SM 2299 — Capitalismo e natura — 2001

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Ambiente costruito, 5, (4), 4-9 (ottobre-dicembre 2001)

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Ce la farà il capitalismo ?

 Le società umane, quelle industrializzate e quelle arretrate, “funzionano” mettendo a disposizione delle persone dei beni materiali, delle merci. Essi sono importanti non soltanto perché migliorano le condizioni di vita delle persone — si sta meglio facendo una doccia con acqua calda che lavandosi nella fredda acqua di un fiume; si prepara il cibo meglio con una cucina a gas che con una pentola scaldata dalla legna — ma anche perché la produzione di merci tiene in moto una catena di rapporti sociali e umani.

La produzione di merci consente il funzionamento dell’agricoltura, delle fabbriche, dei servizi urbani e civili, la costruzione di strade, e tutto questo assicura un reddito a innumerevoli lavoratori che possono così comprare più merci e stare meglio, in una spirale. Poiché, peraltro, l’agricoltura e le industrie hanno bisogno di macchinari, concimi, materie prime, che costano dei soldi, chi fabbrica prodotti agricoli e industriali ha bisogno di soldi — di un “capitale” — che ricava vendendo le merci. Più merci vende, più capitale ha a disposizione per costruire altre fabbriche e case e per coltivare altri campi — e per fare lavorare altre persone che possono accedere a crescenti quantità di merci.

Tutto andrebbe bene se non ci fossero dei vincoli imposti dalla natura, la grande, ma non infinita fonte dei beni materiali. Per considerazioni di bilancio chimico e fisico, quanto maggiore è la massa dei beni materiali che vengono messi a disposizione di una crescente popolazione, tanto minore è la quantità delle risorse naturali — foreste, fertilità del suolo, prodotti delle cave e delle miniere, combustibili fossili, acqua — che restano per le generazioni future. Non basta: il metabolismo della vita individuale e sociale, delle fabbriche e delle città, genera crescenti quantità di scorie che peggiorano la qualità “ecologica” dei corpi riceventi naturali: atmosfera, acque, suolo, e quindi la loro successiva utilizzabilità come fonti di alimenti, di acqua pulita, di aria respirabile, di decente abitabilità.

L’attuale “credo”, praticamente l’unico esistente nel mondo, del capitalismo e del libero mercato, che impone l’aumento continuo della produzione e dell’uso di beni materiali, comporta pertanto un continuo impoverimento e una crescente contaminazione della natura. O, ancora più banalmente, più ricchezza individuale e sociale si traduce in maggiore povertà “di natura”.

Da queste poche considerazioni scaturisce la domanda se il capitalismo ce la fa, ce la farà, a superare queste contraddizioni “fisiche”. Alcuni dicono di no, ma la maggior parte degli economisti e degli scienziati sostengono che il libero mercato ha dentro di se delle forze che gli consentono di trovare processi e materie prime alternative, di superare i limiti fisici della natura che sono tali perché non vengono messe in moto adeguatamente tutte le risorse della scienza e della tecnica — e del capitale.

E’ di recente uscito un libro che sostiene che può esistere una società capitalistica che produce merci e, insieme, nuovo capitale, imparando dalla natura. “Capitalismo naturale. La prossima rivoluzione industriale”, è il titolo del libro di Paul Hawken, Amory Lovins e L. Hunter Lovins, pubblicato nel 2001 dalle Edizioni Ambiente, Via Guerrazzi 27, 20145 Milano (www.reteambiente.it). Ulteriori utili informazioni si possono trovare nel sito Internet www.naturalcapitalism.org.

I Lovins, ambientalisti, consulenti, inventori, hanno creato negli Stati Uniti un centro di ricerche denominato Rocky Mountain Institute, in un paesino chiamato Snowmass nello stato del Colorado, sulle Montagne rocciose (www.rmi.org). Le loro ricerche sono state descritte in vari altri libri di successo, alcuni tradotti anche in italiano.

Amory Lovins ha iniziato, molti anni fa, con il libro: “Nuclear power, technical bases for ethical concern”, 1975, continuando con altre analisi, tecniche, economiche e di carattere etico, della inaccettabilità dell’energia nucleare, sia sul piano militare, sia come fonte di elettricità commerciale, due aspetti peraltro legati fra loro. Si può ricordare il libro: “Energia dolce, per una pace durevole”, pubblicato a Milano da Bompiani nel 1979. I Lovins sono poi passati ad analizzare le irrazionalità e gli sprechi delle attuali scelte produttive e tecniche, fra l’altro in collaborazione con gli studiosi del Wuppertal Institute tedesco: è ormai un classico il libro di E.U. von Weizsäcker, A.B.Lovins e L.H.Lovins : “Fattore 4. Come ridurre l’impatto ambientale moltiplicando per quattro l’efficienza della produzione”, pubblicato anch’esso dalla Edizioni Ambiente di Milano nel 1998.

Un capitalismo “secondo natura” sarebbe realizzabile esaminando ciascuna soluzione tecnica della nostra vita quotidiana — trasporti, edifici, elettrodomestici, eccetera — analizzando quali materiali e quali fonti di energia sono usati, come è possibile riprogettare ciascun oggetto o processo in modo da usare più efficientemente e di meno e diversi, materiali ed energia. Viene proposta, insomma, una  “nuova rivoluzione industriale”, partendo dall’osservazione che le precedenti sono state basate sulla transizione dall’uso del legno come fonte di energia al carbone; sulla produzione di acciaio prima da carbone e minerale, poi da rottame; sull’introduzione dell’acciaio nella costruzione di edifici e ponti; sulla produzione di alluminio; sull’uso del petrolio e sul motore a scoppio; sulle materie chimiche sintetiche; sulla liberazione di energia dal nucleo atomico; sulla diffusione dei mezzi di comunicazione. Ciascun successo con le sue trappole.

Il potere ai progettisti

 Per uscire da tali trappole, non solo ecologiche, il “capitalismo secondo natura” propone una ricetta basata sulla progettazione, anzi sulla “riprogettazione” di tutto il mondo materiale esistente, sotto i nuovi vincoli “ecologici”, “naturali” — e qui ritorna il tema analizzato nel precedente articolo sulle “due merceologie” (AC, n. 3, 2001) — mettendo al lavoro falangi di ingegneri, chimici, biologi, merceologi, architetti.

Un capitolo del libro sul “capitalismo naturale”, il secondo, è dedicato alla “nuova” automobile, chiamata “iper-automobile”. Esaminando pezzo per pezzo le automobili attuali gli autori suggeriscono l’uso di materiali più leggeri e resistenti, che comportano minori “costi energetici”, motori che consumano meno energia per chilometro percorso. Il motore a scoppio, che domina da un secolo il mercato, è una macchina inefficiente ed inquinante; il regime di giri continuamente variabile, imposto dalle continue frenate e accelerazioni, provoca una combustione parziale della benzina e la conseguente emissione nell’atmosfera di gas tossici e cancerogeni. Il motore del futuro dovrebbe essere “ibrido”: usa ancora benzina, ma in un motore che funziona con un regime costante di giri e quindi con la combustione completa e non inquinante del carburante; tale motore ricarica continuamente degli accumulatori che a loro volta fanno funzionare un secondo motore, elettrico, che fa girare le ruote, alla velocità richiesta dal guidatore. In questo modo si sfrutta al massimo l’energia contenuta nel carburante.

La “iperautomobile” progettata dai Lovins trasporta le persone a velocità sostenuta con consumi di energia che possono scendere a 50 chilometri con un litro di benzina. “Basta” usare, oltre ai motori idridi, materiali più leggeri, semplificare e standardizzare le strutture, basta disegnare meglio i profili dell’automobile. E poi siamo appena all’inizio, i progressi della chimica consentono di pensare a motori ad idrogeno, protetti dal pericolo di esplosioni, e l’idrogeno può essere ottenuto per via idroelettrica. Lo stesso processo di combustione può essere regolato in modo da evitare la formazione di ossidi di azoto, in modo da tenere al minimo la formazione di anidride carbonica e ossido di carbonio.

Sogni ? no, rispondono i Lovins, e offrono dei progetti e schemi dettagliati di come una “iperauto” è costruibile e addirittura dei prototipi sono stati costruiti e collaudati sulle strade e diventeranno normali quando le grandi industrie si decideranno a costruirle in grande serie.

Ma il lavoro della progettazione non si limita certo alle automobili: se si guardano gli innumerevoli oggetti che entrano nella vita quotidiana, domestica e degli uffici e officine, si vede che i frigoriferi, le lavatrici, i televisori, i mobili, le lampade, i computers, i telefoni mobili, sono pieni di inefficienze e di errori, talvolta fatti per “abbellire” gli oggetti, talvolta alla ricerca di un fittizio risparmio di un materiale o di una componente a spese di un aumento del consumo totale di altri materiali o di energia. Errori di progettazione che si traducono in genere in un aumento della difficoltà di smaltire gli oggetti usati alla fine della loro vita utile, di ricuperare almeno una parte dei materiali di cui ciascun oggetto è composto.

La macchina-casa

 Un altro campo di lavoro di grande importanza è rappresentato dall’edilizia: Le case e gli uffici sono progettati e fabbricati in genere con i dettami nel caso migliore della bellezza e originalità, nel caso peggiore del minimo costo monetario. Ma chi pensa al costo “in natura”, della fabbricazione e della gestione e manutenzione degli edifici, dei ponti, delle strade ? Il libro sul capitalismo naturale indica varie soluzioni tecniche, non strane, ma di semplice buona progettazione, per orientare gli edifici, per aprire finestre e porte in modo da massimizzare la luce solare che entra — e quindi diminuire drasticamente i consumi dell’elettricità per l’illuminazione o il condizionamento dell’aria, per diminuire i costi del riscaldamento, per far durare più a lungo gli infissi e le pareti, con  materiali da costruzione riutilizzabili alla fine della vita utile dell’edificio.Un edificio, una casa, sono macchine complesse con un costo — non solo monetario, ma fisico, “naturale” — che può essere diminuito anche di molte volte.

Proprio perché è una “macchina”, un edificio non è isolato dal mondo circostante: è infatti attraversato da un flusso di energia, di acqua, di rifiuti, di acque usate, di gas e aria, ma è soprattutto attraversato da un flusso di persone che nell’edificio vivono, lavorano, hanno rapporti sociali, scambiano informazioni e conoscenza. Una casa, un edificio possono funzionare soltanto in una rete di vie di comunicazioni, di mezzi di trasporto, di acquedotti, fognature, strade, quartieri, in una coabitazione che diventa città, villaggio, quartiere, con consumi di materiali e di energia, di spazio edificabile e di merci che sono governati dal capitalismo e lo alimentano. La nuova rivoluzione industriale, insomma, presuppone dei radicali progressi nelle conoscenze, oggi ancora imperfette, dell’ecosistema urbano.

Il libro sul capitalismo naturale affronta in maniera integrata, questi problemi, anche sulla base di un esempio di come è possibile progettare una “città“, raccontando, nel quattordicesimo capitolo, una storia di ecologia urbana: il caso della cittadina brasiliana di Curitiba, vicino San Paolo, pensata, progettata e organizzata, nel corso degli ultimi trent’anni, con la collaborazione fra amministratori e cittadini, in modo da essere “vivibile”.

Le fonti di energia

 L’attuale società mondiale dipende dalla disponibilità di energia, offerta da pochissime fonti: il carbone, il petrolio, il gas naturale , tre carburanti estratti dalle viscere della Terra dove si sono formati centinaia e decine di milioni di anni fa e dove non si riformeranno più, se non in altri milioni di anni; oltre a questi, il moto delle acque può essere trasformato in energia idroelettrica, una fonte di energia legata al ciclo delle acque e quindi al flusso di calore proveniente dal Sole e quindi continuamente rinnovabile; su scala minima, un po’ di energia commerciale viene ricavata dal calore del sottosuolo; queste due fonti di energia e una certa quantità di elettricità, nel mondo, viene ottenuta dai reattori nucleari .

I “consumi” di energia crescono continuamente, sia per l’aumento della popolazione mondiale, sia per l’aumento della richiesta da parte dei circa 1.500 milioni di abitanti dei paesi industrializzati e il più rapido aumento della richiesta, oggi bassissima, di energia  da parte dei 4.500 milioni di abitanti dei paesi in via di industrializzazione, o poveri, o poverissimi.

Per quanto si è detto prima, l’aumento dei consumi energetici comporta un impoverimento delle riserve, limitate per quanto riguarda il petrolio e il gas naturale, un po’ maggiori per quanto riguarda il carbone; non solo, l’aumento dell’uso dei combustibili fossili comporta un aumento dell’immissione nell’atmosfera di gas che alterano il flusso del calore ricevuto dalla Terra da parte del Sole e del calore reirraggiato dalla Terra verso gli spazi interplanetari.La conseguenza di questo “effetto serra” è una ormai certa modificazione del clima planetario (a cui il libro in esame dedica il dodicesimo capitolo).

Non è possibile andare avanti di questo passo e l’umanità ha davanti due soluzioni: il rilancio dell’energia nucleare, con tutti i problemi tecnici ed etici  che essa comporta e che vari scritti dello stesso Amory Lovins hanno ben messo in evidenza. A parte la fragilità degli impianti tecnici e a parte i costi monetari dell’elettricità prodotta e a parte le inevitabili connessioni con la fabbricazione di armi nucleari —  il vero limite è rappresentato dalla inevitabile produzione, insieme all’elettricità, di materiali radioattivi sia nella preparazione del “combustibile”, sia come sottoprodotti del funzionamento delle centrali; materiali radioattivi e tossici che nessuno sa dove smaltire e come affidare alle generazioni future, dal momento che restano radioattivi e devono essere sepolti e tenuti lontano dalla biosfera, per secoli o millenni.

Per avere energia per il futuro occorre seguire altre due strade: la diminuzione degli attuali consumi per unità di merce prodotta e di servizio ottenuto (meno energia per chilo di acciaio o di zucchero e per chilometro percorso, eccetera); e il ricorso a fonti di energia rinnovabili che sono una sola: quella irraggiata continuamente e in maniera costante dal Sole. Dal Sole si può ottenere, con tecniche note, calore a bassa o alta temperatura ed elettricità; il Sole tiene in moto il vento e il moto ondoso (convertibili anch’essi in elettricità); il Sole “fabbrica” biomassa da cui sono ottenibili carburanti, materie prime industriali, merci, gran parte di quelli oggi ottenuti dal carbone e dal petrolio. A queste soluzioni dovrà inevitabilmente rivolgersi il capitalismo per sopravvivere, come viene dettagliatamente esposto nel capitolo dodicesimo del libro sul “capitalismo naturale”.

Le ricchezze della natura

 Ma la nuova rivoluzione industriale richiesta dal capitalismo naturale ha anche altri aspetti, direi, filosofici. Dopo due secoli in cui il capitalismo ha cercato di sbarazzarsi della “schiavitù″ dei pochi beni offerti dalla natura, adesso si tratta di tornare ad esplorare le ricchezze della natura per vedere quali altri beni, spesso finora sconosciuti o trascurati, essa può offrire come alternativa ai prodotti artificiali o sintetici, spesso meno efficienti, sul piano economico ed ecologico, di quanto si è finora pensato.

I materiali che ci circondano sono i figli della rivoluzione chimica: nel corso del 1800 i chimici si sono guardati intorno e hanno visto che gran parte delle merci disponibili — coloranti, medicinali, legno come materiale da costruzione, sale e soda, concimi, grassi per il sapone, fibre tessili, gomma, e, naturalmente, tutti gli alimenti — derivavano dall’agricoltura e dalle foreste. Da quel che potevano giudicare i chimici del tempo, la natura si presentava abbastanza povera di fantasia. Inoltre molte materie prime essenziali per i paesi industriali erano disponibili nei paesi coloniali o lontani: il salnitro nel Cile, lo zolfo nella turbolenta Sicilia dei Borboni, la gomma nel Brasile, l’indaco in India, il cotone in Egitto, eccetera.

La grande sfida di quella che fu chiamata la rivoluzione chimica consisteva nel riprodurre da altri materiali le ricchezze della natura: i coloranti dal catrame ottenuto dalla distillazione del carbone, i concimi azotati dall’idrogeno e dall’azoto, e poi, con  l’avvento del petrolio, si è visto che tantissimi prodotti, fino allora “naturali”, potevano essere fabbricati per sintesi partendo da poche semplici molecole suscettibili di essere modificate a piacere in modo da ottenere per via artificiale e sintetica tutto quello che occorreva.

Così sono stati prodotti fibre sintetiche e gomma sintetica, materie plastiche, surrogati del legno, innumerevoli coloranti e medicinali sintetizzati a piacere del cliente. La rivoluzione chimica ha però ben presto dovuto fare i conti con materie sintetiche, commercialmente attraenti, ma che presentavano alcuni inconvenienti. I detergenti sintetici si rivelarono non biodegradabili e pochi decenni dopo la loro commercializzazione hanno coperto di schiume persistenti i fiumi e i laghi;è stato allora necessario inventare altri detergenti più biodegradabili — fino alla resurrezione del sapone, quel vecchio detersivo offerto dai grassi naturali che ora viene miscelato come “sapone di Marsiglia” !, agli ultramoderni preparati per lavare.

Inconvenienti di carattere sociale e umano: la diminuzione della richiesta di coloranti, fibre, gomma naturali ha portato alla scomparsa di colture nei paesi poveri e ha gettato alcuni di essi nella miseria: è classico il caso della crisi dell’India dopo che i coloranti sintetici hanno comportato la distruzione delle coltivazioni della pianta dell’indaco, o quello della crisi dei paesi del sud-est asiatico produttori della gomma naturale soppiantata dalla gomma sintetica. Le eccezionali proprietà delle materie plastiche nascondevano altre trappole che si sono rivelate quando si è trattato di smaltirle nelle discariche di rifiuti, negli inceneritori, nell’ambiente.

La nuova rivoluzione industriale proposta per un capitalismo secondo natura richiede una rivoluzione chimica alla rovescia, ricominciando da capo: gli strumenti oggi disponibili al chimico consentono di riconoscere che la natura non è affatto avara o priva di fantasia, tutt’altro: i coloranti offerti dalla natura sono innumerevoli; a mano a mano che si esplora la composizione di piante strane si vede che alcuni principi attivi si prestano come medicinali molto migliori di quelli sintetici. Il chimico americano Carl Djerassi ha fatto la sua fortuna accademica e imprenditoriale riconoscendo che alcune piante messicane contenevano una sostanza da cui, con pochi passaggi, è stato possibile preparare la celebre prima “pillola” anticoncezionale che ha assicurato nuova libertà e dignità alle donne.

Il libro sul capitalismo secondo natura invita a cercare materie prime e merci fra le risorse rinnovabili offerte dall’agricoltura e dai boschi nel Nord e nel Sud del mondo: il capitolo decimo è dedicato alla rivoluzione agricola che consente di ottenere maggiori e migliori qualità di alimenti con minori costi energetici e ambientali (meno concimi, meno pesticidi).

Il capitolo nono è dedicato alla rivoluzione nel campo delle fibre utilizzabili per la carta, per imballaggi, per manufatti di fibrocemento (al posto dell’amianto e delle fibre di vetro); con queste innovazioni è possibile diminuire l’attuale dipendenza dal petrolio e mettere a profitto, letteralmente, la grande ricchezza della diversità della natura.

Il capitolo undicesimo tratta, infine, la rivoluzione nella produzione e nell’uso dell’acqua, risorsa e merce essenziale per il funzionamento delle città, delle abitazioni, della produzione agricola ed energetica, nei processi industriali. 

La resurrezione delle merci

Le merci, gli oggetti che usiamo ogni giorno, non muoiono, non vengono “consumati”: tutti gli atomi e tutte le molecole che essi contengono si ritrovano, dopo l’uso, eventualmente modificati, sotto forma di gas o liquidi o solidi, gettati via, “rifiutati”, immessi nell’ambiente. In via di principio, dalla maggior parte delle “cose” usate sarebbe possibile trarre componenti o materie adatti per ricostruire le stesse merci, o altre, attraverso azioni di riciclo e riutilizzo che, in minima scala, sono già praticate, anche se, come il libro sul capitalismo naturale mostra, sono ancora nell’infanzia tecnologica.

Eppure la massa di materia “rifiiutata” con cui abbiamo a che fare, in ciascun paese e nel mondo intero, è impressionante. Nella sola Italia cento milioni di tonnellate all’anno; quasi trenta milioni di tonnellate all’anno è la massa dei soli rifiuti domestici, sei volte il peso di ciascun abitante. Il flusso di acqua che attraversa le abitazioni e le città italiane e che ne fuoriesce contaminata con escrementi, residuo di cibo, detergenti, eccetera, ammonta a circa otto milioni di milioni di chili di acqua all’anno, pari a oltre centomila volte il peso di ciascuna persona.

Ma restiamo ai rifiuti solidi provenienti delle abitazioni, dalle industrie, e anche dall’agricoltura. Tali rifiuti, come si è detto, contengono tutti gli atomi e le molecole delle merci entrate in ciascun processo, sia pure in forma modificata. La plastica di un imballaggio è esattamente la stessa materia che troviamo nei rifiuti; l’alluminio di una lattina di bevanda è lo stesso della lattina originariamente usata per imbottigliare la bevanda.

Gli stessi residui di cibo contengono cellulosa, proteine, grassi, amido. In via di principio ogni materiale buttato via è ancora una “cosa”, una merce, e il ricupero degli atomi della materia organica, della cellulosa, dei metalli, della plastica, eccetera richiede soltanto conoscenze tecniche e invenzioni. Bisogna sapere come era fatta la merce scartata, in modo da separare, rimettere in ciclo, riciclare, ciascun elemento o molecola.

La quantità dei rifiuti che viene sottoposta a operazioni di riciclo è purtroppo molto bassa perché le merci e gli oggetti sono stati progettati in maniera sbagliata, miope, con l’occhio attento al momento dell’acquisto e dell’uso e nessuna attenzione al destino di ciascuna cosa dopo l’uso.

Si pensi alla carta: quanto più è “bella” e patinata tanto più è addizionata con agenti chimici e con inchiostri e tanto più difficile è ricuperare la cellulosa da ritrasformare in altra carta; si pensi ai tanti oggetti metallici bellissimi perché verniciati con sostanze che contaminano e rendono inutilizzabili i metalli riciclati; si pensi alla difficoltà di riciclare tanti oggetti di plastica composti di miscele di macromolecole, addizionate con plastificanti di cui il consumatore e il riciclatore non conosce composizione e effetti. Ancora una volta la salvezza non solo ecologica,ma anche industriale deve essere cercata in una nuova maniera di progettare, nella crescita della cultura industriale e merceologica dei fabbricanti e degli acquirenti.

Fare di più con meno

 Insomma: il potere ai progettisti (e ai merceologi). Il libro sul capitalismo naturale propone di rivedere molti processi industriali per identificare dove e come sono utilizzati e sprecati i materiali e l’energia come è possibile riprogettare i cicli produttivi, aumentando la produzione e spendendo meno; suggerendo il ricorso a fonti di energia rinnovabili come quelle del Sole e del vento. Ma un aspetto interessante riguarda la proposta di migliorare l’utilizzazione delle risorse umane, altrettanto importanti quanto quelle fisiche e materiali. Quanti lavoratori e impiegati — con la loro ricchezza di intelligenza, inventiva, spirito di osservazione — sono costretti, per inefficienza dei datori di lavoro, a faticare più del necessario, a non dare tutto il loro potenziale di conoscenze e iniziativa ? Quanto poco e male sono usate le risorse dell’informatica e delle telecomunicazioni, con enormi sprechi e frivole applicazioni e ritardi nel miglioramento e nella razionalizzazione dei servizi !

Se è vero che il capitalismo può sopravvivere e anzi prosperare soltanto con nuove merci e materiali e processi, con la guerra all’inefficienza, allo sperpero, allo spreco, la transizione nella nuova rivoluzione industriale proposta dai Lovins non è facile, né indolore.

Prendiamo il caso dell’automobile e immaginiamo che i trenta milioni di autoveicoli in circolazione in Italia vengano sostituiti da iperautomobili. Bisogna dapprima che vengano progettati e poi realizzati e collaudati prototipi; poi che vengano radicalmente modificati i cicli produttivi delle attuali automobili adattandoli alla costruzione delle iperautomobili; poi che vengano ritirate dal commercio le automobili esistenti, che in Italia sono 30 milioni (pari a 50 milioni di tonnellate di materiali, fra metalli, plastica, gomma, eccetera, da smaltire e riciclare e riutilizzare), poi che vengano modificati i cicli produttivi delle raffinerie per adattare i carburanti alle esigenze dei motori ibridi.

Tutto questo è tecnicamente possibile, anche in dieci anni — e anzi creerebbe innumerevoli occasioni di occupazione e di lavoro — e dopo dieci anni si farebbero sentire i vantaggi per i consumatori e i nuovi profitti per gli imprenditori. Ma intanto occorrono capitali subito e l’imprenditore convertito al ”capitalismo naturale” dovrà trovare i soldi per i nuovi stabilimenti, per spiegare agli acquirenti le virtù dell’iperauto, dell’iperfrigorifero, del riscaldamento domestico solare, le virtù della standardizzazione, dell’acquistare “meno” merci.

Ma la transizione richiede non solo grandissimi investimenti di capitali,ma soprattutto richiede delle azioni sgradevolissime per imprenditori e anche per le singole persone, abituati a gusti e scelte selvaggi e individualisti, sollecitati finora a acquistare e vendere sulla base delle sirene della pubblicità e della moda e quindi quanto mai ostili a standardizzazioni, razionalizzazione, semplificazioni.

Benché cerchino di convincere i lettori che un capitalismo “naturale” è possibile, oltre che utile, anzi necessario, gli autori del libro “Capitalismo naturale” continuamente usano — e non possono fare altrimenti — la terribile parola “pianificazione”. E’ vero, non sarà mai possibile risolvere i problemi di scarsità delle materie prime, di miglioramento della efficienza produttiva, di guerra allo spreco e alla inutilità, e di rispetto della natura, senza una pianificazione, senza che “qualcuno” decida e imponga che cosa è opportuno e utile fare per le persone comuni e per gli stessi imprenditori e per lo stesso capitalismo.

Solo uno stato efficiente e funzionante può fissare standard di qualità per i materiali, le macchine, i carburanti, può offrire la informazione al pubblico e può incentivare con pubblico denaro, per un “bene pubblico” futuro, la nuova rivoluzione industriale.

La pianificazione, progettazione e transizione verso nuovi oggetti e macchine fabbricati “secondo natura” presuppone, insomma, un intervento centrale, nazionale o anzi sovranazionale, con soldi per i nuovi imprenditori, con corsi universitari, con laboratori scientifici pubblici di controllo — orientati verso il nuovo credo: “di meno è meglio”. Io chiamo questo un socialismo secondo natura, ma se volete chiamarlo capitalismo naturale a me va bene lo stesso, purché lo si attui.