SM 2028a — Un migliore uso dei prodotti agricoli — 1998

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La Gazzetta del Mezzogiorno, 19 febbraio 1998  

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Deve essere ben strana l’economia che regola gli affari di questo mondo, se impone la distruzione di prodotti agricoli alimentari e, nello stesso tempo, ammette che, per le stesse regole, centinaia di milioni di persone non riescano ad avere calorie e proteine sufficienti anche solo per sopravvivere. La domanda mi è venuta in mente qualche settimana fa, ai tempi della “guerra del latte” (fine 1997), ma ho voluto tentare la risposta adesso che la guerra è stata “vittoriosamente” conclusa e che del latte, e delle arance, e dell’olio, e del riso, per un po’ di tempo non parlerà più nessuno. 

Ma “vittoria” di chi ? Come i lettori avranno intuito, le varie guerre non derivavano dalla richiesta di una maggiore giustizia distributiva e di un giusto premio del lavoro e del valore della natura. Si trattava solo di mungere, da quella mitica Europa a cui tutti sembra tanto che tengano, adeguati privilegi e sovvenzioni che garantiscano di produrre a costi elevati e con smercio assicurato senza dover niente innovare e migliorare. 

L’Europa garantisce profitti agli agricoltori a condizione che non producano troppo latte, riso, olio, grano, agrumi, eccetera. L’Europa dei mercanti non si occupa di etica, né di giustizia distributiva, né del miglior uso delle ricchezze della natura. Le eccedenze agricole ci sono sempre state e sono sempre state distrutte, nel nome dell’”economia”, qualunque cosa questa parola voglia dire. 

Quando ero bambino, ai tempi della grande crisi (1929-1934), alle scuole elementari mi raccontavano che il Brasile era costretto a bruciare il suo prezioso, invenduto, raccolto di caffè: deve risalire ad allora la mia indignazione per una economia che costringe a distruggere i prodotti agricoli perché è incapace di farli arrivare a chi ne ha bisogno. 

Eppure le soluzioni ci sono; quando Franklin Delano Roosevelt divenne presidente degli Stati Uniti nel 1933, in piena grande crisi, trovò gli agricoltori disperati perché i granai erano pieni e nessuno comprava mais, frumento, soia, zucchero. Dopo pochi giorni dall’insediamento Roosevelt lanciò un programma di aiuti alimentari alle famiglie povere e dei disoccupati e fondò e potenziò i centri di ricerca del Ministero dell’agricoltura con il compito di trovare degli sbocchi non alimentari per le eccedenze agricole. 

La natura “fabbrica” le foglie, le radici, il tronco degli alberi, il corpo degli animali, con una varietà e fantasia incredibili. Le nostre grossolane classificazioni dei componenti dei prodotti agricoli in amido, cellulosa e lignine, proteine, grassi, sono del tutto inadeguate perché i membri di ciascuna di queste grandi classi variano a seconda delle specie e delle varietà vegetali ed animali. Così non abbiamo l’”amido”, ma moltissimi gruppi di amidi, al plurale: l’amido delle patate (alle sue proprietà si deve la possibilità di fare la purea e di ottenere le patate fritte) è diverso da quello del frumento (a cui si deve la possibilità di fare il pane e la pasta alimentare) ed è diverso da quello del mais (a cui si deve la possibilità di fare la polenta, eccetera). Eppure della maggior parte dei costituenti dei vegetali e degli animali sappiamo ancora pochissimo; delle centinaia di migliaia di specie esistenti solo meno di cento sono usate a fini alimentari e il 60 % degli alimenti mondiali sono ottenuti da meno di dieci specie vegetali. 

I tecnici di Roosevelt scoprirono in pochissimi anni che moltissime sostanze chimiche presenti nei prodotti e sottoprodotti agricoli potevano essere usati come nuove materie prime industriali. Dalle proteine dell’arachide e della soia era possibile produrre fibre tessili artificiali; certe piante coltivate in zone simili alla nostra Murgia fornivano una gomma uguale a quella delle piante di Hevea del Brasile e della Malesia; molti tipi di amido e cellulosa potevano essere trasformati in carburanti per autoveicoli surrogati della benzina, eccetera. I risultati di questa avventura scientifica sono contenuti in un raro libro del Ministero dell’agricoltura americano, del 1951, intitolato: “Raccolti per la guerra e per la pace”: a leggerlo, ci sono spunti per decine di tesi di laurea e per anni e anni di ricerche per una nuova economia e una nuova agricoltura che potrebbero risolvere molti problemi delle attuali eccedenze agricole. Per i tempi più vicini a noi raccomando il libro: “Merci nel settore agroindustriale alle soglie del XXI secolo”, a cura del prof. Benito Leoci, pubblicato nel 1996 dall’Università di Lecce. 

Visto che siamo partiti dalla “guerra del latte” perché non dare un’occhiata per vedere se, invece di versarlo nei fossi della Padania, è possibile trarne merci diverse da quelle alimentari? Il latte contiene circa il 3 o 4 per cento di proteine e tali proteine sono costituite per l’80 percento da caseine e per il 20 percento da albumine. Le proprietà delle caseine e delle albumine possono essere modificate mediante trattamenti chimici o col riscaldamento.

Già agli inizi del Novecento con la caseina sono state prodotte materie che oggi chiameremmo “plastiche”. La più nota, prodotta in tutto il mondo, veniva commerciata in Italia col nome “Galalite” e veniva usata per pettini, bottoni, scatole e molti altri oggetti; la caseina come tale è ancora usata come collante, adesivo, nell’industria delle vernici, nella produzione della carta, eccetera. 

Nel 1935 l’italiano Antonio Ferretti ebbe per primo l’idea di usare la caseina per produrre una fibra proteica artificiale che fu commercializzata col nome patriottico di “Lanital”; la stessa fibra negli Stati uniti fu prodotta e venduta col nome “Aralac”. In Italia la produzione di fibre artificiali caseiniche fu perfezionata negli anni cinquanta ed esse vennero vendute ancora per vari anni col nome “Merinova”. 

Potrei andare avanti con tanti altri esempi che dimostrano che le eccedenze agricole, al di là di una loro distribuzione come alimenti per chi non ne ha abbastanza, potrebbero dar vita a nuove industrie e occasioni di lavoro e potrebbero fornire merci e materiali per usi e mercati oggi occupati dai prodotti petrolchimici sintetici. La svolta porterebbe anche miglioramenti ecologici: i materiali ottenuti dalla biomassa agricola sono prodotti con processi in genere poco inquinanti, i sottoprodotti e le merci usate sono riutilizzabili e riciclabili e soprattutto le materie prime agricole e forestali, a differenza del petrolio che, una volta prelevato, non c’è più, ritornano disponibili ogni anno grazie al Sole e ai grandi cicli naturali. 

La svolta presuppone nuove conoscenze, la riscoperta di  informazioni dimenticate, una nuova passione per l’innovazione e la ricerca e anche una nuova politica agricola e agroindustriale dotata di visione per il futuro. 

Purtroppo non nascono più, né in Italia né in Europa, ministri dell’agricoltura come Henry Wallace, quello che Roosevelt scelse per far uscire con successo l’agricoltura americana dalla crisi, l’uomo che nel 1934, nel libro, “Nuove frontiere”, scrisse: “Il mondo è uno”. Solo con questo credo si possono trasformare di nuovo i campi e i boschi in ricchezza e in occasioni di lavoro.