SM 2097 — Per una definizione di storia dell’ambiente — 1999

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Ecologia Politica CNS, 9, (27), (settembre-dicembre 1999)  http://www.ecologiapolitica.org/wordpress/web/3/articoli/nebbia.htm

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

1.  Storia di che cosa ?

Fra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta di  questo secolo l’opinione pubblica e i grandi  mezzi di  comunicazione, in primo luogo nei paesi  industrializzati, hanno “scoperto” l’ecologia. La  parola  “ecologia” è diventata la bandiera  di  una nuova  ondata  di  contestazione nei confronti delle alterazioni provocate  all’ambiente  naturale dagli inquinamenti, dalla guerra, dalla congestione urbana, dal traffico automobilistico,  dall’espansione dei consumi, dalla speculazione edilizia — di speranza nel cambiamento verso condizioni di vita più umane, più in armonia con la natura.

In pochi anni — in questa “primavera dell’ecologia” — le  parole  “ecologia” e “ambiente” sono  diventate  di pubblico  dominio, spesso “di moda”, e come tali  hanno attratto  curiosità e attenzione, esercitando anche  un sottile perverso fascino: dal momento che si riferiscono a problemi della vita comune, innumerevoli persone e intellettuali  hanno  scoperto  (o  hanno  creduto)  di essere  in  grado di parlare dei problemi  ecologici  e spesso anzi si sono riconosciuti “ecologi”, anzi spesso “ecologi da sempre”.

 

Chi  poteva essere classificato come “ecologo” o “ambientalista” è stato consultato sulle  più  disparate questioni,  dal buco d’ozono alla  caccia, dall’aborto alle  frane ai mutamenti climatici. Oltre  ai  veri  e propri studiosi di ecologia, un gran numero di  naturalisti,  biologi, chimici, ingegneri, eccetera  si  sono considerati  qualificati  a parlare e  a  occuparsi  di analisi chimica degli agenti inquinanti, della  fabbricazione e gestione di inceneritori e depuratori,  eccetera. Si sono così moltiplicate, anche a livello  universitario, le cattedre di ecologia con innumerevoli  aggettivi,  oppure  di discipline  con  attaccato  l’aggettivo “ecologico” o “ambientale”.

Nello  stesso tempo intellettuali e studiosi di  educazione  umanistica hanno inventato  altrettanti  settori disciplinari, per cui sono nate l’ecologia della mente, la filosofia o sociologia ecologica, l’economia  ecologica   e  ambientale,  l’ecologia  umana,  il   diritto dell’ambiente, la pianificazione ecologica del territorio,  gli  elementi ecologici  di  ingegneria  chimica, l’etica ecologica, numerose storie ecologiche.

Intanto,  sempre a partire dai primi anni settanta, un crescente numero di associazioni e gruppi di persone si sono formati per condurre battaglie “ecologiche” o per la difesa della natura e dell’ambiente — dalla  costituzione delle zone protette, alla difesa dei litorali e dei  fiumi, alla lotta contro i pesticidi  e  l’energia nucleare,  contro  le fabbriche inquinanti,  contro  la speculazione edilizia, eccetera.

Come  spesso capita, molti eventi, iniziative, battaglie, talvolta di grande rilievo, dopo un po’ di tempo sono finiti e i protagonisti  sono  scomparsi  senza lasciare traccia e spesso si sono perse anche le tracce scritte (volantini, articoli, libri), non solo la “storia”  (ma anche la “cronaca”) degli eventi ambientali e delle persone che vi sono state coinvolte.

Cercherò qui di mettere un qualche ordine nelle parole,  cominciando dai nomi delle  numerose  “storie” ambientali o ecologiche. Non c’è bisogno di dire che la suddivisione qui  proposta  ha carattere del tutto soggettivo e provvisorio  e viene  presentata per stimolare un dibattito che  porti ad  un riordino critico dei vari settori  che  meritano attenzione storica.

Alla confusione dei termini ha contribuito anche  l’assorbimento, nella lingua italiana, senza grande  approfondimento  critico, di termini stranieri, come  quelli anglosassoni “ecology”, “environment”, “ecologist” (che è  lo studioso di ecologia, l’”ecologo”, e  non  l’”ambientalista”),  “conservation”;  quelli  tedeschi  “Umwelt”, “Umweltschutz”, “Heimatschutz”; quelli  francesi “ecologie”, “ecologist”, “environnement”, eccetera.

Un  certo interesse meriterebbe anche un’analisi  della mercificazione della parola “ecologia” (ma anche  della parola “naturale”), appiccicata, per attrarre i compratori, alle più svariate merci, indubbiamente come segno del  fatto che si tratta di parole e concetti  divenuti “riconoscibili” come qualcosa di positivo, di buono.

2.  La “storia dell’ecologia”

Comincerò  a  considerare  la  “storia  dell’ecologia”, disciplina  naturalistica nata, come è ben noto,  nella seconda metà del secolo scorso –  anzi  l’”invenzione” del nome è attribuita al biologo tedesco Ernst Haeckel (1834-1919) che lo avrebbe usato per la prima volta in un suo libro del  1866 — come scienza dei rapporti fra  gli  esseri viventi e l’ambiente fisico circostante e dei  rapporti fra  gli  esseri viventi. L’ecologia analizza  i  cicli naturali degli elementi, i rapporti alimentari (produttori—consumatori—decompositori), la dinamica  delle popolazioni vegetali o animali, eccetera.

Sulla  storia  degli eventi e delle persone  che  hanno fatto  progredire  l’ecologia è stato scritto  molto  e sono disponibili buoni libri: l’ecologia è stata oggetto  di  insegnamento universitario fin dalla  fine  del secolo scorso: in Italia la prima cattedra  universitaria di Ecologia agraria è stata costituita nel 1923. La  ricerca ecologica ha avuto, nel periodo  1920-1940,  alcuni  “anni d’oro”, come li ha definiti Franco  Scudo (1),  con importanti contributi anche italiani  (per esempio di V. Volterra e U. D’Ancona). Le storie dell’ecologia finora pubblicate (2)(3)(4)(5)(6)  prestano  particolarmente   attenzione agli  studi condotti in Occidente; credo che molto  sia ancora da approfondire sulle ricerche, talvolta  importanti, degli ecologi sovietici (si pensi a figure come V.I. Vernadsky (1863-1945) o vladimir Kostitzin (1883-1963)) e forse di altri  paesi, le cui opere sono scritte in lingue meno accessibili al mondo europeo.

Abbastanza  curiosa  e  interessante è  la  storia  dei rapporti  fra  ecologi  veri e propri  e  movimenti  di contestazione  ecologica:  talvolta  gli  studiosi   di ecologia hanno fornito le informazioni di base su cui è nata  la contestazione; in altri casi gli  studiosi  di ecologia  hanno visto con fastidio il  protagonismo  di molti personaggi dei movimenti di contestazione, estranei  alla  “professione”, che cavalcavano la nuova “moda”.

Nello stesso tempo, peraltro, la popolarità del nome  è stata  messa  a profitto per moltiplicare  le  cattedre universitarie e talvolta anche gli incarichi professionali. Un interessante capitolo della storia del costume e  dell’università  italiana  potrebbe  ricostruire  il numero  di  insegnamenti “ecologici”  impartiti,  negli ultimi trent’anni, a livello universitario, i  relativi programmi  e docenti e la fine fatta da molti  di  tali cattedre e docenti.

All’alba  dell’ecologia, nel 1970, c’era in Italia  una cattedra di Ecologia agraria, nell’Università di  Perugia e forse un’altra nell’Università di Padova, oltre a pochi incarichi di insegnamento. Nell’anno 1975 c’erano in  Italia  13  cattedre  di  discipline   “ecologiche” (Ecologia,  Ecologia agraria, Ecologia umana,  Ecologia vegetale, Ecologia animale, Ecologia ed etologia animale,  Selvicoltura (Ecologia e  selvicoltura  generale), Zoogeografia ed ecologia animale), e un gran numero  di altri  insegnamenti tenuti per incarico,  previsti  nei piani di studio (7).

La  storia potrebbe essere completata con una  indagine degli  insegnamenti  “ecologici” che  sono  attualmente impartiti nelle Facoltà universitarie, nelle Scuole  di specializzazione e nei corsi di diploma  universitario. Scuole e corsi con piani di studio che si prestano alla proliferazione di etichette “ecologiche”. Chi  impartisce  tali  insegnamenti, con quali  programmi ? quali contenuti scientifici vengono presentati (o spacciati) per ecologici o ambientali ?

3.  La “storia della conservazione della natura”

Abbastanza affine alla storia dell’ecologia è la storia della conservazione della natura, soprattutto perchè  è stata animata da studiosi di ecologia vera e propria. Sono  stati loro a sollecitare i governi,  nazionali  o locali, perchè emanassero disposizioni per la conservazione della natura — per la costituzione di parchi  in cui  fosse possibile proteggere ecosistemi  vegetali  o animali o rocce di particolare rarità e valore naturalistico, per la protezione di animali in via di  estinzione, di zone umide, per la lotta contro gli  incendi, spesso dolosi, eccetera.

 

La parte meglio esplorata della storia della  conservazione della natura riguarda gli Stati Uniti, dove  sono stati  creati parchi e riserve già nella  seconda  metà del secolo scorso, poi con Teodoro Roosevelt all’inizio di  questo  secolo,  poi durante il New  Deal  di  Franklin Delano Roosevelt (8)(9)(10)(11)(12).

 

Tali  iniziative di conservazione della natura si  sono scontrate fin dall’inizio, con gli interessi speculativi delle compagnie turistiche, delle compagnie petrolifere e minerarie e di quelle interessate al taglio  del legname. Da questo punto di vista hanno anticipato molti aspetti e metodi delle successive lotte di contestazione ecologica, iniziate negli anni sessanta.

Alcuni libri (13)(14) sono apparsi sulla  conservazione della  natura nell’Unione sovietica,  specialmente  nel periodo leninista e della prima pianificazione.

Molto  è  stato studiato e scritto  (15)(16)(17)  sulle iniziative italiane e sulle prime associazioni “naturalistiche”,  nella prima fase più attente  agli  aspetti naturalistici  ed educativi che a vere e proprie  lotte contro  interessi  economici e privati  che,  peraltro, cominciarono  a  manifestare la loro  avidità  già  nei primi decenni di questo secolo.

Purtroppo  manca una storia sistematica della “Commissione per la conservazione della natura e  delle  sue risorse”, del Consiglio Nazionale delle Ricerche, presieduta da A. Ghigi e poi da G. Montalenti, e divenuta, negli anni 1970-1980, fino al suo scioglimento, importante e scomodo punto di ascolto delle proteste  ecologiche.

Un  interessante capitolo della storia della  conservazione e della difesa della natura, ancora in gran parte da  esplorare, riguarda le iniziative in  questo  campo dei  governi  fascisti, specialmente  del  fascismo  in Italia e del nazismo in Germania. Le ideologie dei  due fascismi  davano  enfasi al ruralismo  e  alla  natura, tanto  da  indurre  alcuni studiosi  a  riconoscere  un carattere  “fascista” nella stessa “ecologia” che,  del resto, era stata fondata, come si è prima ricordato, da Haeckel considerato un anticipatore del razzismo tedesco  (18)(19). Il che ha dato una specie di  legittimazione a associazioni “ecologiche” neofasciste e neonaziste, comunque mascherate e sempre più visibili  dopo lo “sdoganamento” del neofascismo da parte della  democrazia e la diffusione della teoria che “l’ecologia non è né di sinistra né di destra”.

Mi  sembra che si possa inserire qui il vasto  capitolo della  storia delle iniziative per la protezione  degli animali,  contro  le pellicce, contro  la  caccia,  per condizioni di vita e di allevamento degli animali  meno violente e anche il complesso dibattito sulla sperimentazione su animali. Si  tratta di un complesso di battaglie, nate  in  gran parte in ambito radicale, che coinvolgono anche aspetti filosofici  e etici — il diritto degli  animali,  come risparmiare la sofferenza agli animali — oltre che  di vera e propria conservazione contro l’eccessiva sottrazione di animali dai loro habitat.

Inutile ricordare le violente polemiche che in  Italia, su  questo tema, in particolare sul tema della  caccia, hanno  diviso anche gli studiosi, le  associazioni  ambientaliste e i partiti. La letteratura sulla storia di questi movimenti è abbastanza vasta e si trova anche in forma di libri, ma gran parte va ricostruita attraverso i  giornali  e  la stampa, un vasto  materiale  che  si estende nel corso di circa trent’anni.

4.  La “storia dell’ambiente”

Un  terzo  gruppo  di  interessi  storici  riguarda  la “storia  dell’ambiente”  che qui sarà  considerata  nel senso  della  parola  anglosassone “environmentalism”, distinta dalla storia della conservazione della natura, a cui sembra più giusto associare il  termine anglosassone “conservation”. Non c’è bisogno di  dire  quanto siano  labili i confini fra i due settori e i  relativi studi. L’esame degli scritti in  questo campo (20)(21)(22)(23)(24) mi pare che conduca ad una  specie di storia della geografia e del paesaggio, con intrecci con  la  storia  dell’agricoltura, dei  boschi  (25)  e dell’uso del territorio.

Da  interessi  e osservazioni geografici è  partito  lo studio  di  G.P. Marsh (1801-1882) (“Man and nature”, 1864, 1872, 1874)  sugli effetti dell’azione umana  nel  modificare l’ambiente  e  la  natura, studio ben  noto  nei  paesi anglosassoni e che ha contribuito a sollevare  l’attenzione sulle alterazioni antropiche dell’ambiente. In  Italia il campo è dominato da studiosi come Emilio Sereni  (26), Lucio Gambi (27)(28), Alberto  Caracciolo (29)(30).

Numerose  ricerche hanno mostrato (31)(32)(33)(34)  che molte  società  del passato hanno  prestato  attenzione alla conservazione della natura, soprattutto dei boschi e  alla  regolazione del corso dei fiumi,  alla  difesa contro frane a alluvioni.

Nella storia dell’ambiente rientra la storia  dell’analisi  degli ecosistemi urbani. Molti studiosi,  soprattutto di estrazione urbanistica, hanno riconosciuto  il carattere  di  “ecosistema  artificiale”  delle  città. Mentre  esistono delle storie di “ecologi urbani” come Patrick Geddes (1854-1932) e Lewis Mumford (1895-1990), ritengo che ci sia ancora  molto  da esplorare nell’evoluzione di questo interessante territorio  di  incontro di varie culture:  naturalistica, urbanistica, sociologica.

Penso  che  si possa far rientrare in  questo  capitolo anche la storia della conservazione dei beni storici  e culturali, il tema che in Italia ha visto in prima fila Italia Nostra e studiosi e scrittori come Antonio Cederna (1920-1996).

5.  La “storia della contestazione ecologica”

A questo punto comincia un vasto e largamente  inesplorato territorio che si potrebbe chiamare “storia  della contestazione ecologica”. Si  trovano qui numerosi termini come  ecologismo,  ambientalismo, ambientalismo scientifico, e simili. Vorrei  assorbire tutte queste varianti nel termine  di “contestazione ecologica” definita come ogni intervento di persone o di gruppi di persone contro azioni o opere o violenze che arrecano danno alla salute umana e  alle risorse naturali.

Mentre  c’è  stata  un’esplosione  di  contestazione  a partire  dagli anni settanta di questo secolo, una  più attenta analisi storica mostra che episodi di contestazione,  soprattutto  degli inquinamenti, e processi e condanne  di  inquinatori si sono verificati  almeno  a partire dal Medioevo e forse in tempi ancora più lontani;  sarebbe utile esaminare le proteste e  le  “leggi” ecologiche nelle società orientali (per esempio con una più  attenta  lettura  della monumentale opera dell’inglese Joseph Needham sulla scienza e la tecnica in Cina). Una  politica di igiene urbana era praticata nel mondo islamico.

Benchè la contestazione ecologica sia nata con carattere  popolare e di base, in genere come protesta  contro offese  arrecate ad una comunità, spesso essa  è  stata guidata e aiutata dagli specialisti di varie  discipline. Si  possono  citare i fisici che  hanno  organizzato  i movimenti di protesta — poi divenuti movimenti popolari  –  contro le armi atomiche,  le  esplosioni  delle bombe  atomiche  nell’atmosfera  e  gli  effetti  sulla salute e sulla vita della ricaduta radioattiva  seguita a tali esperimenti.

Su  questo tema, come su molti altri successivi,  si  è avuto, anche in Italia, un forte intreccio — meritevole di approfondimento — fra movimenti di contestazione ecologica e movimenti pacifisti, antimilitaristi, nonviolenti, che spesso, peraltro, hanno proceduto su terreni e con interlocutori differenti. L’americano Barry  Commoner ha cominciato la sua attività  politica con una rivista di base contro le esplosioni  nucleari, poi  divenuta Environment. Il Bulletin of  the  Atomic Scientists, pubblicato a partire dal 1945 per denunciare i  pericoli  delle armi nucleari,  ha  sempre  dedicato molto spazio ai problemi ambientali.

La biologa americana Rachel Carson (1907-1964), partendo dalle  sue osservazioni  biologiche e naturalistiche, con  i  suoi scritti  anche di grande divulgazione ha dato  vita  al movimento di protesta contro l’uso dei pesticidi clorurati persistenti e da qui, di fatto, alla contestazione ecologica in senso moderno (35)(36)(37)(38)(39).

Una volta avviata, la contestazione ecologica, specialmente attiva negli anni 1970-1985, ha coinvolto milioni di  persone,  in tutti i paesi, soprattutto  in  quelli industriali più esposti a inquinamenti (40). Tale contestazione è stata molto vivace anche in Italia (41), ha dato vita a movimenti spontanei e ha  generato una  diffusa  voglia  di  conoscenze  scientifiche,  di cultura.  In tale periodo molti studiosi e  specialisti si  sono impegnati in una alfabetizzazione diffusa  sui pericoli associati agli inquinamenti industriali,  alla radioattività,  alle diossine, ai mutamenti  climatici, ai  rapporti fra l’ambiente e la produzione  e  consumo delle merci.

6 La storia delle associazioni ambientaliste

Le precedenti contestazioni e “lotte” sono state condotte da innumerevoli soggetti che andavano da piccoli gruppi, talvolta a livello di paese, fino a vere e proprie associazioni, con decine e centinaia di migliaia di iscritti, in genere con motivazioni “di sinistra”, progressiste; da tali associazioni in parte sono nati dei movimenti “verdi” che hanno assunto il carattere di “partiti”, con aspirazioni a rappresentanza e presenza politica, nelle amministrazioni locali e nei parlamenti nazionali.

La storia dei movimenti ambientalisti, “verdi”, e dei partiti verdi è un capitolo che ha  ricevuto  molta attenzione, soprattutto nei suoi aspetti politologici e sociologici, più che come storia di lotte popolari. Tale storia risulta particolarmente complicata da analizzare per una certa confusione dei nomi  assegnati a tali movimenti: mi sembra difficile classificare Italia  Nostra e il WWF come “verdi” anche se alcuni loro dirigenti sono diventati parlamentari o pubblici amministratori eletti in liste “verdi”.

Le principali associazioni straniere (negli Stati uniti Sierra Club, Audubon Society, Greenpeace) hanno avuto cura di ricostruire le proprie storie. In Italia il campo più esplorato riguarda le associazioni ambientaliste “grandi”, in ordine di apparizione Pro Natura, Italia Nostra, il WWF, Amici della Terra, Greenpeace, Legambiente, e alcune altre.

L’indagine non è facile perché scarseggiano documenti e archivi delle associazioni, spesso articolate in sezioni di cui manca la documentazione e inoltre perché alla loro direzione si sono succedute persone diverse, alcune delle quali non hanno mostrato interesse a conservare memoria dei predecessori.

Da parte loro i movimenti e partiti “verdi” hanno avuto un rapido ricambio e mutamento interno di persone e denominazioni, di non facile riconoscimento. Nell’analisi delle relative dinamiche si trovano così nomi come “verdi”, “rosso-verdi”, “verdi-sole-che-ride”, “verdi-verdi”, “verdi-arcobaleno”, “verdi-girasole”, “verdi alternativi”, con intrecci, difficili da ricostruire, con partiti politici tradizionali, come il Partito radicale, Democrazia proletaria, il Pdup, in parte il Pci con la sua Federazione giovanile Fgci (42)(43)(44)(45)(46)(48)(49)(50).

Di ancora più difficile ricostruzione sono le storie di associazioni, talvolta costruite in fretta e furia e poi abbandonate, da partiti come la Democrazia cristiana, gruppi cattolici (le Acli hanno una propria associazione ambientalista, “Anni  verdi”), socialisti, repubblicani, liberali, fascisti (“Gruppi  di  ricerca ecologica”, “Fare verde”), eccetera.

Ciascuna di queste associazioni ha  prodotto libri, giornali, talvolta in prossimità di elezioni o  di referendum,  spesso poi chiusi dopo pochi  numeri:  una gran  massa  di materiale di  difficile  reperimento  e andato in gran parte perduto. La loro esistenza si  può ricostruire  da brevi passaggi sui quotidiani  o  sugli organi dei rispettivi partiti.

Grande  importanza ha avuto, per molti anni, il  movimento delle “Università verdi” che hanno raggiunto,  in certi  periodi, il numero di alcune centinaia, nei  più diversi posti d’Italia, con limitato coordinamento,  ma con grande vivacità. Le Università verdi hanno organizzato  corsi  di lezioni, spesso tenute  da  persone  di grande  prestigio  e  competenza (si  pensi  per  tutte all’instancabile  Laura Conti), producendo dispense  di buona qualità, in gran parte disperse. Benchè ci sia stato un “coordinamento” delle Università verdi non mi risulta che sia stata prodotta una  storia di questa importante pagina di mobilitazione e  acculturazione ambientalista.

Qualche rapporto, ma non sistematico, si è avuto fra le associazioni  ambientaliste e verdi e i vari  movimenti di  difesa  dei  consumatori italiani  (la  cui  storia meriterebbe pure di essere ricostruita).

7. La storia del dibattito sui “limiti della Terra”

Un’interessante  pagina  della  storia  del   dibattito ecologico  riguarda l’attenzione per i “limiti”  della Terra. Il  concetto di “limite” era già presente negli  studi economici fin dal secolo scorso quando alcuni  studiosi hanno  indicato  che le risorse naturali usate dagli esseri umani e dalle attività produttive un  giorno avrebbero  potuto  essere insufficienti  o  addirittura esaurirsi. I  capostipiti di questo movimento sono stati  Thomas Malthus (1766-1834), John Stuart Mill (1806-1873) e più tardi William Stanley Jevons (1835-1882) che sollevò il  problema dell’esaurimento delle riserve inglesi di carbone.

Nel  nostro  secolo  il movimento si  tradusse  in  una denuncia  del rapido “eccessivo” aumento della  popolazione  mondiale, rispetto alla disponibilità  di  cibo, acqua, risorse. Si trattava di una diretta  conseguenza del principio, rigorosamente ecologico,  dell’esistenza di una capacità portante — di una carrying capacity — limitata in qualsiasi ecosistema, locale o planetario.

Già negli anni sessanta erano apparsi libri che  denunciavano la necessità di fermare la popolazione  mondiale, ma il momento di massima attenzione si è avuto  nel 1972,  25  anni  fa, con la  pubblicazione  del  libro, commissionato  dal Club di Roma, intitolato  “I  limiti alla crescita”. L’invito a porre dei limiti alla crescita della popolazione e dei consumi e al conseguente degrado e  esaurimento delle risorse naturali, sollevò un vasto dibattito la cui storia credo che sia ancora in gran parte  da scrivere.

Nel  1980 apparve negli Stati Uniti un  secondo  libro, accusato  anch’esso  di  essere  apocalittico,  “Global 2000″,  di limitata circolazione in  Italia,  anch’esso oggetto  di critiche, sia pure meno diffuse e  stizzose rispetto a quelle che hanno investito il libro del Club di Roma.

Direttamente legato alla consapevolezza dei “limiti”  è il  dibattito, più recente, sulla “sostenibilità“.  Una storia di questa parola, del modo in cui è stata  usata nei  vari  paesi e nei vari  documenti  ufficiali,  può aiutare  a  comprendere molte  contraddizioni  e  anche alcune ipocrisie della cultura cosiddetta “ecologica”.

8.  La “storia delle lotte operaie per la salute e l’ambiente di lavoro”

Mentre crescevano l’attenzione e la protesta “popolari” per le violenze esercitate all’ambiente, talvolta, come vedremo,  con  l’ostilità e il sospetto  di  una  parte della “sinistra”, cresceva anche un’attenzione e cultura  “operaia” per il miglioramento delle  condizioni  e della sicurezza nell’ambiente di lavoro e per i rapporti  fra le nocività dentro la fabbrica e quelle che  si estendevano all’esterno della fabbrica. Tale  attenzione  era la  diretta  continuazione  delle lotte  operaie che avevano portato alla riduzione dell’orario di lavoro, alla limitazione del lavoro  dei ragazzi e delle lotte per il salario.

Una più approfondita storia delle lotte operaie all’interno  delle fabbriche aiuterebbe a comprendere  meglio la grande occasione perduta per una alleanza  “ecologica” fra classe operaia e movimenti ambientalisti. Probabilmente un’esplorazione degli archivi del  sindacato aiuterebbe a mettere meglio a fuoco questa  pagina delle  lotte  per il miglioramento  dell’ambiente,  che peraltro  sono state in parte descritte nelle opere  di Giulio Maccacaro (1924-1977), Raffaello Misiti, Giovanni Berlinguer e altri studiosi che sono stati attivi anche nelle lotte ambientaliste.

9.  Storia dell’economia ecologica e del diritto ambientale

L’osservazione  della violenza e dei guasti  ambientali ha  ben presto portato molti a riconoscere la fonte  di tali guasti nelle “attività economiche” e produttive e nelle  stesse regole “dell’economia”,  specialmente dell’economia  capitalistica. Già negli  anni  sessanta alcuni  cominciarono  a ironizzare sulla  validità  del “prodotto interno lordo” come indicatore dello sviluppo economico  e  del benessere, mettendo  in  evidenza  il rapporto diretto fra PIL, produzione di merci e  produzione di rifiuti e di inquinamento.

Una  storia  dei rapporti fra “economia” e “ecologia” potrebbe mettere in evidenza il dibattito fra e con gli economisti  che hanno reagito da una parte cercando  di rimettere ordine nei termini — come il reale  significato  di  parole come crescita, sviluppo, PIL  –  e dall’altra parte cercando di dimostrare che non solo la loro  professione si era sempre occupata  dei  rapporti fra  sviluppo  economico  e ambiente, ma  che  anzi  la soluzione  dei guasti ambientali avrebbe potuto  venire soltanto dalla scienza economica (51)(52), specialmente dagli  strumenti  dell’economia  pubblica  —  divieti, multe, incentivi — con cui lo stato regola i  comportamenti privati.

Anche in questo caso alcuni studiosi hanno scoperto  la “vendibilità” di discipline al cui nome venisse appiccicato l’aggettivo “ambientale” e sono nate cattedre di “economia  ambientale”, “economia e politica dell’ambiente”,  spesso con contenuti che non si  discostavano molto da quello delle stesse discipline senza tale aggettivo.

Riconoscere  che l’ecologia nasce dal conflitto fra la difesa dei beni collettivi e i tentativi di  appropriazione — per le costruzioni, come ricettacoli di rifiuti  –  di  tali beni da parte  di  interessi  privati, poneva  e pone un problema squisitamente giuridico  che richiedeva un’evoluzione anche della cultura giuridica. Nel  corso  della storia c’erano state  molte  norme  e leggi,  poi  dimenticate, che avevano consentito di difendere i beni collettivi: le norme  sui  boschi  e pascoli  soggetti  a usi civici e  quelle  sul  demanio fluviale e marittimo, tutti beni collettivi gradualmente distrutti o privatizzati.

La difesa dell’ambiente dai nuovi attentati presupponeva  non solo l’applicazione delle leggi già  esistenti, ma  l’elaborazione  di  una nuova teoria del diritto capace di formulare nuove leggi e di dare indicazioni di comportamento ai governi. Manca una storia dei dibattiti sulla preparazione delle prime   leggi,   in   Italia,   contro  l’inquinamento dell’aria, e poi delle acque, e una storia  dell’intervento di quelli che furono chiamati i “pretori d’assalto”, i magistrati che seppero riconoscere già nelle leggi esistenti e nei principi generali del diritto, compreso il dettato della Costituzione repubblicana, gli strumenti  per combattere le  violenze  ambientali (53).

Anche in questo caso la nuova attenzione per un diritto dell’ambiente  è stata cavalcata a  livello  accademico con la creazione di cattedre universitarie, nell’ambito delle discipline giuridiche, con appiccicato l’aggettivo  “ambientale”, coperte spesso da persone  che  erano state estranee al dibattito ecologico.

10.  La storia delle tecniche “ecologiche”

 Non c’è dubbio che alcuni problemi di inquinamento,  di risparmio  delle risorse naturali, di  difesa  dell’ambiente, richiedono soluzioni tecniche. E’ abbastanza curioso notare che spesso le soluzioni  a cui si ricorre oggi sono rielaborazioni di tecniche già largamente  usate nel passato. Oggi ci si  agita  molto intorno a processi tecnici per il riciclo dei materiali usati  e delle scorie, spesso dimenticando che  sempre, in passato, per ragioni “economiche”, le imprese  hanno cercato di  ricuperare e riciclare tutto quanto  era possibile.

L’aumento  della  produzione di rottami di  ferro, nel secolo scorso,  ha  spinto a  inventare  processi  per produrre  l’acciaio dai rottami (forno Martin-Siemens, forno a ossigeno, forno elettrico); sempre in  siderurgia sono stati inventati  ingegnosi  processi  (torri Cowper)  per il ricupero del calore dei fumi  (come si direbbe oggi, per il “risparmio energetico”). La produzione di tessuti nuovi dagli “stracci”, di carta dalla carta straccia, erano praticate già nel secolo scorso

L’accumulo di scorie di solfuro di calcio nel  processo Leblanc per  la  produzione del carbonato sodico ha spinto  a ricuperare lo zolfo  diminuendo  l’estrazione del minerale e, nello stesso processo, le tecniche  per evitare  l’inquinamento  dovuto  all’acido cloridrico hanno dato vita all’industria  del  cloro. L’attuale tecnica di produzione dell’acido solforico è nata  per evitare perdite di materie e inquinamenti dell’aria. I tecnici  e gli imprenditori del secolo scorso  insomma, senza  saperlo, avevano introdotto innovazioni e  processi che noi oggi sono chiamati “sostenibili”.

Mentre  esistono varie “storie” della tecnica, mi  pare che  relativamente poco sia stato scritto sulla  storia delle  tecniche “ecologiche”, quelle che assicurano  la produzione di merci con minore consumo di energia,  con minore consumo di materie non rinnovabili, con  minore inquinamento, un campo di ricerca che richiede  l’impegno e la collaborazione di storici, ingegneri, chimici. Un primo avvio dell’incontro fra storici della  tecnica e  storici  dell’ambiente  si è avuto  in  un  convegno tenutosi  nel 1996 presso la Fondazione  Micheletti  di Brescia.

Un’interessante pagina delle tecniche di riciclo potrebbe essere scritta ricostruendo la storia dell’ARAR, l’agenzia istituita dopo la Liberazione per la  vendita e il ricupero dei residuati bellici.

Infine  tutte  le  guerre, in  particolare  la  seconda guerra  mondiale, hanno incentivato le invenzioni  di processi  e  tecniche e anche merci che richiedevano minori  quantità  di materie scarse e di  energia,  che utilizzavano materie  prime  rinnovabili  disponibili all’interno  dei paesi in guerra. Le politiche  “autarchiche”, talvolta afflitte da notevole improvvisazione, hanno spinto a elaborare tecniche “intermedie” che vengono, o possono essere, riscoperte adesso, in condizioni di scarsità o nei paesi in via di sviluppo.

A  titolo di esempio si può ricordare che,  durante  il grande spavento provocato dalla prima crisi petrolifera del  1974-1984,  il governo degli  Stati uniti spinse alcuni suoi studiosi a  riesaminare, negli archivi prelevati  nella  Germania  nazista, le informazioni disponibili sulla produzione di benzina sintetica dal carbone.  Quali  e quante informazioni su  tecniche  di ricupero  di materiali, basate su risorse  rinnovabili, su  processi  e manufatti a basso consumo  di  energia, “sostenibili”, eccetera, sono  ancora  sepolte negli archivi relativi alla storia economica e  industriale della prima e seconda guerra mondiale ?

11.  Storia dell’educazione e informazione ambientale

Non appena è cominciata ad aumentare l’attenzione per i problemi “ecologici” e ambientali si è aperto un dibattito  su come diffondere nuovi  comportamenti  “civili” verso  la natura e l’ambiente nelle scuole, dalle  elementari alle secondarie superiori e anche fra i  cittadini. Agli insegnamenti universitari ho già fatto cenno prima. L’”ecologia” avrebbe dovuto essere diffusa  nell’ambito delle   discipline  naturalistiche  (chimica,   scienze naturali, geografia, educazione tecnica) oppure avrebbe dovuto essere oggetto di una nuova “materia”, o avrebbe dovuto essere un capitolo della “educazione civica” ?

L’analisi della storia di tale dibattito — che ebbe fra i protagonisti Antonio Moroni dell’Università di Parma —offrirebbe l’occasione per ricostruire un’interessante pagina della vita e del malessere della scuola italiana e degli insegnanti, molti dei quali cercavano, nei nuovi problemi della società  civile,  l’occasione per svolgere  in  maniera migliore, e anche più gratificante, i propri compiti.

D’altra  parte occorreva informare gli  insegnanti  sui nuovi  problemi: si sono così moltiplicati i “corsi  di aggiornamento” che sono stati occasioni di intrecci fra enti erogatori di soldi (talvolta enti locali),  scuole e  gruppi  e associazioni che si  sono  candidati  come fornitori di “docenti” per tali corsi.

Strettamente legata a quella dell’”educazione”  ambientale  sarebbe  la storia  dell’informazione  ambientale fornita dai giornali (54), dalle riviste (Ecologia  del 1971-73  e  le numerose successive  versioni  di  Nuova Ecologia; Sapere sotto i vari direttori; Airone, e  poi numerosissime altre), dalla  radio e televisione  e soprattutto l’analisi storica di come i vari  argomenti sono stati trattati.

Gli  argomenti “ecologici” e “ambientali” sono, come  è ben  noto, solo apparentemente semplici e spesso  l’informazione è stata fatta con disinvoltura, talvolta con errori, da divulgatori o scrittori improvvisati.  Talvolta  l’uso approssimativo e anche errato  di  termini associati,  per esempio, all’inquinamento, ha  offerto l’occasione  ai veri inquinatori di  ridicolizzare  gli accusatori e di continuare gli attentati alla salute. Così comme il grido “al lupo al lupo” ha destato allarmi  talvolta immotivati e ha coperto e tenuti nascosti ben più gravi pericoli e rischi meno facilmente “capibili” e “popolarizzabili”.

12.  Carattere politico dei movimenti di contestazione

I  movimenti  di conservazione della natura,  dei  beni culturali,  e di lotta agli inquinamenti sono nati in ambiente essenzialmente borghese, di “classe media”. E’ questa l’estrazione della comunità ecologica accademica, delle prime associazioni di difesa della natura, di Italia Nostra, del WWF, del Club di Roma. Le persone che si sono mobilitate hanno riconosciuto che si affacciavano nuovi diritti: il diritto all’aria pulita, il diritto degli animali e dei vegetali  a vivere  e ad essere protetti da molte violenze dovute alla speculazione, all’arroganza del potere economico.

Per un certo periodo di tempo la “sinistra”, e  soprattutto  la sinistra “operaia”, hanno visto con  sospetto la nuova passione per l’”ecologia”, accusata di  essere reazionaria,  di  sostenere una  operazione anti-industriale  e anti-moderna, che minacciava di  mettere  in pericolo i posti di lavoro. Meriterebbe a questo proposito di essere analizzata  la stampa dei movimenti della sinistra e soprattutto della sinistra extra-parlamentare, quella che in  qualche momento ha definito l’ecologia la “scienza delle  contesse”.

Per inciso il rigetto della sinistra e della classe operaia per l’ecologia è risultata coincidente con  il rigetto organizzato dalla stampa industriale ed economica che ha, con lungimiranza, intravvisto il  pericolo che  la  contestazione ecologica  diventasse un  nuovo movimento “cartista” o “socialista” o “luddista”, comunque sovversivo.

Un  capitolo importante, per il peso che il partito  ha avuto nella politica e nei rapporti con intellettuali e studiosi italiani, riguarda l’attenzione del Pci e  dei suoi  dirigenti verso i problemi ambientali  (nucleare, caccia, pesticidi, inquinamenti), in un periodo in cui pure molti comunisti si sono sforzati di “leggere” o rileggere  gli  scritti di Marx, Engels, Lenin, alla ricerca di una “anticipazione” dell’attenzione marxista per la natura. Sarebbe interessante studiare i volti di questo eco-marxismo, oltre che in Italia, in  Germania, nei  paesi  anglosassoni, nei paesi  comunisti  (Unione sovietica,  Cina, forse Polonia  e Cecoslovacchia), nonchè nei paesi latino-americani.

Finora  ho  esaminato il problema  della  storia  della nascita  dell’attenzione  per l’ecologia e l’ambiente praticamente nei paesi industriali occidentali. Ancora da esplorare sono la nascita e lo sviluppo della stessa attenzione nei paesi del Sud del mondo. In  un primo tempo c’è stata una forma di  rigetto  per un’ecologia  che  veniva interpretata  come  una  nuova forma  di imperialismo e colonialismo dei paesi  ricchi del  Nord  del mondo, con i loro  “buoni”  consigli  di fermare  lo  “sfruttamento” della natura, i  consumi  e l’aumento della popolazione. Esempi di questi conflitti si  sono avuti in occasione della campagna  per  la “difesa”  dell’Amazzonia, con molti riflessi  anche  in Europa e in Italia.

Successivamente  ci sono state numerose iniziative  di nascita  di una ecologia dei paesi del Sud  del  mondo, anche con varie forme di eco-femminismo. Le fonti di questa storia si possono cercare nei  documenti  dei  gruppi partecipanti ai  vari  convegni  di organizzazioni non governative che hanno affiancato  le conferenze delle Nazioni Unite.

13.  Storia dell’”ecologia dei padroni”

Se, da una parte, il mondo imprenditoriale ha contribuito a far sorgere l’immagine di una “ecologia” contro il progresso, contro la produzione e contro gli  stessi lavoratori, dall’altra  parte ha seguito con grande attenzione la crescita della contestazione ecologica. Tanto più che una frangia di tale contestazione aveva cominciato a denunciare che la vera origine delle offese alla natura e all’ambiente andava cercata nella maniera capitalistica della produzione industriale e nelle regole economiche che impongono un’espansione della produzione di merci.

Con la grande lungimiranza che le imprese hanno  sempre manifestato per far fronte a ogni possibile “disturbo” esterno, le imprese, soprattutto quelle che sono  state chiamate  per prime in causa per i  loro  inquinamenti, hanno immediatamente organizzato una propria difesa, la cui storia è tutta da scrivere. La difesa imprenditoriale è stata basata sul  principio che, se, sfortunatamente, si erano verificati  inquinamenti e incidenti dannosi per l’ambiente, nessuno, come le imprese, possedeva conoscenze e capitali per realizzare tecnologie e merci pulite.

In  questa  operazione sono stati  mobilitati  numerosi studiosi  –  veri  e propri nipotini  di  quel  dottor Andrew  Ure che negli anni 40 del secolo scorso dimostrava come facesse bene ai fanciulli il lavoro nelle filande e nelle miniere — e giornalisti, anche molto abili, ed è stata organizzata una produzione di  libri, riviste, notizie che hanno avuto, naturalmente, grande eco nell’opinione pubblica (55)(56)(57)(58).

I  gruppi  imprenditoriali  hanno organizzato  delle “proprie” organizzazioni e associazioni ambientaliste, fra  cui quelle di “consumerismo verde”,  il  “Business Council for sustainable development” (59) e numerose altre, anche per il settore agricolo.

La  ricostruzione  di questa storia può  mostrare  bene come,  per una decina d’anni, circa dal 1970  al  1980, l’opinione  pubblica ha avuto disponibili  informazioni sui  guasti  ecologici;  dal 1980  il  grande  capitale imprenditoriale  ha dominato sempre più pesantemente  i grandi  mezzi di comunicazione nei quali si sono  fatte sempre più scarse e marginali le notizie di  incidenti, guasti, inquinamenti, contaminazioni ambientali,  addirittura  con la graduale diffusione di sospetti di  esistenza di qualche forma di “terrorismo ecologico”.

Sempre  maggiore attenzione è stata riservata,  invece, ai “benéfici” effetti della produzione industriale e alla capacità dell’industria di dare risposte produttive alla “giusta” domanda di ambiente. La storia  potrà mostrare come, alla proteste per la plastica le imprese abbiano  risposto  con l’invenzione  di  una  “plastica biodegradabile” (che tale non era affatto); alla  scarsità  di petrolio hanno risposto con la  produzione  di alcol etilico carburante ottenuto da devastanti  coltivazioni di canna da zucchero o cereali.

Per il successo di alcune di queste operazioni è  stata utilizzata anche la collaborazione di parte del  movimento  ambientalista a cui è stata data l’illusione  di poter partecipare, con correzioni benevolmente ecologiche, alle scelte del potere elettrico, automobilistico, chimico, petrolifero.

14.  Le chiese e l’ambiente; una etica ambientale

La  prima  attenzione per i  problemi  ambientali,  per quanto  ho potuto vedere, nasce nelle chiese  cristiane protestanti, cioè nello stesso terreno culturale in cui erano nati anche i primi movimenti moderni di conservazione della natura.

L’attenzione  cattolica è stata stimolata, talvolta  in forma  stizzosa, da un celebre articolo  dello  storico americano Lynn White che ha attribuito alla tradizione antropocentrica  giudeo-cristiana una delle radici  del disprezzo  per la natura e che ha riconosciuto  in  San Francesco  e nella sua capacità di  considerare  l’uomo fratello  dell’acqua,  del fuoco, delle  pietre,  degli animali selvaggi, l’unico anticipatore (radicale) della moderna visione dei rapporti uomo/natura (San Francesco è  stato  poi proclamato  patrono  dell’ecologia  dalla chiesa cattolica). A livello istituzionale nella chiesa cattolica postconciliare  fu costituita una commissione Iustitia-et-pax che, dalla fine degli anni sessanta, cominciò ad essere molto attenta ai problemi ambientali.

Per  quanto ne so, purtroppo manca una storia  delle posizioni assunte sui problemi ambientali dalla  chiesa romana nelle numerose encicliche e lettere ufficiali e nelle  conferenze internazionali. Come è ben noto, la Santa Sede non è membro delle Nazioni unite ma è membro di  molte agenzie (FAO, IAEA, ecc.) e partecipa  alle relative conferenze.

Le principali contraddizioni “ecologiche” della  Chiesa cattolica riguardano il problema della popolazione,  il cui  aumento  è generalmente considerato una  fonte  di aggravamento dei problemi ambientali planetari,  mentre la chiesa cattolica è fermamente contraria al controllo delle nascite. Ambigua è pure la posizione della chiesa romana sull’energia nucleare e sugli armamenti  nucleari.

Una posizione più aperta si è avuta a livello di Consiglio mondiale delle chiese cristiane nei suoi  numerosi incontri che hanno portato nel 1990 alla conferenza  di Seul  su “Giustizia, pace e salvaguardia  del  Creato”, divenuta poi una campagna internazionale.

Mentre molto è stato scritto su singoli aspetti di  una teologia  dell’ambiente, ben poco è  disponibile  sulla storia  e  l’evoluzione  di tale  teologia.  Penso  che sarebbe  utile analizzare l’evoluzione della  posizione sull’ambiente delle altre religioni monoteiste (Ebrei e Islam) e delle religioni orientali.

C’è infine da esplorare il vasto capitolo della  storia degli scritti e delle discussioni relative agli aspetti “filosofici” dell’ecologia e dell’ambiente. Essendo un chimico, quindi di educazione naturalistica, confesso  che ho sempre visto con  fastidio  l’aggiunta dell’aggettivo  ecologico a un gran numero di  problemi di  natura  etica e filosofica che, a mio  parere,  con l’ecologia avevano poco a che fare.

Cito argomenti come l’”ecologia della mente”, l’”ecosofia”, l’”ecologia degli atti”, l’”ecologia delle idee”, l’”eco-organizzazione”, l’”eco-bio-socio-logia”, l’”antropo-socio-ecologia”,  con  strani  intrecci  con movimenti come “New Age” e simili. Riconosco, comunque il mio limite culturale e penso che forse  l’analisi  storica di questi   temi,  fra  cui  la curiosa  e  controversa “ipotesi  Gaia”,  aiuterebbe  a riconoscere  quanto è utile e meritevole di più  chiara definizione  e di maggiore approfondimento e  quanto  è mistificazione e moda temporanea.

15.  Storia dei rapporti fra ambiente e governi

Una storia dei movimenti ambientalisti potrà mettere in evidenza,  a mio parere, che una gran parte dei  guasti ambientali  deriva da disattenzioni o disinteresse  del “potere”. Se  è vero che l’abusivismo edilizio e l’occupazione  delle coste sono dovuti alla speculazione privata, che l’inquinamento è dovuto alla smodata  sete di profitto delle imprese, è altrettanto vero che  tali azioni, violente contro i diritti di cittadini e di una comunità, sono rese possibili da inevitabili compromessi fra potere economico e “governo”.

Tali  compromessi possono essere mascherati, a volta  a volta, dalla necessità di assicurare l’occupazione e la crescita  economica  e il  soddisfacimento  di  bisogni “umani” con crescenti quantità di merci; ma comunque il “governo”  — a livello nazionale o locale — si  è  in genere  comportato come controparte, come  “il  nemico” nelle lotte ambientali. Il  fenomeno non riguarda naturalmente soltanto  l’Italia, anche se nei paesi a democrazia più matura è stato più  facile  riconoscere rapporti  conflittuali  fra  i movimenti di contestazione e i rispettivi “governi”.

Complessi e meritevoli di attenzione sono anche i mutamenti nei rapporti fra paesi e comunità  industrializzate,  paesi sottosviluppati e i  relativi  riflessi nelle organizzazioni internazionali. Una  analisi  della  storia di  questi  rapporti  dovrà utilmente  essere divisa fra il periodo  della  “guerra fredda”  fra paesi capitalisti e comunisti, il  periodo della  distensione degli anni ottanta e  quello  post-”comunista” che vede il sorgere di due nuovi blocchi di paesi riconoscibili come Nord e Sud del mondo, ciascuno con propri problemi ambientali.

Per comprendere l’attenzione dei governi per l’ambiente occorre  risalire agli anni sessanta quando  l’ambiente comincia  ad  essere presente,  sia  pure  timidamente, nelle conferenze delle Nazioni unite e delle sue  agenzie.

Con  l’esplosione dell’attenzione per l’ambiente  degli anni 1968-70 si moltiplicano le conferenze delle Nazioni  unite  sui problemi ambientali. Dopo  due  anni  di preparazione  si  tenne nel giugno 1972  la  Conferenza delle Nazioni unite sull’”ambiente umano”  (Stoccolma), seguita  da quelle sulla popolazione  (Bucarest,  1974, poi  Cairo  1984), sull’habitat (Vancouver  1976,  poi Istanbul 1996), sull’acqua (Mar del Plata, 1977), sulla desertificazione (Nairobi, 1977), fino alla  Conferenza di Rio de Janeiro (1992) su “ambiente e sviluppo”, seguita dai vari tentativi di arrivare ad accordi per fermare (o rallentare) i mutamenti climatici o la perdita di biodiversità. Ciascuna  di  queste conferenze ha generato  decine  di migliaia  di  pagine di scritti,  di  dichiarazioni  di singoli governi, difficilmente accessibili, che  fornirebbero fondamentali indicazioni sull’evoluzione  della politica ambientale internazionale.

Altrettanto  utile sarebbero l’esplorazione degli  atti delle  conferenze sul disarmo,  specialmente  nucleare, nelle  quali  sempre  più spesso  viene  richiamato  il pericolo delle armi nucleari per l’ambiente.

Simili dibattiti “ecologici” si sono svolti nell’ambito di  conferenze e commissioni della Comunità, ora Unione, europea  (e probabilmente di altre comunità economiche mondiali). A questo livello i dibattiti riguardavano l’armonizzazione delle politiche e norme dei vari paesi non certo nel nome  della  salute  e dell’ecologia,  ma  per  evitare distorsioni  nella  concorrenza  economica;  le   varie decisioni  sono quindi il risultato di azioni di  pressione  di singoli governi e di gruppi  imprenditoriali, con  ben limitato ascolto dei movimenti di difesa dell’ambiente, presenti con gruppi “verdi” soltanto nel Parlamento europeo.

Non  mi  risulta che siano state scritte  storie  sulla formazione  delle varie “direttive” europee  nel  campo ambientale,  anche  per la difficoltà di  accesso  alle fonti, nelle mani dei governi e nel ricordo di  singole persone,  spesso non inclini a raccontare i  retroscena delle discussioni.

15.  Storia dei rapporti fra ambiente, governi e potere in Italia

I  parlamenti e i governi italiani hanno cominciato  ad affrontare i problemi ambientali in occasione della elaborazione, anche sotto la pressione dell’opinione pubblica, delle leggi contro l’inquinamento  dell’aria (a  partire dalla legge n. 615 del 1966) e delle acque (a  partire dalla legge n. 963 del 1965 e dalla  più specifica  legge n. 319 del 1976, la cosiddetta  “legge Merli”), dalle norme sulla biodegradabilità dei  detersivi e su vari altri argomenti che allora non portavano ancora l’etichetta dell’”ecologia”.

Nel  1970, all’alba dell’”ecologia”, con grande  intuizione e, direi, “furbizia” politica, l’allora presidente  del Senato  Amintore Fanfani  costituì  una  commissione “speciale” mista di senatori e studiosi sui “problemi  dell’ecologia” che produsse tre volumi di atti, oggi quasi introvabili.

Da  allora il governo italiano ha  dovuto partecipare, talvolta con qualche contributo  significativo,  alle varie iniziative internazionali; va comunque notato che in  genere  le norme europee sono  state  recepite  con grande  ritardo per non disturbare i potenti  interessi economici che hanno sempre dominato le azioni di governo, ben più del “bene pubblico”.

Dopo  una breve esistenza, nel 1974, di un “ministero dell’ecologia”, diventato poi ministero dei beni culturali  e ambientali, sarebbe stato necessario attendere il 1983 per avere un altro ministero dell’ecologia,  in quota ai liberali Biondi, Zanone, Di Lorenzo; nel 1987 sarebbe stato creato un ministero dell’ambiente, “con portafoglio”, tenuto quasi sempre dal socialista Giorgio Ruffolo, seguito per breve tempo da Pavan, un professore universitario, e dal socialista Valdo Spini. Si  tratta di un altro capitolo della  storia  dell’ambiente da esplorare, attraverso una analisi dei  dibattiti  parlamentari e delle leggi “ambientali”  emanate nei vari periodi.

Una  interessante pagina della storia dei rapporti  fra ambiente e potere riguarda l’attenzione prestata  dalle associazioni  ambientaliste ai governi ogni  volta  che questi dichiaravano di sostenere azioni ecologiche. L’istituzione  di un “consiglio” per l’ambiente con  le rappresentanze dei più significativi gruppi “ecologici” ha  fornito per la prima volta l’illusione che la  voce delle associazioni potesse essere ascoltata dal potere, e che il potere politico anzi volesse incoraggiare, con contributi finanziari, il lavoro delle associazioni nel campo dell’educazione ambientale, della progettazione e perimetrazione di aree protette, eccetera (60).

A  poco  a  poco le  associazioni  ambientaliste  hanno abbandonato la propria posizione di critica e di  verifica dell’operato dei governi e sono diventate collaboratrici  dei governi. Si è così diffusa l’idea  che  le associazioni dovevano smettere di dire sempre di  “no”, che  bisognava fare proposte operative e suggerire  che cosa  fare e collaborare alla realizzazione delle  cose “buone”. Sarebbe stata questa una forma di “ambientalismo  scientifico”  in grado, con i  propri  aderenti  e dirigenti,  di  mettere a  disposizione  dei  “governi” utili competenze e guide tecnico-scientifiche. Non  è parso vero ai governi di approfittare di  questa offerta  per  stringere  rapporti  che  rendessero  più blanda la contestazione, parola che addirittura è stata gradualmente cancellata dal vocabolario. 

14.   Bisogno di un archivio storico

La  precedente sommaria esposizione ha, spero, mostrato come l’”ecologia” rappresenti una vasta  pagina dei movimenti di trasformazione e riforma della società contemporanea  e  come  l’indagine  storica,  anche  in questo caso, aiuti a comprendere molti fenomeni con cui dobbiamo  confrontarci  oggi  e in  futuro,  nei  paesi industrializzati e in quelli arretrati. Già i pochi cenni precedenti mostrano come la scrittura di  una, o di più storie, dei vari movimenti ed  eventi “ecologici”  presuppone  l’accesso  a  materiali  molto diversi, in parte pubblicati in libri facilmente accessibili  nelle  biblioteche pubbliche,  in  parte  ormai quasi irreperibili, e in parte contenuti in  documenti, relazioni, articoli sepolti negli archivi o dispersi in innumerevoli giornali e riviste, in parte ormai  perduti.

I trent’anni passati dall’inizio del fenomeno “ecologico” sono tanti: molte persone adulte e attive  all’alba dell’ecologia sono ormai scomparse — Valerio Giacomini, Giulio Maccacaro, Giuseppe Montalenti, Raffaello Misiti, Laura Conti, Antonio Cederna, per citarne solo alcuni — e le loro biblioteche e carte sono in parte andate perdute, in parte sono disperse o difficilmente accessibili.

Lo stesso destino è riservato ai libri e alle carte di molte altre persone. Mentre il movimento di Liberazione e il movimento operaio hanno avuto cura  di conservare i propri archivi e alcune fondazioni, come la Fondazione  Feltrinelli  a  Milano,  la  Fondazione Micheletti a Brescia, hanno raccolto prezioso materiale su  molti  aspetti di tali lotte e,  più in generale, della  storia della società contemporanea,  non  esiste niente di simile per il movimento “ecologico”,  soprattutto per la parte relativa alla “contestazione  ecologica”.

Nelle stesse Università, che dovrebbero essere le  sedi privilegiate  per la conservazione della storia delle discipline,  il succedersi dei docenti, con differenti interessi e anche modi di intendere le varie  discipline,  la  mancanza di spazio e di  persone,  soprattutto giovani studiosi, che abbiano voglia di “perdere tempo” per  mettere ordine nelle carte di docenti ormai  scomparsi e quindi accademicamente “inutili”, sta  portando alla dispersione di molti archivi dei decenni passati.

Nel  corso  degli  anni vari  soggetti  hanno  mostrato interesse  per la creazione di un archivio storico  del movimento  ecologico o ambientalista, ma  spesso,  dopo una  temporanea breve passione — in vista anche  della possibile  pubblicità  che un assessore  o  un  sindaco avrebbero potuto ricavarne — tutto è caduto nel vuoto. Si  ha l’impressione che il potere non  voglia  affatto che  si  crei un archivio storico  che  rappresenta  un serbatoio di informazioni sulle proprie contraddizioni, una fonte da cui appaiano gli errori di previsione e di pianificazione  dei  fenomeni relativi  al  territorio, all’ambiente,  all’energia, le promesse non  mantenute, le menzogne. Penso, solo a titolo di esempio, alle viltà, contraddizioni e menzogne relative ai vari programmi nucleari ed energetici italiani.

Il potere non vuole una documentazione storica pubblica che possa metterlo in discussione e fa male perché  uno scrutinio tecnico-scientifico retrospettivo  aiuterebbe ad evitare futuri errori, e consentirebbe di  identificare le azioni che potrebbero ridurre i danni ambientali,  di organizzare meglio la difesa dell’ambiente,  di riconoscere  quali iniziative scientifiche sono  utili, per esempio per localizzare le zone in cui hanno operato industrie inquinanti o in cui esistono aree contaminate  da  bonificare. Con ciò verrebbe  dato  anche  un importante contributo alla storia industriale dell’Italia  moderna e ne verrebbe uno stimolo per la crescita della cultura e dell’occupazione. Dovrebbe essere questo il fine di un potere che ipoteticamente operasse pro bono publico e non per eternare e legittimare se stesso.

Per quanto ne so neanche le principali grandi  associazioni ambientaliste hanno un proprio archivio  storico, se  si  eccettua  forse quello che  riguarda  la  parte burocratica,  i verbali delle riunioni, eccetera,  cioè la  parte meno interessante ai fini della  comprensione degli eventi ambientali e delle lotte popolari. La difficile realizzazione di un tale archivio è dovuta anche  ad  –  umanamente comprensibili  –  gelosie  e competizioni fra persone, gruppi e associazioni ambientalisti che di tale storia, o di sue parti, sono  stati protagonisti.

Un archivio storico  nazionale dell’ecologia e dell’ambiente:  esso potrebbe essere utilmente affiancato, o preceduto, da un  notiziario o una rivista — non so quale nome potrebbe darsi, data la complessità dei  problemi  sopra elencati  –  che  ospiti i diversi  aspetti  delle, o almeno la bibliografia degli scritti sulle, molteplici “storie” qui considerate, che sono poi un’unica storia, quella  dell’avventura umana sul pianeta Terra, con  la sua grandezza e i suoi limiti.

Note

(1)   F. Scudo e J.R. Ziegler (a cura di), “The  Golden Age of theoretical ecology: 1923-1949″, Berlin,  Springer,  1978; F. Scudo, “The ‘Golden Age’ of  theoretical ecology. A conceptual appraisal”,  Rev.Europ.Etud.Social., 22, 11-64 (1984)

(2)   F.N.  Egerton, “A bibliographical  guide  to  the history  of  general ecology and  population  ecology”, History of Science, 15, 189-215 (1977);  F.N.  Egerton, “The  history of ecology. Achievements  and  opportunities”,  I. Journal of the History pf Biology, 16,  259-311 (1983); II. Journal of the History of Biology18, 103-143 (1985)

(3)   S.E. Kingland, “Modeling nature. Episodes in  the history of population ecology”, Chicago, University  of Chicago Press, 1985

(4)   P. Acot, “Histoire de l’écologie”, Paris, Press Universitaire  de  France, 1988; traduz.ital. “Storia dell’ecologia”, Roma, Lucarini, 1989

(5)   A. Bramwell, “Ecology in the 20th  century. A history”, New Haven, Yale University Press, 1989

(6)  J.P. Deleage, “Histoire de l’écologie. Une science de l’homme et de la nature”, Paris, La  Decouverte, 1982; traduz.ital. “Storia  dell’ecologia”, Napoli, CUEN, 1994

(7)   Cfr., fra l’altro, i volumi pubblicati nel 1976 dal Laboratorio di Ecologia dell’Università di Parma: “Gli insegnamenti di ecologia”, Atti del Colloquio sull’insegnamento dell’ecologia nelle Università italiane”, Parma, 1974; A. Moroni (a cura di), “L’insegnamento dell’ecologia nelle Università italiane”,  Parma, Studium Parmense, 1976

(8)   S.P. Hays, “Conservation and the gospel of efficiency: the progressive conservation  movement, 1890-1920″, New York, 1959, ristampa, New York, 1972

(9)   F. Graham Jr., “Man’s dominion. The story of  the conservation in America”, New York, M. Evans, 1971

(10)   D.H. Strong, “Dreamers and  defenders. American conservationists”, Lincoln, University of Nebraska Press, 1971

(11)   M.L. Smith, “Pacific visions. California  scientists and the environment, 1850-1915″, New Haven,  Yale University Press, 1987

(12)  F. Graham Jr., “The Audubon Ark. A history of the National Audubon Society”, New York, A.A.Knopf, 1990

(13)  D.R. Weiner, “Models of nature. Ecology, conservation and cultural revolution in Soviet Russia”, Bloomington, Indiana University Press, 1988

(14)   J.K. Gerner e L. Lundgren,  “Environmental  problems of a planned economy: the Soviet debate on nature and society, 1960-1976″, 1978

(15)  W. Giuliano, “La prima isola dell’arcipelago. Pro Natura,  quarant’anni  di ambientalismo”,  Torino,  Pro Natura, 1989

(16)  L. Piccioni, “Il primo movimento italiano per la difesa della natura, 1883-1935″, 1993, inedito

(17)   E.H. Meyer, “I pionieri  dell’ambiente”,  Milano, Carabà  edizioni, 1995; anche: A. Poggio,  “Ambientalismo”, Milano, Editrice Bibliografica, 1996

(18)   A. Bramwell, “Blood and soil”, 1985;  trad.ital. “Ecologia  e  società nella  Germania  nazista.  Walter Darrè  e  il partito dei verdi di Hitler”,  Gardolo  di Trento, Reverdito, 1988; si veda anche: A. D’Onofrio, “Ruralismo e storia nel terzo Reich”, Napoli, Liguori Editore, 1997

(19)  Cfr., per esempio, i saggi sull’ecologia  apparsi nella rivista di destra Diorama letterario: M.  Tarchi, “Falsa  identità e nuove sintesi”, Diorama  letterario, n.  76,  novembre 1984; i  fascicoli  monografici:  “La sfida verde”, Diorama letterario, n. 114, aprile  1988; “L’alternativa ecologica”, Diorama letterario, n.  186, maggio-giugno 1995, con numerosi scritti, principalmente  di  Alain de Benoist; in tali scritti si  cerca  di mettere  in  evidenza  il  carattere  “conservatore”  e reazionario del movimento ecologico e dei verdi.

(20)   D. Worster, “Nature’s economy. A history of  the subversive science”, San Francisco, Sierra Club,  1977; poi: “Nature’s economy. A history of ecological ideas”, Cambridge, University Press, 1985

(21)  J. Petulla, “American environmental history.  The exploitation  and  conservation o  natural  resources”, Merrill, 1977, 1988

(22)   J. Petulla, “American environmentalism:  values, tactics,  priorities”, College Station, Texas A&M  University Press, 1980

(23)  D. Worster, “The ends of the Earth. Perspectives in modern environmental history”, Cambridge, University Press, 1988

(24)  Per la Germania si vedano: F.J. Brueggemeier e T. Rommelspracher (a cura di), “Besiegte Natur. Geschichte der  Umwelt  in  19. und  20.  Jahrhundert”,  Muenchen, Verlag  Beck, 1989; R.H. Dominick,  “The  environmental movement in Germany. Prophets and pioneers, 1871-1971″, Bloomington, Indiana Universiity Press, 1992

(25)   D.  Moreno, “Storia  e  archeologia  forestale”, Quaderni storici, n. 49 (1982) e n. 62 (1986)

(26)   E.  Sereni,  “Storia del  paesaggio  agrario  in Italia”, Bari, Laterza, 1963

(27)   L. Gambi, “Una geografia per la  storia”,  1961, Torino, Einaudi, 1973

(28)  L. Gambi, “I valori storici dei quadri  ambientali”, in: “Storia d’Italia”, I, “I caratteri originali”, Torino, Einaudi, 1972

(29)  A. Caracciolo, “L’ambiente come storia”, Bologna, il Mulino, 1988

(30)  A. Caracciolo e G.Bonacchi (a cura di),  “Il declino degli elementi. Ambiente naturale e  rigenerazione  delle risorse nell’Europa moderna”, Bologna,  il Mulino, 1990

(31)   Ancora fondamentale è: W.L. Thomas Jr.  (a  cura di),  “Man’s role in changing the face of  the  Earth”, Chicago, University of Chicago Press, 1956, due volumi; recente ristampa. Ugualmente fondamentale è il libro di Clarence  J.  Glacken, “Traces on  the  Rhodian  shore. Nature  and  culture in Western  thought  from  ancient times to the end of the eighteenth century”,  Berkeley, University of California Press, 1967

(32)   P. Fedeli, “La natura violata. Ecologia e  mondo romano”, Palermo, Sellerio, 1990

(33)  K.W. Weeber, “Smog sull’Attica. I problemi  ecologici dell’antichità“, Milano, Garzanti, 1990

(34)  A.P. Canellopulos, “Ecologia ed economia dell’ambiente nell’antica Grecia”, Atene, Ekdotiki Estia, 1994

(35)  R. Carson, “Silent spring”, Boston, Houghton Mifflin, 1962, traduz.ital. “Primavera silenziosa”,  Milano, Feltrinelli, 1962

(36)  F. Graham Jr., “Since ‘Silent Spring’”, Greenwhich (USA) Fawcett Crest/Houghton Mifflin, 1970

(37)   P. Brooks, “The house of life. Rachel Carson  at work”, Boston, Houghton Mifflin, 1972; anche: G.J. Marco, R.M. Hollingworth e W. Durham, “’Silent Spring’ revisited”, Washington, American Chemical Society, 1987

(38)  Whorton, “Before ‘Silent Spring’”, 1974

(39)   T.R. Dunlap, “DDT, Science, citizens and  public policy”, Princeton, 1980

(40)   Per  il Giappone, colpito  dalla  contaminazione  radioattiva delle prime bombe atomiche e poi da numerosi drammatici inquinamenti industriali, fra cui  quello del golfo di Minamata negli anni sessanta, si veda, fra l’altro: A. McKean, “Environmental protest and  citizen partecipation in Japan”, 1981

(41)   In  un articolo precedente  (G.  Nebbia,  “Breve storia  della  contestazione  ecologica”,  Quaderni  di Storia  ecologica (Milano), n. 4, 19-70 (giugno  1994)) sono  stati ricordati alcuni eventi della lunga  storia delle  lotte  ecologiche. Se ne possono  citare  alcuni qui, in un breve e parzialissimo elenco:

– lotte contro i fanghi rossi della fabbrica di  biossido di titanio di Scarlino della Montedison

–  lotte  contro l’ACNA di Cengio (cfr.  P.P.  Poggio, “Una storia ad alto rischio”, Torino, Abele, 1996)

–  lotte contro l’inquinamento delle fabbriche  Enichem e Farmoplant a Massa-Carrara

–  lotte  contro  la fabbrica di  cromati  Stoppani  a Cogoleto (Genova)

–  lotte contro le fabbriche di derivati del catrame  e di piombo tetraetile di Fidenza

–  lotte contro le proposte di centrali  nucleari  del Mantovano, della Puglia, di Montalto di Castro

–  lotte  contro  l’impianto e  deposito  nucleare  di Trisaia (Basilicata)

–  lotte contro inceneritori e discariche di rifiuti

–  lotte contro l’uso dei pesticidi

–  lotte contro la caccia, eccetera.

Un  inventario  di tali lotte rappresenterebbe già  un indice di un libro sulla contestazione ecologica.

(42)  S.  Menichini (a cura di), “I verdi, chi  sono, cosa vogliono”, Roma, Savelli Gaumont, 1983

(43)   “Le culture dei verdi. Per una  analisi  critica del pensiero ecologista”, 1987

(44)   R.  Biorcio  e G.Lodi (a cura  di),  “La  sfida verde.  Il  movimento ecologista  in  Italia”,  Padova, Liviana, 1988

(45)   M. Diani, “Isole nell’arcipelago.  Il  movimento ecologista in Italia”, Bologna, il Mulino, 1988

(46)   “Arcipelago  verde”,  Legambiente  e Panorama, allegato a Panorama del 5 luglio 1983

(47)  W. Giuliano, “Le radici dei verdi”, Pisa, 1991

(48)  F. Giovannini (a cura di), “Le radici del  verde. Saggi  critici sul pensiero ecologista”, Bari,  Dedalo, 1991

(49)  ISPES, “L’arcipelago verde. Geografia e  prospettive  dei movimenti ecologisti”,  Firenze,  Vallecchi, 1991

(50)  A. Farro, “La lente verde. Cultura  politica  e azioni ambientaliste”, Milano, Franco Angeli, 1991.

(51)   Emilio  Gerelli,  professore  di  Scienza  delle finanze  nell’Università di Pavia, è stato il primo a riconoscere che l’attenzione per l’ambiente era  implicita  nell’analisi  dell’economia pubblica.  A  lui  si devono molti interessanti libri.

(52)  Alla crescita dell’attenzione, anche  accademica, per  l’”economia ambientale” ha contribuito, fra  l’altro,  il  bel libro di J.  Martinez-Alier,  “Ecological economics”,  trad.ital. “Economia  ecologica”,  Milano, Garzanti,  che,  per  inciso,   tratta  non  l’economia ecologica,  qualunque cosa voglia dire questo nome,  ma la storia della teoria del valore in unità fisiche. Ancora fondamentale il libro a cura di Gianni Cannata, “Saggi di economia dell’ambiente”, Milano, Giuffrè, 1974.

(53)  Cfr. per es.: A. Sansa, “I diritti dell’ambiente. Gli  atteggiamenti della società e delle  istituzioni”, Bologna, Zanichelli, 1981

(54)  Sarebbe utile anche ricostruire l’attenzione  per le  proteste ecologiche nei grandi  giornali  nazionali non di partito, come Il Corriere della Sera, La Stampa, il  Giornola Repubblica, in relazione  ai  mutamenti della proprietà e dei direttori. Purtroppo sono  andate in gran parte disperse le collezioni di rassegne stampa redatte da enti, associazioni imprenditoriali e ambientaliste,  singole imprese, in genere  con  circolazione soltanto  interna. Una analisi degli articoli di  argomento  ambientale apparsi in alcuni giornali  italiani, limitatamente  al  periodo dal luglio  1987  al  giugno 1988, è stata fatta da C. Ravaioli e E. Tiezzi, “Bugie, silenzi e grida”, Milano, Garzanti, 1989, ma si  tratta di  una  fonte  ancora limitata per  una  storia  degli intrecci fra stampa, inquinatori e pubblico.

(55)   M. Gerstenfeld, “Ambiente e confusione. Segnali per il futuro”, Milano, Sperling & Kupfer, 1993

(56)   P.Schmidt di Friedberg, “I limiti dell’ecologismo. Il  primate tecnologico nella giungla post-industriale”, Milano, Guerini, 1992

(57)  L. Caglioti, “Madre natura, anzi matrigna”, Milano, Sperling & Kupfer, 1993

(58)   Fra gli altri si veda il “manifesto di Heidelberg”,  apparso  nell’aprile 1992, alla  vigilia  della Conferenza di Rio de Janeiro, firmato da più di duecento  personalità scientifiche, fra cui figura,  lo  noto con dolore, Linus Pauling.

(59)  Per una illuminante raccolta di pensieri sulla ‘ecologia  dei  padroni’ si  veda:  S.  Schmidheiny, “Cambiare rotta”, Bologna, il Mulino, 1992

(60)  La prima devastante operazione è stata rappresentata  dalla richiesta, e concessione, di una  “leggina” che avrebbe dovuto assicurare un contributo finanziario per la sopravvivenza di Italia Nostra, agli inizi degli anni  ottanta.  L’associazione chiedeva  un  contributo “dallo  stato”,  ma tale contributo  fu  concesso  “dal governo”, e in particolare dal Ministero dell’ambiente, e  dal quel momento ci fu l’assalto alla  richiesta  da parte  di,  e la concessione di soldi  a,  tante  altre associazioni che non potevano garantirsi l’indipendenza con quote dei soci e che gradualmente si sono  trasformate in una specie di “parastato”.