SM 2192 — Che cosa c’è dentro la scatola ? — 2000

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Alias, il manifesto, n. 35, 24 giugno 2000

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Che ci piaccia o no, gli alimenti contenenti derivati di piante geneticamente modificate (OGM) sono ormai fra noi e lo saranno in quantità sempre maggiore in futuro. In tali piante le proteine sono state modificate “ad arte” in modo da rendere le piante più resistenti all’attacco di parassiti, o di pesticidi, o da rendere i frutti o i semi più facilmente conservabili. E’ difficile dire se poi queste proteine possono trasferire modificazioni biologiche negli organismi animali ed umani che le introducono con il cibo, e se le modificazioni della qualità biologica e merceologica degli alimenti avranno effetti negativi sulla salute dell’attuale e delle future generazioni.

Di certo gli alimenti transgenici sono arrivati in commercio troppo presto, e senza una adeguata sperimentazione sugli effetti a breve e lungo termine. D’altra parte la fretta è imposta dalle industrie che hanno proceduto, in sofisticati e costosi laboratori, a modificare il patrimonio genetico di numerose piante economiche e che vogliono vendere le relative sementi al più presto per ricuperare, con adeguati profitti, le spese sostenute. Gli stessi agricoltori trovano vantaggioso coltivare le nuove piante.

Personalmente ritengo che l’immissione in commercio di “merci” prive di adeguata sperimentazione e controllo avrebbe dovuto essere evitata, ma ormai la  diffusione delle sementi transgeniche mi sembra difficilmente fermabile. I governi sono schiacciati dalle pressioni degli interessi dell’industria chimica e degli agricoltori e di questa lotta di giganti fanno le spese i cittadini.

Intanto va detto che noi non troviamo in commercio alimenti “OGM” o “non-OGM”, ma solo alimenti che possono contenere, o non contenere, dei “derivati” di “organismi geneticamente modificati”: olio o lecitina di soia GM, farina o olio o amido di mais GM, pomodori GM trasformati in conserve, eccetera.

Il consumatore, nel caso migliore, potrà essere informato, mediante etichette, che alcuni degli alimenti che trova in commercio derivano da, o contengono derivati di, piante transgeniche, e al più potrà evitare di acquistarli se li ritiene nocivi. Ma che cosa potrà fare il consumatore quando si trova di fronte ad alimenti che non portano nessuna etichetta che ne indichi la “origine transgenica” ? Che cosa può sapere di quello che compra ?. Come può un consumatore sapere se la lecitina presente in una maionese, o l’olio di soia o di colza, o la conserva di pomodoro, o l’amido di mais non derivano da piante GM ?

D’altra parte stanno già comparendo in commercio alimenti che il venditore dichiara che “non contengono” derivati di piante geneticamente modificate, una nuova raffinata forma di pubblicità per attrarre i consumatori più dubbiosi.  Quanto può fidarsi un consumatore delle dichiarazioni del venditore ? Chi controlla la veridicità di una dichiarazione di “assenza” di derivati di piante transgeniche ? In quale modo è possibile accertare l’esatta origine biologica, la “storia naturale”, dei prodotti che si comprano ?

La risposta ovvia a tali domande sarebbe: mediante indagini di laboratorio. Le modificazioni genetiche praticate sulle sementi lasciano nelle piante e nei loro derivati delle “tracce”, delle “impronte digitali”, si fa per dire, che consentono — in via di principio — di riconoscerne la storia biologica precedente. In pratica l’analisi di queste “impronte digitali” richiede laboratori specializzati e personale altamente qualificato ed è molto costosa, anche se potrebbe offrire occasioni di nuova occupazione per  analisti e specialisti in indagini chimico-biologiche e per la produzione delle relative apparecchiature. Un bel campo di lavoro anche per gli studiosi di merceologia.

Purtroppo le ”impronte digitali” si sbiadiscono o addirittura scompaiono nel corso delle manipolazioni dei prodotti agricoli e della loro trasformazione negli alimenti commerciali. Se nelle proteine della farina di mais è ancora possibile riconoscere l’origine transgenica delle sementi, l’olio di mais proveniente da semi GM finisce per essere praticamente non distinguibile, per via analitica, da quello ottenuto dai comuni semi di mais. Davanti ad una bottiglia di olio di semi, come fa il consumatore a sapere se è stato ottenuto da semi di piante geneticamente modificate o no ? Addirittura le industrie “biotecnologiche” sostengono che anche se un olio deriva da piante GM non ne deve essere indicata l’origine perché è “sostanzialmente equivalente” a quello della stessa pianta non-GM. Nei processi di trasformazione dei pomodori transgenici in conserve, spesso scompaiono le tracce che ne indicano l’origine.

La tutela della salute, anche in questo campo, richiede l’intervento dello stato i cui laboratori soltanto possono (dovrebbero) dare garanzia di esattezza e obiettività, garanzia di operare “pro bono publico”. Ma nel gran dibattito in corso sulla sanità, l’attenzione per l’aumento del numero e dell’efficienza dei laboratori pubblici capaci di controllare la qualità degli alimenti è praticamente assente.

Se ne sono viste le conseguenze in occasione dell’importazione di alimenti contaminati da sostanze tossiche (bifenili policlorurati, diossine e forse altre), quando è stato necessario aspettare settimane, dopo la denuncia del pericolo, per avere i risultati delle prime analisi e nel frattempo carne e uova sono stati distrutti senza sapere se erano dannosi o no. Proprio in quella occasione si è anzi visto che pochissimi laboratori in Italia erano in grado di effettuare le analisi delle diossine, benché esse siano presenti intorno a noi nei fumi del traffico, delle fonderie e degli inceneritori di rifiuti. Che garanzia può offrire un servizio pubblico di analisi degli alimenti che ha permesso, per anni, che l’olio di nocciole turco fosse spacciato per olio di oliva ?

Nel caso del controllo degli alimenti transgenici si tratta di cominciare tutto di sana pianta con problemi tecnico-scientifici ben più grossi di quelli relativi alle altre frodi alimentari “abituali”. Vorrei concludere con la ferma raccomandazione alle autorità preposte alla difesa della salute, a livello nazionale o locale, perché vengano creati e potenziati laboratori pubblici di analisi e venga reclutato e addestrato personale competente e motivato, in grado di offrire una risposta ai cittadini sulla origine e sulla innocuità dei loro alimenti. E’ inoltre necessario che tali laboratori siano diffusi ugualmente nel Nord e nel Sud d’Italia, anche per evitare che in alcune regioni del nostro paese il cittadino finisca per essere meno difeso, e meno sicuro, che in altre.