SM 2062 — Bisogno di storia e di futuro — 1997

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Futuribili (Gorizia), N.S., 4, (3), 149-182 (1997)

 Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

 Introduzione 

E’ passato oltre un quarto di secolo dalla pubblicazione del libro “I limiti alla crescita” (1972)(1), un libro che portò all’attenzione dell’opinione pubblica, in forma popolare e comprensibile, alcuni “scenari” di quello che sarebbe potuto succedere all’umanità, se si fossero verificati vari possibili eventi di carattere tecnico-scientifico ed economico. 

Il tempo trascorso fra la pubblicazione del libro sui “limiti” — limiti alla crescita, non dello sviluppo, come il titolo è stato malamente tradotto in italiano, distorcendone il significato originale — e oggi, consente di verificare se, e in quale grado, le previsioni e le conclusioni che esso conteneva erano o meno sensate e ragionevoli e permette di tentare di interrogarsi su quello che potrebbe avvenire nel primo quarto del ventunesimo secolo, diciamo da adesso verso il 2022, un qualche anno compreso fra il 2020 e il 2025. 

Il Novecento è stato un secolo di speranze e delusioni: la popolazione mondiale è aumentata di circa cinque volte, il che significa che è aumentata di circa dieci volte la domanda di alimenti, di energia, di metalli, di spazio, di abitazioni, di acqua, che è decuplicato il numero degli abitanti degli agglomerati urbani. 

Quali decisioni politiche e innovazioni tecnico-scientifiche del vicino futuro influenzeranno, nel bene e nel male, le condizioni di vita, di libertà o di oppressione, la salute, la felicità, delle donne e degli uomini in Europa, in Africa, in Asia, in America ? Come saranno le strade, le merci, le abitazioni, le città, i mezzi di trasporto, nel 2022 ? 

Malthusiani e cornucopiani

 Gli autori delle indagini sul futuro si possono dividere sostanzialmente in due grandi gruppi. I malthusiani, il cui capostipite è stato Robert Malthus (1766-1834) che pubblicò, nel 1798 il cosiddetto “primo saggio” sulla popolazione (2), sostengono che il pianeta Terra non riesce, per quanti sforzi tecnici si facciano, a fornire le risorse naturali da cui trarre cibo, acqua, energia, carta, eccetera — in quantità crescente, adeguata al prevedibile continuo aumento della popolazione mondiale. 

L’affermazione, ma Malthus allora non lo poteva sapere, deriva delle conoscenze ecologiche che hanno messo in evidenza l’esistenza di limiti fisici e biologici alle risorse della natura: il prelevamento continuo di risorse naturali — acqua, minerali, foreste, combustibili fossili, prodotti agricoli, animali — da riserve e spazi che sono fisicamente limitati, fa si’che l’entità di tali risorse non solo non aumenta più lentamente della popolazione, ma addirittura diminuisce a mano a mano che aumenta la popolazione terrestre. Inoltre la trasformazione delle risorse naturali in merci e oggetti inevitabilmente comporta la formazione di scorie la cui immissione nei corpi naturali — acqua, suolo, aria — ne peggiora la qualità e le rende meno “utilizzabili”a fini umani. 

I cornucopiani, pronipoti di Condorcet (1741-1794) e William Godwin (1756-1836), gli autori con cui se la prende Malthus nel suo “saggio”, sono invece convinti che adeguate strutture politiche e invenzioni sono in grado di rendere disponibili crescenti quantità di beni per una crescente popolazione terrestre a cui è riservato un futuro di abbondanza e benessere. Fra gli scritti ottimistici si possono ricordare quelli apparsi negli anni venti del Novecento nella serie “Today and tomorrow” degli editori Kegan Paul di Londra e Dutton di New York, le ricerche del governo americano negli anni 50 pubblicate col titolo “Resources for Freedom” (3), il successivo libro “The Year 2000” di Herman Kahn (1922-1981) e Wiener del 1967 (4), e altri (5). 

La consapevolezza dei limiti

 Il libro “I limiti alla crescita” non nacque per caso, ma deve il suo successo all’avere esposto in forma accessibile a tutti una serie di conoscenze e di problemi che erano nell’aria da tempo. L’economista inglese Jevons già nel 1865 si era interrogato quanto a lungo avrebbero potuto durare le riserve di carbone inglesi, se fosse continuato il loro sfruttamento al ritmo che si stava verificando al suo tempo (6). Gli ecologi e i biologi del XIX secolo avevano riconosciuto che ogni territorio della biosfera ha risorse limitate e una capacità ricettiva limitata per la vita: già Liebig, nella metà dell’ottocento, aveva spiegato che, in un terreno, basta che scarseggi, sia limitato, anche un solo elemento nutritivo, perché le rese dei raccolti diminuiscano. In un pascolo o in un lago possono vivere individui animali in un numero che dipende dalla disponibilità di spazio e di cibo; a mano a mano che la popolazione animale aumenta e che, di conseguenza, la disponibilità di spazio e di cibo diminuisce, entrano in gioco dei meccanismi di autolimitazione e le popolazioni rallentano la propria crescita fino ad un “limite”, che è appunto una misura della capacità portante (o capacità di carico, o carrying capacity) del territorio considerato. 

Negli anni venti del Novecento vari studiosi – l’americano Alfred Lotka (1880-1949), l’italiano Vito Volterra (1860-1940), il sovietico Georgi Gause (1910-1986), il russo-francese A. Kostitzin (1883-1963) e altri — hanno elaborato delle “equazioni di crescita” delle popolazioni in uno spazio limitato ed hanno descritto dei modelli di tale crescita e delle cause del successivo declino di una o più popolazioni (7). Sostanzialmente Forrester e i Meadows, gli autori dei modelli matematici su cui si basa lo studio del Club di Roma, hanno riscritto e risolto numericamente alcune delle equazioni differenziali di Lotka-Volterra, introducendo alcuni “fattori” di rallentamento e declino della crescita della popolazione, umana nel loro caso. 

L’attenzione ai rapporti fra attività “tecniche” e ambiente circostante è cominciata negli anni cinquanta del Novecento col movimento di protesta contro le esplosioni delle bombe atomiche nell’atmosfera (che immettevano grandi quantità di atomi radioattivi a vita lunga nell’atmosfera terrestre e da qui nei sistemi viventi (8): suolo, vegetali, animali, umani); col movimento di protesta contro l’uso dei pesticidi clorurati sintetici: l’avvelenamento della biosfera planetaria a causa di tali agenti era stato denunciato dal libro di Rachel Carson “Primavera silenziosa” del 1962 (9). Per reazione a queste violenze contro la natura si formarono dei movimenti che chiedevano di “far cessare”, di “limitare”, le azioni che potevano arrecare danni alla popolazione del futuro. Grazie a tali pressioni si è arrivati ai trattati per il divieto delle esplosioni nucleari nell’atmosfera, ai divieti dell’uso del DDT, eccetera.

Non c’è spazio per ricostruire una sia breve storia delle critiche alla “crescita” economica e alla sua unica misura corrente, il reddito monetario individuale o il prodotto interno lordo degli stati: si possono solo ricordare i libri e gli scritti di Galbraith (10), di Herbert Marcuse (11), di Wilfred Kapp (12), di Kenneth Boulding (13), di Barry Commoner (14), di Garrett Hardin (15), di Paul Ehrlich (16); l’elenco è ovviamente molto parziale. 

In questa atmosfera si è inserita, partendo dall’Università di Berkeley nel 1964, poi estendendosi in Germania, Francia, Italia, una contestazione insieme studentesca e operaia, spesso sbrigativamente liquidata come “il sessantotto”. In realtà tale movimento, con innumerevoli articolazioni, contestava, fra l’altro, gli effetti devastanti che la crescita economica dei paesi industriali aveva sui diritti delle persone, sui diritti delle classi e dei popoli poveri, sull’ambiente naturale contaminato e impoverito dall’espansione delle citta’, del traffico, delle industrie inquinanti, delle merci e degli oggetti, dalla distruzione delle foreste (17). 

I fermenti di questa atmosfera furono ben capiti da Aurelio Peccei (1908-1984) che invitò un gruppo di persone a condurre uno studio sul futuro dell’umanità (18) e commissionò al professor Jay Forrester, specialista americano di analisi dei sistemi, e ai suoi colleghi, i coniugi Meadows, l’elaborazione di un modello di previsioni, i cui risultati preliminari cominciarono a circolare all’inizio del 1971 e che si concretizzarono nel libro “I limiti alla crescita”, apparso nel maggio 1972 in appropriata coincidenza con la Conferenza delle Nazioni unite sull’ambiente umano, di Stoccolma. 

I limiti

Il libro, come è ben noto, contiene delle previsioni economiche e sociali estese ad una qualche data indefinita, nel XXI secolo. Il libro, ovviamente, non diceva e non dice quello che succederà, ma quello che potrebbe succedere se si verificasse una concatenazione di eventi riferiti ad un aggregato dell’intera popolazione terrestre: 

Se aumenta la popolazione aumenta la richiesta di cibo e di beni materiali, di merci;

Se aumenta la richiesta di alimenti deve aumentare la produzione agricola;

Se aumenta la produzione agricola deve aumentare l’uso di concimi e pesticidi e aumenta l’impoverimento e l’erosione dei suoli coltivabili;

Se aumenta l’impoverimento dei suoli diminuisce la produzione agricola e quindi la disponibilità di alimenti;

Se diminuisce la disponibilità di cibo aumenta il numero di persone sottoalimentate o che muoiono per fame;

Se aumenta la richiesta di beni materiali, di energia e di merci aumenta la produzione industriale e la sottrazione di minerali, di acqua e di combustibili dalle riserve naturali;

Se aumenta l’impoverimento delle riserve di risorse naturali economiche aumenteranno le guerre e i conflitti per la conquista delle risorse scarse;

Se aumenta  la produzione industriale aumenta l’inquinamento e la contaminazione dell’ambiente;

Se aumenta la contaminazione ambientale diminuisce la salute umana. 

Per farla breve, se continua l’aumento della popolazione (allora, nel 1970, era di 3.700 milioni di persone e aumentava in ragione di 70 milioni all’anno), aumentano le condizioni — malattie, epidemie, fame, guerre e conflitti — che portano ad una diminuzione, anche traumatica, del tasso di crescita della popolazione umana. Il libro riporta varie possibili forme di interazione fra i vari fattori: popolazione, agricoltura, industria (talvolta chiamata “capitale” o “capitale industriale”), inquinamento. Se si vogliono evitare situazioni traumatiche, la soluzione va cercata in una rapida limitazione del tasso di crescita della popolazione (con conseguente rallentamento della produzione agricola e industriale e del degrado ambientale). La soluzione va insomma cercata nella decisione di porre dei “limiti alla crescita”, della popolazione e delle merci e nel raggiungimento di una situazione stazionaria della popolazione e degli affari umani, di cui del resto avevano parlato Stuart Mill (19) nel secolo scorso e Pigou (20) nei primi anni del nostro secolo. 

Le reazioni ai “limiti alla crescita”

 Il libro “del Club di Roma” fu oggetto di contrastanti reazioni. Ci fu una reazione positiva, se non addirittura di entusiasmo (21): il libro sembrava indicare una delle strade da seguire per realizzare un equilibrio ecologico ed economico e la ricetta avrebbe forse potuto dare una risposta ai fermenti e alle proteste della contestazione studentesca, della contestazione ecologica e forse anche di quella operaia e dei paesi sottosviluppati. 

Persone autorevoli, incantate dalla pubblicità fatta al libro, sostennero che “i limiti” avrebbe potuto diventare programma di governo. Sicco Mansholt ne fece un manifesto che raccolse numerose adesioni. La “Commissione per l’ecologia” del Senato italiano (nei primi mesi del 1971) ne analizzò le anticipazioni (22). A Roma fu organizzato un convegno dal titolo: “Processo alla tecnologia ?”, basato sull’analisi del libro del Club di Roma (23). (Credo che alcuni partecipanti oggi si siano pentiti di aver aperto bocca in quell’occasione). 

Gli attacchi al libro vennero da vari distinti fronti. Il primo e più autorevole fu quello del potere economico, che vedeva, nell’invito a porre un freno alla crescita economica, una forma sovversiva che avrebbe messo in crisi affari, prodotti, industria, sviluppo tecnologico. Poco contava se l’invito partiva da un circolo che comprendeva, fra i propri membri, proprio rappresentanti anche autorevoli della grande industria e finanza i quali apparivano, in quel momento, dei traditori della loro classe, incantati e abbagliati dalle fanfaluche degli ecologi, se non addirittura da infiltrati comunisti che, predicando il blocco della crescita dei paesi capitalisti, aprivano le porte all’avanzata sovietica e alla bolscevizzazione del mondo. 

Un secondo fronte di attacco fu rappresentato dalla professione degli economisti, i quali accusarono di ignoranza gli autori del libro “I limiti alla crescita”. L’economia aveva ed ha sempre affrontato i problemi della scarsità; delle risorse e del denaro, anzi è per definizione la scienza della scarsità. I relativi problemi sono sempre stati e saranno sempre superati dal provvidenziale meccanismo del mercato che è stato inventato anzi apposta per indirizzare verso le materie e tecnologie alternative che assicurano crescita economica continua, unico vero bene e virtù dell’umanità (24). Un interessante acido articolo su questo tema è dovuto allo studioso inglese Wilfred Beckerman che scrisse: “Nella mia qualità di persona che occupa la seconda più antica cattedra di economia politica dell’Inghilterra, vi garantisco che stasera potete andare a dormire tranquilli perché, anche se il mondo è tutt’altro che perfetto, non sarà la crescita economica a renderlo peggiore” (25). 

Un terzo fronte di critiche fu quello cattolico. Il mondo cattolico usciva dilaniato da divisioni interne sul problema del controllo delle nascite (26). L’enciclica di Paolo VI, “Humanae vitae” (1968), pur riconoscendo il diritto ad una procreazione responsabile, presentava ancora chiusure sui mezzi per limitare la prole: aborto, anticoncezionali, uso di preservativi, e altri, allargando la lacerazione nella parte femminile del mondo cattolico, sensibile ai crescenti movimenti di liberazione della donna, ai nuovi problemi dell’occupazione femminile, spesso difficilmente compatibili con un numero elevato di gravidanze. 

La lacerazione attraversava la parte cattolica delle donne nei paesi protestanti e le donne cattoliche nei paesi del terzo mondo e poveri. I dubbi verso la fedeltà ai dettami della chiesa di Roma si facevano più gravi adesso che un libro spiegava che l’aumento “eccessivo” della popolazione non riguardava soltanto la sfera privata della coppia, ma poneva dei problemi verso i pericoli di esaurimento dei doni della natura, verso le generazioni future. 

Il quarto fronte di critiche veniva dalla sinistra, sia dai Partiti comunisti sia dalla sinistra extraparlamentare che in quegli anni, in Italia, parlava attraverso numerosi giornali e riviste, da il manifesto, a aut aut, a Bandiera rossa, a Potere operaio, ai Quaderni piacentini, ai Quaderni rossi, eccetera: un’attenta esplorazione della contestazione dell’estrema sinistra italiana non è stata ancora fatta. 

La voce forse piu’ interessante da questa parte si può considerare il libro di Dario Paccino (1918-2005), “L’imbroglio ecologico”, apparso nel 1973 (27). Il libro fu uno dei bestsellers degli anni 1973-1975 e dette vita a numerosi dibattiti e anche seminari universitari. La tesi di Paccino era che l’invito a porre dei limiti alla crescita era un ennesimo imbroglio borghese diretto a preservare una situazione di privilegio per la classe dominante, i cui bisogni erano largamente e anche bene soddisfatti, tenendo subalterna e povera la classe lavoratrice, sia nei paesi industriali, sia in quelli del terzo mondo. 

Più greggia fu la reazione nei paesi comunisti, nei quali il libro ”sui limiti” fu letto e studiato abbastanza attentamente: sostanzialmente la critica sosteneva che i disastri preannunciati nel libro erano ragionevoli per i paesi capitalistici, dominati dalle leggi perverse del capitale e del profitto. In una società socialista pianificata l’entità della produzione, la pressione della popolazione sulle risorse naturali, il degrado ambientale avrebbero potuto essere regolati dall’autorità centrale, cioè dal popolo, senza alcun pericolo di disastri o crisi (28). 

L’obiezione era abbastanza ingenua perché già dalla fine degli anni sessanta erano apparsi chiari i disastri ambientali provocati da una dissennata pianificazione economica, i segni di esaurimento della fertilità dei suoli sotto la spinta di un eccesso di produzione (29): il quadro sembrava anzi proprio confermare le nere previsioni dei grafici che sembravano raccomandare di porre dei “limiti alla crescita”. 

Secondo i marxisti anche il problema dell’aumento della popolazione riguardava i paesi capitalistici più che quelli comunisti. Abbastanza curiosamente nella Conferenza di Stoccolma, che si svolse nel 1972 contemporaneamente al lancio su larga scala del libro sui “limiti”, il rappresentante della Cina (che partecipava per la prima volta ad una conferenza delle Nazioni unite, al cui consesso era stata ammessa pochi mesi prima, al posto della repubblica di Taiwan, fino allora considerata la “vera Cina”)  sostenne che “di tutte le cose la più preziosa è l’uomo”, la stessa frase che era stata pronunciata pochi mesi prima dal papa (30). 

Varie critiche furono rivolte al metodo di indagine seguito nel libro sui “limiti alla crescita”: le equazioni usate erano insoddisfacenti (31); non si poteva esaminare il futuro della popolazione e dei consumi in un modello aggregato che mettesse tutti insieme gli abitanti della Terra. A questa obiezione il Club di Roma riparò in parte commissionando un altro studio (32) di previsione dei mutamenti dei vari fattori in diversi gruppi di paesi, un libro che ebbe molto meno successo del primo. L’età dell’oro dei “limiti” era passata: si era ormai in piena crisi petrolifera. 

Del tutto a parte è la critica alla rovescia, se così si può dire, formulata dall’economista romeno-americano Nicholas Georgescu-Roegen (1906-1994) in numerosi scritti (31): è un’illusione proporre, come fa il libro del Club di Roma, di cercare la salvezza ecologica nel raggiungimento di “limiti alla crescita”. Anche una società “stazionaria” in cui fosse stabile la popolazione e in cui fosse stabile — comunque distribuita — la produzione di beni fisici e l’uso delle risorse naturali, è destinata a provocare un disastro ecologico perché si ha un impoverimento entropico non solo nell’uso delle risorse energetiche, ma anche nell’uso della materia estratta dalla natura. Una sensata salvezza dell’umanità va cercata soltanto nella “decrescita”, il titolo di una raccolta di saggi dello stesso Georgescu-Roegen curata da Grinevald e pubblicata in Svizzera (34). 

Il rapido aumento del prezzo del petrolio greggio a partire dal 1973, e durato fino al 1985, la lunga guerra Iran-Irak, le guerre locali che si sono succedute nel corso degli anni settanta e ottanta per la conquista di materie prime, sembravano dare ragione alle previsioni del Club di Roma. Era questa la conclusione anche del libro commissionato dal presidente degli Stati uniti Carter e pubblicato, alla fine del suo mandato, nel 1980 col titolo: “Global 2000″ (35). 

Il libro, pur essendo ricco di dati che meritano di essere letti ancora oggi, ebbe accoglienze molto più distratte di quello del Club di Roma anche perché presentava prospettive che certamente non erano condivise dalla nuova amministrazione repubblicana di Reagan che si avviava a lanciare una nuova era di crescita economica. 

Tanto è vero che, quasi a cancellare qualsiasi ricordo di ”Global 2000”, due tipici “cornucopiani”, Julian Simon (1933-1998) e Herman Kahn (1922-1983), scrissero un libro (36), che ebbe invece vasta diffusione, lanciato nei circuiti dell’editoria commerciale, con il preciso proposito di “demolire” le previsioni di “Global 2000” e di spiegare che le risorse della terra erano abbondantamente disponibili e non costituivano alcun freno al nuovo progetto politico di espansione economica e merceologica che sarebbe stato ricordato come “gli anni ottanta”. 

Il passato è prologo

Quando apparve il libro sui “limiti alla crescita” il mondo  era diviso convenzionalmente “in partes tres”. Il primo mondo era quello dei paesi capitalistici industrializzati, sostanzialmente l’impero americano e i suoi satelliti; il secondo era costituito dai paesi comunisti, o socialisti, o a economia pianificata, piu’ o meno industrializzati, sostanzialmente l’Unione sovietica e i suoi satelliti; un “terzo mondo” comprendeva un gran numero di altri paesi, alcuni gravitanti nello spazio del primo o del secondo mondo, alcuni “non allineati”, alcuni piu’ o meno industrializzati, altri in via di industrializzazione, altri poveri, altri poverissimi. 

Vi era un vivace interscambio di materie prime, merci e tecnologie fra questi tre gruppi. Alcuni esportavano materie prime tratte dal loro patrimonio di risorse naturali (prodotti forestali, prodotti dell’allevamento del bestiame, prodotti agricoli, prodotti minerari, fonti di energia); altri esportavano o vendevano mano d’opera; altri esportavano tecnologie o macchinari o manufatti. 

I paesi capitalistici ritenevano che il soddisfacimento dei bisogni dei loro sudditi potesse essere assicurato dalla proprietà privata e dalla sua ubbidienza al “mercato”, un ente ispirato al fatto che dal lavoro e dalle materie prime ciascun individuo deve ricavare il massimo denaro che gli consenta di acquistare la massima quantità possibile di merci e servizi. Le società capitalistiche, per le proprie regole intrinseche, possono sopravvivere soltanto con una continua crescita della produzione e del “consumo” delle merci a spese di una crescente sottrazione e contaminazione delle risorse naturali del pianeta. 

I paesi socialisti, ispirandosi alle antiche idee di Marx e di Lenin, pensavano che i bisogni umani dei cittadini potessero essere soddisfatti da uno stato, proprietario dei beni fisici del territorio e degli strumenti di produzione e in grado di pianificare come tali beni dovevano essere usati e distribuiti e come il lavoro umano dovesse essere impiegato. Una società ad economia pianificata avrebbe potuto, in via di principio, estrarre e utilizzare con parsimonia le risorse naturali e garantire ai propri cittadini il soddisfacimento dei propri bisogni con merci e servizi progettati da un governo in modo da diminuire o rallentare l’impoverimento delle risorse naturali. In realtà un’assurda gara dell’Unione sovietica per uguagliare e superare, sul terreno della produzione di merci, gli Stati Uniti e una diffusa ignoranza ecologica hanno portato a devastazioni ambientali e povertà della società e delle singole persone. 

I paesi del terzo mondo da parte loro riconoscevano, giustamente, che la liberazione dalla povertà o dalla miseria poteva essere realizzata aumentando la produzione e la disponibilità di merci e servizi. 

Mentre era in corso il gran dibattito sui rapporti fra bisogni, produzione di merci e risorse naturali, negli anni settanta si sono affermati i grandi mezzi di comunicazione, soprattutto la televisione, che hanno portato in moltissime case del globo l’immagine, abilmente propagandata dai paesi capitalistici, che la massima felicità consiste nel possedere merci simili a quelli che la televisione faceva credere esistessero nelle felici case dell’occidente industriale. 

Così la divinizzazione del mercato, della proprietà privata e della conquista delle merci ha portato alla graduale distruzione non del “comunismo” realizzato — che comunque “realizzato” non è stato mai, e quello che si è dissolto era un sistema che di socialismo aveva ormai ben poco — ma di qualsiasi ideale di diversi rapporti fra gli esseri umani, gli oggetti, le risorse della natura. 

La conseguenza è stata una competizione sfrenata fra individui, gruppi sociali, imprese, stati, su un terreno mai ideale ma solo merceologico, l’accettazione di qualsiasi forma di violenza consenta di aumentare il possesso del denaro e quindi delle merci; l’uso del prodotto interno lordo e del suo continuo aumento come unico indicatore del benessere, della felicità, del prestigio di un paese rispetto agli altri. 

La “globalizzazione” è la realizzazione del grande ideale merceologico del capitale, la omogeneizzazione dei bisogni e dei consumi e pertanto lo sfruttamento accelerato della natura e del lavoro in tutti i paesi. Per conquistare crescenti quantità di merci chi non ha denaro deve sfruttare il proprio corpo umano, deve vendere il lavoro a basso prezzo, deve vendere lo spazio, le acque, le foreste. Così nel nome dell’aumento della ricchezza monetaria in circolazione, si realizza l’impoverimento della maggior parte degli individui terrestri (Giovanni Paolo II ha più volte denunciato, anni fa, lo scandalo per cui, in questa società globale, ”i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri”), si realizza l’impoverimento e la crescente contaminazione della natura. Dove finiremo ? 

I vincoli

Nell’analisi che segue si cercherà di guardare al futuro, almeno limitatamente al primo quarto del XXI secolo; l’analisi non tratterà il possibile stato delle condizioni di lavoro, della salute, dell’arte e della cultura, della condizione della donna, del rispetto dei diritti, o molti altri aspetti fondamentali della vita, così come non saranno espressi giudizi sul carattere dei bisogni, se si tratta di bisogni fondamentali o indotti.

L’analisi cercherà soltanto di identificare qualche tendenza della richiesta dei beni materiali necessari per soddisfare tali bisogni, considerando che il benessere di coloro che vivranno nel futuro dipendono dalla disponibilità di cibo e acqua, di fonti di energia, di macchine, oggetti domestici, edifici, mezzi di trasporto e di comunicazione. Anche i bisogni apparentemente immateriali richiedono beni materiali: non è possibile infatti avere salute, dignità, libertà, se si vive in promiscuità, senza casa, senza cibo, in mezzo ad acqua sporca; non è possibile disporre di conoscenze senza carta e strumenti materiali di comunicazione a distanza, dalla pelle del tamburo del tam-tam al silicio del computer. 

I beni materiali possono essere ottenuti soltanto con attività umane consistenti nell’estrazione di minerali, pietre, combustibili, vegetali, animali, acqua, aria, tutti beni forniti dalla natura, dalla biosfera, e nella loro trasformazione in  merci, oggetti e macchine che costituiscono la tecnosfera – l’universo degli oggetti fabbricati. Gli oggetti utilizzati nella tecnosfera, dopo un tempo più o meno breve, si trasformano inevitabilmente in scorie e rifiuti che tornano, in una forma o nell’altra, nella biosfera.

L’umanità sopravvive tenendo in moto una continua circolazione di materia e di energia dalla biosfera, alla tecnosfera e di nuovo alla biosfera. Poiché le risorse della biosfera sono limitate, anche quando sono apparentemente grandissime, e per gli ineludibili principi del degrado “entropico” (33) dell’energia, ma anche della materia che attraversa la tecnosfera, il funzionamento della tecnosfera comporta un impoverimento delle riserve di risorse naturali e un peggioramento della qualità “naturale” delle risorse restanti per le future generazioni.

La tecnologia può far  diminuire la massa dei materiali richiesti per unità di servizio fornito, ma l’avvento di una possibile società immateriale o dematerializzata è un mito. Qualunque sia il tasso di aumento della popolazione e della domanda di beni materiali, e con buona pace dei cornucopiani, non è pensabile ne’ realizzabile neanche una società stazionaria, ne’ una società o uno sviluppo “sostenibili” (secondo la definizione “ufficiale” del termine (37)). Gli attuali tassi di estrazione delle risorse naturali e di contaminazione di quelle restanti, sono insostenibili per cui tutto quello che ci resta da fare è cercare di immaginare un sistema di rapporti umani e internazionali meno insostenibili. 

Non sono in grado di indicare come e quanti saranno gli oggetti con cui le persone che vivranno nel  2022, dovunque si trovino, qualunque cosa sia nel frattempo successa, soddisferanno i loro bisogni (come saranno fatto le automobili del 2022 o se le persone abiteranno nei grattacieli  delle megalopoli o in villaggi alimentati ad energia solare) e  quali conseguenza i mezzi di trasporto, l’uso dell’energia, la costruzione delle città avranno a loro volta  sul benessere, sulla libertà, sulla dignità, sulla salute, sull’ambiente. Mi limiterò ad identificare alcune alternative di disponibilità e di consumo dei beni materiali con cui soddisfare ragionevoli bisogni umani. 

Quanti siamo, quanti saremo ?

 Immaginiamo che la popolazione terrestre possa essere divisa in due grandi grossolane “classi”, quella dei paesi industriali del Nord del mondo (i cosiddetti paesi OCSE, quelli dell’Europa orientale a la ex-URSS), e quella dei paesi del Sud del mondo. Alcuni di questi, anzi alcune frazioni di alcuni di questi ultimi, hanno livelli di consumi simili a quelli di alcuni paesi del Nord del mondo; altri hanno livelli di consumi molto bassi o bassissimi. Sono stati proposti vari criteri su cui basare la qualifica di “appartenenza” a uno dei due mondi per cui la presente suddivisione sa bene di essere esposta a critiche. 

Tuttavia la Tabella I si azzarda a presentare alcune previsioni della popolazione mondiale (38). Si tenga presente che, ai fini dei bisogni di cibo, abitazioni, energia, informazioni, mobilità, eccetera, i numeri assoluti sono di scarsa utilità. Infatti nell’ambito di ciascuna gruppo un gran peso esercita, per esempio, la distribuzione per età della popolazione. 

Nei paesi del Nord del mondo è crescente la proporzione di anziani e diminuisce la proporzione di persone giovani e in età lavorativa; il contrario si verifica nei paesi del Sud del mondo. Il primo impegno degli studi sul futuro riguarda quindi l’identificazione, all’interno degli aggregati, delle differenti fasce di età e dei rispettivi bisogni. 

Solo per restare al caso italiano, l’incapacità di corrette e pur ragionevoli previsioni demografiche ha fatto si’, per esempio, che siano state costruite troppe scuole rispetto ai potenziali utilizzatori, che sia stata fatta una politica della casa che frena la mobilità, che non sia stata fatta una politica del turismo in grado di tenere conto delle crescenti domande di tempo libero delle classi anziane, e infine che sia stata fatta una politica dei contributi pensionistici incapace di riconoscere che un giorno la domanda di pensioni avrebbe superate le scorte accumulate. 

Tabella I

Popolazione mondiale e alcune possibili previsioni

 

 

                                                        Popolazione, in milioni di persone

Nord del mondo (*)   Sud del mondo             Totale

 

 

1960                                                                    3.000

1970                 1.000                  2.700               3.700

1980                 1.200                  3.200               4.400

1990                 1.400                  3.900               5.300

 1995                 1.500                  4.300               5.700

 2000                 1.500                  4.600               6.100

2010              1.500-1.700       5.000-5.700     6.500-6.800

2022              1.600-1.900       5.600-6.100     7.300-8.000

(*) prima del 1990 sono qui compresi gli abitanti del “primo” e del “secondo” mondo.

 

C’è pane per tutti ?

Il primo irrinunciabile bisogno umano è rappresentato dagli alimenti ottenuti da prodotti agricoli o zootecnici: il frumento, il mais, la carne, il latte, il  pesce, la frutta, le verdure, ecc. Una componente di questi alimenti ha la funzione di fornire energia nel corpo umano; un’altra e’ rappresentata dalle proteine che forniscono gli amminoacidi, le pietre costitutive fondamentali per l’organismo umano. 

I bisogni alimentari variano molto non tanto da persona a persona quanto da paese a paese; i fisiologi indicano di quanta energia, di quante proteine e di quante altre sostanze il corpo umano ha bisogno nelle varie fasi della crescita e della maturità. Il fabbisogno e la disponibilità energetica saranno indicati in kilocalorie (kcal). Il  minimo fabbisogno energetico alimentare umano giornaliero ammonta  a circa  2.500 kcal,  un valore che, in cifra tonda, corrisponde a circa 900.000  kcal all’anno per persona. 

L’energia alimentare è fornita da varie sostanze chimiche, presenti negli alimenti vegetali e animali. I principali (con il “contenuto energetico” indicato fra parentesi in kcal/kg), sono: zuccheri (saccarosio, glucosio, fruttosio, eccetera)(circa 4.000); amido (l’ingrediente principale dei cereali come frumento, mais, riso, eccetera)(circa 3.600); grassi (oli e grassi vegetali, come quelli di oliva, di soia, girasole, ecc. o animali, come il grasso dello strutto, del burro, ecc.)(circa 9.000); proteine vegetali e animali (ma il ruolo delle proteine non è solo quello di fornire energia al corpo umano)(circa 4.000). 

I prodotti agricoli di interesse alimentare hanno un “valore energetico” che dipende dalla  composizione  chimica, cioè dalla presenza dei quattro principali ingredienti sopra ricordati e dal contenuto di acqua. Però solo una parte delle sostanze importanti dal punto di vista alimentare, presenti nei prodotti agricoli, diventa “cibo” umano. 

I  prodotti agricoli e zootecnici, prima di arrivare alla vendita e poi ai “consumatori”, passano  attraverso  processi di  separazione,  raffinazione, conservazione, in ciascuno dei quali si perde una parte delle sostanze  nutritive. I cereali vengono macinati per  separare la parte cellulosica, ma vanno così perdute anche proteine e vitamine; della carne macellata soltanto una parte del grasso e delle proteine si ritrova nella carne che ciascuno di noi mangia, eccetera. 

Per fare dei conti sulla disponibilità globale di alimenti bisogna accontentarsi di varie approssimazioni: cominciamo  a considerare che il 65 % circa delle sostanze energetiche e proteiche utilizzate dai circa 5.800 milioni (1998) di abitanti della Terra sono fornite dai cereali (frumento, mais, riso, orzo, avena, miglio e pochi altri). La produzione di cereali,  dopo un  balzo avanti notevole negli ultimi venti anni, da  alcuni anni è ferma intorno a 1.800 milioni di tonnellate all’anno. 

Calcolando per i cereali un valore energetico alimentare di circa 3.500  kcal/kg (un valore  alto), i soli cereali renderebbero disponibili, ai 5.800 milioni di esseri umani, circa 6.500.000 miliardi di kcal, un valore che corrisponderebbe, in media, a circa 1.100.000 kcal/anno.persona, appena di poco superiore al minimo, sopra indicato come 900.000 kcal/anno.persona. 

L’altro 35 % del fabbisogno alimentare globale è assicurato da grassi, carne, latte, uova, soia, arachidi, verdura, frutta, patate, zucchero, eccetera, il cui contenuto energetico si può supporre corrisponda, all’incirca, ad altre 600.000 kcal/anno.persona, sempre in media. Con 1.500.000  kcal/anno.persona non c’è, quindi, molto da stare allegri, soprattutto se si considerano due fatti: una parte delle disponibilità alimentari va perduta perché i raccolti agricoli sono attaccati dai parassiti e vanno a male a causa delle scadenti condizioni di conservazione; una parte va perduta nei processi di trasformazione.

Inoltre una parte dei cereali e di altri vegetali non viene utilizzata direttamente  per  l’alimentazione umana, ma viene impiegata per l’alimentazione del bestiame che fornisce la  carne e il latte, alimenti pregiati. Va però tenuto presente che il processo di trasformazione dei cereali in carne e latte è abbastanza inefficiente: occorrono circa 1.000 kcal di cereali per ottenere 100-200 kcal alimentari sotto forma di carne. Il resto del valore energetico dei mangimi e foraggi va “perduto” nei processi metabolici vitali degli animali (respirazione,  escrementi, eccetera). 

Infine quel valore, sopra citato come fabbisogno alimentare, di circa 2.500 kcal/giorno per persona (circa 900.000 kcal/anno.persona) è un valore medio molto basso: nei paesi  industrializzati il contenuto energetico del cibo arriva, in media, a oltre 3.000 kcal/giorno.persona (circa 1.100.000  kcal/anno.persona). Fatte le debite proporzioni si vede che molte centinaia di milioni di terrestri sono al limite della disponibilità di energia  alimentare e alcune centinaia di milioni sono anche sotto tale valore. 

Ma il “valore energetico” è solo uno dei parametri con cui giudicare l’attitudine degli alimenti  a soddisfare le necessità umane. L’altro ingrediente indispensabile alla vita è rappresentato  dalle proteine, il cui fabbisogno, per ciascuna persona, è molto variabile e dipende dalla “qualità” biologica delle proteine stesse: occorrono infatti circa 150-200 g di proteine vegetali (cereali, legumi) per ottenere lo stesso effetto biologico di 100 g di proteine animali (latte, carne, uova). Si può, anche qui, prendere un valore medio del fabbisogno proteico individuale corrispondente a circa 70 grammi di proteine al giorno, metà di origine vegetale e metà di origine animale, corrispondente ad un fabbisogno di proteine di circa 25 kg/anno.persona. 

Operando con grossolana approssimazione — è inevitabile quando si ha a che fare con così grandi quantità di materiali — si puà dire che tutti gli alimenti disponibili in un anno nel mondo contengano l’equivalente di circa 250 milioni di tonnellate di proteine, circa 40 kg/anno.persona, il che equivarrebbe a meno del doppio del fabbisogno individuale medio. 

Ma anche qui i numeri non debbono trarre in inganno, perché circa la metà delle proteine disponibili e’  presente  negli alimenti di origine animale, “ricchi”, consumati dal 20 % dei terrestri, quelli del Nord del mondo, mentre  l’alimentazione  degli altri quattro quinti dei terrestri ha un contenuto di proteine che e’ spesso al di sotto del fabbisogno minimo, tanto  che spesso  le  malattie da sottoalimentazione sono  malattie  da carenze  proteiche. E’ tipico il caso della pellagra ancora diffusa nelle popolazioni la cui alimentazione e’ basata principalmente sul mais. Altre malattie, infine, derivano da carenze di vitamina A, di vitamina D e di altre vitamine. Gli  squilibri  nutritivi spesso  sono  dovuti   ad  una  alimentazione  eccessivamente omogenea  e alla mancanza di sufficienti alimenti di  origine animale. 

Immaginando che resti stazionaria la situazione degli attuali consumi individuali, il solo aumento della popolazione nel prossimo quarto di secolo comporta una richiesta, nel 2022,  di 3,5 milioni di miliardi di kcal/anno e di 400 milioni di t/anno di proteine. Se restasse costante la disponibilità di energia e proteine nei paesi del Nord del mondo e aumentasse un poco la disponibilità di fattori nutritivi degli abitanti del Sud del mondo, il fabbisogno globale aumenterebbe a 4,5 milioni di miliardi di kcal/anno e quello di proteine a 450-500 milioni di t/anno. 

Si possono ovviamente prevedere diverse combinazioni dei vari fattori alimentari e della loro distribuzione, ma è prevedibile che la richiesta mondiale nel 2022 di cereali difficilmente possa essere inferiore a 2,5 miliardi di t/anno, anche tenendo conto delle inevitabili perdite di trasformazione, e di formazione delle proteine animali. 

Il problema non sarebbe irrisolvibile sul piano tecnico (con l’impiego di sementi a maggiore resa per ettaro, con la messa a coltura di nuove terreni), ma molte delle soluzioni “tecnologiche” prospettate sono devastanti per la fertilità del suolo, per la necessità di impiegare crescenti quantità di concimi e pesticidi (con relativo inquinamento), per la stabilità degli ecosistemi e per la conservazione di quella diversità biologica fra le specie vegetali e animali da cui dipende la possibilità di continuare in futuro le coltivazioni. 

All’impoverimento della disponibilità futura di prodotti alimentari contribuisce la progressiva erosione del suolo, e specialmente dei suoli fertili, dovuta a un eccessivo sfruttamento dei suoli agricoli, all’estensione delle città e delle strade, all’abbandono delle terre da parte dei contadini e dei latifondisti che trovano più redditizi investimenti in altre attività. 

La soluzione del problema della prevedibile scarsità di cibo, anche solo nel vicino orizzonte qui esaminato, presuppone riforme agrarie e fondiarie, modificazioni  delle colture agricole e degli allevamenti zootecnici, innovazioni nelle tecniche di conservazione e trasformazione  dei raccolti, nonché opere di distribuzione delle acque e di difesa del suolo contro l’erosione nei vari bacini idrografici del mondo; ma occorre anche incoraggiare delle modificazioni nei consumi alimentari, la diminuzione degli sprechi, l’aumento della componente vegetale degli alimenti, rispetto a quella animale che comporta maggiore dissipazione di ricchezze ecologiche. 

Gran parte, inoltre, dei sottoprodotti e scarti agricoli e dell’industria alimentare potrebbero essere utilizzati con nuovi processi e cicli produttivi per aumentare, per esempio, la componente proteica del cibo. Il punto fondamentale sta nel fatto che qualsiasi azione verso la lotta alla scarsita’ di cibo comporta azioni finora scartate o scoraggiate sul terreno della convenienza “economica”. 

Si pensi all’abbandono di colture agricole e di piante alimentari nell’Unione europea per non deprimere il prezzo degli alimenti, alla distruzione delle eccedenze agricole che l’economia capitalistica e’ incapace di pensare possano essere distribuite ai paesi sottoalimentati o utilizzate a fini alimentari con processi e prodotti diversi dagli attuali. Dai 600 milioni di t di latte prodotto ogni anno nel mondo si possono ricavare concentrati proteici e alimenti ben diversi da quelli “raccomandati” dalla melensa pubblicità dei paesi industriali. 

Guerra alla sete

 L’altra grande materia naturale essenziale per soddisfare i bisogni elementari umani è costituita dall’acqua: sul pianeta Terra, fra oceani e continenti, si trova una riserva, uno stock, di circa 1.400 milioni di kilometri cubi (km3; 1 km3 = 1 miliardo di t) di acqua; la maggior parte è nei mari e negli oceani sotto forma di acqua salina, inutilizzabile dagli esseri umani; il 3 per cento di tutta l’acqua del pianeta e’ presente sotto forma di acqua dolce, priva o povera di sali, e la maggior parte di questa e’ allo stato solido, come ghiaccio, nei ghiacciai polari e di montagna; resta una frazione (circa 10 milioni di km3) di acqua dolce liquida nel sottosuolo, nei laghi, nei fiumi; questi grandi serbatoi naturali si trovano in gran parte in zone inaccessibili, per cui si può contare su una disponibilità di acqua dolce, relativamente accessibile, utilizzabile per le case e le città, per i campi e nelle industrie, fra 1 e 3 milioni di km3. Va notato che c’è anche in questo caso una grandissima confusione nelle stime e ben poco accordo anche fra gli specialisti (39). 

L’acqua serve per soddisfare i bisogni alimentari e di igiene personale e domestica, in quantità molto variabili fra 10 e 100 m3/anno.persona: questi usi da soli richiederebbero fra 50 e 500 km3/anno. Ma l’agricoltura è il principale settore che assorbe acqua. Anche qui le stime variano molto a seconda delle condizioni climatiche, delle specie coltivate, eccetera; nel caso dei cereali in colture irrigate si può calcolare un ”costo in acqua” di circa 500 m3/tonnellata di cereali; una parte di quest’acqua viene restituita alle falde sotterranee e una parte va “perduta” per evaporazione. Calcolando che solo una parte delle colture agricole siano irrigue, si puo’ stimare che l’agricoltura richieda, oggi e nel 2022, da 200 a 2.000 km3 di acqua all’anno. 

Non ci sono dati sui “consumi” di acqua nelle varie attività industriali, alcune delle quali usano l’acqua soltanto a fini di raffreddamento e la restituiscono nei corpi naturali da cui l’hanno prelevata (fiumi, laghi) nella stessa quantità e soltanto con una più elevata temperatura (inquinamento termico). 

Ma il principale problema dell’acqua sta nel fatto che gli usi domestici e urbani, industriali e agricoli restituiscono nei corpi riceventi naturali acqua sempre contaminata e addizionata con sostanze che non solo ne rendono difficile o impossibile l’uso successivo, ma che si disperdono e contaminano volumi grandissimi di altra acqua. Siamo quindi di fronte ad una crescente domanda di acqua dolce e ad un crescente impoverimento della qualità delle riserve di acqua dolce. 

Una alleggerimento di questa situazione insostenibile richiederebbe delle azioni dirette ad una revisione dei consumi di acqua, a modificazioni dei cicli produttivi e delle pratiche agricole e zootecniche in modo da diminuire la quantità di acqua prelevata dai corpi idrici naturali e  l’inquinamento delle riserve idriche. Nello stesso tempo il miglioramento della quantità e della qualità dell’acqua disponibile per usi igienici e domestici nei paesi del Sud del mondo è indispensabile per sconfiggere molte malattie portate dall’acqua contaminata. 

Nel guardare al futuro non vanno dimenticate le prospettive di ottenere acqua dolce dal mare o dalle acque salmastre con processi di dissalazione che, pur richiedendo energia, consentono di “fabbricare” nuova acqua dolce da acqua oggi inutilizzabile, con tecniche ormai ben note e perfezionabili, anche utilizzando fonti di energia rinnovabili. 

Va infine tenuto presente che l’aumento della domanda di energia idroelettrica (l’unica fonte di elettricità rinnovabile e relativamente poco inquinante) trova una risposta in profonde modificazioni dei corsi di acqua, nella creazione di dighe e laghi artificiali, che modificano e compromettono, in maniera difficilmente prevedibile, la disponibilità futura di acqua dolce a causa dell’aumento dell’erosione del suolo, dell’aumento della salinità delle acque, dell’abbassamento delle falde sotterranee. 

La salvezza può essere cercata soltanto in una nuova maniera di “governo” dell’acqua, dalla disponibilità agli usi finali; tale governo può operare soltanto sulle uniche unità territoriali sensate, che sono i “bacini idrografici”. I confini politici e amministrativi degli stati e delle regioni non coincidono quasi mai con quelli dei bacini idrografici, disegnati dalla natura e rappresentati dagli spartiacque, e molti bacini idrografici si stendono in diversi paesi, ciascuno dei quali crede di essere padrone del pezzo di fiume e delle valli che rientrano nei suoi confini. Di qui le innumerevoli guerre per l’acqua, destinate a moltiplicarsi in futuro. Un nuovo governo delle acque e’ possibile soltanto attraverso una svolta radicale nei rapporti di collaborazione  e solidarietà fra paesi in cui ricadono pezzi dello stesso bacino idrografico. Chi proporrà un nuovo regionalismo e federalismo basato sui confini fisici tracciati del moto delle acque ? Una “nazione” del “popolo del Danubio”, diversa da Ungheria, Austria, Germania ? 

La fame di energia

 Dopo il cibo e l’acqua il principale bisogno delle società umane è rappresentato dall’energia che muove le macchine, è indispensabile per produrre le merci, consente gli spostamenti, contribuisce alla diffusione delle conoscenze e dell’informazione e permette di difendersi dal freddo.

 

A parte l’energia fornita dal Sole, l’energia necessaria per le attività umane deriva da poche principali fonti: i combustibili fossili (petrolio P, carboni C, e gas naturale GN), l’energia nucleare EN, e l’energia idroelettrica Eidr. Le prime quattro fonti forniscono energia sotto forma di calore, parte del quale viene trasformato in elettricità El; dal moto delle acque che percorrono la superficie terrestre è possibile ricavare soltanto energia elettrica. 

Le disponibilità di energia negli ultimi anni e alcune possibili previsioni al 2022 (formulate supponendo che continuino le attuali tendenze, insostenibili), espresse in miliardi di tep (tonnellate equivalenti di petrolio; 1 tep = 10.000.000 kcal = 42.000 MJ) sono riportate nella Tabella II. 

Una crescente frazione delle fonti energetiche viene trasformata in energia elettrica; in parte essa è ottenuta da combustibili fossili, in parte da reattori nucleari e una parte è disponibile come “elettricità” primaria di fonte idro- e geotermo-elettrica (Eidr). 

Alcune stime e previsioni  della produzione e dei consumi di elettricità El, formulate supponendo che continuino le attuali tendenze, sono riportate nella Tabella III (l’ultima colonna si riferisce alla produzione mondiale di energia idroelettrica Eidr).

 

 

Tabella II

 

 

Disponibilità e una previsione del fabbisogno mondiale di energia, miliardi di tep/anno

 

 

P           C         GN        N        Eidr          Totale

 

 

1970         2,33      1,42      0,86      0,02      0,29            4,9

 

1990         3,2        2,2         1,7        0,5        0,6              8,2

 

1995         3,3         2,3        1,9        0,5        0,6              8,5

 

 

2022      4,5-5,0   3,5-4,0   3,5-4,0   0,6        1,5            14-15

 

 

 

Tabella III

 

 

Disponibilità e una previsione del fabbisogno mondiale di elettricità, migliaia di miliardi di kWh/anno (migliaia di TWh/anno)

 

Nord del mondo   Sud del mondo   Totale     Eidr

 

 

1970                                                                     1,2

 

1990                     8,1                      2,2              10,3         1,5

 

1995                     8,5                      3,0               11,5         1,7

 

 

2022                   15,0                     9,5                24,5         3,0

 

 

Il grado di incertezza dei precedenti dati è molto elevato così come sono molto incerte le previsioni che numerosi enti nazionali e internazionali formulano periodicamente. Il lettore prenda i dati della Tabella III come ordine di grandezza: non si preoccupi se le somme non coincidono con i totali e tenga presente che il  “contenuto” energetico delle varie forme di energia (per esempio quanti tep “vale” un kilowattora) viene stimato diversamente nelle varie analisi. 

Per soddisfare una richiesta mondiale complessiva anche solo di 14 miliardi di tep/anno nel 2022, formulata supponendo che continuino le attuali tendenze, da oggi a tale data occorrerebbero circa 100 miliardi di tep di petrolio, circa 80 miliardi di tep di carbone (pari a circa 130 miliardi di t di carbone) e circa 70 miliardi di tep di gas naturale (equivalenti a circa 80.000 miliardi di m3 di gas naturale). 

Già ad un orizzonte futuro così vicino, quindi, sarebbe necessario prelevare dai giacimenti  oltre la metà di tutte le riserve note di petrolio, circa il 40 % delle riserve note di gas naturale; solo le riserve note di carbone, stimate in una quantità variabile fra 1.000 e 10.000 miliardi di t di carbone, pari a circa 600-6.000 miliardi di tep, verrebbero intaccati relativamente poco, lasciando ancora una apprezzabile scorta di questo combustibile fossile. 

Neanche questa situazione, e neanche il prevedibile aumento del prezzo unitario dell’energia nei prossimi 25 anni, sembrano portare ad una resurrezione del ruolo dell’energia nucleare nel mondo che potrebbe continuare a fornire elettricità allo stesso livello attuale (o poco superiore) fino alla chiusura di tutti i reattori. 

Più importante è la distribuzione dei consumi energetici totali fra i diversi paesi, che saranno ancora una volta suddivisi in Nord del mondo e Sud del mondo (Tabella IV). I consumi energetici sono espressi in tep/anno.persona.

Tabella IV

Consumi di energia pro-capite, tep/persona.anno

 Nord del mondo   Sud del mondo   Media mondiale

1970             3,3             0,5              1,3

 1990             3,8             0,7              1,5

 2022             4,5             1,2              1,8

Per attenuare in qualche modo il rapido impoverimento delle riserve energetiche e il divario, troppo grande, di disponibilità fra Nord e Sud del mondo, e per lasciare una adeguata quota di energia ai paesi in via di industrializzazione del Sud del mondo, con una popolazione in continuo aumento, non resta che prevedere azioni per una revisione e diminuzione drastica dei consumi di energia nei paesi industrializzati del Nord del mondo. 

Se infatti, come sembra in Cina, la domanda di energia degli oltre 1.000 milioni di abitanti viene modellata su quella degli attuali paesi industrializzati, sembra difficile che i consumi individuali dei paesi del Sud del mondo possano essere contenuti, al 2022, al basso valore di 1,2 tep/anno.persona indicato nella tabella IV. C’è quindi un vasto lavoro di indagine e di elaborazione scientifica e politica se si vogliono proporre ai paesi del Sud del mondo dei consumi di energia in grado di soddisfare i bisogni veramente essenziali evitando un’eccessiva domanda di risorse comunque scarse. 

Vi sono innumerevoli possibili quadri alternativi per “far durare” di più le riserve di combustibili fossili. Ne vengono qui prospettati alcuni (Tabella V) per l’anno 2022 (a: previsioni attuali; b e c previsioni di consumi energetici  meno insostenibili e ripartiti più equamente fra Nord e Sud del mondo). 

 

Tabella V

Consumi mondiali di energia, miliardi di tep/anno

 Nord del mondo   Sud del mondo   Totale mondo

 (a)                    7-8                      7-8                   14-15

(b)                    5-6                      7-8                   12-13

(c)                    3-4                      7-8                    10-11

Consumi pro capite, tep/anno.persona

 (a)                    4,5                       1,2                     1,8

 (b)                    3,0                       1,2                     1,6

 (c)                    1,7                       1,1                     1,3

 Secondo lo scenario (c) della Tabella V, per contenere i consumi di energia totali mondiali dagli attuali circa 9 a 10-11 miliardi di tep/anno nel 2022 occorrerebbe diminuire della metà i consumi individuali degli abitanti del Nord del mondo e chiedere agli abitanti del Sud del mondo di abbassare un poco i propri consumi attuali, da 1,2 a 1,1 tep/anno.persona. Non si dimentichi mai che si sta parlando di valori medi, di grandi aggregati. 

Il Sole come fonte di energia e di merci

Una parte dei problemi associati all’uso delle fonti energetiche fossili (carbone, petrolio, gas naturale) non rinnovabili — cioè impoverimento delle riserve esistenti, modificazioni chimiche dell’atmosfera dovuta ai gas di combustione, e inquinamento delle acque dovute alle ceneri e ad altre scorie — potrebbero essere alleviati dall’uso di fonti energetiche rinnovabili, tutte derivanti dal Sole. 

L’intensità della radiazione solare che arriva ogni anno sulla superficie della Terra equivale all’energia “contenuta” in circa 80.000 miliardi di tep, ed è quindi diecimila volte superiore a quella consumata ogni anno nel mondo e superiore anche a quella di tutte le riserve di carbone, petrolio, gas naturale e uranio messe insieme. Di questi 80.000 miliardi di tep/anno circa 25.000 raggiungono le terre emerse e circa 55.000 raggiungono gli oceani. 

L’energia solare tiene in moto il grande ciclo dell’acqua: il calore solare fa evaporare e condensare ogni anno 500.000 miliardi di tonnellate di acqua dalla, e sulla, superficie dei mari e dalle terre emerse. 100.000 miliardi di t/anno ricadono sulle terre emerse e circa 40.000 miliardi di t/anno scorrono sulla superficie dei continenti nel loro ritorno al mare, superando talvolta grandi dislivelli. 

Questo flusso ha un “contenuto” potenziale medio di circa 55.000 miliardi di kilowattore (kWh) all’anno, anche se, di tale energia, solo una parte limitata può essere recuperata come energia idroelettrica e solo una parte minima (circa  1.500 miliardi di kWh/anno) è attualmente in effetti ricuperata come tale. 

Ai fini dell’utilizzazione “umana” dell’energia solare va notato subito che l’intensità della radiazione solare è maggiore nei paesi meno abitati e in quelli del Sud del mondo e arretrati che sarebbero quindi favoriti da un crescente ricorso a questa fonte di energia: una società solare contribuirebbe quindi a ristabilire una forma di giustizia distributiva energetica fra i diversi paesi della Terra. Come affermò già nel 1912, in una conferenza il professore italiano Giacomo Ciamician, “i paesi tropicali ospiterebbero di nuovo la civiltà che in questo modo tornerebbe ai suoi luoghi di origine”. 

Immaginiamo di progettare una società tutta solare con gli attuali consumi di energia. Calcolando una intensità media della radiazione solare di circa 100.000 tep/anno per km2, l’attuale consumo globale di energia equivale all’energia solare raccolta da una superficie di circa 100.000 km2

La superficie effettiva di raccolta dovrebbe essere almeno dieci volte superiore perché l’efficienza di trasformazione di molti dispositivi solari è abbastanza basso. A prima vista si tratta di superfici enormi, ma non è così: un milione di km2 è tre volte la superficie dell’Italia, una piccola frazione della superficie del Sahara o dei deserti australiani. 

Con l’energia solare si puo’ ottenere energia in tutte le forme desiderabili: calore a bassa temperatura, calore ad alta temperatura, energia elettrica. La forma piu’ avanzata di tecnica solare riguarda gli impianti fotovoltaici che trasformano direttamente l’energia solare in elettricità in dispositivi fissi. Gli impianti attuali sono in grado di produrre, con le insolazioni delle latitudini medie, circa 100 kWh/anno.m2 di superficie di fotocelle; in realtà occorre uno spazio disponibile di circa 2 m2 per ottenere 100 kWh di elettricità all’anno. 

A parte la richiesta di grandi spazi, i sistemi fotovoltaici hanno il vantaggio che possono essere costruiti in moduli da piccoli a grandissimi, possono essere installati vicino alle zone di utilizzazione dell’elettricità e, con adatti accorgimenti, l’elettricità solare può essere immessa nelle grandi reti di distribuzione dell’elettricità. Se tutta l’elettricità mondiale fosse ottenuta per via fotovoltaica occorrerebbero impianti che occupano una superficie di 200.000 km2 nel 2000, di 300.000 km2 nel 2022. 

Strettamente legata all’energia solare è l’energia ricavabile dalle massa d’aria tenute in moto (vento) dal differente assorbimento del calore solare nelle varie zone del pianeta; oggi sono disponibili motori a vento commerciali in grado di produrre elettricità, anche in questo caso in impianti che possono essere distribuiti nel territorio. L’unico vincolo è rappresentato dalla disponibilità di flussi di vento abbastanza costante.

Sempre derivato dal Sole e dal vento è il moto ondoso che, in certe zone della Terra, potrebbe essere utilizzato per alimentare motori elettrici. Finora il successo delle molte invenzioni e sperimentazioni è stato solo marginale. 

L’altra grande funzione “naturale” dell’energia solare è la “fabbricazione” per fotosintesi di biomassa vegetale: circa 100 miliardi di t/anno negli oceani e circa 100 miliardi di t/anno sulle terre emerse (i precedenti valori di biomassa secca corrispondono alla “produttività primaria netta” vegetale) a spese di circa 300 miliardi di t/anno di anidride carbonica tratta dall’atmosfera; tale anidride carbonica quasi totalmente ritorna nell’atmosfera in breve tempo, nel corso del ciclo del carbonio.

Tutti le materie prime vegetali utilizzate per gli alimenti, la carta, il legname da costruzione derivano dal Sole; ma dei milioni di specie vegetali che crescono con l’energia del Sole solo poche decine sono utilizzate a fini commerciali. Un futuro che voglia fare i conti con i problemi di scarsità dei materiali dovrebbe incoraggiare l’approfondimento delle conoscenze su moltissime specie vegetali di potenziale importanza merceologica, finora scartate dalle coltivazioni su larga scala per motivi “economici”, perché assicurano troppo pochi o bassi profitti al capitale investito. 

La biomassa vegetale alternativa potrebbe fornire materiali (fibre tessili, materie plastiche, materiali da costruzione, gomma, insetticidi, medicinali) oggi prodotti per via sintetica, a spese delle riserve di petrolio o di risorse naturali non rinnovabili.

Quali merci

Il poco spazio disponibile non consente di andare avanti nell’analisi di molti altri settori produttivi, la cui produzione e’ molto variabile nei paesi del Nord e del Sud del mondo. Solo per avere un ordine di grandezza si possono indicare alcune produzioni industriali, relative alla fine degli anni novanta (Tabella VI).

Tabella VI

 Alcune produzioni industriali e agro-industriali mondiali alla fine del XX secolo

 milioni di t/anno

 cemento                     1.300

acciaio                          700

latte                               600

carta                              250

carne                             200

fosfati naturali               150

bauxite                          110

uova                               50

Ciascuno dei materiali indicati, e innumerevoli altri, entrano a loro volta in numerosi altri cicli produttivi che forniscono automobili, materie plastiche, edifici, strade, alimenti, eccetera.

E’ difficile conoscere la massa della materia che entra complessivamente nella “tecnosfera” alla fine del Novecento ma una ragionevole stima indica valori intorno 20 miliardi di t/anno (40). Una parte di questa materia resta “incorporata” nella tecnosfera per tempi lunghi o lunghissimi, il che fa gonfiare continuamente l’universo degli oggetti usati; una parte piu’ o meno rapidamente ritorna nella biosfera sotto forma di scorie di lavorazione, o di scorie e rifiuti del “consumo”. 

Scorie e rifiuti

Lo smaltimento di tali scorie e rifiuti rappresenta un altro importante capitolo dei bisogni umani attuali e del futuro. Finora queste scorie — gassose, liquide e solide — sono state immesse nei corpi riceventi naturali: aria, acque, suolo. La capacità ricettiva di questi corpi naturali sta rapidamente diminuendo a mano a mano che aumenta la quantità di scorie che vi vengono immesse e a mano a mano che i “progressi tecnici” rendono tali scorie sempre più estranee ai, e difficilmente assimilabili dai, corpi riceventi stessi. 

I segnali di crisi assumono diversissimi aspetti, difficili da trattare in così poco spazio, per cui non si può andare al di la’ di pochi esempi. Il primo riguarda l’atmosfera e la continua modificazione della sua composizione chimica in seguito all’immissione di crescenti quantità di anidride carbonica, risultante dalle combustioni dei combustibili fossili e da alcune operazioni industriali (come la produzione del cemento). 

L’atmosfera contiene circa 2.500 miliardi di tonnellate di anidride carbonica; negli anni 90 del Novecento la quantità di anidride carbonica immessa nell’atmosfera variava fra 20 e 25 miliardi di t/anno; nel periodo considerato, da oggi al 2022, l’immissione cumulata di anidride carbonica nell’atmosfera si può stimare complessivamente di circa 700-800 miliardi di t, anche se venisse alquanto contenuto il consumo di combustibili fossili che di tale gas sono la fonte principale. 

Una parte di questa anidride carbonica viene assorbita dagli oceani, una parte viene assorbita dai processi fotosintetici terrestri; peraltro una parte addizionale di anidride carbonica viene liberata in seguito alla distruzione delle foreste; l’aumento netto cumulato dell’anidride carbonica nell’atmosfera terrestre dal 2000 al 2022 si può stimare di circa 300-500 miliardi di tonnellate, il che significa che la quantità totale presente nell’atmosfera passerebbe da circa 2.500 a oltre 2.800-3.000 miliardi di tonnellate. 

Un aumento della concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera fa aumentare la quantità di energia solare “intrappolata” all’interno dell’atmosfera stessa e trattenuta sulla superficie del pianeta con conseguente modificazione del clima terrestre. I tentativi di accordi internazionali per  imporre una limitazione delle immissioni di anidride carbonica attraverso una limitazione dell’uso dei combustibili fossili o della distruzione delle foreste non sembrano avere alcun ragionevole successo. 

Ciò vale per i paesi industriali, che continuano a considerare la crescita economica proporzionale al consumo di energia, e a maggior ragione vale per i paesi del Sud del mondo che considerano l’aumento del consumo di combustibili fossili e la distruzione delle foreste (per fare spazio a terreni coltivabili o allo sfruttamento minerario) essenziali per la loro liberazione dal sottosviluppo e la loro crescita economica. Qui la soluzione non può essere cercata in nuovi macchinari o invenzioni, ma solo nel governo dell’offerta e della domanda dell’energia. 

Oltre alle scorie gassose responsabili dei mutamenti climatici, qualsiasi attività di produzione e di consumo immette nell’atmosfera altri gas che sono responsabili della ricaduta di composti acidi sulla superficie dei continenti e dei mari e di danni alla vegetazione e alla salute umana. Le attività della tecnosfera generano anche scorie e rifiuti solubili nelle acque e di cui i produttori e le comunità si liberano immettendole nelle acque superficiali: fiumi, laghi e mare. Anche in questo caso la capacità ricettiva di molti corpi riceventi liquidi naturali si sta avvicinando alla saturazione. Infatti le attività di produzione, agricole e industriali, e di consumo si sono spontaneamente localizzate nelle vicinanze dei fiumi e dei laghi o sulla riva del mare, e in generale i corpi riceventi idrici nelle zone altamente occupate sono di limitata dimensione e capacita’ ricettiva; i grandi fiumi e laghi si trovano in genere in localita’ impervie o difficilmente raggiungibili. 

L’inquinamento idrico — anch’esso con tendenza all’aumento — potrebbe essere un poco alleviato con iniziative di decentramento e spostamento di attività inquinanti dalle zone oggi affollate, ad altre meno affollate e con corpi riceventi idrici di maggiori dimensioni. Ma anche qui ci sarebbe da chiedersi fino a quando anche i nuovi ricettori naturali potranno sopportare la contaminazione ad opera delle presenze e attività umane agricole, industriali e urbane. 

Alcuni processi tecnici possono filtrare le sostanze contaminanti, altri possono scomporle, ma qualsiasi trattamento non fa altro che trasformare gli agenti contaminanti da una forma all’altra: da soluzioni a fanghi, da composti disciolti nelle acque usate o nei fanghi a composti gassosi, tipici esempi di degradazione “entropica” della materia, oltre che dell’energia, per cui la vera soluzione va cercata nella pianificazione, e nell’imposizione, di cambiamenti nei cicli produttivi, nella qualità delle merci, nella durata delle merci. 

Considerazioni simili valgono per l’altra ancora piu’ vistosa fonte di contaminazione ambientale rappresentata dai rifiuti solidi e fangosi risultanti dalle operazioni di “consumo”, dai processi industriali, dall’agricoltura e dalla zootecnia. 

Non è possibile conoscere le quantità in gioco, neanche nei paesi industriali nei quali, bene o male, qualche statistica viene redatta. In Italia la massa dei rifiuti solidi (urbani, minerari, industriali, agricoli e zootecnici) potrebbe aggirarsi intorno 200 milioni di t/anno; negli Stati Uniti intorno a 2.000 milioni di t/anno; nell’intero pianeta tale massa si può grossolanamente stimare intorno a 5.000 milioni di t/anno, a oltre 200.000 milioni di tonnellate da adesso all’orizzonte del 2025. Dal conto sono escluse le rilevanti masse di materiali solidi che vanno perduti ogni anno in seguito all’erosione del suolo e che contribuiscono alla perdita della fertilità dei suoli coltivabili. 

Tutti questi materiali, organici e inorganici, sotto forma di solidi e di fanghi, in genere finiscono nel suolo o nel sottosuolo; una parte della materia organica e’ degradata per via biologica a prodotti gassosi; una parte è solubilizzata dalle acque e dispersa nei corpi riceventi liquidi (fiumi e laghi); una parte è sottoposta a processi di riciclo e di trasformazione in merci ancora utilizzabili; una parte resta immobilizzata nel terreno per tempi lunghi o lunghissimi e contribuisce a far “rigonfiare” i corpi riceventi naturali (cave, discariche sul suolo, eccetera); una parte si deposita nei fiumi e nei laghi, ne diminuisce la capacità e fa aumentare l’esondazione delle acque. 

Una parte del materiale sepolto presenta caratteristiche chimiche e fisiche che comportano fenomeni di contaminazione ritardata, destinata a manifestarsi nel futuro. E’ indispensabile la identificazione e valutazione dei depositi di rifiuti e scorie, specialmente tossici e pericolosi, sepolti e l’avvio di operazioni di “bonifica” in modo da evitare possibili contaminazioni future. 

Un tipico esempio di pericoli per il futuro è rappresentato dai depositi di prodotti radioattivi formatisi in seguito alle attività dei reattori nucleari in funzione da 55 anni — e che continueranno a funzionare anche per i prossimi decenni — per la produzione di materiali per bombe nucleari e per la produzione commerciale di elettricità. 

Anche in questo caso non si sa di quanto materiale si tratti, dove sia localizzato, in quali condizioni di sicurezza si trovi. Solo come ordine di grandezza, la massa del solo plutonio fissile estratto dal combustibile nucleare esaurito trattato nei nove impianti mondiali di “riprocessamento” è attualmente di circa 140 t, diventerà di 400 t nel 2010. Sulla pericolosità di questo materiale dal solo punto di vista della trasformazione in armi usabili da paesi, gruppi terroristici o criminali, si ricordi che una bomba nucleare può essere fatta con meno di 5 kg di plutonio fissile.

Nuovi indicatori del valore

Le poche precedenti indicazioni, molto parziali — mancano, per esempio, considerazioni sulla struttura delle città e dei trasporti, da cui pure dipendono grandemente la richiesta di risorse naturali, di spazio,  di materiali e di energia, e la produzione di scorie e rifiuti — consentono di identificare alcune possibili linee di lavoro delle ricerche sul futuro. 

L’analisi dei dati disponibili che ha consentito la presente breve esposizione ha messo in evidenza la poverta’ e incertezza dei dati statistici relativi ai cicli di materia e di energia sia nella biosfera, sia nella tecnosfera. Mancano dati in assoluto relativi all’aggregato mondiale o a singoli paesi, e mancano, soprattutto, delle adeguate informazioni sui rapporti fra i materiali, naturali e artificiali in gioco.

Esistono, naturalmente, indagini sui flussi di denaro che attraversano ciascun paese e alcuni settori economici di ciascun paese, ma mancano dati statistici sui flussi di materia e di energia a cui inevitabilmente i flussi monetari sono legati. Se quindi vengono esposti con grande sicurezza i numeri sul prodotto interno lordo dei vari paesi e sui suoi mutamenti, c’e’ seriamente da chiedersi quanta attendibilità abbiano tali dati, in mancanza di statistiche adeguate sulla base materiale, fisica, “naturale”, dei dati stessi (41). 

Una migliore conoscenza dei flussi di materia associati a ciascuna merce o servizio potrebbe fornire una base per l’identificazione del valore “naturale” di tali beni. In condizioni di scarsità, è tanto più utile, o apprezzabile — ha un maggiore “valore” — un processo che consente di ottenere la stessa merce e lo stesso servizio con un minore consumo di materia prime, o con un minore consumo di energia, o con un minore inquinamento ambientale. Dell’energia, inoltre, bisogna anche valutare la qualità “merceologica”, intesa come attitudine a fornire, dopo ogni trasformazione, ancora energia utile, al netto delle perdite dovute ad un aumento dell’entropia. 

Si potrebbe così parlare di “costo energetico”, di “costo in risorse naturali”, di “costo in acqua”, di “costo ambientale”, di ciascuna merce o di ciascun servizio, definiti, rispettivamente, come la quantità di energia, o la massa di acqua, o di minerali, o di vegetali, o la massa e il tipo di rifiuti — gassosi, liquidi o solidi — che accompagnano la produzione o l’uso di una unità di peso di merce o di una unità di servizio. Un governo che volesse consumare meno energia, o inquinare di meno, avrebbe a disposizione, nel “costo naturale” di ciascuna merce o servizio,  un indicatore fisico, in un certo senso “assoluto”, per scegliere e progettare i materiali, i macchinari, i manufatti, i processi, i modi di comportamento. 

Purtroppo per la maggior parte dei processi sono molto limitate le conoscenze che consentirebbero la misura del “costo (o valore) fisico” delle merci e dei processi; cio’ dipende anche dal ritardo nei processi di formazione di tecnici e professionisti e dalla poca attenzione che è rivolta all’analisi della quantità e del tipo di prodotti secondari, dei residui e delle scorie, la cui composizione, fra l’altro, è più difficile da misurare, valutare, conoscere, rispetto a quella dei prodotti principali economici. Le reali difficoltà tecnico-scientifiche di misurare le grandezze richieste sono rese ancora maggiori dalla resistenza dei produttori a indicare quello che effettivamente trattano, le esatte quantità di scorie prodotte, il pericolo dei processi e dei prodotti (informazioni che talvolta i produttori stessi ignorano e non vogliono conoscere). 

Una delle sfide degli studi del futuro, oltre alle indagini economico-sociali e all’identificazione dei veri bisogni dei molti miliardi di terrestri che vivono in diversissime condizioni climatiche, geografiche, sociali, potrebbe consistere nell’identificare e pianificare i processi e le merci in grado di soddisfare tali bisogni sotto i vincoli, ineludibili, della scarsità delle risorse naturali e delle leggi dell’ecologia. 

Accorgimenti noti, come la standardizzazione delle merci e dei macchinari, aiuterebbero ed evitare sprechi nella produzione e a rendere più facilmente riutilizzabili le merci e gli oggetti usati. A tal fine un importante strumento pubblico potrebbe essere lo scrutinio tecnologico (il technology assessment) delle varie soluzioni proposte dai fabbricanti o dai governi, in modo da riconoscere quelle che sono in grado meglio di rispettare i vincoli ecologici sopra ricordati. 

Come, e in quale grado, l’attuazione di azioni e programmi coerenti con i vincoli della scarsità e dei limiti terrestri possa richiedere dei governi, locali o internazionali, autoritari, e di che tipo, e sia compatibile con una “democrazia” basata sulla massimizzazione degli egoismi individuali e nazionali, è tutto da vedere. 

Note

(1)  H.Meadows, W.W. Behrens, D.L. Meadows e J. Randers, ”The limits to growth. A report for the Club of Rome’s project for the predicament of mankind”, New York, Universe Books, 1972; traduzione italiana col titolo: ”I limiti dello sviluppo”, Milano, EST Mondadori, 1972; traduzione francese col titolo: “Halte a la croissance ?”, Paris, Fayard, 1972; traduzione tedesca col titolo: “Die Grenze des Wachstums”. Si veda anche il volume pubblicato venti anni dopo: D.H. Meadows, D.L. Meadows e J. Randers, “Beyond the limits. Confronting global collapse. Envisioning a sustainable future”, Post Mills (USA), Chelsea Green Publishing, 1992; traduzione italiana col titolo: “Oltre i limiti dello sviluppo”, Milano, Il Saggiatore, 1993 

(2)  [T.R. Malthus], “An essay on the principle of population, as it affects the future improvement of society, with remarks on the speculations of Mr. Godwin, M. Condorcet and other writers”, London, 7 June 1798; traduzione italiana: “Malthus. Il primo saggio sulla popolazione”, Bari, Laterza, 1976 (Un’altra traduzione e’ stata pubblicata da Einaudi a Torino). T.R. Malthus, “An essay on the principle of population or a view of its past and present effects on human happiness”, edited by Patricia James, Cambridge, Cambridge University Press, 1989, 2 volumi. E’ la ”seconda” edizione del 1803, con le variora del 1806, 1807, 1817, 1826. 

(3)  The President’s Materials Policy Commission (Paley Commission) “Resources for freedom”, U.S. Government Printing Office, 1952; anche: P.C. Putnam, ”Energy in the future”, New York, Van Nostrand, 1953; H.H. Landsberg, L.L. Fischman e J.L. Fisher, “Resources in America’s future”, Baltimore, Johns Hopkins Press, 1963; si vedano, utilmente, anche: H. Barnett e C. Morse (editors), ”Scarcity and growth: the economics of natural resource availability”, Baltimore, Johns Hopkins University Press, 1963, e V. K. Smith (editor), “Scarcity and growth reconsidered”, Baltimore, Johns Hopkins University Press, 1979. 

(4) H. Kahn e A.J. Wiener, “The year 2000”, Croton-on-Hudson, Hudson Institute, 1967; traduzione italiana col titolo: ”L’anno 2000. La scienza di oggi presenta il mondo di domani”, Milano, Il Saggiatore di Alberto Mondadori, 1968 

(5)  A. Weinberg e R.P. Hammond, “Global effects of increased use of energy”, Fourth International Conference on the peaceful uses of atomic energy, 6-16 September 1971, Geneva, United Nations. 

(6)  W.S. Jevons, “The coal question”, London, Macmillan, 1865, seconda edizione 1866, terza edizione 1906; traduzione italiana parziale in: Quaderni di Storia ecologica (Milano), n. 2, 1-250 (luglio-settembre 1992). Gli eventi successivi, soprattutto la scoperta dei grandi giacimenti di petrolio, hanno scongiurato l’esaurimento delle riserve inglesi di carbone temuto da Jevons. Anzi le miniere inglesi sono state gradualmente chiuse prima del loro esaurimento. 

(7)  U. D’Ancona, “La lotta per l’esistenza”, Torino, Einaudi, 1942, con ampia bibliografia relativa ai lavori di Lotka, Volterra, Gause, eccetera. Cfr. anche: G.E. Hutchinson, “An introduction to population ecology”, New Haven, Yale University Press, 1978 

(8)  L. Pauling, “No more war !”, New York, Dodd, Mead & Co., 1958, 1983 

(9)  R. Carson, “Silent Spring”, Boston, Houghton-Mifflin, 1962; traduzione italiana col titolo: “Primavera silenziosa”, Milano, Feltrinelli, 1963 e numerose ristampe 

(10)  J.K. Galbraith, “The affluent society”, Boston, Houghton-Mifflin, 1958:; traduzione italiana col titolo: “Economia e benessere”, Milano, Edizioni di Comunita’, 1959; poi col titolo: ”La societa’ opulenta” 

(11)  H. Marcuse, “One-dimensional man”, Boston, Bacon Press, 1964; traduzione italiana col titolo: “L’uomo a una dimensione”, Torino, Einaudi, 1964 

(12)  K.W. Kapp, “The social costs of private enterprise”, Cambridge (USA), Harvard University Press, 1950; poi col titolo: ”The social costs of business enterprise”, Bombay-London, Asia Publishing House, 1963; cfr. anche: “Economia e ambiente. Saggi scelti”, Ancona, Otium, editori, 1992 

(13)  K.E. Boulding, “The economics of the coming Spaceship Earth”, in: H. Jarrett (editor), ”Environmental quality in a growing economy”, Baltimore, Johns Hopkins Press, 1966, p. 3-14. Dello stesso Boulding si veda anche: “Fun and games with the Gross National Product: the role of misleading indicators in social policy”, in: H.W. Helfrich Jr. (editor), “The environmental crisis: man’s struggle to live with himself”, New Haven, Yale University Press, 1970, p. 157-170 

(14)  B. Commoner, “The closing circle. Nature, man, technology”, New York, Knopf, 1971; traduzione italiana col titolo: “Il cerchio da chiudere”, Milano, Garzanti, 1972; nuova edizione con ampliamento, Milano, Garzanti, 1984 

(15)  G. Hardin, “The tragedy of the commons”, Science, 162, 1243-1248 (13 December 1968); traduzione italiana col titolo: ”La tragedia dei ‘commons’”, Sapere, 70, 4-10 (marzo 1969). Di G. Hardin e J. Baden si veda anche: “Managing the commons”, San Francisco, Freeman, 1977 

(16)  P. Ehrlich, “The population bomb”, New York, Ballantine, 1968; anche: P. Ehrlich e A.H. Ehrlich, “Population, resources, environment. Issues in human ecology”, San Francisco, Freeman, 1970 

(17)  Cfr.: G. Nebbia, “Breve storia della contestazione ecologica”, Quaderni di Storia Ecologica (Milano), n. 4, 19-70 (aprile 1994) 

(18)  Per una ricostruzione storica degli eventi che hanno portato alla formazione del Club di Roma e agli studi sui “limiti alla crescita”, cfr: Fondazione Aurelio Peccei (a cura di), “Lezioni per il XXI secolo. Scritti di Aurelio Peccei”, Roma, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per l’informazione e l’editoria, senza data, ma circa 1990; U. Colombo, “L’utopia realizzabile nella vita e nel pensiero di Aurelio Peccei”, Ottava Conferenza Annuale Aurelio Peccei, Accademia Nazionale dei Lincei, Roma, 14 marzo 1994. Per l’attenzione in Italia sui ”futuri possibili” cfr.: “Bibliografia del ‘futuribile’”, a cura di G. Fiore, Roma, Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, maggio 1969;  “Terzo millennio. Antologia ‘futuribles’”, I Problemi di Ulisse (Firenze, Sansoni), 39, (100), 1-293 (1985) 

(19)  J.S. Mill, “Principles of political economy, with some of their applications to social philosophy”, 1848, sesta edizione, 1865; traduzione italiana della seconda edizione inglese col titolo: “Principii di economia politica, con alcune delle sue applicazioni alla filosofia sociale”, Biblioteca dell’Economista, Serie I, vol. 12, Torino, Pomba, 1951. Il capitolo VI del libro IV (pp. 957-959 della traduzione italiana) è intitolato: “Lo stato stazionario”. Il passo e’ riportato anche in: B. Fontana (a cura di), “J.S.Mill. Principii di economia politica (1848). Passi scelti”, Roma, Editori Riuniti, 1979 

(20) A.C. Pigou, “The economics of the stationary state”, London, Macmillan, 1935. Fra i molti saggi successivi sullo “stato stazionario” cfr., per es.: H.E. Daly, “Steady-state economics”, San Francisco, Freeman, 1977; traduzione italiana col titolo: “Lo stato stazionario. L’economia dell’equilibrio fisico e della crescita morale”, Firenze, Sansoni, 1981 

(21)  “A blueprint for survival”, The Ecologist, 2, (1), 1-43 (gennaio 1972); traduzione italiana: E. Goldsmith e R. Allen, ”La morte ecologica. Progetto per la sopravvivenza”, Bari, Laterza, giugno 1972 

(22) “Problemi dell’ecologia”, Roma, Senato della Repubblica, 1971, tre volumi 

(23) Autori vari, ”Processo alla tecnologia”, Milano, Franco Angeli, 1972 

(24)  Cfr., fra i molti scritti del tempo, i seguenti: C. Kaysen, “The computer that printed out W*O*L*F”, Foreign Affairs, 50, (4), 660-668 (July 1972);  A. Fraschini, “Rassegna delle critiche al rapporto su “I limiti dello sviluppo’”, Rivista Internazionale di Scienze Economiche e Commerciali, n. 2, 1974, 179-191; T. Bagiotti, “Gli aspetti negativi dello sviluppo nel pensiero degli economisti”, Rivista Internazionale di Scienze Economiche e Commerciali, n. 2, 1974, 211-229. Il tema dei rapporti fra economia e ecologia fu affrontato nella XIV seduta della Società Italiana degli Economisti che si tenne a Roma nel novembre 1973; gli atti furono pubblicati col titolo: “Economia e ecologia. Atti della Riunione della Società Italiana degli Economisti, Roma, settembre 1973”, Milano, Giuffre’, 1975. E. Gerelli, “Limits to growth or growth of the limits ?”, in: “International Conference on Environment and Economics, June 1984”, Paris, OCSE/OECD, 1984. Una rassegna degli scritti degli economisti “contro” il libro sui limiti alla crescita potrebbe essere il tema di un interessante saggio di storia del pensiero economico. 

(25)  W. Beckerman, “Economists, scientists and environmental catastrophe”, Oxford Economic Papers, 24, (3), 327-334 (November 1972); anche: “In defense of economic growth”, London, Jonathan Cape, 1974 

(26)  Alle difficoltà del mondo cattolico davanti ai problemi della scarsita ha anche contribuito l’economista cattolico Colin Clark con la sua tesi che la Terra potrebbe offrire acqua e cibo e beni materiali a 40 o 45 miliardi di persone: C. Clark, “Population growtjh and land use”, London, Macmillan, 1967, 1977; ”The myth of overpopulation, Melbourne, Advocate, 1973; traduzione italiana col titolo: ”Il mito dell’esplosione demografica”, Milano, Ares, 1975. Interessante il saggio di O. De Marco, “Risorse, merci, popolazione”, in: ”Innovazioni tecnologiche, qualità e ambiente. Atti del XVI Congresso Nazionale di Merceologia, Pavia, settembre 1994”, Pavia, Università, 1994, vol. I, 197-207 

(27)  D. Paccino, “L’imbroglio ecologico. L’ideologia della natura”, Torino, Einaudi, 1972. Cfr. anche: P. Braillard, ”L’imposture du Club de Rome”, Paris, PUF, 1982; traduzione italiana col titolo: “L’impostura del Club di Roma”, Bari, Dedalo, 1983 

(28) C. Dolgov, “Individuo, società e natura nella prospettiva marxista”, in: “Verso il terricidio ?”, Proteus, 2, (4), 143-145 (gennaio-aprile 1971); P.Apostol, ”Punto di vista marxista sui ‘limiti dello sviluppo’”, Futuribili, n. 52, 50-58 (1972) 

(29)  M.I. Goldman, “The spoils of progress. Environmental pollution in the Soviet Union”, Cambridge (USA), MIT Press, 1972 

(30)  G. Nebbia, “Dopo Stoccolma”, Sapere, 73, 8-15 (dicembre 1972) 

(31)  H.S.D. Cole, C. Freeman, M. Jahoda e K.L.R. Pavitt (editors), ”Thinking about the future. A critique of ‘The limits to growth’”, London, Chatto & Windus, 1973. 

(32) M. Mesarovic e E. Pestel, “Mankind at the turning point. The second report to the Club of Rome”, New York, Dutton, 1974; traduzione italiana col titolo: “L’umanità a una svolta, strategie per sopravvivere”, Milano, Mondadori, 1974 

(33)  N. Georgescu-Roegen, “The entropy law and the economic process”, Cambridge (USA), Harvard University Press, 1971; anche: “Energy and economic myths. Institutional and analytical economic essays”, Oxford, Pergamon Press, 1974; traduzione italiana parziale e con aggiunte, col titolo: “Energia e miti economici”, Torino, Boringhieri, 1982; nuova edizione, con modifiche e aggiunte e lo stesso titolo, Torino, Bollati Boringhieri, 1998 

(34)  N. Georgescu-Roegen, “Demain la decroissance: entropie, ecologie, economie”, a cura di I. Rens e J. Grinevald, Lausanne, Editions Pierre-Marcel Favre, 1979; nuova edizione, Lausanne, Sang de la Terre, 1995 

(35)  G.O. Barney (editor), “The Global 2000 Report to the President”, 3 volumi, Washington, U.S. Government Printing Office, 1980; si veda anche: G.O. Barney, ”Global 2000 revisited, What shall we do ?”, Arlington, Millennium Institute, 1993

 (36)  J.L. Simon e H. Kahn (editors), ”The resourceful Earth: a response to ‘Global 2000’”, Oxford, Basil Blackwell, 1984; si veda anche: J.L. Simon, “Population matters. People, resources, environment, and immigration”, New Brunswick/London, Transaction, 1990. Sulle grandi risorse della Terra, abitabile da anche mille miliardi di esseri umani, si veda anche l’articolo di C. Marchetti, “1012: a check on the Earth-carrying capacity for man”, Energy, 4, 1107-1117 (1979) 

(37)  G. Nebbia, “Lo sviluppo sostenibile”, Fiesole/Firenze, Edizioni Cultura della Pace, 1971, anche per una storia del concetto di “sostenibilità” e per vari riferimenti bibliografici 

(38)  Cfr., per es.: J.E. Cohen, ”How many people can the Earth support ?”, New York, Norton, 1995. Importante la vasta letteratura contenuta nel libro. 

(39)  G. Nebbia, “Sete !”, Roma, Editori Riuniti, 1991; S.L. Postel, “Last oasis: facing water scarcity”, New York, Norton, 1991; S.L. Postel, G.C. Daily e P.R. Ehrlich, “Human appropriation of renewable fresh water”, Science, 271, 785-788 (9 February 1996) 

(40)  F. Schmidt-Bleek, “Wieviel Umwelt braucht der Mensch ? MIPS, Das Mass fur oekologisches Wirtschaft”, Berlin, Birkhauser, 1994. Cfr. anche: E. Pizzoli, “Effetto delle attività umane sulle risorse naturali”, in: “Innovazioni tecnologiche, qualita’ e ambiente. Atti del XVI Congresso nazionale di Merceologia”, Pavia, settembre 1994, vol. I, 246-253 

(41)  Si tenga presente, per esempio, che in Italia, secondo le varie edizioni della “Relazione sullo stato dell’ambiente”, “mancano” dal calcolo della materia impiegata 200 o 300 milioni di t/anno di sabbia, ghiaia, pietre, di cui non viene misurato il flusso attraverso la tecnosfera, e quindi neanche attraverso l’economia.