SM 2221 — Ecologie e ecologismi — 2000

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Relazione alla Conferenza sul tema: “Terra: quale futuro”, organizzata dall’Associazione nazionale economisti dell’ambiente e del territorio, ANEAT, Perugia, sabato 25 novembre 2000

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it, Professore emerito, Facoltà di Economia, Università di Bari

E’ significativo che l’ANEAT, l’associazione di economisti dell’ambiente, abbia scelto come sede questa città di Perugia in cui fu istituita, nel 1924, la prima cattedra universitaria che portava il nome di Ecologia, affidata a Girolamo Azzi (1885-1969), il noto e dimenticato studioso che ha posto questa università all’avanguardia nel campo di studi allora ai primi passi nel mondo.

E la cattedra di Perugia era ancora l’unica italiana col nome di Ecologia, nel 1970, quando “l’ecologia” è sbarcata in Italia come movimento di contestazione, come bandiera di un progetto di cambiamento della vita umana e della società.

L’Ecologia, come scienza, nei primi due terzi del Novecento aveva, naturalmente, fatto grandi passi; era cresciuta come studio dell’”economia della natura” (secondo la definizione data da Ernst Haeckel (1834-1919)  nel lontano 1866), dei flussi di materia e di energia negli ecosistemi, dei rapporti fra esseri viventi, fra produttori vegetali, consumatori animali e decompositori. Come descrizione del grande, terribile e bellissimo dramma che si svolge sul palcoscenico della natura e della vita.

Un palcoscenico grande, ma non infinito, nel quale gli attori devono fare i conti con problemi di energia e di cibo limitati, partecipano a rapporti di nutrizione lungo le catene alimentari, di concorrenza, di conflitti fra animali che si nutrono di altri (descritti da giganti come l’americano Alfred Lotka (1880-1949), l’italiano Vito Volterra (1860-1940), il sovietico Giorgi Gause (1910-1986), il franco-russo V. Kostitzin (1883-1963)), non per odio, ma nel quadro e al fine della prosecuzione e continuazione della vita. In questo dramma non ci sono rifiuti: i prodotti del metabolismo vengono assorbiti dai corpi inorganici e organici della natura e diventano nutrimento per altri viventi, in cicli chiusi nei quali non esiste accumulazione, né profitto.

La scienza ecologica mostra che la popolazione dei viventi vegetali e animali regola i propri numeri sulla base della disponibilità di cibo e che il pianeta ha una capacità (carrying capacity) limitata di alimentare i viventi e di sopportare e assimilare i prodotti di rifiuto.

L’attenzione per l’ecologia, a livello popolare, era cominciata nei primi anni cinquanta del Novecento quando si è visto che i detriti radioattivi delle esplosioni nucleari — americane, inglesi, francesi, sovietiche — nell’atmosfera entravano nei grandi cicli biologici,  nel corpo degli esseri viventi, fra cui gli umani. I pericoli della radioattività così sparsa sul pianeta  apparivano chiari se se ne seguiva il movimento proprio nei cicli ecologici, nelle catene alimentari; così, negli stessi anni, l’ecologia ha attratto l’attenzione popolare quando si è visto che i pesticidi clorurati persistenti, distribuiti a piene mani per combattere i parassiti e per difendere le colture agricole, entravano anch’essi nelle catene alimentari, passando dal suolo alle acque ai vegetali, agli animali per arrivare nel latte delle donne.

In quegli anni Albert Schweitzer (1875-1965), il premio Nobel per la pace, aveva scritto: “L’uomo ha perso la capacità di prevedere e prevenire: finirà per distruggere la Terra”. Un avvertimento che la biologa americana Rachel Carson (1907-1964) riprodusse nell’epigrafe del suo celebre libro: “Primavera silenziosa” (1962), che contribuì a portare l’ecologia nelle famiglie, sui giornali a grande tiratura, nelle reti televisive.

Gli anni sessanta del Novecento furono segnati da una serie di disastri ecologici: la perdita nel mare del pozzo petrolifero di Santa Barbara, in California, la costatazione degli effetti negativi della grande diga di Assuan, gli effetti dell’uso degli erbicidi nel Vietnam, l’affondamento della petroliera Torrey Canyon, il primo grande disastro di inquinamento marino da petrolio, i primi incidenti ai reattori nucleari, l’alluvione di Firenze, eccetera. Erano i chiari segni di una tecnologia imprevidente, a cui fu dedicato un noto libro —“The careless technology. Ecology and international development” (1971) — di Taghi Farvar e John Milton.

Gli abitanti di molti paesi, soprattutto di quelli industriali, cominciarono a chiedersi come sarebbe stato possibile continuare sulla strada gloriosa del progresso — quello che chiedeva più raccolti, più pesticidi, più bombe atomiche, più automobili, più petrolio — in un mondo di risorse limitate, in un pianeta in cui le scorie di tale ”progresso” finivano nelle acque, che diventavano non più potabili, nell’aria, che diventava sempre meno respirabile, sul suolo, nello stesso corpo degli esseri umani, vicini e lontani dai punti di inquinamento, che restavano come mortale tossicità per le generazioni future.

Nuove parole — risorse naturali, capacità portante del pianeta, inquinamento, catene alimentari — divennero di uso comune: prima negli Stati uniti, poi, intorno al 1970, anche in Italia. Il 22 aprile del 1970 fu proclamato “Giornata mondiale della Terra”, l”Earth Day”, e fu caratterizzato da incontri, conferenze, seminari, sit-in  nelle Università.

Sulla scia dei movimenti di contestazione, di poco precedenti, degli studenti e degli operai, di quella stagione che è stata chiamata “il sessantotto”, nacque un movimento di contestazione ecologica. Le conoscenze ecologiche erano il nuovo strumento di critica del mondo esistente, offrivano il modo per riconoscere nuove forme di violenza, stimolarono una domanda di nonviolenza, quella nuova categoria dello spirito che aveva avuto la sua origine con Aldo Capitini (1899-1968) proprio qui a Perugia.

Un numero crescente di persone — centinaia di migliaia e milioni di persone, anche in Italia, in quella breve primavera dell’ecologia — cominciò a riconoscere che le leggi e i comportamenti economici ufficiali erano in contraddizione con le leggi elementari, ineluttabili, dell’ecologia.

In quel 1970, trent’anni fa — è stata opportuna la scelta di questo anniversario per tenere la conferenza che ci vede riuniti oggi — si moltiplicarono le conferenze, gli incontri. Visto che siamo a Perugia voglio ricordare il seminario di filosofi e naturalisti organizzato dal prof. Prini proprio qui a Perugia proprio nel 1970, col titolo: “Verso il terricidio ?”. Ironicamente è proprio lo stesso tema — Terra: quale futuro ? — che è stato proposto, trent’anni, per questa conferenza ancora qui a Perugia alla fine dell’anno 2000.

Eppure nei trent’anni passati di cose ne sono successe tante. Nel 1970 Fanfani, allora presidente del Senato, organizzò una serie di incontri fra studiosi e parlamentari proprio sui “Problemi dell’ecologia” (è il titolo degli atti, un volume ormai rarissimo). I comunisti, allora accusati di essere sordi, nel nome di un miope “industrialismo”, ai temi dell’ambiente tennero, alla fine del 1971, a Frattocchie, vicino Roma, un seminario sul tema “Uomo natura società” in cui fu ricordata l’attenzione che già Marx ed Engels, nella seconda metà dell’Ottocento, avevano espresso per la posizione dell’uomo nella natura, considerata come “corpo inorganico” dell’uomo, una natura che noi “non dominiamo”, ma dobbiamo trattare come “boni patres familias” per “tramandare migliorata” alle generazioni successive.

Poche brevi considerazioni, squisitamente ecologiche, mostrarono, in quell’inizio degli anni settanta del Novecento, che non era possibile pensare ad una crescita — della popolazione, della produzione di merci agricole e industriali, e di conseguenza della massa delle loro scorie e rifiuti — in un pianeta di dimensioni limitate, i cui corpi naturali hanno una capacità ricettiva limitata per tali scorie e i rifiuti. Non era forse il capitalismo, con il suo dogma dell’obbligo di aumentare le produzioni e i consumi, intrinsecamente incompatibile con le regole delle natura ?

Ironicamente è stato proprio il Club di Roma, un circolo di manager, scienziati, uomini politici, dei paesi industriali capitalistici, a finanziare una ricerca che si concluse con la pubblicazione di un libretto rivoluzionario intitolato: “I limiti alla crescita” (la traduzione italiana portava il titolo errato “I limiti dello sviluppo”).

Il libro concludeva, sempre partendo, ripeto da considerazioni sulla finitezza ecologica delle risorse naturali del pianeta, che la sopravvivenza del pianeta avrebbe richiesto una limitazione della “crescita” — che non ha niente a che vedere con lo sviluppo umano — della popolazione terrestre, dell’estrazione di minerali, dello sfruttamento della Terra, dei consumi, degli sprechi, dei rifiuti.

Il problema coinvolse le Nazioni unite che organizzarono, nell’estate 1972, a Stoccolma, la conferenza ”L’uomo e l’ambiente”, conclusa con un grande invito a nuovi rapporti fra la popolazione terrestre e i beni della natura. La dichiarazione finale aveva toni profetici ma anche sovversivi. Non a caso il mondo imprenditoriale ed economico avviò la sua controecologia, ridicolizzando tutto quanto era stato detto e scritto.

Nacque così il primo controecologismo; volonterosi economisti ridicolizzarono le proposte di limite alla crescita; solo la crescita economica avrebbe potuto — essi dissero — risolvere i problemi di inquinamento dei paesi ricchi e di povertà dei paesi poveri, avrebbero potuto estrarre dalla cornucopia altra energia, petrolio, metalli, grano, carne, acqua.

Ecologismo, ambientalismo, verdismo, diventarono, col passare degli anni, nuove attrattive e mode; gli stessi movimenti persero parte della loro originale carica contestatrice, attratti dalla pubblicità ricevuta dai grandi mezzi di comunicazione, dagli ammiccamenti del mondo economico. L’ecologia aveva fascino e entrò rapidamente anche nell’Università; in pochi anni si sono moltiplicate le cattedre universitarie di ecologia; persone che non avevano mai sentito parlare di questa disciplina divennero ecologi in servizio permanente effettivo: naturalisti, in molti casi, ma anche ingegneri, filosofi, sociologi, economisti, medici. Tutti ecologi, tutti ecologisti. Troppi ecologisti e ecologismi.

A raffreddare tanta frenesia arrivarono le crisi petrolifere degli anni 1974-1980, l’avvertimento che molte risorse naturali avrebbero potuto esaurirsi, che era necessario modificare i modi di produzione e di consumo. Si ebbe così un grande ritorno di attenzione di massa popolare per l’ecologia, un ecologismo della speranza, anche un ecologismo della protesta, un invito a nuove attenzioni per l’ambiente, richieste da una serie di eventi catastrofici: la fusione del reattore di Three Mile Island, la fuoriuscita della diossina a Seveso (1976), la contaminazione con arsenico a Manfredonia (stesso 1976), gli incidenti alle petroliere, la ripresa delle esplosioni sperimentali di bombe atomiche, le morti di lavoratori nelle fabbriche chimiche.

Le speranze ecologiche della seconda metà degli anni settanta, i modesti inviti ad una austerità nei consumi, furono rapidamente neutralizzati e vanificati da un nuovo revisionismo ecologico.

Gli anni ottanta del Novecento sono stati gli anni di un nuovo boom economico, della graduale dissoluzione del comunismo — o di quello che ne restava — nell’Unione sovietica, della diffusione di un pensiero unico in tutto il mondo, anche nei paesi poveri che si avviavano verso il paradiso della società dei consumi: arricchitevi, possedete merci, consumate felici, questo è il dovere morale, l’imperativo del capitalismo globale.

Che importa se tale paradiso comporta l’erosione del suolo, l’impoverimento della fertilità dei suoli, la diffusione delle fragili monocolture nel sud nel mondo, se comporta l’aumento della concentrazione di sostanze tossiche nell’aria delle città, nelle acque dei fiumi ? Che importa se i paesi petroliferi sono in guerra fra loro, se i pozzi di idrocarburi si esauriscono, se gli Stati uniti, che in passato esportavano petrolio, possono tenere in modo la loro flotta di autoveicoli solo importando petrolio dall’Africa, dall’Asia, dall’America meridionale ?  C’è pur sempre l’energia nucleare che anzi ricicla le scorie delle bombe atomiche invecchiate.

Che importa se il lungo cammino di felicità consumistica è stato messo in dubbio dall’esplosione del reattore ucraino di Chernobyl, nel 1986 ? se si moltiplicavano le navi cariche di scorie tossiche in viaggio da un continente all’altro ? se si trovano pesticidi nelle acque potabili ? se il clima continua a peggiorare e i deserti continuano ad avanzare ? Continuate a consumare, qualcosa succederà.

E quando le Nazioni Unite celebrarono a Rio de Janeiro, nel 1992, il ventennale della Conferenza di Stoccolma, ne cambiarono il titolo da “L’uomo e l’ambiente”, a “Ambiente e sviluppo”. L’ambiente naturale, la natura, con i propri problemi e i propri limiti, non hanno il fine di assicurare la vita dell’”uomo”, ma ”servono” per lo “sviluppo”, inteso come crescita economica, la quale crescita ha una soluzione per tutto, può addirittura essere sostenibile;  è possibile, secondo un altro dogma, divenuto bandiera di un nuova ondata di ecologismo, soddisfare i bisogni della nostra generazione lasciando alle generazioni future risorse naturali in grado di soddisfare anche i loro bisogni. Come possa essere questo sviluppo sostenibile nessuno ha mai chiarito.

Avreste dovuto vederli tutti, alle grandi conferenze delle Nazioni unite: ambientalisti ed ecologisti, e i rappresentanti dell’ecologismo imprenditoriale, i venditori di filtri e di inceneritori e di automobili ecologiche, i ministri ecologici e gli assessori tutti amanti della natura, quando poi, tornando a casa, ciascuno si rendeva complice dei grandi condoni edilizi, della moltiplicazione dei pesticidi, delle automobili e della plastica in circolazione, degli inceneritori di rifiuti.

Se ci si volta indietro all’ultimo decennio del Novecento si vedono chiari i segni della disattenzione per l’ecologia: i più recenti eventi di frane e alluvioni, di edificazione selvaggia, di congestione e inquinamento nelle città, di aumento delle montagne di rifiuti (cento milioni di tonnellate all’anno nella sola Italia), sono accompagnati dall’apparente aumento dell’amore, a parole, per l’ecologia e la sostenibilità.

Si moltiplicano le città verdi, le “Agende 21”, le relazioni sullo stato dell’ambiente; molti enti locali, responsabili di offese e distrazioni nei confronti della natura, coinvolgono talvolta le associazioni ambientaliste nella gestione dei parchi, invitano a collaborare alle iniziative politiche, esponenti ambientalisti entrano negli organi di governo. Orsù, smettetela, dicono le persone sagge, di dire sempre di no; collaborate, voi ecologisti e ambientalisti, in  modo da raddrizzare le cose, aiutateci a progettare e fabbricare merci verdi, plastica verde, benzina verde, automobili verdi, detersivi verdi, frigoriferi verdi, mentine verdi. Partecipate ad un “ambientalismo scientifico” come consulenti del principe.

Qualcuno un giorno potrà scrivere una storia del revisionismo ecologico, sul declino della contestazione e della voglia di cambiamento in Italia. Ad un ecologismo accademico, ad un ecologismo delle imprese, ad un ecologismo delle pubbliche amministrazioni, si contrappone, fortunatamente, una nuova vampata di voglia di contestazione e di lotta. Sono le persone, non organizzate, i movimenti spontanei, che contestano gli inceneritori o la speculazione edilizia, che rischiano anche equivoche alleanze nelle lotte contro le modificazioni genetiche di piante e animali commerciali, contro la contaminazione degli alimenti, dovute alla distorsione dei cicli ecologici.

I vegetali non sono più gli affascinanti esseri viventi che creano biomassa fissando energia solare, scambiando materia ed energia con  l’aria e con le acque e col suolo; ma devono essere macchine, modificate e lubrificate con le modificazioni genetiche, in modo da assicurare la massima quantità di merce vendibile e di profitto per ettaro coltivato. Gli animali da allevamento non sono più i viventi che partecipano alle grandi catene ecologiche, ma sono merci, macchine da ingrassare e gonfiare per trarne i massimi profitti monetari.

Troppi ecologismi, insomma, e troppo bisogno di pubblicità, di visibilità, anche a costo di andare a braccetto con sponsors e compagni di viaggio impresentabili, come imprese commerciali e industriali e agricole inquinanti, come i nuovi ecologismi di destra, che cavalcano la nuova tigre dell’ambiente. Col rischio che ecologismo e ambientalismo e verdismo diventino nuovi volti della società dei consumi, che siano costretti, anche per fare cose peraltro buone — come parchi e zone protette — a mettersi a vendere riviste patinate e gadgets, Col rischio di trovarsi mischiati ad equivoche operazioni commerciali di salutismo, consumismo, new age e simili. Col rischio di trovarsi coinvolti con imprese che “fanno” il loro ecologismo con etichette chiamate ecologiche, bilanci chiamati ecologici, e avanti di questo passo.

C’è bisogno, in questo inizio del ventunesimo secolo, di ecologia e di contestazione ecologica ? Eccome. Basta guardarsi intorno: basta guardare le città e le campagne, i fiumi con gli argini cementificati e le coste erose, basta guardare gli iniqui rapporti fra Nord e Sud del mondo, nei quali il successo merceologico dei 1.500 milioni di abitanti nel Nord del mondo è pagato con un aumento della miseria economica, e soprattutto ecologica, di parte dei 4.500 milioni di persone del Sud del mondo. Basta guardare come un pur banale problema, come la limitazione delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera per rallentare i mutamenti climatici, si scontra con egoismi senza fine (da parte perfino degli Stati uniti il cui ex-vicepresidente, Gore, ha scritto libri di successo per fare credere di essere un ecologista). Basta pensare all’enorme quantità di materiale radioattivo presente nelle centrali nucleari e nelle testate delle bombe atomiche — oltre 30.000 bombe atomiche ancora esistenti negli arsenali del mondo !

Con che faccia i governanti, che fanno gli ecologisti nelle grandi assise internazionali, quando sono in patria resistono a qualsiasi azione di valore ecologico quando vengono toccati gli interessi dei loro poteri forti ?

Eccome se c’è bisogno di ecologia e di ecologismo. Di ecologia intesa come educazione alle leggi della natura, che sono solidarietà fra parti viventi e inanimate del pianeta, fra aria, acque e suolo, e solidarietà con le parti viventi del pianeta, vegetali, animali, microrganismi e, soprattutto, con quegli animali specialissimi che sono gli esseri umani; solidarietà intesa come consapevolezza che le risorse naturali sono scarse e che il loro sfruttamento scatena reazioni prevedibili e che possono essere evitate.

Che possono essere evitate se si comprendono i rapporti fra acque e suolo, fra insediamenti umani e terreno, fra fabbriche e agricoltura e aria e suolo. Una educazione all’esplorazione e alla conoscenza delle coste, di quella sottile fragile fascia in cui la terra e il mare si incontrano, per capire dove non si devono costruire edifici e porti turistici; educazione alla conoscenza del moto delle acque nei vari bacini idrografici; all’amministrazione delle interazioni fra presenze umane e fiumi e torrenti, al ”funzionamento” dei boschi e delle zone umide.

Educazione ecologica ai grandi e piccoli cicli e flussi di materiali nei campi, nelle città, nelle industrie, nelle singole abitazioni; ai caratteri delle merci e dei rifiuti che dal consumo delle merci si generano; conoscenze dell’ecologia per la corretta sistemazione dei rifiuti.

Ecologia significa anche il coraggio di dire “no” quando i comodi umani ed economici suggeriscono azioni che compromettono la solidarietà di cui parlavo prima; significa anche il coraggio di dare una tirata di orecchie a troppa economia, che pensa solo a muovere i soldi, senza tenere conto che i soldi si muovono soltanto a cavallo di cose materiali — altro che società virtuale e dematerializzata ! — che sono per forza tratte dal regno della natura.

Non a caso questo incontro è stato promosso proprio da un’associazione che ha come proprio organo una rivista che si chiama “Economia e ambiente”, non economia ecologica o economia ambientale, ma economia e ambiente, nel loro confronto e scontro, nelle loro somiglianze e contraddizioni.

E di ecologia e di contestazione ecologica c’è bisogno se si vuole dare una risposta alla domanda che costituisce il titolo di questa conferenza: “Terra, quale futuro ?”; un futuro che vedrà, nel prossimo quarto di secolo, il pianeta Terra abitato da circa 7.500 milioni di persone. Dove troveremo tutto il pane, l’energia, l’acqua, per sfamare tanta gente, per soddisfare i bisogni di questi terrestri, sparsi nelle grandi città industriali, sfolgoranti di luci e di consumi, ma per lo più sparsi nelle giungle, nelle savane, nei deserti, con limitata assistenza medica, istruzione, con scarsità di cibo e di acqua potabile e di servizi igienici.

Ecologia e ecologismo significano mettere in discussione le scelte economiche che finora hanno consentito ai paesi ricchi e ai terrestri ricchi di diventare più ricchi, lasciando più poveri i paesi poveri e i terrestri poveri, sfruttati come fonti di mano d’opera a basso prezzo, come fonti di materie prime, di risorse naturali, di foreste e minerali e fonti di energia, e lasciati con terre erose e contaminate dai rifiuti. I segni di una nuova contestazione ecologica si cominciano a intravvedere nella protesta contro le nuove pratiche agricole e zootecniche che mirano ad aumentare i profitti delle imprese a spese della salute dei suoli e dei consumatori, nella protesta contro un pensiero unico che bada a moltiplicare le merci senza chiedersi da dove vengono e dove vanno a finire le scorie; nella protesta contro le azioni consumistiche che modificano i grandi corpi della natura provocando modificazioni irreversibili e disastrose del clima.

Ecologia significa protesta, ma anche speranza; significa bisogno e domanda di pace e collaborazione fra gli esseri viventi; la guerra, i conflitti, le competizioni economiche, qualunque sia il grado di apparente conclamato ecologismo dei partecipanti, sono gli esatti contrari dell’ecologia, del grande dramma della vita di cui parlavo all’inizio.