SM 2051 — Produzione di merci a mezzo di natura — 1998

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Consumi e Società, 12, (2), 38-43 (marzo-aprile 1998) 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Il “valore d’uso” e la Mecca dell’economista 

L’inizio del ventunesimo secolo è caratterizzata da una crescente attenzione per il mondo delle cose materiali, degli oggetti, delle merci, cioè dei fattori fondamentali della produzione e dei consumi umani. Anche se con ancora poca passione in Italia, in molti paesi si stanno sviluppando delle nuove discipline, anche universitarie, che si occupano di “metabolismo industriale”, cioè delle trasformazioni della materia e dell’energia nel corso della produzione e del consumo delle merci. Tale attenzione è figlia, in un certo senso, dell’“ecologia” e del fatto che ormai, anche a livello internazionale, i guasti ambientali vengono fatti (dovrebbero essere fatti) pagare a chi li provoca. Poiché molti di tali guasti sono proprio legati ai processi di produzione e di consumo, le imposte da pagare sono proporzionali alla quantità di materia usata, trasformata, buttata via e sarà quindi bene sapere di quanta roba si tratta. 

Lo studio del metabolismo …  merceologico parte dall’osservazione che le attività economiche e umane “funzionano” – come del resto avviene per qualsiasi  altro fenomeno vitale –  con un continuo flusso di materia ed energia che parte dalla biosfera (l’universo dei territori e degli esseri animati e inanimati in cui si può svolgere la vita), passa attraverso la “tecnosfera”, il mondo dei prodotti ottenuti dagli esseri umani per trasformazione dei beni tratti dalla natura, e ritorna alla biosfera sotto forma di scorie e rifiuti. Siamo così di fronte ad una grande circolazione natura-merci-natura, N-M-N, con complessi scambi di materiali e di energia solo in parte sono accompagnati da scambi monetari. 

I rapporti fra natura e economia non sono nuovi. Nel 1875 Carlo Marx, nel polemizzare con il ”programma di Gotha” del Partito Operaio Tedesco, cominciò la sua “critica” con le parole: “La natura è la fonte dei valori d’uso (e in questi consiste la ricchezza effettiva !)”; un termine, questo del “valore d’uso”, che gli economisti del secolo scorso usavano per indicare il contenuto materiale delle merci, associato alla loro utilità, in contrapposizione al “valore di scambio”, cioè al valore in unità monetarie. Qualche anno dopo l’economista Alfred Marshall preconizzò che, col passare del tempo, gli economisti avrebbero dovuto occuparsi sempre di più dei problemi naturali; nell’introduzione ai suoi “Principi” (del 1890) anzi Marshall afferma che “la Mecca dell’economista è l’economia biologica”. Insomma, parafrasando il titolo del ben noto saggio di Sraffa, “Produzione di merci e mezzo di merci”, si può oggi dire che la produzione di merci avviene, in realtà, “a mezzo di natura” e che i corpi naturali sono coinvolti anche nelle operazioni di “consumo” delle merci e di smaltimento delle relative scorie. 

Ad esempio il calore – il servizio fornito dalla merce benzina, per cui si paga un prezzo – si ottiene facendola reagire con l’ossigeno ricavato “gratis” dall’aria, con la conseguente formazione di anidride carbonica un gas che viene immesso, senza pagare niente, nell’atmosfera. “Senza pagare niente”, finora: perché la necessità di limitare i mutamenti climatici del pianeta, dovuti proprio all’aumento della concentrazione dell’anidride carbonica nell’aria, sta inducendo la comunità internazionale a chiedere ai paesi membri di applicare una “imposta” (“carbon tax”) proporzionale alla quantità di anidride carbonica immessa da ogni consumatore nell’atmosfera. Non basterà quindi, in futuro, sapere quanto costa un litro di benzina, né quanti chilometri si percorrono con un litro (che è già una misura della utilità, del “valore d’uso”, della benzina), ma bisognerà conoscere anche la quantità di inquinamento, una utilità negativa, associata all’uso di un litro di benzina. Per farla breve: non è possibile valutare i flussi dei gas responsabili dell’effetto serra, o delle scorie liquide responsabili dell’inquinamento del mare, e dei rifiuti solidi, e applicare corrette imposte, se non si conoscono esattamente le quantità fisiche dei materiali coinvolti nella circolazione natura-merci-natura. 

Ai fini della redazione di una contabilità fisica, “naturale”, bisogna ricordare che la massa (e l’energia) dei beni tratti dalla natura, trasformati in merci e usati dai “consumatori” è rigorosamente uguale alla massa (e all’energia, sia pure con variazione della sua qualità merceologica) dei sottoprodotti, scorie e rifiuti gassosi, liquidi e solidi che ritornano nella natura. 

Ma se la contabilità naturale viene riferita ad un anno, come quella nazionale e aziendale monetaria , bisogna tenere presente che una parte delle merci resta a lungo nella tecnosfera, viene “immagazzinata” per anni, talvolta per secoli: si pensi alle pietre e al cemento degli edifici, al ferro e ai metalli dei macchinari a lunga vita, si pensi ai libri conservati nelle biblioteche, eccetera, tanto che si può ben dire che la tecnosfera “si gonfia” continuamente (fino a quando non si sa, perché ormai si sta osservando che c’è sempre meno spazio, nelle abitazioni, nelle strade, nelle città, per nuovi oggetti a vita lunga). 

La grande circolazione “natura-merci-natura” 

A rigore, a differenza di quanto avviene con i prezzi monetari, suscettibili di continui mutamenti, una contabilità fisica dovrebbe viaggiare su binari (abbastanza) solidi: se si avessero adatti strumenti dovrebbe essere possibile pesare e misurare la massa e l’energia che passano  da un processo all’altro, da un territorio ad un altro, da una persona all’altra. Anzi dovrebbe essere possibile caratterizzare ogni oggetto con un indicatore fisico (peso di materia, quantità di energia) che dovrebbe avere un valore “assoluto”. 

Si potrebbe così caratterizzare una merce o un servizio (anche ogni servizio, anche quelli apparentemente immateriali, richiede degli oggetti fisici e materiali: il servizio mobilità richiede automezzi e carburanti, il servizio comunicazione e conoscenza richiede cavi di rame o a fibre ottiche e schermi video, eccetera), sulla base della quantità di materia che richiede nel suo “processo” di produzione e di uso, nel suo “ciclo vitale”. Si potrebbe allora parlare di “costo energetico”, di “costo in risorse naturali”, di “costo ambientale”, di ciascuna merce o di ciascun servizio.  

Avendo tali informazioni, un’impresa o un governo potrebbe organizzare la propria politica ed economia: se volessero consumare meno energia potrebbero riconoscere — e incentivare l’uso – delle merci che nel processo di produzione e di uso richiedono meno energia; se volessero difendere l’ambiente potrebbero riconoscere le merci che, a parità di utilità, comportano minore inquinamento e generano meno rifiuti. 

In tanti, nell’ultimo secolo, hanno pensato di integrare la misura del prezzo monetario delle merci con una misura del loro “valore fisico” o “valore naturale”. Talvolta si trattava di idee bizzarre, talvolta c’era un fondamento ben preciso. Il lettore curioso potrà trovare nel bel libro di Juan Martinez Alier (“Economia ecologica”, Garzanti, 1991) una storia dei vari tentativi di introdurre una misura del costo energetico delle merci. Ci hanno provato grandi nomi, come il premio Nobel Frederick Soddy, estrosi scrittori come H.G. Wells, un curioso personaggio come un certo Howard Scott. Questo Scott, nel pieno della grande crisi economica del 1933, propose al governo americano di distribuire dei certificati energetici in quantità equivalente alla quantità totale di energia che il governo stesso riteneva utile fosse consumata in un anno per la produzione delle merci. Tali certificati avrebbero dovuto essere assegnati in numero uguale a ogni cittadino: ogni merce e ogni servizio avrebbero dovuto essere caratterizzati sulla base del loro “valore” energetico e ogni cittadino avrebbe potuto acquistare le merci volute, sulla base della sua disponibilità di certificati energetici, con l’unico vincolo fisico costituito dalla massima quantità di energia che il paese avrebbe potuto consumare. 

Chiunque avesse voluto acquistare una merce con elevato costo energetico avrebbe avuto meno certificati per acquistare altre merci, però avrebbe potuto acquistare certificati energetici da altri: chi aveva limitati bisogni materiali avrebbe potuto vendere i suoi certificati energetici e col ricavato avrebbe potuto andare in vacanza o dedicarsi alla lettura …. L’idea era meno strana di quanto si pensi perché oggi si parla seriamente di distribuire alle imprese dei certificati di inquinamento, negoziabili, proporzionali alla quantità fisica di agenti inquinanti che ciascuna impresa può immettere nell’ambiente. Una impresa che inquina di più è costretta a comprare dei certificati e il loro costo può indurla a spendere gli stessi soldi, o anche meno, per modificare i propri cicli produttivi o per abbattere gli agenti inquinanti. 

Un quasi sconosciuto professore di Merceologia di Firenze, un certo Roberto Salvadori (1873-1940)  (http://www.fondazionemicheletti.it/nebbia/n-nicolini-salvadori/), quasi contemporaneo di Scott, negli stessi anni trenta del Novecento, propose anche lui di caratterizzare le merci sulla base del loro costo energetico e suggerì una adatta unità di misura del “valore”: l’ “energon-merce”. 

Altre proposte di valutazione delle merci sulla base del loro costo energetico sono state avanzate ancora negli anni settanta, dopo il rincaro del prezzo del petrolio. Furono condotti numerosi studi per stabilire quanta energia era necessaria per ciascuna merce o per ciascun servizio. Poiché il costo energetico dipende anche dalla massa delle materie prime e dei materiali prodotti, le indagini degli anni settanta fornirono una rilevante quantità di dati relativi agli ingredienti “naturali” occorrenti per ottenere una unità di massa di una  merce o una unità di un servizio (per esempio per consentire ad una persona di percorrere un kilometro). Tutto questo ha mostrato che, davvero, le merci si producono “a mezzo di natura”, più di quanto si pensi comunemente. 

Alla ricerca del valore naturale delle merci 

La misura del “contenuto” di materia e di energia in ciascuna merce richiede la soluzione di alcuni problemi pratici non facili da risolvere: ogni flusso di materia e di energia passa attraverso un “processo”, ma quali sono i confini di tale processo, le porte di ingresso e di uscita attraverso cui misurare il flusso della materia e dell’energia ? 

Prendiamo il caso dell’abitazione di ciascuno di noi e cerchiamo di capire quanta materia ed energia “attraversa” in un anno la nostra casa: Se avessimo un poco di pazienza potremmo registrare il peso delle merci che compriamo: pane, verdura, carne, ma anche abiti, scarpe e, nel corso di un  anno, eventualmente un frigorifero nuovo al posto di quello che non funziona più, potremmo pesare i giornali e gli imballaggi, eccetera. Una parte della massa di materia entrata attraverso la porta esce, nel corso dell’anno,  attraverso la stessa porta, sotto forma dei rifiuti solidi che depositiamo, spesso di giorno in giorno, in un sacchetto che qualcuno raccoglierà. Se volessimo, potremmo anche pesare la massa dei rifiuti solidi che escono dalla nostra casa nel corso di un anno (in media circa mezza tonnellata per persona). 

Ma con questo siamo ancora lontani dall’aver misurato il “metabolismo merceologico” della nostra famiglia: le merci possono essere usate a condizione che si disponga di acqua, di energia (elettricità e calore) e dell’ossigeno dell’aria che entra dalle finestre ed esce, come si è già ricordato, come anidride carbonica dalla stessa finestra. 

Il contatore dell’acqua (ma non tutte le case l’hanno) potrebbe misurare la quantità di acqua che “attraversa” l’abitazione di ogni famiglia (in media 100.000 kg all’anno per persona, ma di questa acqua una piccola parte (circa 20.000 litri all’anno a testa) viene usata per la preparazione degli alimenti e per la pulizia delle persone, degli indumenti e della casa, mentre la maggior parte dell’acqua (circa 80.000 litri all’anno a testa, sempre in media) serve per eliminare i rifiuti nei gabinetti, per annaffiare i giardini, eccetera. Gran parte di quest’acqua è sprecata, anche perché nessuno si rende conto di quant’acqua usa (ecco l’importanza di una contabilità fisica della vita economica, a cominciare da quella familiare) e anche perché il costo dell’acqua incide abbastanza poco nei bilanci familiari. E’ sprecata anche perché la legge impone che l’acqua distribuita nelle abitazioni sia acqua molto pura, controllata, costosa, ed è una sciocchezza usarla per annaffiare il terrazzo o per lo sciacquone del gabinetto, operazioni che potrebbero essere fatta anche con acqua meno pura. 

Ma le cose non potranno andare avanti con questo andazzo di sprechi delle risorse naturali: le agenzie internazionali avvertono che l’acqua sta scarseggiando in tutto il mondo e che anche nei paesi ricchi di acqua si manifesteranno segni di scarsità dell’acqua di buona qualità. Da qui l’utilità di conoscere il “costo in acqua” di una doccia, di un bucato in lavatrice, di una pulizia del gabinetto. Come si vede, anche piccole pratiche di economia domestica ecologica vanno a toccare il delicato territorio del “valore” delle cose e dei nostri comportamenti. 

Per restare al caso della vita familiare, si consuma energia, molta in forma apparentemente immateriale: la rete della corrente elettrica fornisce energia (che non vediamo: ne vediamo soltanto gli effetti: la luce, la rotazione del compressore del frigorifero, eccetera) che paghiamo attraverso un contatore in proporzione alla quantità usata: tanta elettricità (e quindi tante lire) per far funzionare un’ora un televisore, per fare un bucato in lavatrice, eccetera. Se uno vuole risparmiare meno lo fa in genere per non spendere troppi soldi, ma adesso occorre anche pensare che ogni kilowattora di elettricità prelevata dalla rete ha, alle spalle, una propria storia. 

L’elettricità viene da centrali che bruciano prodotti petroliferi o metano o carbone, e che inquinano l’atmosfera, magari a centinaia di kilometri di distanza: pertanto tale inquinamento è come se fosse “contenuto” dentro quella merce immateriale che fa funzionare il nostro televisore e la nostra lavatrice, e il relativo costo ambientale è solo limitatamente incorporato nel prezzo che  paghiamo all’azienda elettrica. Risparmiare elettricità, pertanto, significa, non solo spendere meno soldi, ma anche diminuire l’effetto inquinante: da qui le proposte, che cominciano ad apparire, di macchine (per ora frigoriferi o lavatrici) che si presentano come ecologicamente virtuose perché consentono di fare lo stesso bucato, o di tenere al freddo una certa quantità di alimenti, con minore consumo di elettricità. 

Andando avanti di questo passo, si può descrivere la propria vita domestica sulla base del consumo del calore fornito dai termosifoni; sulla base della quantità di anidride carbonica immessa nell’atmosfera (avete mai pensato che la vita di ciascun italiano comporta, direttamente o indirettamente, ogni anno, in media, l’immissione nell’atmosfera di ottomila kg di anidride carbonica, il gas responsabile dei mutamenti climatici ?), eccetera. 

Insomma la vita familiare di ciascuno di noi, con le sue operazioni di “consumo”, si può caratterizzare sulla base del costo in energia, in risorse naturali, sul “costo in rifiuti” gassosi, liquidi o solidi. Poiché il mondo naturale da cui vengono prelevate materie prime e acqua e in cui vengono scaricati i rifiuti non è illimitato, sempre più si presenta il problema di limitare o regolare il nostro comportamento di consumatori sulla base di qualche indicatore “naturale” che tenga conto, fra l’altro, anche di questi limiti e scarsità. 

Il costo naturale della produzione delle merci 

A maggior ragione nel caso dei processi di produzione delle merci è utile redigere una contabilità in unità fisiche, in maniera analoga a quanto si fa con la contabilità monetaria. La contabilità fisica include il flusso di materiali che, per ora, non entrano nella contabilità monetaria (molti rifiuti gassosi, il costo dell’acqua prelevata dai fiumi) ma di cui si dovrà sempre più tenere conto in futuro. Anche perché, come si accennava prima, si fanno sempre più frequenti norme internazionali che impongono dei limiti alle emissioni di rifiuti, o che fissano delle imposte proporzionali alla quantità dei rifiuti o delle scorie generati. 

In passato proprio nel settore industriale sono state condotte le maggiori ricerche relative al “costo energetico” o al “costo in acqua”. Per molti processi sono stati identificati i punti in cui era possibile introdurre perfezionamenti; è stato visto che il riciclo dei materiali consentiva di produrre la stessa merce con minore consumo di energia: a titolo di esempio per produrre una tonnellata di alluminio dal minerale si consumano da 200 a 300 GJ di energia, mentre tale consumo scende a 20 GJ se si ottiene alluminio (della stessa qualità) partendo dal rottame o dalle lattine. Si consuma meno energia per produrre carta nuova dalla carta straccia, piuttosto che dal legno, eccetera. Ugualmente per molti processi è stato misurato il “costo in acqua”, il “costo ambientale”, inteso come la quantità di gas immessi nell’atmosfera, di rifiuti liquidi e solidi, eccetera, per unità di peso della merce o del macchinario prodotti. 

La ricerca dei nuovi indicatori del valore, comporta notevoli difficoltà pratiche; i dati finora disponibili mostrano che, a seconda dei processi produttivi, a seconda delle condizioni tecniche, tali costi oscillano moltissimo. 

Ad esempio il “costo in acqua” dell’acciaio o dello zucchero dipende dai processi, dalla capacità di riutilizzare una parte dell’acqua usata, dalla localizzazione. Alcuni impianti siderurgici, che si trovano sulla riva del mare o di qualche grande fiume, usano l’acqua marina o corrente come acqua di raffreddamento; l’acqua riscaldata viene immessa nei corpi riceventi naturali, forse con limitato danno ecologico. Ma in altre condizioni le fabbriche sono costrette a riciclare l’acqua usata, a raffreddarla prima di immetterla in un fiume: se non si hanno quindi esatte informazioni sul processo produttivo e sullo stabilimento non è facile conoscere i relativi costi naturali. 

Lo stesso vale per il costo energetico, il campo in cui sono stati fatti i più estesi studi: la stessa merce può essere usata utilizzando calore o elettricità; nel secondo caso bisogna tenere conto che l’elettricità “incorpora” in sé un consumo di energia, quella utilizzata per produrla. Ma è diverso il “contenuto energetico” dell’elettricità ottenuta in centrali termoelettriche a combustibili fossili, in centrali idroelettriche, in centrali nucleari. 

A che cosa servono i nuovi indicatori del valore ? 

Ai lettori interesseranno probabilmente poco le complicazioni di questi dettagli tecnici, anche se forse interesserà sapere che ci sono decine di gruppi di studiosi, nel mondo, che stanno lavorando intorno a questi indicatori e al “metabolismo industriale”. Perché tanta gente dedica tempo e investe soldi in tale operazione ? 

A parte il valore culturale e, direi anche, “politico” della ricerca, ci sono alcuni risvolti pratici destinati a influenzare la vita e il comportamento di ciascuno di noi. Soltanto una accurata misura del “valore naturale” delle merci può, per esempio, dare un senso alla comprensione delle ecoetichette, o ecolabels, che sempre più spesso appaiono e appariranno sui prodotti venduti nei negozi e nei supermercati e che, se i bilanci non sono fatti accuratamente, possono fornire informazioni distorte o prestarsi a frodi nei confronti del consumatore, come si è già messo in evidenza in un articolo precedente. 

Già oggi alcune merci sono tenute a indicare, almeno in parte, il loro “valore naturale”: gli alimenti, per legge, devono indicare il loro “valore energetico”, ma più per avvertire il consumatore di quanta energia “mangia” che per motivi economici ed ecologici. Gli indicatori a cui sto pensando dovrebbero invece un giorno – chi sa ? — avvertire se è più “ecologicamente” sensato acquistare una merce in una bottiglia di plastica o di vetro,  mangiare un grammo di proteine della carne, o dell’uovo, o dei fagioli. 

Un secondo importante aspetto riguarda l’analisi dei rapporti fra attività e presenze umane e ambiente circostante. Da tempo ci si è accorti che la presenza, soprattutto di attività produttive, in una località può avere effetti negativi sotto forma di inquinamenti e da tempo viene richiesta una valutazione dell’ “impatto ambientale” dei nuovi insediamenti: fabbriche, ma anche negozi, strade, quartieri abitativi. 

Il termine “valutazione” presuppone che l’impatto ambientale debba essere confrontato con altre scale di valori sociali: l’occupazione, l’attrazione o l’allontanamento di altri insediamenti, la stabilità del suolo, l’effetto sanitario degli inquinamenti o delle discariche. Ma tale valutazione risulta deformata se non si parte da uno studio di quante e quali materie e fonti di energia passano attraverso una fabbrica, una discarica, un inceneritore, come e dove ritornano nella biosfera, eccetera. 

Una nuova cultura “naturale” dell’impresa 

C’è infine un ultimo aspetto “pratico” degli studi sul metabolismo industriale che riguarda la “cultura di impresa”. Si ha una crescente impressione che l’intraprendere economico sia visto essenzialmente in termini finanziari e che troppo poco peso si dia alla capacità di fare, di produrre merci e servizi. Questa posizione si riflette nei rapporti con i cittadini e anche nelle posizioni dei governi: si parla tanto della necessità di aumentare l’occupazione, ma ci si interroga troppo poco su che cosa un lavoratore può fare, può produrre. 

Ebbene la ricerca di un valore naturale delle merci aiuta a comprendere che le merci e i servizi non sono neutrali: oltre a far muovere denaro, la produzione e il consumo hanno effetti sulle persone, sul mondo circostante, addirittura sull’intero pianeta. La  misura e la conoscenza del costo “naturale” delle merci aiuterebbe perciò i  produttori e gli imprenditori a progettare diversamente, a innovare e introdurre nuove linee di merci, a spendere meno nei loro processi e premierebbe gli imprenditori più abili perché rendono un servizio non solo ai propri bilanci, ma anche alla salute dell’ambiente e a quella degli abitanti dell’intero paese.