problemi dell’ambiente e dell’”ecologia” si sono presentati, in tutta la loro serietà, nel “primo” mondo capitalistico, nel “secondo” mondo comunista e negli stessi paesi del “terzo mondo”, poveri o poverissimi. 

In quei primi mesi del 1972 si stava preparando, direi con maggiore entusiasmo di quanto sia avvenuto per le innumerevoli conferenza internazionali sull’ambiente che si sarebbero susseguite nei decenni successivi, la prima conferenza delle Nazioni Unite sull’”ambiente umano”, svoltasi a Stoccolma nel giugno dello stesso anno. Perfino il Senato italiano si era accorto dell’”ecologia” costituendo una speciale commissione, di senatori e studiosi, al fine di informare il Parlamento sui problemi che il paese avrebbe dovuto affrontare. 

In quei mesi uscirono alcuni libri “rivoluzionari”. Il biologo americano Barry Commoner pubblicò (e fu subito tradotto in italiano), “Il cerchio da chiudere”, una denuncia degli effetti negativi sull’ambiente provocati da una tecnologia imprevidente, orientata soltanto al profitto che, proprio per questo, provoca la “rottura” dei grandi cicli biologici naturali con l’immissione di sostanze che la natura non è in grado di assimilare e decomporre. 

Un altro biologo americano, Paul Ehrlich, da anni andava predicando che per salvare l’ambiente occorreva intervenire contemporaneamente sia sui processi produttivi e sui consumi — un invito a limitare i consumi, pensate, del 1972 ! — sia con azioni che rallentassero l’aumento della popolazione mondiale (che, nel 1972, era di “appena” 3800 milioni, mentre oggi, nel 2002, supera già i seimila milioni). La sociologa inglese cattolica Barbara Ward pubblicò il libro “Una sola Terra” in cui proponeva la necessità di amministrare la Terra, la nostra unica casa nello spazio, con gli stessi criteri con cui vivono gli astronauti in una capsula spaziale. Solo dalla Terra gli umani possono trarre ossigeno e alimenti e energia e solo nella Terra possono scaricare i propri rifiuti. 

Ma già dalla fine del 1971 stavano circolando le anticipazioni di quello che sarebbe stato il libro più scandaloso di tutti: “I limiti alla crescita” (ne ha parlato su queste pagine, anche Fabrizio Giovenale nel maggio 2001). Voluta da Aurelio Peccei, uno di quegli imprenditori umanisti di cui sembra si sia persa la razza, e dal Club di Roma, un gruppo di studiosi, uomini politici, economisti da lui organizzato, era stata commissionata agli studiosi del Massacchusetts Institute of Technology una ricerca su quello che avrebbe potuto succedere alla Terra se fossero continuate le tendenze di produzione e di consumi e di inquinamenti che avevano caratterizzato gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso. 

Si trattava di applicare alla popolazione umana le conoscenze sulla dinamica e sul comportamento delle popolazioni animali, studiate fin dagli anni trenta del Novecento da Volterra, Lotka, Kostitzin, Gause, comportamento soggetto alle leggi della lotta per la sopravvivenza. 

Gli individui e i gruppi di una popolazione animale che vive in uno spazio limitato devono conquistare, contendendoli agli altri individui e gruppi, l’acqua e gli alimenti; lo stesso spazio limitato ha una capacità ricettiva limitata per gli escrementi degli individui che lo occupano. A mano a mano che aumentano gli individui e i gruppi intervengono meccanismi che limitano il numero delle nascite, talvolta sotto forma di conflitti, talvolta sotto forma di epidemie. 

Gli studiosi ingaggiati dal Club di Roma, Forrester e i coniugi Meadows, cercarono di “scrivere” le possibili tendenze di aumento della popolazione terrestre, dei consumi di energia e cibo e acqua, e degli inquinamenti, e i possibili conflitti che sarebbero sorti nella popolazione umana se i suoi “numeri” fossero aumentati al di là di valori critici. Il loro libro, che sarebbe apparso in forma completa (contemporaneamente in tutte le lingue) proprio nei giorni della Conferenza di Stoccolma e che era intitolato “Limits to growth” (ma fu impropriamente tradotto in italiano come “I limiti dello sviluppo”) non faceva previsioni, ma indicava tendenze estese a qualche data imprecisata del ventunesimo secolo, quello in cui stiamo vivendo noi oggi. 

Se la popolazione umana fosse continuata ad aumentare rapidamente, se la produzione industriale e agricola fosse pure aumentata per soddisfare la domanda della crescente popolazione, e quindi se la sottrazione di minerali, energia, acqua, prodotti forestali, fosse continuata in maniera crescente, i corpi riceventi naturali — l’atmosfera, i fiumi e laghi, i mari, il suolo — non sarebbero stati in grado di assorbire i gas, i rifiuti solidi e liquidi generati da tali produzioni e consumi e si sarebbero moltiplicati le epidemie, i conflitti per conquistare materie prime o spazi in cui immettere i rifiuti e le scorie della “crescita economica”. La salvezza, sostenevano il libro e (allora) il Club di Roma, si sarebbe potuta avere soltanto ponendo dei “limiti alla crescita” della popolazione umana, della produzione industriale, dei consumi. 

Sarebbe interessante ricostruire le reazioni a questa teoria scandalosa da parte del mondo politico, imprenditoriale, dalle confessioni religiose, eccetera di quei primi anni settanta del Novecento. Qualche studente di buona volontà potrà farsi assegnare una tesi di laurea sul dibattito ideologico seguito alla pubblicazione del libro sui “limiti alla crescita”. Qualche considerazione si può trovare in un libretto pubblicato dall’editore Jacabook di Milano, “Le merci e i valori. Una critica ecologica al capitalismo”. 

Qui interessa piuttosto tentare un bilancio di quello che si è imparato e di quello che si è voluto ignorare nei trent’anni passati da allora; bilancio non privo di interesse alla vigilia della “terza” conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente. La prima, appunto trent’anni fa, a Stoccolma, aveva come titolo “L’ambiente umano”, a sottolineare come l’ambiente debba “servire” agli esseri umani, ma come questi debbano regolare azioni e comportamenti alle ineluttabili leggi dei limiti dell’ambiente. La seconda conferenza, quella di Rio de Janeiro del 1992, aveva come titolo: “Ambiente e sviluppo”, quasi a indicare che, dopo venti anni, l’ambiente deve “servire” ad uno “sviluppo” inteso come crescita economica (Quando ci libereremo di questo equivoco semantico, di cui parlava anche Serge Latouche su queste pagine nel novembre scorso, fra “sviluppo” umano, sociale, civile, e “crescita” monetaria e merceologica, per la quale ultima spesso continua ad essere usato furbescamente il termine inglese di “development” ?). La prossima conferenza, in agosto del 2002, si terrà a Johannesburg e avrà come titolo: “Lo sviluppo sostenibile”. Sono scomparse le parole “esseri umani” e “ambiente” e quello che resta è la crescita economica che deve poter superare gli intralci posti dalle leggi dell’ecologia. 

Non c’è dubbio che il mondo sta andando in questa direzione: lo dimostrano la lenta graduale erosione di tutte le leggi e norme in difesa dell’ambiente, quando queste si rivelano dei vincoli per la produzione e i consumi; lo dimostra la grande svolta “liberista” e globale che il mondo sta subendo, la resurrezione del nucleare militare e commerciale. Purtroppo questa grande svolta, che già era anticipata nelle tendenze di aumento della produzione e dei consumi indicate nelle “previsioni” del Club di Roma, è accompagnata anche da sempre più frequenti segni dell’aumento dei fenomeni che il libro sui “Limiti alla crescita” indicava come associati proprio alla crescita. 

Si tratta delle modificazioni climatiche associate alla crescente immissione nell’atmosfera di gas provenienti dal crescente uso di combustibili fossili; si tratta della graduale perdita di fertilità dei suoli, conseguenti la crescente forzatura della produzione agricola, la distruzione delle vegetazione spontanea, la crescente diffusione ed estensione di strade e fabbriche e città. 

Si tratta della crescente crisi degli ecosistemi urbani, invano descritta e denunciata, del tutto inascoltata, da una recente conferenza all’Accademia dei Lincei, città circondate da sempre più estese montagne di rifiuti; si tratta della crescente sete, in parte dovuta a mutamenti climatici, in parte dovuta allo spreco di acqua e alla mancanza di piani lungimiranti e di coordinamento fra le imprese che si contendono l’acqua non perché serva ai cittadini, ai campi e alle industrie, ma per tenere in vita e far prosperare nuove imprese finanziarie multinazionali.

Si tratta della diffusione di epidemie, diverse nel Nord e nel Sud del mondo, dovute ad una crescente fragilità della salute di una popolazione che invecchia molto, ma vive peggio, ricca di televisori e computers, ma povera di rapporti umani e di solidarietà, spesso povera anche di cibo e acqua e sbandata da una terra all’altra in seguito ai conflitti. Si tratta della diffusione delle guerre, mascherate da motivi ideologici o politici, ma dominate dalla “necessità” di appropriarsi, portandole via ad altri con la forza, di vie di comunicazioni, di fonti di energia, di acqua. 

Ha un bel da dire, il Papa, che “opus iustitiae pax”, citando il celebre passo di Isaia che è poi lo stesso profeta che indicava la libertà futura nella trasformazione delle spade in vomeri. Se non si rovescia la legge capitalistica del di più, del possesso, dei crescenti consumi e sprechi, della “ingiustizia” nella distribuzione dei beni, ci si allontanerà sempre più dalla pace, si correrà sempre più velocemente verso quella “zona” di conflitti e morte e degrado ambientale che, pur nella loro grossolana intuizione, era stata anticipata dallo studio sui “Limiti alla crescita”.