SM 2187a — La biotecnologia e le merci transgeniche — 2000

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Giano, 12, (34), 123-127 (gennaio-aprile 2000); Ecologia Politica CNS, 10, (28), aprile 2000

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Il XXI secolo si apre con nuove “cose” — esseri viventi ? merci ? — derivate da modificazioni dei vegetali e animali, finora noti, attraverso manipolazioni genetiche, cioè intervenendo sulle basi stesse della vita. Tali manipolazioni vengono chiamate “biotecnologie” — ma sono biotecnologici anche i processi con cui i batteri trasformano gli zuccheri in alcol o in antibiotici e amminoacidi, o gli idrocarburi in proteine, e tali processi non coinvolgono alcuna manipolazione genetica.

La genetica tradizionale riesce a ottenere ibridi dall’incrocio di piante e animali differenti, talvolta con grandi successi; si pensi alle selezioni che hanno permesso di ottenere ibridi di mais con una resa per ettaro doppia, o frumento che non si lascia abbattere dal vento, o agli incroci che hanno permesso di ottenere mucche ad alta produzione di latte, eccetera. Ma la biotecnologia va molto al di là di questo. La natura ha “fabbricato”, attraverso lenti processi evolutivi, piante e animali senza pensare che dovessero “servire” un giorno alle fabbriche e ai commerci, e quindi molti organismi vegetali e animali sono “economicamente” scadenti. Alcune piante, le leguminose, sono capaci di fissare direttamente l’azoto dell’aria trasformandolo in proteine, grazie a microrganismi presenti nelle radici; altre, commercialmente preziose, come i cereali, possono crescere soltanto portando via azoto dai sali presenti nel terreno e per questo richiedono l’apporto di costosi concimi, Un vecchio sogno, che appariva fantascientifico, immaginava di inserire nei cereali i batteri azotofissatori in modo da evitare l’impiego di concimi nella loro coltivazione. Le biotecnologie vanno in tale direzione.

Le manipolazioni genetiche sono percepite in modo molto diverso dall’opinione pubblica, come spiega il libro di J. Rifkin, “Il secolo biotech”, Milano, Baldini e Castoldi, 1998. L’aspetto che ha destato maggiore interesse, e anche rigetto, è l’idea che, con tali manipolazioni, sia un giorno possibile “fabbricare” esseri viventi, e quindi anche esseri umani, entro certi limiti a piacere. Così si sono lette strane estrapolazioni fantascientifiche sulla possibilità di riprodurre intere falangi di ariani nazisti tutti uguali, o magari anche di scienziati come Einstein, tutti uguali.

Un secondo aspetto riguarda l’etica: è possibile modificare artificialmente quello che dio ha predisposto nella sua infinita saggezza ? Poiché nessuno sa quale sia tale saggezza, la risposta ”si” o “no” a questa domanda resta aperta a qualsiasi opinione o credenza personale. Senza dimenticare che gli esseri umani in una forma o nell’altra sono sempre intervenuti per rendere piante e animali più adatti alle necessità economiche e commerciali.

Ai precedenti quesiti o dubbi non so dare risposta, perché esulano dalle mie modeste conoscenze; mi fermerei perciò su alcuni aspetti industriali e merceologici delle biotecnologie. La “correzione” artificiale dei “difetti” delle piante e degli animali può essere ispirata anche a fini nobili: l’aumento delle rese agricole potrebbe contribuire a ridurre la fame nel mondo; la disponibilità di piante geneticamente modificate resistenti ai parassiti potrebbe far diminuire la richiesta di pesticidi e i conseguenti effetti negativi sugli ecosistemi; una maggiore resistenza dei prodotti agricoli al degrado nei processi di trasformazione e conservazione potrebbe facilitare il trasporto e la durata degli alimenti.

Alcune di queste correzioni sono possibili con delicate e costose tecniche — biotecnologiche, appunto — “inventate” negli ultimi venti anni e che consentono di “tagliare” dei pezzetti del patrimonio genetico che governa i caratteri delle cellule viventi, inserendoli nelle cellule di altre piante o animali. Queste operazioni richiedono grandi investimenti e possono essere fatte soltanto da industrie specializzate, in pratica dai grandi gruppi multinazionali dell’industria agroalimentare e chimica.

Per proteggere dai concorrenti i risultati di tali costose ricerche, le industrie che le hanno condotte li stanno brevettando: chi vuole sementi resistenti, per esempio, ad un certo parassita o ad un erbicida dannoso, deve acquistare la conoscenza delle rispettive procedure di manipolazione genetica da chi le ha realizzate per primo. Alcuni interessanti riferimenti ai brevetti “transgenici” si trovano nel libro di A. Onorati e I. Verga, “Il futuro geneticamente modificato”, Roma, Centro Crocevia, 1998.

E si è subito posto il problema se si può brevettare “la vita”, e se si può accettare che una impresa industriale diventi, di fatto, padrona esclusiva di conoscenze da cui potrebbe dipendere la vita di milioni di persone. C’è il rischio di un nuovo imperialismo biologico, per cui una società o uno stato potrebbero negare ad altri paesi la disponibilità di piante utili o di cure per alcune malattie ? Ancora una volta la risposta sconfina nel terreno dell’etica e comunque vengono alla mente altri tempi e altre persone, come i coniugi Curie che un secolo fa, scoprirono l’esistenza del radio e le sue proprietà curative del cancro e si rifiutarono di brevettare questa loro scoperta. E inoltre quali possono essere le conseguenze della produzione di piante transgeniche sull’ambiente, e dell’uso di organismi transgenici e dei loro derivati sulla salute umana ?

Cultori di etica e ambientalisti dicono la loro, ma il mercato risponde positivamente: si moltiplicano gli agricoltori che “comprano” sementi di piante transgeniche resistenti ai parassiti, e vendono i relativi raccolti. Le piante maggiormente coinvolte sono il mais, la soia, le patate, i pomodori, la colza, la barbabietola da zucchero, eccetera.

Per quanto riguarda l’ambiente, uno dei successi dell’ingegneria genetica consiste nel produrre piante resistenti ad un potente erbicida, il glifosato. Tale erbicida distrugge sia le piante indesiderabili, sia le stesse colture agricole, il che è scomodo; la Monsanto, la società produttrice, ha così incaricato gli scienziati di preparare delle varietà di soia, mais, eccetera, resistenti al glifosato. In questo modo la massiccia applicazione di glifosato distrugge bene le piante infestanti ma non disturba le coltivazioni delle altre piante di interesse commerciale, una volta che siano geneticamente modificate, per cui la società proprietaria dei brevetti può guadagnare sia vendendo “di più” il proprio erbicida, sia vendendo le sementi transgeniche; l’ “unico” inconveniente è che il glifosato, impiegato in dosi elevate, finisce nel terreno e nelle acque e resta nei vegetali destinati all’alimentazione umana.

Un altro esempio è offerto dal mais transgenico: nelle pratiche di agricoltura “biologica” alcuni parassiti vengono combattuti con la tossina presente in un batterio, il Bacillus thuringiensis, Bt, costoso e delicato da applicare. Un’altra delle operazioni biotecnologiche ha permesso di ottenere del mais che porta “dentro” il proprio patrimonio genetico, le proprietà pesticide del Bt; i parassiti non attaccano le piante, ma c’è il rischio che la tossina passi negli ecosistemi e negli alimenti.

E’ possibile che i nuovi caratteri acquisiti dalle piante geneticamente modificate, per esempio la resistenza ad alcuni antibiotici, vengano trasferiti agli organismi dei consumatori, siano esseri umani o altri organismi animali, al punto da rendere inefficace l’impiego di tali antibiotici nel caso di malattie ? L’uso alimentare di piante o di animali transgenici può avere effetti nocivi sulla salute delle persone ? dopo quanto tempo possono farsi sentire gli eventuali effetti nocivi ?

E’ in corso uno scontro di giganti fra le grandi compagnie agroalimentari e chimiche una parte e, dall’altra parte, le organizzazioni di difesa dell’ambiente e dei consumatori, con i governi e i parlamenti, nazionale ed europei, presi fra questi due fuochi. Come è prevedibile, sono più forti e attrezzate le strutture che “vogliono” dimostrare l’assoluta innocuità degli ingredienti derivati da organismi transgenici. E’ la stessa situazione che ha impedito, per anni, di togliere dal commercio pesticidi come il DDT o i derivati dell’acido triclorofenossiacetico o gli oli alimentari contenenti acido erucico o di vietare gli ormoni nei mangimi: sono troppo pochi i laboratori che lavorano per la difesa dei cittadini, rispetto alla gran massa di laboratori e di “scienziati” impegnati a dimostrare che non c’era allora, e non c’è oggi, nessun pericolo per la salute.

Davanti comunque ad una crescente, giusta, domanda, da parte dei consumatori, di maggiore sicurezza, alcuni governi europei, in un primo tempo, hanno considerato l’ipotesi di vietare le importazioni, dagli Stati Uniti, di sementi di piante transgeniche, una azione che avrebbe danneggiato l’agricoltura americana e che si è dimostrata non praticabile anche perché talvolta i semi di soia o di mais transgenici rappresentano una frazione di poche unità percento su enormi partite di merce. Poi è stata avanzata la proposta di vietare la coltivazione di piante transgeniche in Europa, ma anche questa strada è stata rapidamente abbandonata davanti alle proteste degli agricoltori che hanno ben presto riconosciuto i vantaggi economici delle nuove coltivazioni.

I soggetti più importanti, ma anche più trascurati, i consumatori, rivendicano almeno il diritto di conoscere che cosa i loro alimenti contengono. Le prime merci coinvolte sono i prodotti ottenuti con l’ “agricoltura biologica”, per i quali non dovrebbero essere impiegati organismi geneticamente modificati o loro derivati. Chi produce tali alimenti dovrà perciò essere certo di acquistare materie prime — dalle sementi che impiega nelle coltivazioni, ai mangimi degli animali, ai prodotti impiegati nella produzione del pane, della carne, eccetera — prive di derivati di organismi transgenici. E’ possibile che il prezzo degli alimenti “biologici” aumenti e si può prevedere una richiesta di analisi e controlli che garantiscano l’assenza di materiali transgenici nelle merci acquistate e vendute da parte di questo settore agricolo, anche per difendere i consumatori da possibili nuove frodi.

I governi dei vari paesi discutono la possibilità di segnalare ai consumatori, con una etichetta, gli alimenti che contengono ingredienti derivati da prodotti transgenici e in questo caso il consumatore li sceglierà o eviterà sulla base di proprie considerazioni, di prezzo, di maggiore o minore convinzione della loro innocuità. La presenza di semi di mais o di soia o di pomodoro, geneticamente modificati, nelle partite che entrano nei vari cicli produttivi agroindustriali è, entro certi limiti, riconoscibile; è possibile riconoscere la presenza di un seme transgenico anche fra mille o anche diecimila semi normali. I problemi si fanno più complicati quando si tratta di ricostruire la “storia naturale” dei derivati, per esempio delle farine, o della lecitina, o di un grasso, estratti da mais o soia transgenici e per ora i governi pensano di imporre l’etichettatura al più agli alimenti transgenici quando sono facilmente riconoscibili per via analitica, mentre sarebbero esenti da etichettatura i derivati di organismi transgenici quando sono “sostanzialmente equivalenti” ai loro omologhi tradizionali. Una definizione generica e abbastanza equivoca che esenta dalla etichettatura molti prodotti di cui al consumatore potrebbe comunque interessare di conoscere l’origine. Ma se un alimento non porta alcuna indicazione, o addirittura se, come si comincia a fare, per motivi pubblicitari, un alimento è presentato come “esente” da derivati di organismi geneticamente modificati, quali garanzia ha il consumatore sull’origine dei vari ingredienti ?

In questa confusione e davanti a difficoltà anche analitiche — messe in evidenza negli atti del convegno “Metodi per l’identificazione di alimenti geneticamente modificati”, organizzato nel gennaio 1999 dalla associazione AITA, Via Soldini 50, 20133 Milano — che credibilità può avere l’affermazione che una merendina o una maionese o una conserva di pomodoro non contiene derivati di piante transgeniche, quando non si è in grado di garantire l’origine delle lecitine, dei grassi, delle farine, dell’amido, dei pomodori, dello zucchero, eccetera, presenti nei vari alimenti? Chi fabbrica dolciumi, paste, pane, alimenti in scatola, eccetera, acquista materie prime da produttori che a loro volta hanno trattato altre materie prime acquistate da altri ancora, che a loro volta hanno acquistato mais o soia o pomodori da agricoltori o importatori.

Per sventare le possibili frodi per i consumatori assume ancora maggiore importanza la disponibilità di metodi analitici in grado di svelare le modificazioni genetiche e di laboratori in grado di applicare tali metodi in modo affidabile e convincente; la svolta merceologica che stiamo vivendo offre quindi anche nuove occasioni di innovazione, di ricerca scientifica e di occupazione in settori di avanguardia.

Ma occorre forse anche aggiornare la legislazione sulle frodi alimentari: quale reato commette un venditore che dichiara assenti, o non dichiara presenti, in un prodotto ingredienti transgenici che accurate analisi possono invece rivelare presenti ? Come possono essere organizzate strutture pubbliche di controllo, che richiedono apparecchiature sofisticate e costose per analisi che richiedono tempo, specialisti e che sono anch’esse costose, quando i laboratori esistenti non riescono a sconfiggere neanche le frodi più banali, come la sofisticazione dell’olio di oliva con olio di nocciole ?

Si tratta, come si vede, di domande per ora senza risposta, che fanno però intravvedere nuovi orizzonti nella ricerca, occasioni di nuova occupazione e una domanda di nuove professionalità in campi che sono al confine fra la biologia, la chimica e la merceologia, la tecnologia agricola e quella alimentare: una bella sfida anche per le Università.