SM 2193a — Sete ! — 2000

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il manifesto,  4 luglio 2000

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Non rallegratevi troppo, voi abitanti di Milano o Roma, per l’acqua che sgorga abbondante dai rubinetti delle vostre case. Ci sono milioni di italiani che non solo non hanno, tutti i giorni, acqua per annaffiare i terrazzi, o non sono rallegrati da fontanelle stradale da cui sgorga perenne l’acqua; questi nostri concittadini non hanno neanche, tutti i giorni, nelle loro case, acqua di buona qualità per bere. 

Sulla superficie dell’Italia, ogni anno, le piogge assicurano un flusso di acqua di circa 150 miliardi di metri cubi, indispensabili per la vita nei fiumi e nei laghi e per la vegetazione spontanea. Poca, se si pensa che le attività umane ne prelevano già circa un terzo. L’agricoltura se ne prende circa 30 miliardi di metri cubi, l’industria circa dieci e le città, le famiglie, ne assorbono circa altri dieci miliardi di metri cubi. Il fatto è che la distribuzione delle piogge, del deflusso delle acque superficiali nei fiumi, e di quelle sotterranee, è diversissimo dal Nord al Sud del paese e di conseguenza è diversissima la disponibilità di acqua nelle varie regioni.

Le acque superficiali e sotterranee non hanno un padrone, così dice la legge “trentasei”: “Tutte le acque sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà“. Dopo questo preambolo quasi bolscevico la legge spiega bene come innumerevoli enti acquedottistici, società private, consorzi di bonifica possano prendersi le acque di tutti e venderle come gli pare, a prezzi che dipendono dal costo di raccolta, distribuzione e gestione, tanto che tale prezzo può essere di meno di 1000 lire al metro cubo per le famiglie del Nord, dove le acque sono abbondanti, è dieci volte di più nel Sud, dove le acque sono scarse, e arriva a oltre centomila lire al metro cubo per quei miliardi di litri venduti in bottiglie di plastica ogni anno da abili imprenditori che riescono così a farsi pagare prezzi iperbolici per l’acqua di sorgenti che dovrebbero invece assicurare alle case degli italiani a prezzi decenti, la più indispensabile delle merci.

I libri di ecologia dicono che l’acqua è una risorsa rinnovabile: non è vero. Le acque dei fiumi e dei laghi vengono reintegrate continuamente dalle piogge, ma la loro qualità peggiora continuamente, perché fiumi, laghi e falde idriche sotterranee vengono usati come ricettacoli di tutti i rifiuti delle città, dell’agricoltura, delle industrie. L’acqua insomma, in un paese come il nostro, è scarsa e la sua qualità peggiora sempre.

C’è, naturalmente, chi sta peggio: duemila milioni di terrestri, sui seimila che abitano il pianeta, sono colpiti da malattie dovute alla mancanza di acqua, alla mancanza di gabinetti e fognature, all’uso di acqua potabile contaminata. L’esame della situazione dell’acqua nel mondo impone di avviare un grande movimento che coinvolga i paesi industrializzati e quelli sottosviluppati, in un grande progetto di solidarietà: lo chiede il recente “Manifesto dell’acqua” che invoca un Parlamento mondiale dell’acqua, con leggi uguali per tutti i paesi, da diffondere, attraverso i vari comitati nazionali, nell’ambito dei parlamenti locali.

Un piano mondiale per l’acqua, da far approvare nelle varie conferenze internazionali, deve prevedere: azioni che comportino una educazione a “consumare meno” acqua, una guerra allo spreco dell’acqua nei vati usi industriali, agricoli e domestici; azioni che assicurino a tutti i cittadini una quantità minima di acqua pagata dallo stato; chi consuma acqua in quantità maggiori deve pagarla ad un prezzo che scoraggi gli sprechi. Una revisione dell’attuale politica di privatizzazione dell’acqua che deve essere, come vuole la legge, un bene di tutti: è inaccettabile che una impresa si appropri dell’acqua di alcune sorgenti, la sottragga agli altri cittadini e la venda come una propria merce a prezzi governati soltanto dalla massimizzazione  del proprio profitto. Una adeguata lotta contro l’inquinamento delle acque è inoltre indispensabile per salvare la qualità delle acque ancora disponibili.

Il “Manifesto dell’acqua” guarda alla scuola, alla diffusione dei precedenti “quattro punti” fra le generazioni che saranno più danneggiate dalla futura scarsità dell’acqua; i comitati nazionali si propongono di diffondere dei libri che aiutino i ragazzi a comprendere che l’acqua è un bene collettivo, appartiene a ciascuno di loro e pertanto va protetto e risparmiato, se non si vuole, un giorno, fare i conti — conti salati — con la sete, in Italia, in Europa e nell’intero pianeta.