SM 2165a — Merceologia dei rifiuti e dei prodotti riciclati — 2000

This entry was posted by on sabato, 13 settembre, 2014 at
Print Friendly

ALERR, Agenzia Lucchese per l’Energia e il Recupero delle Risorse, Seminario sul tema: “Parliamo di riciclaggio”, Lucca, 14 febbraio 2000

Giorgio Nebbia  nebbia@quipo.it

 

Come uscire dalla trappola dei rifiuti

 Non sarà possibile uscire dalla trappola in cui siamo caduti, con la continua produzione, in Italia, di 100 milioni di tonnellate all’anno di rifiuti, se non si lancia un grande piano per il recupero di tutto quanto è possibile dai rifiuti, cioè dalle merci e dai materiali usati.

L’esperienza mostra che le proposte di moltiplicare le discariche o di diffondere inceneritori, con qualunque nome presentati, sono insostenibili. E’ sempre più difficile trovare spazio — cave abbandonate, valli isolate — in cui creare nuove discariche: le discariche di rifiuti sono masse di materiale “vivente” in continua trasformazione per anni, che liberano, in tale trasformazione, gas, liquami, sostanze nocive, durature fonti di inquinamento.

E’ sempre più difficile trovare consensi per la costruzione di nuovi inceneritori che si rivelano fonti di inquinamento dell’atmosfera, che lasciano una rilevante massa di “ceneri”, cioè di residui solidi suscettibili di liberare, per contatto con l’acqua delle piogge o del sottosuolo, sostanze tossiche.

La salvezza può essere cercata soltanto nella separazione delle varie componenti dei materiali e nel loro riciclo nella massima quantità possibile, come del resto prescrivono le norme europee e italiane che pongono, subito dopo l’obiettivo di diminuire la massa dei rifiuti, l’obiettivo di ricuperare materie dai rifiuti. Ciò presuppone la mobilitazione di studiosi, di inventori, di imprese, lungo vie difficili, che richiedono tempo e una nuova forte capacità di pressione popolare nel nome di una Italia meno insostenibile dell’attuale. D’altra parte se non si comincia non si farà mai nessun passo avanti.

Nessun diavoletto maxwelliano può salvarci

Gli ostacoli al riciclo si possono riconoscere nel carattere dei rifiuti. I rifiuti sono sostanzialmente merci usate: residui della vita domestica, macchinari usati, automobili e elettrodomestici abbandonati, residui di processi industriali, residui delle attività agricole e agro-industriali, materiali di risulta delle demolizioni degli edifici, eccetera.

Ciascuna “merce” o “oggetto” contiene dei materiali — carta, vetro, plastica, metalli, gomma, materie organiche, eccetera — che, in via di principio, si dovrebbero poter  ricuperare. Purtroppo ciascun processo che trasforma una materia prima in merce comporta una contaminazione del materiale originale, della materia prima.

Prendiamo il caso dei giornali, costituiti da carta addizionata (contaminata) con inchiostro: è del resto l’inchiostro che porta con se l’informazione, la notizia, il “servizio” che la merce-giornale rende all’acquirente. Se avessimo un ”diavoletto di Maxwell” (simile a quello suggerito per l’energia) capace di separare ogni particella di inchiostro da ogni fibra di carta, potremmo ricuperare (e riutilizzare) il 100 % delle fibre della carta e delle particelle di inchiostro. Non solo tale ”diavoletto di Maxwell” delle merci non esiste, ma i produttori di ogni merce si affannano a modificare, a fini commerciali, le materie prime originali quanto più possibile con sostanze contaminanti, il che rende ancora più difficile il loro riutilizzo. Il grande economista americano Georgescu-Roegen aveva ben parlato di un ”quarto principio” della termodinamica che spiega come anche la materia si degrada da un passaggio all’altro, dalla natura, ai fabbricanti, ai consumatori, il che ne rende sempre più difficile il recupero in forma di nuovo utilizzabile.

Per esempio la carta è addizionata, oltre che con inchiostri vari, con sostanze di carica, collanti, materie plastiche, coloranti, punti metallici, eccetera, tutti da eliminare per ottenere carta nuova, la cui massa è inevitabilmente inferiore a quella della carta usata immessa nel processo di recupero.

Lo stesso vale per il vetro: se si trattasse del materiale di cui parlano i libri di merceologia — il prodotto di fusione di calcare, soda, sabbia, feldspato — per rifusione non sarebbe difficile ottenere altro vetro. Ma il vetro, per soddisfare presunte domande dei consumatori, è addizionato con altri sali, con altri agenti, con coloranti, eccetera, variabili da fabbricante a fabbricante, il che rende sempre più difficile il riciclo: dal riciclo del  vetro colorato si ottiene vetro colorato più scuro, di più scadente qualità e accettabilità merceologica. Il vetro dei tubi fluorescenti e dei video televisivi è contaminato da agenti tossici ed è difficilmente lavabile e ricuperabile, eccetera.

Lo stesso vale per le materie plastiche: se i manufatti che arrivano al consumatore contenessero il politene o il PET o perfino il PVC, il loro riciclo, pur difficile, sarebbe possibile; ma negli oggetti commerciali di plastica i polimeri di base sono addizionate con plastificanti, coloranti, additivi, eccetera, che ne rendono difficile, talvolta praticamente impossibile, il ricupero. Da qui il successo delle campagne di vendita degli inceneritori, presentati come “unica” soluzione alle difficoltà di riciclo.

Alcuni obiettivi

Il primo punto di un piano per il riciclo presuppone una mobilitazione per conoscere i caratteri, i materiali e gli additivi presenti nei rifiuti delle attuali merci (carta, alimenti, tessuti, indumenti, imballaggi, vetro, materiali da costruzione, fili elettrici, eccetera), e degli attuali macchinari (frigoriferi, termosifoni, autoveicoli, televisori, computer, eccetera). Si tratta di una impresa difficile perché bisognerebbe prima sapere come sono fatti e che cosa contengono le merci e i macchinari, e le imprese non solo non sono disposte, in via di principio, a “svelare” i loro “segreti” industriali — e figuriamoci di quali “segreti” si tratta ! — ma spesso i fabbricanti stessi non sanno quello che usano.

In via di principio dovrebbero essere i governanti a raccogliere informazioni sulla composizione delle merci in circolazione. In assenza di un intervento pubblico, il successo dell’operazione di conoscenza delle merci dipende dalla collaborazione di quella parte delle strutture di ricerca universitarie e pubbliche che è disposta a lavorare nell’interesse dei cittadini, dalla collaborazione delle organizzazioni dei lavoratori e delle stesse imprese, dalla circolazione di conoscenze disponibili in altri paesi, dalla creazione, insomma, di un archivio merceologico sulla composizione delle merci e dei materiali in circolazione e dei relativi rifiuti.

Una volta esisteva un “dizionario di merceologia”; adesso sarebbe auspicabile la pubblicazione di un “dizionario di merceologia dei rifiuti”: forse sarebbe anche un successo editoriale ! Il lavoro potrebbe essere molto facilitato se esistessero dei laboratori chimico-merceologici in grado di analizzare le merci in circolazione, i “rifiuti” generati dai vari processi di produzione e di “consumo”, e di dare suggerimenti su come migliorare la raccolta separata.

Un sottoprodotto di questo lavoro sarebbe rappresentato dall’aumento delle informazioni utili per migliorare la sicurezza e le condizioni di lavoro dei lavoratori nell’ambito dei processi produttivi, la sicurezza dei consumatori nei confronti dei prodotti commerciali con cui vengono a contatto. L’indagine, infine offrirebbe elementi conoscitivi per un controllo sulle sempre più frequenti dichiarazioni di “ecosicurezza”, sulle “ecoetichette”, eccetera, basate su informazioni “riservate” fornite dai fabbricanti e della cui veridicità i consumatori non hanno alcuna possibilità di verifica.

Come migliorare la raccolta separata dei rifiuti

 Ai fini della produzione di nuove merci dalle merci usate, la auspicata migliore conoscenza delle merci e dei rispettivi rifiuti è essenziale per migliorare la raccolta separata dei rifiuti da usare come materie “seconde” di nuovi processi produttivi. Si tratta di elaborare una serie di indicazioni — una specie di pedagogia — per spiegare che la raccolta separata dei rifiuti è opportuna, ecologicamente virtuosa, e utile all’economia e all’occupazione, ma che può essere efficace soltanto adottando varie precauzioni.

Bisogna, per esempio, spiegare come la raccolta separata va fatta, quali oggetti non devono essere messi nella campana del vetro o della carta o della plastica. Bisogna spiegare che i rifiuti raccolti separatamente sono destinati ad essere materie prime, o “seconde”, per altri cicli produttivi, i quali hanno le loro esigenze tecniche (e anche commerciali), che hanno bisogno di essere alimentati con materie omogenee: che basta una piccola quantità di sostanze estranee per rendere inutilizzabile una partita di carta o di vetro o di plastica. Per inciso questa pedagogia farebbe anche crescere una cultura industriale così scarsa in questo nostro paese.

E’ una esperienza comune che molte pur generose iniziative di volontariato, o molte imprese di raccolta separata e offerta delle merci da riciclare vanno incontro all’insuccesso. Ad un ancora più certo insuccesso sono destinate le operazioni di raccolta dei rifiuti cosiddetta “multimateriale”: dalla miscela di materiali altamente eterogenei — vetro, plastica, lattine, per esempio — si ricuperano soltanto materie talmente contaminate da risultare inutilizzabili.

Certamente una buona e attenta raccolta separata presuppone il coinvolgimento dei cittadini, è faticosa e scomoda, mentre è tanto più facile e comodo parlare di raccolta separata pur sapendo che le miscele di materiali eterogenei finiscono per essere destinate alle discariche o agli inceneritori. Viene talvolta il sospetto che una cattiva e grossolana raccolta separata sia quasi fatta apposta per assicurare la materia prima per gli inceneritori, o termovalorizzatori, che sembrano essere tanto amati.

Molte fabbriche ormai operano producendo merci dai rottami e rifiuti (l’impiego di rottami di ferro è stata anzi la prima impresa di successo già nel secolo scorso e ha contribuito a fondamentali innovazioni nella tecnica siderurgica). L’insuccesso di molte iniziative di riciclo sta nel fatto che i materiali ricavati da una raccolta separata rudimentale e non informata e organizzata non vengono accettati perché sono troppo contaminati o di qualità scadente o generano altre scorie e rifiuti inquinanti nel corso del riciclo.

Le imprese che acquistano e riciclano rottami e rifiuti trovano ormai sul mercato partite di merci usate, rottami e rifiuti non solo, spesso, a prezzo basso, spesso di importazione, ma soprattutto omogenee come qualità, di composizione ben definita, per il cui trattamento possono attrezzare appositi processi produttivi in grado di fornire merci riciclate di qualità omogenea ed accettabili dal mercato. E’ quindi necessario fornire un concreto aiuto, educativo e informativo, prima ancora che monetario, agli sforzi di raccolta separata in modo che il materiale raccolto sia corrispondente alle necessità di materie “seconde” richieste dalle industrie di riciclo.

Per molte di tali materie “seconde” esistono ormai degli standards merceologici ben precisi, ma molte organizzazioni di raccolta separata non sono in grado di fare analisi o di controllare la composizione delle merci raccolte separatamente che offrono in vendita. Occorre pertanto migliorare i rapporti, anche culturali e di informazione, della catena:  consumatori-raccoglitori-riciclatori.

Come trasformare i rifiuti in nuove merci

 Il successo del riciclo dipende, a questo punto, da un aumento delle conoscenze delle tecniche di produzione di nuove merci dalle materie “seconde”. Si tratta di una grande sfida di innovazione tecnico-scientifica e imprenditoriale, l’unica, allo stato attuale, in grado di imprimere una svolta alla produzione industriale e di contribuire all’aumento dell’occupazione.

Se può essere di qualche incoraggiamento, vale la pena di ricordare che molte delle tecniche attuali sono nate da una domanda di smaltimento dei rifiuti: ho già ricordato che la crescente disponibilità di rottami ferrosi ha portato all’abbandono del trattamento della ghisa con i convertitori Bessemer e all’invenzione dei forni Martin, e poi dei forni a ossigeno (per la lavorazione di rottami e ghisa insieme), e poi all’invenzione del forno elettrico che produce acciaio praticamente solo dai rottami. Nella prima industria della soda col processo Leblanc il ricupero di materiali dai residui di solfuro di calcio ha portato ad una diminuzione della richiesta di zolfo; la tecnica messa a punto allora viene oggi usata per eliminare i gas solforosi e produrre zolfo dal gas naturale. L’immissione di rottami di vetro nella fusione ha permesso di diminuire il consumo (e il costo) dell’energia; gli esempi potrebbero continuare ed è ben vero che “il passato è prologo” !

Il successo del riciclo dipende da una esplorazione a fondo della tecnologia attuale ed eventualmente anche di processi abbandonati che oggi potrebbero essere applicati a materie seconde: ancora una volta si tratta di diffondere, anche nelle scuole, una cultura industriale e merceologica, senza la quale la cosiddetta “educazione ecologica” o “ambientale”, finisce per essere soltanto un elenco di buone intenzioni.

Per garantire un mercato duraturo e stabile alle merci riciclate occorre che per esse siano stabiliti accurati standards di qualità e di sicurezza. Proprio perché costituiti da materiali che sono già passati attraverso una o più operazioni di produzione, di trasformazione e di “consumo”, spesso i rifiuti destinati al riciclo si “portano dietro” contaminanti, anche in piccola quantità, che possono finire nelle merci riciclate e diventare fonti di nocività e di danno per la salute dei consumatori. L’introduzione di standards di qualità per le merci in vista del riciclo e per le merci riciclate rappresenta un salto rispetto al concetto di qualità attualmente diffuso, finalizzata al rendere più accettabili e vendibili i prodotti, indipendentemente dalla utilità sociale e dal loro effetto sull’ambiente e sulla salute.

Una rivoluzione culturale

Gli standards di qualità per le merci e per i manufatti, necessari per una società meno insostenibile, dovrebbero essere basati sui principi della maggiore durata, della più lunga vita utile, e della possibilità di riutilizzo e di riciclo.

L’identificazione, la diffusione e l’accettazione di tali norme di qualità sono importanti e difficili: i fabbricanti — cioè coloro che, almeno in parte, potrebbero suggerire come modificare i propri cicli produttivi — sono i primi ad essere vincolati al “credo” della produzione di merci sempre meno durature, a vita breve, sono loro che alimentano mode effimere, oggetti usa-e-getta, che credono che il successo nel mercato stia nel continuo cambiamento dei prodotti, senza alcuna preoccupazione per quello che succederà alla fine della loro vita utile. Un esempio negativo è offerto dalla politica di invecchiamento accelerato, con pubblici incentivi monetari, dei macchinari, col che aumenta la massa dei rifiuti.

Perfino coloro che già operano utilizzando merci usate, come gli imprenditori pratesi del cardato, il tessuto di lana fatto con lana usata, hanno un falso pudore di essere “quelli degli stracci”, invece di vantarsi di avere, magari inconsapevolmente, adottato e perfezionato una tecnica di riciclo in grado di dare prodotti di buona o ottima qualità. Eppure sia gli imprenditori, sia i lavoratori dovrebbero rendersi conto che siamo di fronte ad una terza rivoluzione industriale e che solo l’uso più razionale delle materie e dell’energia consentirà la sopravvivenza degli affari e del lavoro.

A parole il “decreto Ronchi” prevede iniziative per la modifica dei processi produttivi, per la progettazione di merci più durature, più facilmente riciclabili — si pensi al ruolo che la unificazione e standardizzazione avrebbero nel facilitare il riciclo degli oggetti usati — ma la realizzazione di questo obiettivo è affidata a progetti, accordi e finanziamenti che verranno chi sa quando.

Non c’è tempo abbastanza: si pensi che solo nei prossimi cinque anni dovremo fare i conti con una massa di rifiuti aumentata di un altro mezzo miliardo di tonnellate: cemento, ferro, metalli, plastica, imballaggi, carta, scarti alimenti e conciari, eccetera: una collina di mille ettari alta 100 metri, ogni appena dieci anni !