SM 2120 — Una proposta per la gestione dei rifiuti — 1999

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In: Autori Vari, “I rifiuti nel XXI secolo”, Milano, Edizioni Ambiente, 1999, p. 239-259 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Una proposta per la gestione dei rifiuti nel XXI secolo

 

La gestione dei rifiuti è regolata, nei paesi dell’Unione europea, dalla Direttiva 91/156/CEE del 18 marzo 1991. Sia pure con ritardo, tale direttiva è sostanzialmente alla base della legge italiana rappresentata dal Decreto Legislativo 5 febbraio 1997 n. 22, seguito da numerose modifiche e aggiornamenti. Dopo avere indicato alcune definizioni di “rifiuto” e le materie escluse da tale definizione, la direttiva stabilisce che gli stati membri devono adottare in primo luogo misure appropriate per promuovere la diminuzione della massa e della nocività dei rifiuti; in secondo luogo devono (a) promuovere il “ricupero dei rifiuti” mediante azioni intese ad ottenere materiali ancora utili definiti “materie prime secondarie”, infine (b) l’uso dei rifiuti come fonti di energia. Le “operazioni di recupero” dei rifiuti per ricavarne materie ancora utili sono indicati nelle lettere R1-R9 dell’allegato IIB della direttiva, con le parole “recupero”, “riciclo”, “rigenerazione”.

L’operazione indicata come R9 si riferisce all’utilizzazione dei rifiuti come combustibili o per produrre comunque energia. I materiali che non possono essere trattati con le operazioni indicate nell’Allegato IIB devono essere sottoposti ad una delle “operazioni di smaltimento” indicate nell’Allegato IIA, consistenti, sostanzialmente, nel collocamento in discariche e nell’incenerimento. 

Il ciclo dei materiali e dei rifiuti

I rifiuti, e qui verranno trattati i rifiuti solidi, sono il risultato delle operazioni di produzione e di “consumo” delle merci. L’economia di ogni paese è attraversata da un flusso continuo di materiali, alcuni estratti all’interno del paese stesso, altri importati. Ai fini della presente analisi ci si limiterà a considerare il flusso per una unità di tempo scelta arbitrariamente come un anno. I materiali “economici” che attraversano in un anno ciascun paese sono gas, liquidi o solidi (escludendo l’acqua e i gas dell’atmosfera) e possono essere suddivisi in tre grandi classi, con diversi comportamenti in relazione alla produzione dei rifiuti. 

La prima classe comprende materie prime o risorse naturali, estratte o provenienti dall’interno del paese considerato, o importate. Esse non arrivano mai come tali al consumatore finale, ma passano sempre attraverso un processo di trasformazione industriale o di distribuzione. Fra le materie prime della prima classe si possono considerare le seguenti:

— pietre e minerali: sabbie, ghiaie, minerali metallici

— prodotti agricoli e forestali

— animali vivi

— combustibili fossili (carboni, petrolio greggio, gas naturale)

La seconda classe comprende prodotti semilavorati, destinati ad ulteriori processi di trasformazione. Si possono citare, a titolo di esempio: 

— semilavorati di ferro o di altri metalli

— semilavorati derivati dal legno (pasta da carta, legno segato, chips, ecc.)

— carni macellate

— latte

— scorie, sottoprodotti o materie prime secondarie (rottami metallici e di vetro, carta straccia)

— materie plastiche

Una terza classe comprende apparecchiature, macchinari e merci — qui indicati genericamente come “merci” (carta, benzina, mezzi di trasporto, elettrodomestici, mobili, alimenti confezionati, tessuti e prodotti di abbigliamento, detersivi, vetro, cemento e materiali da costruzione, eccetera)  — destinati, senza ulteriori trasformazioni, al “consumo” finale (consumi delle famiglie, della pubblica amministrazione e servizi, compresi i trasporti, l’edilizia, eccetera), eventualmente passando attraverso una qualche fase di distribuzione. 

In qualsiasi processo di “produzione” una parte delle materie prime in entrate si trasforma (a) in semilavorati, che entrano in un altro processo di trasformazione, o (b) in merci destinate al consumo finale; una parte delle materie in entrata si ritrova sempre, alla fine, sotto forma di rifiuti. Anche tutti i processi di “consumo finale” delle merci  generano dei rifiuti. Anche se, nella presente analisi, l’attenzione è centrata sulla produzione e trasformazione dei rifiuti solidi, non si deve dimenticare che la massa dei rifiuti solidi prodotti ogni anno in ciascun paese è accompagnata dalla immissione nell’ambiente di una massa molto maggiore di rifiuti gassosi (o liquidi): si tratta soprattutto dell’anidride carbonica liberata nei processi di combustione o di scomposizione dei calcari. Molto approssimativamente si può stimare che ogni 100 unità di massa di rifiuti solidi si liberino circa 500 unità di massa di rifiuti gassosi. 

La valutazione della massa dei rifiuti “liquidi” è molto più difficile perché essi vengono convogliati e diluiti nella massa di acqua che attraversa ogni anno l’economia (le abitazioni, le città, le fabbriche, i campi coltivati) di un paese e che, nel caso dell’Italia, si può stimare variabile fra 7 e 15 miliardi di tonnellate all’anno (esclusa l’acqua per irrigazione). Una parte dei semilavorati o delle merci finali può essere immagazzinata per tempi lunghi, superiori all’anno a cui si riferisce l’analisi in corso; ai fini della valutazione della massa dei rifiuti solidi prodotti in ciascun anno si può considerare che tali materiali siano avviati a, e immobilizzati in, depositi o “stocks” (si userà questo termine per distinguerlo dal simile termine, “stoccaggio”, usato in italiano per indicare il deposito temporaneo dei rifiuti), la cui massa aumenta continuamente — una specie di continuo “rigonfiamento” della tecnosfera. 

All’aumento degli “stocks” contribuiscono principalmente i materiali da costruzione: ogni anno della materia estratta o prodotta in Italia una quantità stimabile in 400 milioni di t (sabbia, ghiaia, cemento, bitume, acciaio, vetro, legname, eccetera) viene immobilizzata negli edifici, strade, ponti, eccetera. La massa totale di materiali immobilizzati in Italia come stocks per anni o decenni si può stimare che ammonti ad alcune decine di miliardi di t. Ogni anno, però, il ricambio e la demolizione degli edifici generano materiali di risulta che possono essere stimati in circa 30-50 milioni di t/anno e che vanno ad aggiungersi, come “inerti”, alla massa dei rifiuti solidi provenienti dalla produzione e dai consumi finali. 

Un altro esempio di flussi verso gli, e dagli, “stocks”, è rappresentato dal parco circolante di autoveicoli, mezzi di trasporto pubblici (treni e autoveicoli), mezzi per il trasporto su strada di merci, e motoveicoli; la massa di tale parco circolante è di difficile valutazione, ma si può stimare di circa 50 milioni di tonnellate che comprendono acciaio, alluminio, gomma, plastica, vetro, eccetera. Di questi stocks di materiali, ogni anno circa 3-4 milioni di tonnellate finiscono nei rifiuti solidi. Un altro esempio ancora è costituito dalle merci a vita lunga come mobili, elettrodomestici, televisori, computers, eccetera, o a vita media, come arredi per la casa, indumenti, eccetera. 

Ai rifiuti solidi sopra citati, strettamente legati ai processi di produzione e di consumo, vanno aggiunti i flussi di materiali, soprattutto, organici, provenienti “dalla natura” senza alcuna operazione intermedia. In particolare vanno considerati gli sfalci dei prati e giardini, le foglie raccolte sulle strade urbane, le potature di piante nei campi, nei boschi e all’interno delle città, e altri. 

La massa di rifiuti solidi  comprende oggetti diversissimi:

— residui di cibo

— scarti delle colture agro-forestali

— scarti delle operazioni agroindustriali

— imballaggi usati di metallo, vetro, plastica

— oggetti di abbigliamento usati o scartati

— residui di demolizioni di edifici

— macchinari usati

— legno

— carta e cartoni

— scorie e residui metallici

— gomma e copertoni

— mezzi di trasporto usati

— elettrodomestici

— dispositivi elettrici ed elettronici

Ciascuno di questi, a sua volta, contiene sostanze chimiche diversissime: 

— cellulosa, lignine, carboidrati, grassi

— idrocarburi

— metalli (ferro, alluminio, rame, eccetera)

— materie plastiche

— vetro

— cemento

— minerali

— prodotti chimici industriali

Nella misura dei flussi di rifiuti solidi va anche tenuto presente che una parte di essi contiene dell’acqua nella propria struttura: soprattutto le materie organiche del cibo, legno, della stessa carta e cartoni, contengono acqua in quantità variabile fra poche unità per cento fino al 70 % (nel caso della verdura, degli scarti dei mercati generali, del fogliame, eccetera). 

I rifiuti rappresentano, insomma, una parte del grande flusso di materia (e di energia) che attraversa ogni anno l’economia di ciascun paese e che si affianca, in unità fisiche, al prodotto interno lordo in unità monetarie. Sulla proposta di identificazione di un “prodotto interno materiale lordo” e sul ruolo che in esso hanno i rifiuti si può vedere un recente articolo (G. Nebbia, “Contabilità monetaria e contabilità ambientale”, Lectio doctoralis per la laurea honoris causa in Economia e Commercio, Facoltà di Economia, Università di Bari, 30 gennaio 1999, con una ampia bibliografia dei precedenti tentativi stranieri ed italiani di redazione di contabilità economiche in unità fisiche). 

Bisogno di informazioni statistiche

Una politica di gestione dei rifiuti presuppone la disponibilità di informazioni abbastanza accurate sulla quantità e il tipo dei rifiuti, cioè dei materiali da trattare e regolamentare. Sfortunatamente in Italia e nella maggior parte degli altri paesi industriali — a maggior ragione in quelli in via di industrializzazione — tali informazioni sono scarse e anche i dati disponibili sono il risultato di stime. I dati sulla produzione di rifiuti solidi in Italia sono stati pubblicati nei seguenti documenti ufficiali dell’Istituto Nazionale di Statistica Istat e del Ministero dell’ambiente: 

Istat, “Statistiche ambientali”, vol. 1, 1984 

Istat, “Statistiche ambientali”, vol. 2, 1991 

Istat, “Statistiche ambientali”, 1993 

Istat, “Statistiche ambientali”, Annuari, 1996              

Istat, “Statistiche ambientali”, Annuario n. 5, 1998 

Ministero dell’ambiente, “[Prima] Relazione sullo stato dell’ambiente”, Roma, 1989

Ministero dell’ambiente, “[Seconda] Relazione sullo stato dell’ambiente”, Roma, 1992 

Ministero dell’ambiente, “[Terza] Relazione sullo stato dell’ambiente”, Roma, 1997 

La quantità di rifiuti solidi totali prodotti in Italia è stata indicata, per i vari anni, con numeri variabili da 100 milioni di t/anno a circa 60 milioni di t/anno. Le così forti divergenze sono dovute al fatto che, nel corso degli anni, e soprattutto nel corso degli anni novanta, le norme sui rifiuti hanno fatto variare continuamente la definizione di “rifiuti” sottoposti a rilevamento statistico. Con questi mutamenti venivano alleggeriti gli obblighi delle denunce, e delle relative imposte e costi, per le aziende pubbliche e private che trattano rifiuti. 

La “I Relazione sullo stato dell’ambiente 1989” contiene le seguenti stime delle produzioni italiane, relative probabilmente all’anno 1988, di rifiuti solidi suddivisi secondo le denominazioni e definizioni delle leggi e decreti allora in vigore in Italia: 

Tipi di rifiuti                                                               milioni di t/anno

Rifiuti solidi urbani                                                               17,3

Rifiuti “speciali” di origine civile (*)                              36,4

Rifiuti “speciali di origine industriale (**)                   43,5 

Totale (arrotondato)                                                            97,4

(*) provenienti da autodemolizioni (1,8); inerti di origine civile, provenienti da demolizioni, costruzioni e scavi (34,4); rifiuti ospedalieri (0,2)

(**) inerti di origine industriale (13,4); tossici e nocivi (3,8); non tossici e non nocivi (6,2); altri

A commento delle precedenti “stime”, la “I Relazione” precisava che i dati disponibili sull’entità dei rifiuti  prodotti in Italia erano molto frammentari e non rispondevano ancora ad un sistema unitario di calcolo e riconosceva l’importanza di disporre di buone informazioni statistiche, indispensabili per elaborare adeguati programmi di smaltimento. Nella “II Relazione sullo stato dell’ambiente 1992” i rifiuti  complessivi prodotti in  Italia  nel 1991 sono stati stimati in circa 97 milioni di tonnellate, ripartiti come segue:

Tipi di rifiuti                                                         milioni di t/anno

Rifiuti solidi urbani                                                       20,0

Rifiuti “speciali”  di origine civile (*)                     42,5

Rifiuti “speciali” di origine industriale (**)         34,7 

Totale (arrotondato)                                                    97,1

(*)  inerti (34,4); fanghi di depurazione di reflui urbani; assimilabili ai rifiuti urbani; rottami di autodemolizioni (1,4);  ospedalieri

 (**) inerti  (12,3); tossici e nocivi (3,2); non tossici e non nocivi; altri                                                   

 Le ”Statistiche ambientali” pubblicate nel 1991, 1993, 1996 e 1998 riportano le stesse stime di produzione di rifiuti, contenute nei documenti del Ministero dell’ambiente. La “III Relazione sullo stato dell’ambiente”, redatta sulla base dei dati comunicati dalle regioni per il 1993 e 1994, indica una produzione complessiva di rifiuti solidi in Italia, riferita al 1994, di circa 64 milioni di t così ripartiti: 

Tipi di rifiuti                                           milioni di t/anno 

Rifiuti solidi urbani                                          22,7

Rifiuti “speciali”                                                41

   speciali assimilabili agli urbani                 4,2

   inerti                                                                 14,3

   tossici e nocivi                                                2,7

   altri speciali                                                  19,5 

 Totale (arrotondato)                                    64 

La “III Relazione sullo stato dell’ambiente” spiega bene perché per alcuni anni, i rifiuti solidi prodotti in Italia erano indicati intorno a 100 milioni di t/anno, poi improvvisamente sono diventati circa 65 milioni di t/anno. In tutti i casi si trattava di “stime”; inoltre molte regioni, a cui competevano i rilevamenti statistici, non hanno fatto tali rilevamenti, e infine, con i vari cambi di denominazioni stabiliti da varie leggi e decreti, molti “rifiuti”, definibili come tali secondo la normativa comunitaria, nella normativa italiana hanno assunto un diverso nome che ne ha fatto “sparire” la presenza dalle statistiche nazionali. 

In particolare vari decreti, nel periodo dal 1993 al 1997, hanno introdotto una procedura autorizzativa semplificata (notifica) per alcune attività di ricupero di rifiuti ed hanno sottratto dalla classificazione dei rifiuti i residui di cui viene dichiarato l’avvio al ricupero. I seguenti materiali sono stati perciò, per anni, classificati come “residui” e non più “rifiuti”: 

— circa 15 milioni di t/anno di “rifiuti inerti” (nel 1991 si stimava una produzione di  circa 12,3 milioni di t di inerti civili e di 34,4 milioni di t di inerti industriali) 

— quantitativi dell’ordine di milioni di t/anno provenienti dalla rottamazione degli autoveicoli, dall’industria del legno e della carta. 

Tra le tipologie di rifiuti sottoposti a procedure, anche di rilevamento statistico, semplificate sono rientrati quasi tutti i tipi di rifiuti industriali ricuperabili, nonché le frazioni provenienti dalla raccolta differenziata dei “rifiuti solidi urbani” (carta, vetro, plastica e metalli); i “rifiuti inerti” da demolizione e costruzione; il legno trattato dismesso dalle reti di distribuzione dei servizi telefonico ed elettrico e dalle reti ferroviarie, eccetera. 

Accanto a tale sistema autorizzativo semplificato, teso ad incentivare le attività di ricupero, un decreto del 1993 ha introdotto un meccanismo di esenzione totale dal regime di controllo, proprio dei rifiuti ricuperabili, per i materiali con particolari specifiche merceologiche, quotati in borsa merci o in listini e “mercuriali” delle Camere di commercio. 

Tra i rifiuti che, in base a questa normativa, sono stati considerati alla stregua di merci, risultano ad esempio:

— i residui derivanti dall’industria agro-alimentare, ingredienti per la produzione di mangimi (è stato stimato che circa l’85 % dei residui delle produzioni agroindustriali sia ricuperato per la produzione di mangimi);

— la carta da macero (nel 1998 la raccolta interna italiana è stata stimata di circa 2,5 milioni di t);

— i rottami ferrosi e non ferrosi, con standards di qualità nazionali e internazionali;

— gli intermedi di lavorazione dell’industria tessile;

— i rottami di vetro pronti al forno. 

Per quanto riguarda l’attendibilità dei valori delle quantità di rifiuti riportate nella “III Relazione sullo stato dell’ambiente 1997” sulla base delle informazioni fornite dalle regioni italiane, la stessa relazione fa notare che molte regioni, a cui competevano per legge i rilevamenti, non hanno risposto in modo omogeneo per cui in alcuni casi non si possono distinguere i “rifiuti tossici e nocivi” dai “rifiuti speciali”, e ciò si ripercuote evidentemente sul dato complessivo delle singole categorie. Inoltre i valori assoluti di alcune categorie di rifiuti, dichiarati da alcune regioni, non sembrano realistici, in considerazione dell’entità della popolazione e delle attività produttive delle regioni stesse. 

Per quanto riguarda i “rifiuti inerti”, in particolare, occorre anche dire che le cifre della “II Relazione sullo stato dell’ambiente 1992” erano il frutto di una stima di larga massima, mentre i dati riportati nella “III Relazione” del 1997 sono stati forniti dalle regioni sulla base di rilevazioni — anche se va notato che nel valore complessivo di 14,3 milioni di t/anno di “rifiuti inerti”, sopra citato per il 1994, mancano i dati della Lombardia. A proposito degli “inerti” si può stimare che circa il 30 % venga riutilizzato e che pertanto, sulla base della normativa del ricupero di rifiuti, le regioni escludano dal computo dei rifiuti solidi una quantità di circa 15 milioni di t/anno. 

Una proposta di indagine statistica

 La cattiva situazione delle informazioni statistiche italiane sui rifiuti deriva dalla organizzazione dei rilevamenti. La legge italiana prevedeva, fin dal 1994, la denuncia della quantità e del tipo dei rifiuti, da parte di chi tali rifiuti produce o raccoglie; la denuncia avrebbe dovuto essere fatta attraverso speciali moduli che avrebbe dovuto affluire ad un “catasto”. In realtà i “moduli” della denuncia sono variati di anno in anno, la classificazione dei rifiuti è stata fatta in parte secondo un Catalogo italiano dei rifiuti, in parte secondo il Catalogo europeo dei rifiuti; le denunce sono state avviate in parte alle Province, in parte alle Regioni, in parte alle Camera di Commercio che avrebbero dovuto elaborare tali dati. Dal 1999 le “denunce” dei rifiuti prodotti dovrebbero essere fatte affluire e dovrebbero essere elaborate dall’Agenzia Nazionale per l’ambiente (ANPA). 

L’esame della complicata e mutevole normativa italiana relativa ai rilevamenti statistici dei rifiuti solidi mostra che, fino alla denuncia prevista per l’aprile 1999, nessuno dei dati raccolti è confrontabile con quelli dell’anno precedente ed esistono ampie lacune nella raccolta ed elaborazione dei dati stessi. Per esempio, le denunce dei rifiuti effettuate nell’aprile 1998, per i rifiuti prodotti nel 1997, sono state fatte in parte classificando i rifiuti secondo il Catalogo italiano, in parte secondo il Catalogo europeo dei rifiuti. 

Altrettanto poco attendibili sono i dati relativi alla “raccolta differenziata” dei rifiuti. Le amministrazioni locali hanno spesso fatto a gara per dimostrare di attuare una elevata proporzione di “raccolta differenziata”, mentre spesso si trattava e si tratta di una grossolana separazione dei rifiuti in frazioni inutilizzabili ai fini di riciclo e ricupero di materiali, come la cosiddetta raccolta “multimateriale”. 

Se si vogliono avere attendibili informazioni statistiche sulla massa e sulla composizione dei rifiuti solidi prodotti in un paese, l’unica strada da seguire consiste nella preparazione di bilanci di materia e di energia del maggior numero possibile di cicli di produzione e di consumo; la maggior parte di tali cicli e delle relative trasformazioni risulta abbastanza omogenea e confrontabile nella maggior parte dei paesi industriali e per ciascun settore di produzione e di consumo la massa dei rifiuti è proporzionale, in modo abbastanza costante, alla massa dei materiali in entrata e in uscita. Lo studio che più si avvicina ai fini dell’indagine proposta è: R. Ayres e L.W. Ayres, “Use of materials balances to estimate aggregate waste generation in the U.S.”, INSEAD, Fontainebleu, France, 36 pagine e numerose tabelle e figure, February 1998. Il prof. Robert Ayres ha partecipato, negli anni ottanta, ad un progetto di preparazione di una “Process Encyclopedia”, organizzato da Statistics Canada, con l’obiettivo di redigere i bilanci di materia, di energia e di rifiuti per numerosi cicli produttivi. 

L’importanza del lavoro — che è auspicabile sia internazionale e che potrebbe utilizzare criticamente alcune banche dati “private” preparate per le cosiddette analisi del ciclo vitale di molte merci — può essere illustrata dai seguenti pochi esempi. Se si vuole pianificare la raccolta e riutilizzazione dei sottoprodotti delle industrie di trasformazione e conservazione dei prodotti agricoli e zootecnici, occorre conoscere quanti residui, sottoprodotti e scarti si formano per unità di massa, diciamo, di conserva di pomodoro, o di zucchero, o di olio, o di carne, che arriva al consumo; oppure, nel settore industriale, occorre conoscere quante scorie si formano nella produzione di una unità di massa di ferro o di alluminio, partendo dal minerale, oppure dal rottame; nella produzione di una unità di massa di lastre di marmo o granito partendo dai rispettivi blocchi, e così via. O ancora, se si vuole programmare e rendere più efficiente l’attività degli autodemolitori, prevedendo la riutilizzazione di gomma, acciaio, alluminio, rame, plastica, eccetera, che vengono resi disponibili in ciascun anno da ciascun operatore, bisogna avere informazioni abbastanza accurate sulla composizione media di ciascun autoveicolo destinato alla demolizione. Lo stesso vale per i rottami di elettrodomestici, televisori, computer, eccetera. 

Non è detto che tutta la massa dei materiali identificati come “rifiuti solidi” attraverso i flussi intersettoriali, debba essere sottoposta alla normativa sui rifiuti, che i produttori debbano essere soggetti a denuncia o ad adempimenti fiscali: sulla base della effettiva conoscenza dei rifiuti generati nei vari settori dell’economia di ciascun paese il legislatore avrà la possibilità di stabilire quali materiali sono rilevanti ai fini della difesa dell’ambiente e della salute pubblica e quali materiali dovranno essere regolamentati, e con quali denominazioni. 

Sfortunatamente, almeno in Italia, sono carenti molti dati relativi non solo ai rifiuti prodotti, non solo ai bilanci materiali dei cicli produttivi, ma anche alla massa di manufatti di molte produzioni industriali e alle importazioni ed esportazioni di molti materiali rilevanti ai fini della misura dei rifiuti che verrebbero poi generati in Italia; le carenze sono dovute in parte a veri e propri difetti di rilevamento e in parte al fatto che molti dati statistici di produzione e di commercio estero sono segreti per ragioni di riservatezza industriale, o perché trattasi di materiali militari, eccetera. 

Dalle indagini finora fatte appare, comunque, che nel corso di alcuni anni sarebbe possibile ricostruire almeno i caratteri generali della produzione di rifiuti per unità di merce o di servizio, per cui, quando fossero disponibili i dati relativi alla produzione e al consumo di ciascun settore, risulterebbe relativamente facile, con opportuni controlli incrociati, verificare la attendibilità dei dati raccolti dai catasti nazionali dei rifiuti. 

Diminuire i rifiuti

 La direttiva comunitaria — e anche la legge italiana — indica chiaramente che il primo obiettivo dell’impegno richiesto ai governi riguarda la promozione di iniziative per diminuire la massa dei rifiuti solidi che si formano nel corso della produzione delle merci, nelle operazioni di consumo e anche nelle stesse operazioni di riciclo dei rifiuti — e la pericolosità per la salute umana e per l’ambiente di tali rifiuti. 

A livello della produzione delle merci la massa dei rifiuti dipende dai processi produttivi e della maniera in cui le merci stesse sono state progettate. La massa dei rifiuti che si formano nelle operazioni di consumo dipende dalla quantità delle merci usate dai consumatori finali  (famiglie, servizi, uffici, pubblica amministrazione); il consumatore finale può limitare la quantità delle merci che acquista, ma la qualità, la composizione chimica e la riciclabilità delle merci, dopo l’uso, dipendono ancora una volta da come le merci sono state progettate a livello di produzione industriale. 

Lo stesso discorso vale per la formazione di rifiuti nei processi di riciclo: come è ben noto, ogni operazione di ricupero di materiali da una merce usata comporta una degradazione “fisica” delle sue varie componenti e la resa e la qualità dei materiali riciclati, nonché la quantità e la composizione dei residui e rifiuti del riciclo, dipendono dalla qualità delle merci. Il ricupero di carta nuova riciclata dalla carta straccia è accompagnato dalla formazione di scarti e fanghi (per esempio di disinchiostrazione), che dipendono dalla quantità di materia non-cellulosica presente nella carta straccia trattata — e quindi, ancora una volta, dalla qualità merceologica della carta e dei cartoni prodotti e immessi in commercio. 

Gli interventi sulla progettazione delle merci, al fine di diminuire le “perdite” di materia, cioè la produzione di rifiuti, in ciascun processo di produzione e consumo delle merci, sono possibili soltanto con adatte norme e presuppongono sia iniziative dei governi nazionali, sia accordi internazionali in modo da non provocare distorsioni nella concorrenza. 

D’altra parte le stesse regole del mercato incentivano — possono incentivare — innovazioni tecniche dirette a diminuire la massa dei rifiuti e a ricuperare materiali prima gettati via. La storia della tecnica offre numerosi esempi di innovazioni produttive e di nuove merci derivate dalla necessità, per ragioni “ecologiche”, o di mercato, di diminuire la massa dei rifiuti. Per esempio, nel secolo scorso, per diminuire la produzione di scorie inquinanti di solfuro di calcio generate nel processo della soda Leblanc, alcuni imprenditori hanno inventato dei metodi per ricuperare zolfo vendibile da questo sottoprodotto; quando si sono rese disponibili, a cominciare dal secolo scorso, grandi quantità di rottami di ferro, sono stati messi a punto dei processi per ottenere acciaio dai rottami, anziché dal minerale (i processi Martin-Siemens; il processo al forno elettrico). 

Ai fini della diminuzione dei rifiuti un ruolo molto importante hanno — potrebbero avere — le normative nel campo della unificazione del tipo e della composizione di un gran numero di merci e oggetti: le regole del libero mercato spingono gli imprenditori a immettere in commercio prodotti sempre diversi e diversi da quelli dei concorrenti, usando anzi tale diversità e personalizzazione degli oggetti come strumento pubblicitario, il che fa aumentare la massa dei rifiuti e le difficoltà di riutilizzo e riciclo delle merci usate. 

Unificazione e standardizzazione possono essere fissate e incentivate solo dai governi che, nell’interesse della difesa della salute e dell’ambiente, possono stabilire, per molti manufatti, degli standards di qualità di formati (come già avviene nel caso di parti meccaniche o della carta), o possono vietare  — come già avviene a livello europeo per cosmetici, alimenti, detersivi — l’addizione di ingredienti o di forme o di imballaggi che contribuiscono all’aumento della massa dei rifiuti. In alcuni paesi, ormai, le imprese di riciclo dei rifiuti chiedono ai governi di fissare degli standards di qualità che rendano più facile il loro lavoro e che tutelino anche la salute dei lavoratori del settore. A titolo di esempio si può ricordare che l’uso dell’azotidrato di sodio come generatore di gas negli airbags ha provocato esplosioni e danni ai lavoratori durante la rottamazione degli autoveicoli. 

Modificazioni nella progettazione e unificazione possono essere decise in maniera autonoma dalle imprese stesse: alcune industrie automobilistiche progettano già alcune parti degli autoveicoli in modo che siano riutilizzabili quando il veicolo ha finito la sua vita utile. La normativa europea e italiana sui rifiuti può rappresentare una importante occasione per innovazioni e per la crescita della cultura tecnica e industriale. Essa impone, fra l’altro,  di mettere un certo ordine nella stessa nomenclatura dei materiali da trattare: rifiuti, residui di lavorazione, materie suscettibili di trattamento e di riciclo, materie prime secondarie — in modo che in tutta Europa, più o meno, si sappia con che cosa si ha a che fare. 

Operazioni di ricupero dei rifiuti

 La normativa europea pone al primo punto, subito dopo la diminuzione della quantità dei rifiuti, il ricupero, riciclo e rigenerazione delle merci usate al fine di ricavarne materiali — le materie prime secondarie — ancora utilizzabili.  

Per il successo delle operazioni previste da tale normativa europea è essenziale un concreto sostegno, educativo e informativo, prima ancora che monetario, alle iniziative di raccolta di frazioni omogenee delle varie componenti dei rifiuti attraverso indicazioni — una specie di pedagogia — che spieghino che la raccolta separata dei rifiuti è opportuna, ecologicamente virtuosa, e utile all’economia e all’occupazione, ma che può essere efficace soltanto adottando varie precauzioni. Ai consumatori va spiegato che la raccolta separata delle merci usate può essere utile soltanto se si considera continuamente che ciascuna frazione dei rifiuti rappresenta un materiale — una “materia prima secondaria” — destinato ad entrare in un ciclo produttivo industriale differente da quelli che producono le stesse merci partendo dalle materie vergini (minerali, alberi, eccetera).

Un impianto di produzione di carta riciclata dalla carta straccia, per esempio, è diverso da quello che utilizza la pasta da carta, ma ha bisogno anch’esso di un materia prima secondaria — la carta straccia, appunto — che possieda caratteristiche omogenee e qualità ben definita. Basta una piccola quantità di sostanze estranee (punti metallici, plastica, alcune sostanze di carica) per rendere inutilizzabile una partita di carta straccia. Lo stesso vale per il riciclo del vetro, della plastica, del ferro, dell’alluminio, del rame, e così via. 

Il lavoro dovrebbe cominciare dalle comunità locali e dalle scuole, con corrette informazioni sulla merceologia della raccolta differenziata, delle materie secondarie e dei processi industriali di riciclo. Occorre spiegare che la raccolta differenziata può avere successo soltanto se le diverse frazioni dei rifiuti sono separate alla fonte. Ormai in molti paesi già nelle famiglie o nei quartieri i cittadini sono abituati a raccogliere separatamente carta e cartoni, sanno che i cartoni paraffinati non vanno miscelati con la carta, si sono abituati a mettere in contenitori differenti gli imballaggi di plastica, sulla base della loro composizione chimica, che si legge sulle confezioni, eccetera. I governanti lanciano pubblici appelli, riprodotti dai grandi mezzi di comunicazione, per una corretta raccolta differenziata dei rifiuti; le amministrazioni pubbliche forniscono speciali guide merceologiche per riconoscere i vari tipi di rifiuti riciclabili. 

L’operazione del frazionamento delle varie componenti dei rifiuti alla fonte è faticosa e impegnativa; le più comode scorciatoie di raccolta “differenziata” grossolana, non organizzata e condotta da operatori, pur generosamente motivati, ma non adeguatamente informati, sono andate e vanno incontro all’insuccesso perché portano a materiali che non vengono accettati dalle industrie in quanto troppo contaminati o di qualità scadente, o perché generano scorie e rifiuti inquinanti nel corso del riciclo. 

Purtroppo l’educazione e informazione del pubblico danno i loro risultati soltanto lentamente mentre le aziende dei rifiuti e le pubbliche amministrazioni vogliono poter dimostrare al più presto il successo delle loro operazioni di raccolta differenziata. Così in Italia viene spesso presentata come “raccolta differenziata” una grossolana separazione  delle merci usate in due o tre principali frazioni; ad esempio nella raccolta “multimateriale” sono raccolte le bottiglie di vetro e plastica insieme ai barattoli di ferro e alluminio, che solo in parte sono poi separati successivamente. In questo modo si ottengono vetro o metalli contaminati e sporchi, inadatti alla rifusione, e si ottiene plastica così mista e contaminata da essere inadatta al riciclo. 

Lo stesso ragionamento vale per la raccolta separata della carta; nei “cassonetti” finisce carta di tutti i tipi, da quella domestica urbana, raccolta con fatica da tante famiglie, associazioni e comunità, ai cartoni da imballaggio che richiedono, durante il riciclo, un differente trattamento, alla carta paraffinata dei contenitori di latte e bevande, a fogli e pezzi di plastica. Come risultato si ottengono — anche se la raccolta è fatta seguendo con attenzione le indicazioni dei contenitori e anche con un frazionamento successivo — delle materie che le industrie del riciclo non accettano come “materie prime secondarie” e che sono spesso destinate a finire nelle discariche o negli inceneritori. 

Le iniziative di informazione sui processi di raccolta differenziata e di riciclo devono anche essere rivolte alle imprese. Le imprese che acquistano e riciclano rottami e rifiuti trovano ormai sul mercato partite di merci usate, materie prime secondarie, rottami e rifiuti, non solo, spesso, a prezzo basso, spesso di importazione, ma soprattutto omogenee come qualità, di composizione ben definita, per il cui trattamento possono attrezzare appositi cicli produttivi, poco inquinanti, in grado di fornire merci riciclate di qualità omogenea e accettabili dal mercato. 

Un esempio significativo è offerto dalla filiera della carta e dei cartoni in Italia; su un consumo apparente totale italiano di oltre 8 milioni di t/anno (1998) le cartiere trattano, come si è ricordato, circa 2,5 milioni di t/anno di carta straccia di raccolta interna e circa un milione di t/anno di carta straccia di importazione. Circa sei milioni di t/anno di carta e cartoni finiscono quindi nelle discariche o ad alimentare gli inceneritori. 

Il limitato successo dell’afflusso di materie prime secondarie interne alle operazioni di riciclo è determinato anche dalla situazione del commercio internazionale. In molti paesi industriali lo smaltimento dei rifiuti nelle discariche o con inceneritori è sottoposto a normative sempre più stringenti e i produttori, pubblici o privati, di rifiuti sono esposti a imposte sempre più elevate, per cui hanno interesse ad esportare anche gratis i loro rifiuti che diventano così attraenti materie prime per molte imprese straniere, fra cui quelle italiane. A tale esportazione di rifiuti riciclabili stanno contribuendo ormai anche molti paesi industriali dell’est. 

Inoltre le imprese che si occupano del riciclo dei materiali devono modificare il ciclo tradizionale di trasformazione delle materie prime in merci, considerando di partire, al posto delle materie prime tradizionali, da altre “materie”, le “materie prime secondarie”, appunto, che possono essere, a volta a volta, alcune frazioni ottenute dalla raccolta separata dei rifiuti o alcuni materiali semilavorati derivati da un primo trattamento di tali rifiuti. I processi di riciclo richiedono quindi una flessibilità che non è necessaria nei grandi cicli produttivi tradizionali che partono da materie prime omogenee e di qualità relativamente costante nel tempo. 

Per molte delle materie prime secondarie esistono ormai degli standards merceologici ben precisi, ma molte organizzazioni di raccolta differenziata non sono in grado di fare analisi e di controllare la composizione dei rifiuti che offrono in vendita ai processi di riutilizzazione e molte delle imprese di riciclo possono non avere la possibilità di controlli merceologici della qualità delle materie prime secondarie che acquistano. 

Mentre, bene o male, si è andata sviluppando una cultura di chimica analitica applicata e industriale in relazione ai minerali e alle materie prime tradizionali, occorre adesso sviluppare nuovi metodi di analisi per le “nuove” materie — carta straccia, rottami di vetro, rottami metallici, vari tipi e miscele di materie plastiche usate — destinate alla trasformazione in nuove merci. 

Un compito tutt’altro che facile perché, con le materie prime tradizionali, si dovevano fare i conti soltanto con la natura, che in ciascun giacimento o in ciascuna foresta aveva “fatto” i minerali o i fossili o il legno più o meno tutti uguali; qui ci troviamo di fronte a merci usate che hanno avuto ciascuna una propria storia naturale, che sono state fabbricate con aggiunta di sostanze, additivi, agenti modificanti su cui in genere non si sa niente, anche se la presenza di ciascuno di questi agenti modificanti può influenzare il processo di riciclo, la temperatura di fusione o lavorazione durante il riciclo, la resa di merce riciclata e le sue caratteristiche. Il vetro usato destinato al riciclo, per esempio, non deve contenere sostanze contaminanti che potrebbero essere state presenti, intenzionalmente o anche involontariamente. I tubi fluorescenti o i tubi catodici di televisori e computers non devono essere miscelati con i comuni rottami di vetro da riciclare perché contengono sostanze contaminanti (mercurio, “fosfori”) che, se finissero nel vetro riciclato, lo renderebbero inadatto a molti usi commerciali. 

La cosa si fa più complicata in quanto una parte dei rottami metallici, della carta straccia, dei rottami di vetro sono di importazione e spesso non ne è chiara la provenienza e la composizione. Un esempio è offerto dalla scoperta della contaminazione radioattiva di rottami di ferro o di alluminio provenienti dai paesi dell’est dopo l’incidente al reattore nucleare di Chernobil. 

Si cominciano a trovare in commercio apparecchi e strumenti analitici per speciali casi e ormai numerosi laboratori effettuano analisi per le imprese impegnate nel riciclo e si sono specializzati nella soluzione di alcuni degli innumerevoli problemi che le imprese del riciclo stanno affrontando ogni giorno. Certamente il mondo universitario potrebbe avere un ruolo importante nella diffusione di una cultura di chimica analitica applicata rivolta a campi e problemi in continuo mutamento. Non va infine dimenticato che le caratteristiche della materia da riciclare influenzano la sicurezza dei lavoratori e la quantità e il tipo di altri rifiuti che, inevitabilmente, il processo di riciclo genera. 

Come riciclare ?

 Molto schematicamente si può immaginare che i processi di ricupero di materiali siano di due tipi. In qualche caso si parte da manufatti complessi come autoveicoli, elettrodomestici, computers, eccetera, che devono essere smontati, separati nelle varie parti, ciascuna della quali è avviata ad un processo di riciclo vero e proprio: metalli, gomma, plastica, vetro, eccetera. 

Il successo di questa operazione, destinata a farsi sempre più importante (si pensi ai milioni di mezzi di trasporto “rottamati” ogni anno, o ai milioni di televisori, computers, giochi elettronici buttati via ogni anno), dipende dalla realizzazione di uno scambio di informazioni fra produttori dei manufatti e ”rottamatori”. L’ideale sarebbe che all’origine ogni oggetto fosse progettato in modo da poterlo smontare facilmente, e senza pericolo e danno ambientale, nelle parti destinate al riciclo, ma per decenni ancora, almeno fino a quando resteranno in vita i manufatti esistenti, fabbricati negli anni e decenni passati, e non saranno stabiliti accordi di standardizzazione nella progettazione dei manufatti futuri, tutti coloro che si occuperanno di ricupero di materiali dai rifiuti dovranno fare i conti con la grande eterogeneità delle componenti di ciascun rifiuto. 

Per esempio, di molte parti di macchine non si sa più con quali leghe o miscele sono stati fatti; molti oggetti di materia plastica fabbricati nei decenni passati contengono miscele di additivi, plastificanti, coloranti di cui si è dimenticata la composizione e concentrazione; fatti aggravati dal fatto che spesso si ha a che fare con manufatti e macchinari e dispositivi fabbricati all’estero e che alcuni fabbricanti sono scomparsi dalla circolazione, con tutto il loro archivio. E a questo punto appare di nuovo l’importanza di adeguati metodi di analisi dei residui di tali oggetti. 

Ma anche quando la composizione merceologica delle materie prime secondarie è abbastanza nota, le imprese devono mettere a punto processi di riciclo e trasformazione simili a quelli incontrati dalla corrispondente industria manifatturiera tradizionale, ma con alcune varianti, soprattutto per quanto riguarda i consumi di energia e la composizione degli agenti inquinanti dell’aria o delle acque, consumi e inquinamenti diversi da quelli dei processi che partono da materie “vergini”. 

Fino a quando si sapeva da quali materie prime “naturali” si partiva, poteva essere relativamente facile mettere a punto filtri e abbattitori di polveri, gas e sostanze inquinanti abbastanza prevedibili e di funzionamento abbastanza costante. Nel caso dell’industria del riciclo, gli agenti inquinanti, sotto forma di fanghi, polveri, gas,  possono variare da partita a partita (di rottame di vetro, di carta straccia, di miscele metalliche) e vi è un vasto campo di innovazione per processi di abbattimento e depurazione di numerosi nuovi agenti inquinanti. 

Anche in questo caso molto è già noto: sono disponibili pubblicazioni e informazioni su esperienze, insuccessi e successi di “riciclatori” sparsi per il mondo. La agenzie nazionali per l’ambiente dei vari paesi (in Italia l’Agenzia nazionale per l’ambiente, ANPA), con la collaborazione delle Università e degli enti nazionali di ricerca, potrebbero utilmente raccogliere e rendere disponibili, soprattutto alle imprese più piccole o che sono all’inizio della loro attività, le notizie tecniche e pratiche che un singolo imprenditore può non avere i mezzi, il tempo e i soldi per ottenere. 

Aspetti economici ed ambientali delle operazioni di “ricupero” dei rifiuti

Mentre col passare degli anni è stata sviluppata una conoscenza abbastanza accurata della tecnologia dei cicli produttivi che partono da materie prime tradizionali (alberi, minerali., eccetera), le conoscenze sui bilanci di materia e di energia dei processi di ricupero sono appena all’inizio. Nel corso di ciascun processo di riciclo c’è sempre una perdita di materiali e un continuo graduale peggioramento della qualità delle merci riciclate; nel caso della carta le fibre usate non possono essere rimesse in ciclo più di una decina di volte, altrimenti diventano troppo fragili; in ciascun passaggio, quindi, la carta straccia deve essere addizionata con fibre vergini. Lo stesso vale per il vetro i cui rottami sono addizionati in proporzione solo limitata nella massa di materie prime per ciascuna fusione di vetro. 

Inoltre, come si è già detto, ogni operazione di riciclo delle materie prime secondarie comporta la formazione di altri rifiuti e di sostanze inquinanti che a loro volta devono essere smaltiti come rifiuti. Mentre esistono ormai norme che fissano le massime quantità di agenti inquinanti che possono essere immessi nell’ambiente dai cicli produttivi tradizionali, occorre prevedere la fissazione di valori massimi di emissioni per ciascuno dei nuovi cicli di produzione delle merci riciclate. 

Le conoscenze sui bilanci materiali e sugli effetti inquinanti dei cicli di produzione delle merci riciclate dalle materie prime secondarie sono ancora limitate, tanto che appaiono ogni tanto delle pubblicazioni che suggeriscono che le operazioni di riciclo non sono convenienti né dal punto di vista economico né da quello ambientale. La considerazione economica va qui intesa sia come bilancio monetario, sia come bilancio del costo energetico, del costo in acqua e dell’inquinamento di ciascun processo di riciclo. 

Le critiche della opportunità di incentivare e intensificare i processi di ricupero di materiali hanno talvolta il fine di migliorare l’accettazione e la diffusione delle operazioni di utilizzazione dei rifiuti come fonti di energia, previste anch’esse fra quelle di ”ricupero” dalla normativa comunitaria. 

Il ricupero di energia dai rifiuti è possibile soltanto bruciando le componenti dei rifiuti che sono dotate di potere calorifico, cioè carta, plastica e altre materie organiche, eventualmente trasformate in qualche modo in “combustibili derivati dai rifiuti” (CDR o RDF). Se vengono raccolte per essere bruciate, tali materie sono escluse dal riciclo e dal recupero e ciò vanifica le iniziative di raccolta differenziata mirate al ricupero di materiali: insomma, o si brucia o si ricicla. 

Vi sono vari tipi di impianti di incenerimento dei rifiuti chiamati termocombustori, o termovalorizzatori, con ricupero del calore. Sostanzialmente si tratta di un forno, di un sistema di abbattimento di una parte delle sostanze nocive presenti nei fumi e di uno scambiatore di calore che ricupera il calore di combustione. Tale calore può essere utilizzato direttamente oppure può essere avviato ad una turbina e utilizzato per produrre elettricità. E’ difficile fare una contabilità accurata di questi processi. In genere i vari CDR in commercio hanno un potere calorifico inferiore che varia fra 1.000 e 1.500 kcal/kg (fra 4 e 6 MJ/kg). Il “potere calorifico inferiore”, come è ben noto, è il calore effettivamente ricuperabile, al netto del calore speso per far evaporare l’acqua presente nel combustibile. 

Poiché occorrono oltre 2.500 kcal (10 MJ) per ottenere 1 kWh di elettricità, si può dire che l’elettricità prodotta nei cosiddetti “termovalorizzatori” si aggira intorno a 0,3 kWh per ogni kg di CDR. Nel caso che vengano bruciati i rifiuti tali e quali la produzione di elettricità è molto inferiore e varia da zero a 0,2 kWh per kg. In qualche caso occorre addirittura un apporto di un combustibile esterno per avviare il processo di combustione. Dalla combustione dei rifiuti comunque manipolati o trasformati in CDR, restano delle scorie e ceneri in ragione di circa il 30 % in peso rispetto alla massa secca del materiale bruciato. Secondo le leggi italiane tali ceneri devono essere messe in discariche di 2a categoria di tipo B; gli allegati del Decreto ministeriale 5 febbraio 1998 fissano anche i valori massimi delle emissioni inquinanti ammesse negli impianti di “recupero energetico”. 

Con i rifiuti tali e quali, o eventualmente dopo aver separato il vetro o la plastica, è possibile alimentare dei fermentatori che trasformano, per via microbiologica, la materia organica in biogas (una miscela di gas contenente circa il 60 % di metano e il resto di anidride carbonica), lasciando come residui una rilevante quantità di scorie, o sovvalli, da smaltire in discarica o in inceneritore. Il biogas può poi essere bruciato. Fra le altre possibili vie per realizzare il ricupero di energia previsto dalla normativa comunitaria ed italiana si possono ricordare i processi di fermentazione della materia organica presente nei rifiuti, con formazione di gas o liquidi combustibili. La cellulosa e la lignina possono essere sottoposte ad idrolisi e successiva fermentazione alcolica con produzione di alcole etilico che può essere impiegato come carburante. 

La merceologia delle merci riciclate

Le operazioni di riciclo sono delle vere e proprie operazioni industriali che producono delle merci che si devono vendere, se non si vuole vanificare tutta l’operazione. Il successo commerciale delle merci riciclate dipende quindi dalla soluzione di vari delicati problemi merceologici, quali la identificazione dei mercati e la accurata caratterizzazione delle merci riciclate. 

L’attuale normativa italiana prevede che la pubblica amministrazione incentivi la vendita delle merci riciclate, per esempio con l’obbligo per gli uffici pubblici di acquistare una percentuale di carta riciclata. Il problema non è nuovo. Già nel 1971 negli Stati Uniti sono state emanate disposizioni per imporre alla pubblica amministrazione l’acquisto preferenziale di merci riciclate; le norme per l’acquisto di carta riciclata risalgono al 1976; in Italia già nel 1985 è stato emanato un decreto che imponeva alla pubblica amministrazione di acquistare carta riciclata; il decreto è rimasto inattuato perché sono stati fissati degli standards di qualità della carta riciclata che ne scoraggiava la produzione e l’acquisto. Un certo mercato, soprattutto nel campo della carta e dei cartoni, già esiste; la carta dei giornali è già fatta con una certa percentuale di carta di ricupero; le vetrerie impiegano una certa percentuale di rottami di vetro nelle miscele da fondere per la produzione del vetro; si trovano in commercio manufatti di plastica riciclata. 

Assicurare un mercato alle merci riciclate è un’operazione difficile e delicata sotto vari aspetti. Il primo riguarda la definizione di merce riciclata: quando si legge che una carta o un cartone è fatto con carta riciclata, come è possibile sapere se contiene il 10 o il 70 per cento di fibra riciclata ? e di fibra proveniente dal riciclo di quali materiali ? Talvolta neanche chi impiega carta straccia nei suoi cicli produttivi e vende carta riciclata ha informazioni esatte su quello che sta trattando. Il problema riguarda non soltanto i produttori, ma anche i consumatori che, si può prevedere, diventeranno sempre più attenti sulla qualità delle merci “ecologiche”, riciclate, che comprano. Le caratteristiche delle merci riciclate sono ovviamente influenzate dalle caratteristiche merceologiche delle materie sottoposte a riciclo, alcune delle quali possono contenere sostanze contaminanti che possono ritrovarsi nelle merci riciclate. 

Finora non è stata prestata grande attenzione a questi aspetti, che possono influenzare la salute umana, ma è prevedibile che, per le merci ottenute con quantità più o meno grandi di materie prime secondarie ottenute dai rifiuti, vengano richiesti controlli e norme igieniche sempre più rigorose. Tanto più che il consumatore può essere esposto a dichiarazioni non veritiere, a vere e proprie frodi e che pertanto possono sorgere nuovi problemi di responsabilità dei produttori anche nei confronti di eventuali danni ai consumatori derivanti dalla presenza di sostanze contaminanti nelle merci riciclate.Di qui la necessità di mettere a punto e perfezionare metodi di analisi anche delle merci riciclate al fine di controllare il rispetto di standards merceologici che, inevitabilmente, le pubbliche amministrazioni dei vari paesi dovranno elaborare. 

Gli incentivi per l’aumento della produzione di merci ricavate dai rifiuti può portare ad un afflusso sul mercato di crescenti quantità di merci riciclate di non facile smaltimento. E’ il caso, in Italia, degli sgravi fiscali praticati sull’energia elettrica prodotta bruciando rifiuti, per cui gli inceneritori con ricupero di energia si procurano i rifiuti non per fini di smaltimento ecologico, ma per lucrare sulla più profittevole vendita della elettricità. 

E’ inoltre possibile che le imprese italiane si trovino di fronte alla concorrenza di merci riciclate di altri paesi comunitari, o forse anche al di fuori della Unione europea, offerte a basso prezzo proprio perché nei paesi di origine esistono incentivi al riciclo dei rifiuti, per cui la materia prima secondaria di partenza può venire a costare quasi niente, o perché esistono meno rigorosi controlli della qualità delle merci riciclate. Gli standards sulle merci riciclate possono diventare incentivi, ma anche ostacoli, nei commerci internazionali. Un esempio si è avuto negli anni scorsi nel commercio dei tessuti di lana cardata ottenuti dagli stracci; la Germania ha vietato l’importazione e il commercio di tessuti cardati perché i produttori non erano in grado di garantire che gli stracci impiegati — provenienti da tessuti colorati chi sa dove, chi sa quando ? — non erano stati colorati con coloranti, derivati da ammine aromatiche, il cui uso era vietato in Germania. Una norma emanata nel nome della difesa della salute dei consumatori tedeschi poteva così diventare uno strumento di discriminazione verso i tessuti riciclati prodotti in Italia. 

Il terzo punto riguarda la rimozione degli ostacoli al commercio dei prodotti riciclati. Esistono certamente delle norme e dei capitolati, stratificati da decenni, che, per motivi vari, in parte igienici, in parte di concorrenza fra produttori, stabiliscono che certi manufatti o oggetti (carta, tessuti, plastica, gomma, eccetera) debbano essere fatti con materie prime “vergini”. Sarebbe perciò opportuno che i vari ministeri dell’ambiente e dell’industria identificassero gli ostacoli normativi o regolamentari o consuetudinari che impediscono l’acquisto, da parte di enti pubblici e di privati, di merci fatte con materiali riciclati. 

Non c’è dubbio, infatti, che le merci riciclate ottenute da “materie prime secondarie” possono  porsi in concorrenza con le merci fabbricate utilizzando materie prime i cui produttori possono essere indotti a scoraggiare la vendita delle merci riciclate. Per evitare queste distorsioni del mercato occorrono norme rigorose, metodi di analisi collaudati, e, soprattutto, una chiara linea di politica industriale ed ecologica. Un breve cenno finale merita la produzione di “compost”, un materiale ottenuto con diversi processi, per lo più microbiologici, dalla componente organica dei rifiuti e venduto come ammendante o integratore di humus nei terreni agricoli, in quelli di parchi e giardini. 

Effettivamente il trattamento microbiologico di materia organica può fornire delle masse di sostanze organiche dotate di un certo valore e di una certa utilità in agricoltura; le operazioni di compostaggio possono però avere successo soltanto se applicate a materie organiche raccolte da sole, come scarti di mercati generali, di macelli, fogliame e potature di alberi, e simili. Molte iniziative del passato, che hanno usato come materia prima una frazione organica separata, in qualche modo, dalla massa di altri rifiuti, hanno portato a “compost” che contenevano residui di vetro, plastica, metalli, eccetera, rifiutati dagli agricoltori perché lasciavano residui e scorie indesiderabili e addirittura dannosi nei terreni in cui erano applicati. 

Problemi aperti

Le precedenti considerazioni hanno preso in esame alcuni problemi relativi alla gestione dei rifiuti solidi limitatamente alle operazioni, previste dalle norme comunitarie, di diminuzione della massa dei rifiuti e di ricupero di materie (o energia). La mancanza di adeguate statistiche, non solo sulla produzione di rifiuti, ma anche sul loro destino finale, non consente di indicare in modo attendibile quanti dei rifiuti prodotti nei vari paesi, e in Italia, vengono avviati alle operazioni di ricupero e quanti alle operazioni di smaltimento. Le difficoltà tecniche e merceologiche di raccolta separata dei rifiuti e di trasformazione delle frazioni ricuperati in nuove merci suggeriscono che, anche nella più ottimistica delle ipotesi, difficilmente più della metà dei rifiuti potrà essere sottoposta a ricupero di materiali (o anche di energia). 

I vari paesi europei dovranno comunque predisporre anche per molti anni in futuro delle località in cui situare delle discariche. Considerando i possibili danni ambientali associati alle discariche dei rifiuti occorre avviare nuove ricerche sia sulla geologia dei siti in cui dovrebbero essere collocate le discariche, sia sugli accorgimenti da prendere per impedire l’inquinamento dell’aria e delle acque provocato da sostanze che vengono liberate durante le lente continue trasformazioni dei rifiuti nelle discariche. 

Alcune proposte di lavoro per i prossimi anni

 

 

— Incentivi a livello di ricerca scientifica, pubblica e privata, per la progettazione di merci con elevato grado di standardizzazione e unificazione delle forme e delle composizioni delle varie componenti, in modo da rendere minore la produzione di rifiuti e più facile il loro riciclo. 

— Miglioramento delle conoscenze sulla quantità dei rifiuti prodotti dell’economia di ciascun paese, sia attraverso migliori rilevamenti statistici diretti (denunce da parte dei produttori con  procedure facilmente applicabili e controllabili), sia attraverso l’identificazione dei flussi di materia e di energia nel maggior numero possibile dei processi di produzione e di consumo. 

— Iniziative per l’informazione del pubblico in modo da frazionare alla fonte (famiglie, uffici, servizi) le varie componenti dei rifiuti al fine di ottenere materie prime secondarie accettabili e utilizzabili dalle imprese che svolgono operazioni di riciclo. Diffusione (scuole, comunità associazioni) delle conoscenze dei processi di riciclo e di produzione delle merci riciclate. 

— Iniziative per l’informazione delle pubbliche amministrazioni e delle imprese pubbliche di raccolta dei rifiuti perché la raccolta differenziata avvenga secondo criteri che consentano di raccogliere materiali omogenei: le raccolte multimateriali, ad esempio di vetro, bottiglie di plastica, barattoli metallici insieme, forniscono, anche dopo successive separazioni, frazioni di materiali difficilmente riciclabili. 

— Perfezionamento delle relazioni industriali fra governi e produttori di merci e fra produttori di merci e operatori dei processi di riciclo in modo da standardizzare alcune delle componenti delle merci per renderne più facile il riciclo. 

— Sviluppo di metodi di analisi della composizione delle varie frazioni di rifiuti destinati alle operazioni di ricupero di materia (materie prime secondarie), o di ricupero di energia. 

— Incentivi sia fiscali, sia di informazione per coloro che intendono operare nella raccolta differenziata e nel riciclo dei rifiuti. In ciascun paese sarebbe utile uno “sportello” a cui potessero essere richieste e ottenute informazioni su esperienze nazionali o straniere che facilitano il riciclo dei rifiuti. 

— Sviluppo di ricerche scientifiche che consentano di caratterizzare i rifiuti e gli agenti inquinanti che si formano durante il recupero di materia o di energia dai rifiuti. 

— Sviluppo di metodi di analisi delle merci riciclate 

— Verifica delle norme, esistenti in ciascun paese, che ostacolano o impediscono l’uso delle merci riciclate, soprattutto per quanto riguarda l’acquisto di merci da parte della pubblica amministrazione, sempre nel rispetto della sicurezza di tali merci riciclate nei confronti della  salute umana e dell’ambiente. 

— Introduzione di norme e standards merceologici che facilitano l’acquisto di merci riciclate. 

— Redazione di una “guida merceologica” da distribuire anche nelle scuole e nelle associazioni che faciliti la comprensione dei problemi e degli accorgimenti da seguire per aumentare la quantità e la qualità dei rifiuti recuperati e riciclati. 

— Istituzione di un “centro” di raccolta e diffusione di informazioni sulla qualità merceologica dei materiali da riciclare e delle merci riciclate. 

— Perfezionamenti nelle tecniche di discarica dei materiali che non possono essere riciclati 

— Perfezionamenti nelle tecniche di incenerimento dei materiali che non possono essere riciclati. Il ricupero di energia è condizione necessaria, ai sensi della normativa comunitaria ed italiana, ma non sufficiente dal punto di vista ambientale, soprattutto per quanto riguarda la depurazione dei fumi e allo smaltimento delle ceneri.