SM 2100 — Chi troppo e chi niente. Le malattie dei ricchi e le malattie dei poveri — 1998

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Università Popolare di Rimini, VII Corso di Ecologia, “Le malattie del benessere”, Sabato 8 Febbraio 1992;  Amanecer, 5, (6/7), 3-6 (1998) 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Il medico islamico al-Asuli, vissuto a Bokhara nove secoli fa, ha scritto un trattato di farmacologia intitolato: “Malattie dei ricchi – Malattie dei poveri”. Anche oggi i paesi ricchi e i paesi poveri sono entrambi malati con malattie fisiologiche ed economiche che passano da una parte all’altra e rendono malato il grande, unico corpo della comunità umana. 

La malattie fisiologiche dei ricchi provengono dalla insoddisfazione, dall’inquinamento, dalla necessità di rapinare le risorse naturali altrui, specialmente dei paesi poveri, per sopravvivere, dalla necessità di stare sempre in una situazione di pre-guerra per evitare che i poveri si ribellino, e dallo stare in una situazione di continua tensione in vista di tale ribellione. 

Le malattie fisiologiche dei poveri derivano dalla scarsità di cibo, di acqua, di energia, dalle abitazioni malsane, dall’analfabetismo, dalla sovrappopolazione. Da qui un senso di ribellione e la ricerca di una cura nella conquista, anche violenta, dell’indipendenza e della giustizia. 

Gli ultimi cinquanta anni sono stati solo apparentemente anni di pace: centinaia di conflitti sono esplosi nei paesi poveri, alimentati anche dai paesi ricchi, interessati a continuare lo sfruttamento degli stessi paesi poveri e a vendergli armi. Si calcola che le morti per conflitti siano ammontate, in quest’ultimo mezzo secolo, ad alcune decine di milioni di persone più o meno quante quelle della seconda guerra mondiale. 

La situazione peggiorerà sempre fino a quando le classi dominanti dei paesi ricchi non si accorgeranno che la cura delle malattie dei poveri e’ essenziale anche per guarire le malattie dei loro stessi paesi. Ma i paesi ricchi possono guarire soltanto con una cura dolorosa e traumatica che richiederà la revisione radicale dei modi di produzione e di consumo, degli stili di vita, del comportamento nei confronti delle risorse naturali e ambientali. Il cambiamento per forza deve passare attraverso nuovi criteri di giustizia nell’uso delle risorse naturali e tale giustizia può essere solo planetaria. 

L’ecologia ha dato un contributo straordinario alla comprensione della solidarietà planetaria. Negli anni dopo la seconda guerra mondiale il movimento di contestazione contro le esplosioni delle bombe nucleari nell’atmosfera è nato da nuove conoscenze scientifiche, dalla constatazione che gli agenti inquinanti e gli atomi radioattivi che si formavano durante le esplosioni sperimentali nucleari si diffondevano e circolavano nell’intero pianeta, nell’emisfero settentrionale e in quello meridionale, senza alcun riguardo per i fittizi e arbitrari confini degli stati. 

Negli anni successivi la contestazione ecologica contro i pesticidi non degradabili ha mostrato che alcuni paesi riuscivano a liberarsi dei parassiti delle loro colture agricole mettendo in circolazione nell’intero pianeta delle sostanze tossiche che compromettevano la sopravvivenza di molte specie viventi dalle quali dipende la sopravvivenza della stessa specie vivente umana. 

Nel 1966 è stato introdotto il concetto nuovo di considerare la Terra come una navicella spaziale: “Spaceship Earth”. Ci si è resi conto che questo nostro pianeta è l’unica casa che abbiamo nello spazio, una casa comune a tutti. Le nostre risorse possono essere tratte tutte e soltanto da questa navicella spaziale e tutte le scorie e i sottoprodotti e i rifiuti restano dentro il pianeta Terra. Non ci si può illudere di prendere risorse da altri corpi celesti o di smaltire i nostri rifiuti negli spazi interplanetari. 

Dagli anni sessanta del Novecento, a poco a poco, è cresciuta la consapevolezza che qualcosa andava cambiato, anche se tale consapevolezza non è stata ascoltata o accolta dalla cultura e dalla “saggezza” delle classi dominanti. Da allora è passato quasi mezzo secolo, ma ben poco è cambiato nella economia e nella tecnica adottate nei paesi industrializzati. Eppure in questo periodo ci sono stati continui segni premonitori, si sono sentiti tuoni che annunciavano la tempesta e invitavano al cambiamento. Fin dagli anni settanta sono stati riconosciuti i rapporti diretti fra giustizia, risorse naturali, sviluppo e pace, la necessità di un “nuovo ordine economico internazionale”. Tali rapporti dovevano essere regolati non dalla logica, dall’egoismo e dalla “saggezza” dei singoli governi, ma considerando l’intera Terra come una unica casa. 

Gli anni settanta, ottanta e novanta del Novecento sono stati contrassegnati da tensioni e guerre locali, direttamente o indirettamente legate alla conquista di materie prime energetiche, minerarie, alimentari. Molti paesi ex-poveri, vendendo le proprie materie prime e la mano d’opera, quasi schiava, stanno guarendo lentamente da alcune delle malattie dei poveri per assumere subito alcune malattie dei ricchi, diventando nuovi strumenti di  oppressione per altri popoli o per le proprie minoranze interne, assumendo ambizioni di piccole potenze dotate di armi nucleari, con i paesi industriali che cercano di esportare verso di loro armi, in primo luogo, e poi tecnologie e impianti in cerca di facili profitti. 

Nel “quarto mondo”, i poveri-poveri, sottosviluppati, che non hanno niente da vendere e che non possono comprare tecniche e strumenti neanche per usare in qualche modo le loro risorse interne, sono afflitti da altissimi tassi di aumento della popolazione e sono destinati ad andare alla deriva, esposti alla fame e alle malattie, dipendenti da aiuti mai disinteressati, travagliati da tensioni sociali e politiche interne. 

Il crollo del ”comunismo” ha portato centinaia di milioni di persone a vivere secondo le regole del libero mercato, del capitalismo, del di più, della conquista dei consumi attraverso una sempre più disperata competizione e violenza e corruzione. 

Eppure comincia a farsi strada una qualche consapevolezza che avere di più significa lasciare di meno agli altri popoli. Le due grandi leggi fisiche, quella della conservazione della massa e dell’energia e quella dell’entropia, indicano che più si sfrutta la natura, illudendosi di diventare più ricchi, più, invece, si distrugge ricchezza, si diventa poveri. Estraendo più risorse dal pianeta restano meno riserve per il futuro e tutto l’insieme risulta degradato dalle scorie e perdente, con condizioni sempre meno sostenibili. 

Da una parte è “doveroso” avere di più, un dovere implicito nel criterio che il prodotto interno lordo di un paese “deve” sempre crescere di un tanto per cento all’anno ed è osceno, peccaminoso, se questo obiettivo della “crescita” non viene raggiunto. Dall’altra parte le leggi inesorabili della natura indicano che una crescita dei consumi e del reddito pro-capite è una perdita netta per l’insieme del pianeta, proporzionale alla percentuale della crescita monetaria, aumentata dalla perdita dovuta alla dissipazione e alla degradazione dell’energia e dei materiali, all’inquinamento e alla perdita di risorse vegetali, minerarie, animali, alla perdita di naturalità degli stessi esseri umani. 

Il libro, apparso nel 1972, sui “Limiti alla crescita” (malamente tradotto come “i limiti dello sviluppo”) diceva delle verità non contestabili, come appare dalla “rivisitazione” che ne è stata fatta nel 1997 nel fascicolo n. 3 della rivista ”Futuribili”, pubblicata da Franco Angeli. C’è una incompatibilità fisica fra la quantità delle risorse naturali disponibili sulla Terra e l’aumento della popolazione, fra la continuazione degli attuali stili di vita seguiti dai paesi ricchi e  ‘aspirazione dei paesi poveri a raggiungere gli stessi livelli di consumi e di sprechi. 

Nel 2000 la popolazione della Terra è vicina a 6000 milioni di persone e aumenta in ragione di ottanta milioni di persona all’anno e tale aumento continuerà ancora per parecchi decenni in futuro. La popolazione aumenta soprattutto nei paesi poveri ed è questa una nuova faccia delle malattie dei ricchi e delle malattie dei poveri. 

Nei paesi ricchi si verifica un rapido invecchiamento della popolazione e i governi sono incapaci di dare agli anziani abitazioni adeguate, servizi, possibilità di trovare una ragione di vita dignitosa. Nei paesi poveri l’aumento della popolazione comporta gravissimi problemi di crescenti richieste di servizi, di abitazioni, di alimenti, di acqua, di posti di lavoro, che spesso non possono essere forniti: da qui una pressione dei poveri verso i paesi ricchi, una tendenza ad emigrare verso paesi che li respingono e dove la loro presenza da una parte e’ necessaria per i lavori più umili, dall’altra crea nuove tensioni sociali. 

Nei paesi sottosviluppati, intanto, insieme alla popolazione aumenta la richiesta di beni, di servizi, di abitazioni, di oggetti, di impianti industriali, di cibo e di energia e a tale domanda i paesi ricchi rispondono trasferendo ed esportando il nostro modo di vivere, di consumare, di inquinare. Così anche nei paesi poveri si fanno più stridenti le diversità fra i ceti ricchi e i ceti poveri: accanto alle vecchie e povere città, nei paesi sottosviluppati esplodono le megalopoli in cui ancora più violenta è la diversità fra le condizioni di vita dei ricchi e dei poveri. Nell’ambito di ciascun paese sottosviluppato si formano nuove classi di ricchi violenti e oppressori nei confronti delle classi povere del loro stesso paese. Da qui tensioni, violenze, terrorismo, evasione nella droga. 

Una cura delle malattie dei ricchi e dei poveri può essere cercata soltanto nella giustizia nell’uso dei beni naturali, considerati patrimonio comune. Ma questa giustizia si può realizzare soltanto con una profonda rivoluzione. Non solo l’essere ricchi in un mondo di risorse scarse si traduce nell’ “essere” di meno: apparentemente cresce la quantità di merci disponibili e possedute, ma in realtà diminuisce la qualità della nostra vita, la nostra capacità di condurre una vita umana. Ma essere più ricchi significa anche impoverire altri e lasciare meno risorse agli altri. 

Emergono così nuove forme di furto che non sono contemplate in nessuno dei codici delle società sagge: è un furto portare via ai paesi sottosviluppati i mezzi con cui essi potrebbero fare qualche passo verso la sviluppo. La nostra ricchezza li condanna così al perpetuarsi del sottosviluppo e della povertà e li spinge a ristabilire con la violenza una qualche forma di giustizia. E’ un furto sporcare con i rifiuti e le scorie dei nostri consumi e sprechi un patrimonio comune di acque, aria, mare, per il cui degrado i poveri sono condannati a soffrire di più. 

Proprio nel momento in cui viene cancellato qualsiasi segno delle vecchie categorie della solidarietà, del socialismo, dell’internazionalismo, nel nome del profitto e del libero mercato, appare sempre più chiaro che la cura delle malattie dei ricchi e di quelle dei poveri può venire soltanto dalla constastazione del fallimento dell’economia politica borghese. Bisogna rifondare una economia politica basata su nuovi indicatori, inventare una “neo-economia”, una economia morale che butti a mare i vecchi indicatori della crescita misurata in unità monetarie, la credenza che la virtù consiste nel far crescere il prodotto interno lordo. 

Si tratta di affrontare problemi per i quali siamo completamente impreparati: bisogna interrogarsi sui bisogni, sulle merci necessarie per soddisfare tali bisogni, sulle risorse e sugli inquinamenti associati a tali merci. Bisogna inventare degli indicatori del “benessere” tali che l’obiettivo non sia più rendere massima la quantità dei soldi che entrano in circolazione, ma rendere minimi l’impoverimento della Terra, le sofferenze altrui. 

Il discorso sulla giustizia planetaria diventa sempre più urgente: ormai non solo stiamo impoverendo i paesi poveri e sottosviluppati, portando via le loro risorse naturali a basso prezzo, ma stiamo esportando in tali paesi nocività ambientali, per esempio sotto forma di rifiuti inquinanti o di sostanze tossiche. Ormai si sta sviluppando un’esportazione di prodotti e rifiuti tossici e radioattivi – un commercio osceno – verso alcuni paesi sottosviluppati che, per soldi, si offrono di riceverli nel loro territorio, di seppellire, per esempio, a pagamento, i rifiuti radioattivi che non si riesce a sistemare nell’Assia o nel Nevada o in Basilicata. Ed e’ spaventoso proprio che nessuno si scandalizzi. Per non parlare dell’oscenità della produzione delle armi e della loro esportazione dai paesi industriali verso i paesi sottosviluppati per alimentare sempre nuove guerriglie fra poveri, sempre nel nome del profitto. Con l’aggiunta di nuove correnti di esportazioni clandestine di materiali nucleari. 

La salvezza va cercata in un cambiamento della nostra posizione nei confronti della violenza che facciamo alla natura, cominciando con lo sradicare la convinzione che gli esseri umani sono destinati a dominare e sottomettere la natura. 

Ne deriva un rovesciamento delle stesse leggi che regolano i rapporti con gli altri esseri umani, con il “prossimo”; oltre ad un prossimo che ci sta vicino e che non dobbiamo derubare e uccidere, va considerato un prossimo a cui si infligge violenza con i gas di scappamento dell’automobile, e poi un prossimo lontano, ma a cui ciascuno di noi è legato da rapporti di uso e sfruttamento di risorse naturali e di inquinamento, e c’è un prossimo lontano nel tempo, un “prossimo del futuro”, quello che avrà a che fare con i residui delle centrali nucleari e delle bombe nucleari che restano radioattivi per millenni, che erediterà queste scorie a causa della nostra miopia e imprevidenza, che soffrirà per l’erosione del suolo provocata dalla speculazione edilizia e agraria della nostra generazione, che sarà allagata dalle conseguenze dell’effetto serra provocato dai nostri consumi energetici inutili e folli. 

Emerge così, se volete, un nuovo volto della lotta di classe, che vede contrapposti sfruttatori delle risorse naturali altrui e sfruttati, inquinatori e inquinati, che viene soffocata con operazioni di polizia o di guerra. Facciamoci tutti profeti disarmati, militanti delle battaglie per la pace, contro lo spreco, contro i consumi, contro gli inquinamenti, per una nuova giustizia nell’uso delle risorse naturali della Terra, unica nostra casa nello spazio, ricordando che la pace è figlia della giustizia — Opus iustitiae pax.