SM 2049b — Un pianeta affollato — 1998

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Villaggio Globale, 1, (3) (settembre 1998) 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Il 6 giugno 1798, appariva a Londra un libretto anonimo intitolato “Saggio sulla popolazione e su come essa influenza la felicità umana”. Poche settimane dopo si sapeva che l’autore era un giovane professore di economia, Thomas Malthus (1766-1834), che polemizzava con due contemporanei, William Godwin (1756-1836) e Jean Antoine de Condorcet (1741-1794), autori di due libri che prevedevano un’era di grande felicità e abbondanza per una popolazione mondiale crescente. 

Malthus, con i dati statistici, pur abbastanza grossolani, di cui disponeva, dimostrò invece che la popolazione inglese stava aumentando con velocità maggiore dell’aumento della produzione di cereali e immaginava che un giorno non ci sarebbe stato cibo per tutti. Poiché aumentava di più la popolazione dei poveri, aiutati nella loro prolificità anche dai sussidi assicurati dal governo inglese, Malthus suggeriva di abolire tali sussidi per scoraggiare i poveri dal fare “troppi” figli. 

Il libro, come si può facilmente immaginare, suscitò infinite polemiche, che continuano ancora ai nostri giorni in cui “malthusiano” e “neomalthusiano”, sono, per molti, aggettivi insultanti e non  solo fra i cattolici. Innumerevoli libri sono stati scritti per dimostrare che bisogna rallentare la crescita della popolazione (e dei consumi di merci); fra tutti si possono citare quelli che rientrano nella proposta di porre dei “limiti alla crescita”. Innumerevoli altri libri, à la Condorcet, sono stati scritti per sostenere che la società del futuro sarà sempre più virtuale e dematerializzata, sempre più ricca e popolosa e felice, che le invenzioni tecniche, dall’energia nucleare in avanti, risolveranno tutti i problemi di scarsità, eccetera. 

Un interessante libro, purtroppo non tradotto in italiano, è stato scritto nel 1995 dal demografo americano Joel Cohen ed è intitolato: “Quante persone può ‘sopportare’ la Terra?” (“support”, nel titolo originale, si può interpretare anche come “sostenere”, ma il rifornimento di mezzi di sostentamento comporta anche una inevitabile pressione e ”disturbo”, che può diventare ”insopportabile”, per il nostro pianeta). 

Quando Malthus scrisse il suo saggio la popolazione mondiale era di 900 milioni di persone; oggi, nel 2009, è di circa 6700 milioni di persone e continua ad aumentare di 70 milioni di persone all’anno, per cui, anche se rallenta l’aumento “annuo”, il numero totale di terrestri sarà di oltre 7.500 milioni di persone intorno al 2015-2020. 

A guardare le statistiche dei due secoli passati si dovrebbe stare dalla parte del povero Condorcet (povero, perché, come è noto, questo gentiluomo aristocratico francese, benché avesse sposato la causa della Rivoluzione, fu condannato a morte dal Direttorio e si suicidò in carcere nel 1794): oggi (2009) si producono nel mondo ogni anno circa 2.200 milioni di tonnellate di cereali, si estraggono ogni anno dalle viscere della terra 11.000 milioni di tonnellate di carbone, petrolio, gas naturale; si immettono nell’atmosfera, ogni anno, circa 30.000 milioni di tonnellate di gas, gran parte dei quali contribuiscono a modificare il clima del pianeta. 

Dalle riserve di acqua dolce del pianeta vengono estratti, ogni anno, circa 10.000.000 milioni di tonnellate di acqua, che passa attraverso le città, le fabbriche e i campi e ritorna nel suolo e nei fiumi e nel mare e nel sottosuolo, contaminata da innumerevoli agenti chimici provenienti da concimi, detersivi, escrementi, residui industriali, eccetera. 

L’innegabile “progresso” merceologico — più merci, più cibo, più frigoriferi e automobili, più strade e costruzioni  —  garantito ad un numero crescente di persone, è sopportabile dalla Terra ? fino a quando ? La risposta va cercata nella constatazione che la produzione di qualsiasi merce o servizio non è neutrale. Abbiamo motivo di rallegrarci se quest’anno aumenta la produzione di cereali, soia, zucchero, carne, ma non possiamo dimenticare che anche queste merci “rinnovabili”, ottenibili dal ciclo dell’agricoltura e della zootecnica, che ogni spiga di grano o ogni chilo di pomodoro, si ottengono “portando via” alla terra una frazione dei sali nutritivi che essa contiene e si ottengono aumentando l’irrigazione e la contaminazione delle acque che scorrono attraverso i terreni coltivati. 

Insomma la produzione agricola fornisce alimenti a spese di qualche proprietà del suolo, della sua fertilità; anzi, quanto più intensa è la coltivazione agricola dei terreni, tanto maggiore è la quantità di terreno “perduto” ad opera dell’erosione provocata dalle piogge e dal vento. 

La produzione industriale offre un esempio ancora più vistoso dell’esistenza di un continuo impoverimento della “terra” proporzionale ai beni da tale “terra” estratti. Tale impoverimento è molto rapido quando vengono estratte risorse non rinnovabili: pietre, minerali, fonti di energia fossili, formatesi nel corso delle ere geologiche e “portati via” in tempi brevissimi. E’ vero che continuamente vengono scoperti nuovi giacimenti di petrolio o di gas naturale, ma a profondità sempre maggiore nel sottosuolo o nel fondo degli oceani o nelle giungle o nei deserti. L’orizzonte della scarsità assoluta così si allontana, ma non scompare. 

E’ vero che si possono aumentare le rese agricole e la produzione zootecnica, ma l’impoverimento della fertilità provocato dall’agricoltura intensiva può essere compensata soltanto con il ricorso crescente a concimi sintetici, a pesticidi e tutto si traduce in un crescente inquinamento delle acque e del suolo. Più carne e latte sono ottenibili soltanto con un crescente uso di mangimi — cereali e legumi sottratti all’alimentazione umana — e con una crescente produzione di escrementi inquinanti. 

C’è un numero ragionevole massimo di persone che la Terra può sopportare ? Quale è la “capacità portante”, la “carrying capacity”, della Terra per gli esseri umani ? Il libro di Cohen che ho prima citato riporta una serie di previsioni fatte da vari studiosi: tali previsioni vanno da mille miliardi di persone, una proposta scherzosa perché ciascuna avrebbe a disposizione 150 metri quadrati, un quadratino di 12 metri per dodici metri, occupando tutte le terre emerse, foreste e deserti compresi, fino alla proposta di far diminuire la popolazione terrestre a mille milioni di persone, cioè al valore che aveva due secoli fa. 

I fattori da considerare per esprimere un giudizio sul massimo numero di persone che la Terra può “sopportare” sono due. La quantità di beni e servizi fisici che ogni persona può utilizzare; la maniera in cui ciascun servizio o bene sono ottenibili. 

Uno dei bisogni umani è certamente quello dell’abitare, ma c’è da chiedersi se i cubicoli disponibili in tante megalopoli asiatiche sono una “casa” per una persona o una famiglia; c’è bisogno di comunicare e di muoversi; ma per comunicare è strettamente necessario disporre (per esempio in Italia) di tre o quattro diverse reti di telefoni mobili, ciascuno con le antenne che diffondono radiazioni elettromagnetiche nocive ? per spostarsi è strettamente necessario moltiplicare le automobili che non trovano più spazio né per muoversi né per stare ferme, nelle città congestionate ? per spostarsi è veramente necessario usare le “attuali” automobili, ad alto consumo di energia e altamente inquinanti o ci possono essere altre soluzioni ? Per alimentarsi c’è bisogno di calorie, proteine, vitamine, ma siamo certi che i sofisticati innumerevoli barattoli multicolori, pesanti e ingombranti, raccomandati dalle sirene della pubblicità, contengono quel cibo che è più razionale per la nostra vita, anche dal punto di vista della difesa della fertilità del suolo  ? 

I segni della insopportabilità della popolazione umana e dei suoi consumi per un pianeta di dimensioni limitate, si stanno moltiplicando, al punto che perfino i governi ispirati alla illusione della moltiplicazione delle merci, cominciano a dichiarare che vanno posti alcuni limiti: alla quantità di anidride carbonica immessa nell’atmosfera, alla densità degli animali di allevamento per ettaro di superficie, alla quantità di concimi applicati nei campi coltivati, alla quantità di automobili che possono circolare nelle strade di una città. 

Grandi forze, quelle del “progresso”, della “crescita”, cioè della moltiplicazione dei consumi collettivi nel nome dei profitti privati, si oppongono a qualsiasi freno alla moltiplicazione della pressione umana sulla Terra; d’altra parte, davanti agli innegabili limiti delle risorse della Terra, e alla necessità di rispondere, almeno un poco, alla domanda di beni essenziali che viene dal Sud del mondo, i paesi del Nord del mondo — cioè noi — dovranno pure interrogarsi su quali beni sono essenziali, su quali beni sono superflui, su come possiamo lasciare, ai poveri del Sud del mondo e alle generazioni future, nel Nord e nel Sud del mondo, una frazione ancora utile della terra di questo pianeta. Più presto lo faranno, meglio sarà.