SM 2285aa — Quale merceologia — 2001

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Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

 Avventure e disavventure della Merceologia

 Tutte le manifestazioni della vita comportano uno scambio di materia e di energia, per lo più gratis, talvolta accompagnati da uno scambio di denaro. I vegetali “comprano” (senza pagare niente) anidride carbonica dall’aria, acqua e azoto dall’aria e dal suolo, e “fabbricano” le molecole di amidi, cellulose, lignine, grassi, proteine, generando, come rifiuti, ossigeno e le spoglie delle foglie e dei tronchi e delle radici. Non a caso i biologi del secolo scorso hanno chiamato i vegetali organismi “produttori”, prendendo a prestito un termine dalle manifatture. Gli animali “comprano” ossigeno e acqua e vegetali (o eventualmente altri animali), fabbricano le molecole de proprio corpo e generano come rifiuti anidride carbonica, vapore acqueo ed escrementi, tanto che i biologi li hanno giustamente chiamati organismi ”consumatori”, prendendo a prestito, anche qui, un termine dal linguaggio dei commerci. Infine gli organismi decompositori riciclano le scorie organiche esistenti nel terreno o nelle acque e rigenerano e rimettono in circolazione anidride carbonica e acqua e azoto.

Così sono andate avanti le cose, con questi commerci della natura, con cicli materiali sostanzialmente chiusi, per tre o due mila milioni di anni, anche in tempi recenti quando quattro o tre  milioni di anni fa, alcuni mammiferi si sono evoluti assumendo le forme dei nostri antichi predecessori che hanno continuato a comportarsi come animali consumatori fino ad appena una decina di migliaia di anni fa, quando alcuni umani hanno scoperto che era possibile coltivare alcune piante e addomesticare alcuni animali.

La transizione del Neolitico ha avuto molte conseguenze importanti: la nascita della proprietà privata, la suddivisione in classi (quella di chi possedeva dei beni materiali e quella di chi possedeva soltanto il proprio corpo), i commerci nel senso moderno di scambio di beni materiali con criteri economici: tante capre per un sacco di sale, tanto ferro per un sacco di grano.

Ed è nata anche la guerra e l’imperialismo quando qualche popolo era troppo esoso nel vendere il suo sale o la sua ambra, per cui gli acquirenti “hanno dovuto” impadronirsi delle merci desiderate con la forza; è il caso della distruzione di Sodoma e Gomorra, le esose (non so se anche peccaminose) città che detenevano il monopolio del commercio del sale, della “conquista” delle Americhe ed è storia di ogni giorno.

In questi diecimila anni sono cambiate le merci, i venditori e i compratori, ma il meccanismo è sempre lo stesso: il venditore “deve” cercare di vendere la massima quantità di merci al più alto prezzo possibile e con il massimo ricavo, e il compratore cerca di acquistare le merci al più basso prezzo possibile. La propaganda cerca di convincere il compratore che il venditore di merci lo ama e vende merci per il suo bene, mentre, in realtà, da sempre, gli interessi dei due soggetti sono contrapposti e conflittuali.

Fra i vari volti di tale conflitto va messa l’arte (talvolta la “scienza”) delle frodi e adulterazioni, per cui il venditore cerca di vendere a più alto prezzo merce diversa da quella che il compratore si aspetta, e il compratore deve stare all’erta, tanto più quanto più numerose e strane diventavano e diventano le merci. Se già in epoca romana e araba medievale c’erano scritti che descrivevano le merci e le frodi e i metodi per svelarle, l’apertura dei commerci con le Americhe, con l’Asia, all’interno dell’Europa ha dilatato la quantità e il tipo delle merci e delle frodi.

Chi voleva difendersi doveva essere informato e dal settecento in avanti cominciano i trattati e le enciclopedie merceologiche, strettamente legate a quelle tecnico-scientifiche che spiegavano anche come le merci venivano fabbricate, quali materie naturali erano trasformate, quali caratteri avevano le merci, eccetera. L’esempio più noto è la grande “Enciclopedia delle arti e dei mestieri” con cui i filosofi dell’Illuminismo hanno considerato proprio dovere spiegare “arti e mestieri”, appunto, processi tecnici, invenzioni e merci.

Non meraviglia, quindi, che alla fine del 1700 uno studioso come Johann Beckmann (1739-1811) scrivesse degli interi trattati sulle manifatture (si deve a lui uno dei primi usi della parola “Technologie”) sulle invenzioni e sulla “merceologia”, divenuta, col nome di Warenkunde, vera a propria scienza e informazione e educazione sulle merci.

Merceologia entrata poi, in molti paesi, fra cui l’Italia, come materia di insegnamento nelle scuole tecniche, nelle università commerciali, nelle Facoltà economiche. E’ stata insegnata bene ? è stata insegnata male ? è stata amata dagli insegnanti e fatta amara agli ascoltatori ? C’è stato e c’è anche fra noi docenti un dibattito e una autocritica. La prof. Ottilia De Marco, dell’Università di Bari, ha ricostruito i primi duecento anni della merceologia in un interessante saggio: “200 anni di Merceologia: passato, presente, futuro”, Rassegna Chimica, 45, (5/6), 139-142 (settembre dicembre 1993).

E’ vero che la merceologia aveva un nome un po’ ridicolo, tanto che alcuni hanno tentato di inventare delle alternative, “Scienze merceologiche”, “Tecnologia dei cicli produttivi” o “della produzione”, “Merceologia delle risorse naturali”, e simili, difficoltà accresciuta dalla mancanza di un nome equivalente in francese e in inglese.

E’ vero che la merceologia è stata insegnata sulla base di testi talvolta scadenti e noiosi tanto che alla fine è stata espulsa dagli Istituti tecnici, e non ha vita facile neanche nelle Università, dove è stata insegnata, nelle Facoltà economiche, da chimici con limitata attitudine a comprendere fatti economici e storici o, in tempi più recenti, da economisti con limitata attitudine a comprendere fatti naturalistici e ingegneristici. E’ vero che molti di noi non sono stati capaci di rivendicare con orgoglio la centralità della merceologia proprio come ponte fra gli interessi economici e quelli tecnico-scientifici.

C’era un bel da citare Marx che indica la merceologia come la “speciale disciplina” che si occupa del valore d’uso delle merci o che ironizza sulla fictio iuris secondo cui nella società borghese ai cittadini è attribuita una conoscenza enciclopedica delle merci, che naturalmente non c’è e non è possibile, per cui è facile esporre i cittadini stessi a imbrogli nei commerci, come prescrivono le leggi della società capitalistica. E’ ancora Marx a ironizzare sui sofisticatori che, meglio degli Eleati, sanno far apparire bianco il nero e nero il bianco.

Quelli di noi che nella “Merceologia” hanno passato tutta la vita, e con orgoglio, e hanno investito mit Lust, con amore, quel tanto — o quel poco — che sapevano, hanno avuto la soddisfazione di vedere che, anche al di fuori della professione accademica, comunque i termini e i concetti merceologici sono andati assumendo crescente importanza.

La storia naturale delle merci

L’attenzione, dedicata da alcuni economisti, fin dal XIX secolo, alle analogie fra i processi economici e quelli biologici, ha lentamente portato molti a considerare che l’economia funziona soltanto grazie ad un flusso di materia incorporata nelle merci, nei beni materiali, e che questo flusso, in analogia con quanto avviene con i cicli della natura, ha carattere circolare: comincia con i beni della natura — acqua, aria, suolo, organismi vegetali e animali, minerali e pietre — passa attraverso dei “processi” di trasformazione in cui la conoscenza e il lavoro umani trasformano i materiali naturali in oggetti utili, in merci.

A questo punto gli studiosi delle merci non potevano fare a meno di chiedersi come continua il ciclo delle merci, dove vanno a finire le scorie e i residui della produzione e le merci usate. Ed è cresciuta l’attenzione per il completamento del ciclo delle merci, dalla natura, alla produzione, al “consumo” e di nuovo alla natura, tanto che si può parlare di una circolazione natura-merci-natura.

Avviati su questa strada era facile — e un contributo è venuto dell’incontro della merceologia con l’”ecologia” dagli anni sessanta del Novecento in avanti — riconoscere che non si sarebbe potuto parlare di inquinamento, di riutilizzazione degli scarti e dei rifiuti, di razionalizzazione dell’uso delle materie prime naturali, senza andare a guardare la natura, i caratteri e i processi delle merci.

Questo ritorno di interesse per la merceologia è capitato in tempi di rivoluzione economica e tecnica: la crisi e le lotte per la conquista delle materie prime, associate ai processi di “decolonizzazione” e di indipendenza di molti paesi fornitori di minerali, di prodotti agricoli e forestali, la crisi energetica iniziata negli anni settanta del secolo scorso. Non a caso nel 1974 il settimanale inglese “The Economist” intitolava un suo articolo “Il potere alle merci”.

E proprio in quegli anni apparivano molti libri che parlavano di merceologia, anche senza nominarla: di problemi di materie prime e merci e processi trattavano gli scritti dell’economista americano Kenneth Boulding, di Nicholas Georgescu-Roegen, di Robert Ayres, la critica ai pesticidi che ha reso celebre il libro di Rachel Carson, ”Primavera silenziosa”, e il classico e controverso “I limiti alla crescita” (malamente tradotto in italiano come “i limiti dello sviluppo”), che proponeva poi dei limiti alla produzione e al consumo delle merci. Di materie prime e merci hanno trattato le innumerevoli conferenze internazionali sui commerci, sulla difesa dello strato di ozono e delle foreste, sull’effetto serra, sul disarmo, eccetera.

Chi legge le decine di migliaia di pagine di norme contenute ogni anno nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea o dei principali stati industriali trova che la maggior parte contengono norme merceologiche.

Conoscenze merceologiche riguardano infiniti —- anzi direi tutti i — volti della vita tecnica ed economica; dalle mescole per i copertoni delle automobili da corsa o delle più modeste auto dei cittadini, dai gas presenti negli airbags o ai metalli “preziosi” usati nelle saldature dei circuiti dei computers, ai sali delle terre rare usati nei video di televisori e displays, dal pane, alla carne, alla carta, alla plastica, alle acque in bottiglia, eccetera.

E sulle merci esprimono giudizi, spesso saccenti, persone che non sanno di che cosa stanno parlando; amministratori e governanti emanano leggi merceologiche senza che ne vengano esaminate le conseguenze sulla produzione e sui commerci, nazionali e internazionali, sul benessere delle persone e sull’ambiente.

Eppure proprio la merceologia offre strumenti concettuali, oltre che sperimentali e analitici, per identificare il “valore” delle merci, “valore” che, come è ovvio, non ha niente a che vedere con il prezzo. Il petrolio è lo stesso, e fornisce le stesse proporzioni di benzina, gasolio, etilene, bitume, ha un uguale contenuto di carbonio, idrogeno, zolfo, e “di energia”, sia quando costava 450 euro alla tonnellata nel 2006 o quando costa 240 euro alla tonnellata come nel 2016.

Nuove scale di valori

Proprio l’analisi merceologica offre anzi nuove scale di valori “naturali”. La maggior parte di tali indagini finora ha riguardato il “valore energetico” sia nei prodotti alimentari, sia in quelli combustibili, sia nei manufatti.

Analisi tutt’altro che facili, come racconta un famoso, e purtroppo dimenticato, libro dell’inglese Peter Chapman, “Il paradiso dell’energia” (Milano, CLUP, CLUED, 1982, ma l’originale inglese è del 1975). Prendiamo il pane: sulla base del contenuto di acqua, amido, proteine è facile riconoscere che il suo valore energetico, cioè la quantità di energia che libera nel corpo umano, è di circa 12 megajoule per chilogrammo. Ma un chilo di pane si porta “dentro” molta altra energia, quella impiegata per arare il campo e quella impiegata per fabbricare i concimi e i pesticidi associati alla produzione del chilo e mezzo di grano necessario per produrlo, e quella per trasportare il grano al mulino, per macinarlo a farina, e l’energia richiesta per l’impasto, la fermentazione e la cottura e per il trasporto al negozio: circa altri 20 MJ.

L’operazione può essere ripetuta per tutte le materie prime e le merci, e ogni volta si devono superare altre difficoltà: come calcoliamo l’energia “contenuta” nelle scorie della produzione, nei rifiuti delle operazioni di consumo ? Le merci usate possono essere considerate potenziali occasioni per “recuperare” l’energia che esse contengono ? Il caso più citato è quello dell’alluminio, la cui produzione partendo dal minerale comporta un “costo energetico” di circa 60-70 MJ/kg, mentre la produzione dai rottami dell’alluminio secondario (del tutto uguale a quello primario ottenuto dal minerale) ha un “costo energetico” di appena 10 MJ/kg.

Ma ogni volta che un corpo materiale naturale viene trasformato in merce richiede altri ”beni” materiali, per cui è ragionevole parlare anche di un “costo in acqua” di ciascun processo o servizio, dalla produzione dell’acciaio, alla cottura della minestra ad una doccia personale; costo che può essere soddisfatto con acqua salata o marina (come nel caso del raffreddamento degli impianti di molti processi industriali) o con acqua dolce con severi standards e limiti di composizione salina, come quella usata per l’alimentazione o per l’igiene.

Ugualmente si può misurare un “costo” in materie prime dei vari processi e merci; un carburante per autoveicoli ricavato dal petrolio ha un costo in materie prime (e anche un costo energetico) diversi da quello ottenuto con alcol etilico ricavato da sottoprodotti agricoli.

E poiché, per il principio di conservazione della massa, ogni materia che entra in un processo di produzione o di “consumo” di una merce deve ritrovarsi alla fine da qualche parte, con gli stessi atomi, sia pure in forma modificata, essendo il destino finale un corpo ricevente della natura, si può giustamente parlare di un valore o costo “ambientale”, espresso, ancora, in unità fisiche: chili di anidride carbonica che viene immessa nell’atmosfera per ogni chilo di combustibile bruciato, per ogni chilo di pane o di frutta mangiato dagli animali umani, per ogni chilo di foraggio mangiato dagli animali da allevamento, o ancora per ogni chilometro percorso da una persona o da una tonnellata di merce, eccetera.

E non sono forse analisi merceologiche quelle che riguardano l’effetto serra e tutti gli accordi per rallentare il riscaldamento globale che si riferiscono esattamente alla quantità di gas (anidride carbonica, ossido di azoto, metano, clorofluorocarburi, eccetera) immessi nell’atmosfera dai processi di produzione e di “consumo” delle merci ?

Ho insistito nello scrivere fra virgolette la parola “consumo” perché ciascuna persona non è un “consumatore” di merci, non consuma niente: non fa altro che acquistare dei beni materiali, li usa per qualche tempo — poche ore per un giornale quotidiano o per il sacchetto della spesa, qualche anno per un frigorifero o un televisore, qualche decina di anni per un edificio — dopo di che tutti i materiali incorporati nella merce usata vengono buttati via ed entrano in nuovi cicli che portano tutti gli atomi originali, come si è già detto, in forma modificata, di nuovo nei corpi riceventi ambientali. Talvolta questo ritorno alla natura può essere intercettato se le materie presenti nelle merci usate possono essere trasformate in altre merci.

L’analisi del valore delle merci mostra che, a differenza dei cicli biologici, che sono sostanzialmente chiusi, i cicli merceologici lasciano comunque una natura impoverita delle materie che sono state estratte e lascia i corpi riceventi contaminati, di qualità che li rende meno utilizzabili da chi verrà dopo di noi.

L’interesse per questi argomenti è dimostrato dal crescente numero di studi su una contabilità “fisica” dei flussi di materiali attraverso l’economia dei vari paesi, di cui ormai si cominciano a pubblicare alcune “tavole intersettoriali dell’economia in unità fisiche”; dalla crescente attenzione per l’assegnazione di “etichette ecologiche” a merci che si presume abbiano un “basso” consumo di energia, materiali e una bassa formazione di agenti inquinanti nell’intero ciclo “dalla culla alla tomba”, come si suol dire. Non è forse questo proprio il campo di ricerca e di insegnamento della “merceologia” ?

A che cosa servono le conoscenze merceologiche ?

Servono, ovviamente, a progettare le merci sulla base di quello a cui esse “servono”. E’ ovvio che le merci e la loro progettazione non sono neutrali. Bisogni simili possono essere soddisfatti con differenti merci nel rispetto di alcuni vincoli; per esempio in modo da consumare meno energia, o meno materie prime, o da generare meno rifiuti, o rifiuti più facilmente smaltibili. Così come è possibile progettare le merci in modo che abbiano breve vita, che vengano ricambiate il più presto possibile, sotto i dettami del lusso, della moda, del frivolo, del superfluo, in modo da dilatare i commerci e le vendite e gli affari, senza tenere conto dei vincoli della scarsità delle risorse o della capacità ricettiva dell’ambiente per le scorie e i rifiuti — e anche della scarsità della capacità progettuale, essendo tutta quella dedicata al superfluo sottratta, di fatto, alla progettazione dell’innovazione nel campo dell’essenziale..

L’una o l’altra strada sono del tutto legittime e dipendono dalla posizione ideologica, culturale e politica del progettista e dello studioso Una interessante analisi dei problemi associati alla progettazione delle merci secondo lo spirito del “non necessario, ma indispensabile” è offerta dal lavoro che venne svolto nel Laboratorio di Merceologia MAST del Politecnico di Milano Ad un vecchio merceologo non può che fare piacere vedere che la merceologia è entrata nel prestigioso Politecnico di Milano (in cui, in tempo lontani, è stato, con orgoglio ma limitata fortuna, studente del “biennio di ingegneria”, prima di passare a laurearsi in chimica). Tale lavoro è stato descritto nel libro del prof. Flaviano Celaschi (ora alla Scuola di Ingegneria e Architettura dell’Università di Bologna), “Il design della forma merce. Valori, bisogni e merceologia contemporanea” (Milano, edizioni Il Sole 24 Ore, 2000), il quale distingue fra una merceologia “tradizionale” o “classica”, e una merceologia “contemporanea”.

Forse in realtà anche quella tradizionale è contemporanea quando fornisce informazioni per progettare merci secondo criteri ispirati alla limitazione dei consumi e degli sprechi, alla realizzazione, per ciascuna merce o servizio, del minimo costo energetico, del minimo costo in materiali, del minimo costo ambientale, nel senso prima esposto. E tutto questo nell’ambito del “capitalismo”, sia pure di un capitalismo naturale secondo le indicazioni dell’omonimo libro dei coniugi Lovins.

Le merci sono differenti perché sono, e sono state, differenti le condizioni, le conoscenze tecniche, la disponibilità di materiali e le finalità, di chi le ha progettate e fabbricate. Le merci servono a soddisfare bisogni umani, ma quali bisogni e quali desideri ? Ne parla a lungo il prof. Celaschi nel suo libro citando, fra gli altri, vari passi di Marx che di merci e bisogni ha trattato a lungo. Anche con parole critiche, come nel terzo dei “Manoscritti” del 1844.

“Nell’ambito della proprietà privata ogni uomo s’ingegna di procurare all’altro uomo un nuovo bisogno, per costringerlo ad un nuovo sacrificio, per ridurlo ad una nuova dipendenza e spingerlo ad un nuovo modo di godimento e quindi di rovina economica. Con la massa degli oggetti cresce quindi la sfera degli esseri estranei, ai quali l’uomo è soggiogato, ed ogni nuovo prodotto è un nuovo potenziamento del reciproco inganno e delle reciproche spogliazioni. L’uomo diventa tanto più povero come uomo, ha tanto più bisogno del denaro, per impadronirsi dell’essere ostile, e la potenza del suo denaro sta giusto in proporzione inversa alla massa della produzione”.

Non abbiamo forse sotto gli occhi tutti i giorni l’esempio della manipolazione dei desideri umani nel solo nome del profitto realizzato con il dogma dell’aumento del consumo delle merci e il conseguente impoverimento dell’uomo ?

Il che non esclude che gli oggetti progettati e costruiti secondo criteri di valore che non siano necessariamente quelli del di più e del superfluo, o che aiutino ad evitare le spogliazioni che appaiono oggi col volto dell’aria inquinata, dei fiumi e del suolo contaminati dai residui degli sprechi, dei mutamenti climatici e della natura, siano progettati e costruiti anche “secondo le leggi della bellezza” — uno dei criteri a cui gli umani si ispirano nel loro lavoro, come riconosce ancora Marx nel secondo dei “Manoscritti” ricordati.

Quali merci ?

Cambiano le merci e le forze culturali ed economiche che agiscono su chi le progetta, le fabbrica e le usa. Pur con diverse storie culturali e ideologiche, chi studia e progetta merci — sia di educazione chimica e economica o di educazione ingegneristica e sociologica — di certo ha oggi giganteschi compiti davanti. Ne citerò solo alcuni.

Esiste, per esempio, una normativa europea ed italiana sui rifiuti la quale stabilisce che il problema dello smaltimento delle merci usate deve essere affrontato secondo tre criteri principali, tutti di carattere merceologico. Il primo consiste nel produrre meno rifiuti; il secondo nel ricuperare dalle merci usate quanto più materiali (ed eventualmente energia) possibile; il terzo prevede che le merci usate debbano essere bruciate o sepolte e immobilizzate in modo che non possano nuocere all’ambiente.

Il rispetto di questa normativa offrirebbe innumerevoli occasioni di innovazione e sfide per il progettista. Prendiamo il caso della carta: in Italia nel 2013 se ne sono consumati circa nove milioni di tonnellate e se ne sono recuperati circa sei milioni di tonnellate; di questi appena 4,5 milioni di tonnellate sono trasformati in carta o cartone perché parte della carta in circolazione, dopo l’uso, non è adatta per essere riutilizzata nei cicli produttivi seguiti nelle numerose cartiere che producono carta dalla carta straccia. La carta destinata al riciclo deve essere priva di sostanze di carica, di molti inchiostri inquinanti, di additivi di plastica; ma la carta che ospita la pubblicità deve essere patinata, ben inchiostrata, additivata ed è quindi condannata ad essere eliminata in discariche o negli inceneritori, eventualmente con formazione di sostanze inquinanti nei fumi o nei percolati.

Capisco bene che i pubblicitari vendono i propri messaggi a condizione che arrivino al destinatario su carta patinata “bella” anche se non riciclabile, ma una società deve decidere se ubbidire alle esigenze degli editori dei giornali, o rispettare le norme ambientali (che lei stessa si è data). Supposto che venga scelta questa seconda via, quali soluzioni e materiali dovrà suggerire il progettista, sulla base dei caratteri chimici, fisici e merceologici di ciascun ingrediente della carta ?

Un discorso simile vale per l’automobile: quanti hanno ironizzato sul vecchio Ford che vendeva il suo “Modello T” di qualsiasi colore purché fosse nero ? Nonostante la produzione in grande serie, ogni casa automobilistica cerca di fare concorrenza alle altre con modelli sia pure leggermente modificati, personalizzati, arricchiti con varianti, al punto che l’automobile progettata secondo la merceologia contemporanea contiene centinaia di differenti pezzi. Le trappole appaiono chiare quando si tratta di liberarsi delle automobili usate, i cui materiali potrebbero essere in gran parte riutilizzati a condizione che siano facilmente separabili dalle altre componenti, che il ferro non sia contaminato con rame, che la plastica usata nelle varie parti sia riutilizzabile. Sotto questa luce assume crescente importanza la cultura della standardizzazione e dell’unificazione.

Gli esempi potrebbero continuare, tratti dalla merceologia degli imballaggi, degli alimenti, dei tessuti, dei mobili, degli elettrodomestici, eccetera. In futuro dovremo sempre più affrontare un confronto fra una merceologia che progetta merci e oggetti e macchinati standardizzati, a lunga durata, facilmente riparabili, secondo le indicazioni di quella che si chiama “economia circolare”, e una merceologia che progetta merci e oggetti continuamente variabili, destinati, dopo una breve vita, ad essere gettati via generando incredibili problemi e sprechi umani e ambientali. Si pensi, come ultimo esempio, al rapido ricambio dei computers e dei relativi sistemi operativi che rendono “illeggibili” documenti “scritti” appena pochi anni fa, e i relativi supporti magnetici, che affollano le discariche con migliaia di tonnellate ogni anno, in ciascun paese, di materiali il cui smaltimento “costa” e costerà, in termini energetici e di materie prime e anche di soldi, più di quanto si è speso per fabbricarli. Non sarà questa fretta e miopia della progettazione, una delle cause degli sbandamenti finanziari della “nuova economia” ?

Credo che, da qualunque base culturale si parta, si debba essere grati agli studiosi della progettazione che hanno offerto l’occasione per approfondire il tema fondamentale — per l’economia e la società del futuro, nel Nord e nel Sud del mondo — del che cosa produrre e come e per chi, del come progettare che cosa ?

Se si andrà avanti su questa strada si vedrà come sia importante un recupero della conoscenza — e, passatemi il termine, della scienza — merceologica, della conoscenza di come sono fatte le cose, che cosa contengono, da dove vengono, dove vanno. Speriamo che il discorso possa continuare coinvolgendo studiosi di design, di economia, di scienze naturali — e di merceologia.