SM 2070 — Effetto serra — 1998

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il manifesto, 3 novembre 1998

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

La sequenza di disastri ambientali e di alluvioni, i fenomeni di siccità e di avanzata dei deserti, sono tutti conseguenze lente, ma inesorabili, dei mutamenti della composizione chimica dell’atmosfera. La temperatura media della Terra, circa 15 gradi Celsius, una temperatura altissima rispetto agli spazi interplanetari circostanti che si trovano a circa 270 gradi sotto zero, è resa possibile dal fatto che l’energia solare che raggiunge la superficie della Terra, dopo aver attraversato l’atmosfera, è rigorosamente uguale all’energia che la superficie del pianeta irraggia verso gli spazi esterni, sempre  attraverso l’atmosfera. Se cambia, anche di poco, la concentrazione dei gas dell’atmosfera aumenta la frazione di energia trattenuta sulla superficie del pianeta con conseguente lento, ma continuo aumento, della sua temperatura, comme avviene in una serra. 

Già un secolo fa gli studiosi avevano avvertito che un aumento della concentrazione, per esempio, dell’anidride carbonica nell’atmosfera avrebbe “scaldato” la Terra. I segni dei mutamenti della temperatura della Terra cominciano a farsi vistosi adesso perché le attività antropiche — combustione di carbone, prodotti petroliferi, metano, la produzione di cemento, la decomposizione dei rifiuti nelle discariche, gli incendi e il taglio dei boschi, eccetera, tutte fonti di immissione di “gas serra” (anidride carbonica, ma anche metano, ossidi di azoto, gas clorurati) nell’atmosfera — si stanno facendo sempre più  intense. Così sono sempre più frequenti le siccità in alcune zone, con avanzata dei deserti; in altre zone le piogge intense e anomale fanno aumentare la portata dei fiumi il cui cammino è ostacolata dall’invadenza delle strade e delle città; si stanno osservando alterazioni dei ghiacciai che, fondendo, fanno affluire acqua dolce nei mari e negli oceani e ne fanno lentamente aumentare il livello. 

Ogni anno nel mondo si bruciano (1995) circa 9 miliardi di tonnellate di carbone, petrolio e metano: la loro combustione provoca l’immissione nell’atmosfera, ogni anno, di 25 miliardi (avete letto bene, miliardi) di tonnellate di anidride carbonica (più altri gas responsabili dell’effetto serra), che vanno ad aggiungersi all’anidride carbonica, metano, eccetera già presenti nell’atmosfera — con l’effetto di un continuo aumento della temperatura terrestre. Per rallentare (badate bene, rallentare, non fermare) le alterazioni della composizione chimica dell’atmosfera non c’è altro da fare che frenare e limitare i consumi di energia e delle merci e servizi che richiedono energia, cioè tutti. 

Esiste la credenza che lo sviluppo economico, del benessere e anche dell’occupazione, dipendano dall’aumento dei consumi di energia e di merci e dalla moltiplicazione di macchine ed elettrodomestici e impianti elettrici. Se questo vale per io 1.500 milioni di abitanti del Nord del mondo, per lo stesso principio, e a maggior ragion, i 4.500 milioni di abitanti dei paesi del Sud del mondo, che utilizzano molto meno energia, pretendono maggiori quantità di energia e di merci: Tutto questo può soltanto accelerare i disastri planetari già riconoscibili e in prevedibile aumento nei prossimi decenni. 

Chi ci salverà ? Non certo il turismo diplomatico che trascina funzionari e lobbisti da una conferenza all’altra, da Rio a Kyoto a Buenos Aires, per cercare furbeschi aggiustamenti che non tocchino l’unico vero dio, la crescita merceologica; non ci salverà qualche piccola carbon tax, ben dosata per non disturbare i venditori di petrolio e di automobili e per non scontentare gli elettori. Ci può salvare soltanto una rivoluzione tecnico-scientifica e politica, sostenuta da una nuova consapevolezza e anche protesta popolare, mirata ad allontanare i pericoli a cui i mutamenti climatici sottoporranno i nostri figli e nipoti. Le soluzioni tecnico-scientifiche ci sono: è possibile conservare le merci con frigoriferi che consumano molto meno energia; è possibile lavare i panni con macchinari più razionali; è possibile riprogettare le automobili e tutte le merci — la carta, il vetro, la plastica, il cemento, i vestiti, le scatole di conserva di pomodoro — è possibile riprogettare le città e i sistemi di riscaldamento e gli edifici e i trasporti e la localizzazione dei posti di lavoro e la stessa qualità del lavoro, con l’obiettivo di consumare meno energia e meno materiali. Ciascuno di questi cambiamenti richiede innovazione, invenzioni, fantasia, coraggio ed è l’unica condizione per creare nuovi duraturi posti di lavoro. 

Più difficile la rivoluzione politica che richiede una nuova teoria economica che si liberi dal mito che lo sviluppo umano si ottiene con la crescita dei consumi energetici e merceologici e degli affari; che sia basata su un nuovo senso di solidarietà fra Nord e Sud del mondo, in modo da aiutare i paesi sottosviluppati a soddisfare i propri bisogni di acqua, abitazioni, cibo, mobilità, con soluzioni diverse da quelle che finora abbiamo seguito noi; solidarietà tanto più necessaria in quanto i deserti e le alluvioni e gli allagamenti non conoscono confini politici e amministrativi. Le scelte economiche e merceologiche di qualsiasi paese fanno sentire i loro effetti negativi su tutti gli altri. Prima della globalizzazione dei traffici, dei commerci e della finanza, ci ha pensato la natura a comportarsi come grande macchina globale, pronta a travolgere e spazzare via in ugual misura ricchi e poveri, se non ubbidiscono alle sue ferree leggi.