SM 2026b — Contro i rumori — 1998

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La Gazzetta del Mezzogiorno, 2 gennaio 1998 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

La maggior parte dei problemi ambientali nasce da un conflitto di interessi, spesso entrambi legittimi: l’inquinatore, chiamiamo così colui che genera delle nocività ambientali (inquinamento dell’aria o di un fiume, rumori molesti, eccetera) in genere non è malvagio, non odia l’inquinato: colui che riceve un danno alla salute respirando aria contaminata o bevendo acqua impura o che non riesce a dormire per il rumore altrui. Tuttavia l’inquinatore continua nel suo comportamento per interesse, per comodità, per il vantaggio economico, talvolta per ignoranza. 

Se esistessero rapporti civili, di rispetto reciproco, rapporti umani col prossimo, non ci sarebbero problemi ambientali: colui che arreca danno cambierebbe volentieri e spontaneamente il proprio comportamento. Ma il terreno delle violenze ambientali è di quelli in cui maggiormente si manifestano gli egoismi individuali: in mancanza di rispetto reciproco, dovrebbe essere la pubblica autorità, lo “stato”, a regolare ed attenuare la violenza. Che spesso ciò non avvenga lo dimostrano i fatti di tutti i giorni. 

Prendiamo il caso del rumore generato dalle discoteche: lo stordimento e il “divertimento” ottenuto da alcune persone che si immergono in un rumore (non parlerei di “musica”) ad altissimo volume, arrecano danno sia alle persone stesse, sia agli abitanti delle zone vicine. Una legge del 1995 si propone di impedire i rumori molesti; dopo due anni sembrava che le sue norme cominciassero ad essere applicate al rumore delle discoteche, il cui livello supera in molti casi i 110 decibel e raggiunge la zona della sensazione di dolore. Grande respiro di sollievo: finalmente lo stato protegge gli inquinati da rumore e protegge anche coloro che, per stordirsi, si espongono a stimoli che si traducono poi in danni per se stessi, oltre che per gli altri. 

Ma la speranza dura poco. I gestori delle discoteche, con un’abile campagna che ha coinvolto anche i clienti, protestano: il rumore deve continuare, è quello che “i giovani” vogliono. Se venissero applicate le norme di legge, molti affari sfumerebbero, molti lavoratori resterebbero disoccupati. Quello del mascherarsi dietro l’amore per i lavoratori è un vecchio trucco degli inquinatori per continuare a fare soldi alle spalle della salute e del benessere dei cittadini.

Sotto tali pressioni quel governo, su cui tanti avevano sperato, proprio il 12 dicembre 1997 (non vorrete mica turbare le feste di capodanno ?) ha prorogato l’entrata in vigore dell’obbligo di limitare i livelli altissimi del rumore dei locali pubblici, con la scusa che non esisterebbero delle apparecchiature di limitazione automatica del rumore, il che non è vero. 

La legge n. 447 del 1995 prevede il divieto anche dello sconcio degli spot televisivi che interrompono bruscamente altri spettacoli con messaggi a un livello altissimo, superiore a quello della trasmissione in cui si inseriscono. E’ un trucco per attirare l’attenzione arrecando disturbo e danno agli ascoltatori (e mi meraviglio solo che gli ascoltatori comprino le merci pubblicizzate in questa maniera incivile). Il sottosegretario all’ambiente Calzolaio è intervenuto perché la legge sia finalmente applicata, anche a costo di disturbare i potentissimi interessi dei pubblicitari, ma tutto è finito in un palleggiamento di responsabilità fra il garante per la radiodiffusione e il garante della concorrenza e tutto continua come prima. Ma non esiste un garante per la salute dei cittadini e per l’ambiente ? 

Un altro interessante caso di inquinamento da rumore è quello degli aeroporti: coloro che abitano vicino agli aeroporti sono involontariamente afflitti dal rumore degli aerei che atterrano e partono, una operazione che, nei grandi aeroporti, avviene ogni pochi minuti, spesso anche di notte. Il problema è antico ed è stato anzi uno dei primi argomenti di dibattito dell’economia ambientale. 

Chi ha costruito una casa vicino ad un aeroporto esistente, o chi ha visto costruire un aeroporto vicino alla propria casa, riceve un danno sia alla salute sia finanziario. Le case vicino agli aeroporti valgono meno di quelle, di uguale qualità, che si trovano in zone silenziose. Come è possibile ristabilire una situazione di giustizia ? 

La classica soluzione dell’economia pubblica prevede che le compagnie aeree vengono tassate quando i loro aeroplani sono troppo rumorosi, in modo da costringerle alla revisione dei motori e a riorganizzare e limitare gli orari di partenza e di arrivo dei voli. Questo criterio è ora introdotto anche in Italia con la legge finanziaria che prevede una imposta erariale regionale sul rumore aereo, in aggiunta ai diritti di approdo e di partenza. 

Resta un interessante problema teorico e pratico: come saranno spesi i soldi ricavati da questa imposta sul rumore? E’ previsto che una parte possa andare ai cittadini che abitano vicino agli aeroporti: supposto che ciò avvenga, si arriverebbe ad una monetizzazione del rischio e della salute, una pratica ingiusta perché la salute non si può vendere per soldi. La soluzione andrebbe piuttosto cercata in una rigorosa pianificazione territoriale, in vincoli alla edificabilità nelle zone vicine agli aeroporti, in vincoli nella localizzazione degli aeroporti e in rigorosi controlli, comunque, del rumore degli aerei. 

Come si vede la lotta al rumore, la difesa di un primario settore della salute umana, comporta problemi politici, fiscali (ma non è solo con i soldi che si difende la salute e la natura), e anche tecnici: dopo aver inventato infernali macchine rumorosissime, si tratta di inventare e diffondere dei limitatori del rumore, degli strumenti di misura del rumore, si tratta di riprogettare molti macchinari e strumenti, come è avvenuto, almeno in parte, con la parziale “insonorizzazione” dei martelli pneumatici e di altre apparecchiature industriali rumorose e dannosissime per i lavoratori. 

Ci sono occasioni di innovazione e di lavoro: basta vedere i progressi tecnici per limitare il rumore in tutto il mondo, i corsi universitari in Italia e all’estero di fisiologia e tecnologia del rumore. I lettori che hanno accesso a Internet possono trovare nel “sito” www.nonoise.org/  informazioni sulle iniziative di una campagna di sensibilizzazione che ha come slogan: “I buoni vicini si tengono il rumore per se”. 

Ma soprattutto si tratta di diffondere, a cominciare dalle scuole, un “odio al rumore”: si tratta di spiegare ai ragazzi che una motocicletta più rumorosa, una automobile rombante, la musica ad alto livello, la frequentazione di discoteche sempre più rumorose, non sono segni di virilità, di bellezza, di fascino, di potenza. 

“Purtroppo” l’alternativa — il silenzio, il guardarsi intorno, il parlarsi, l’ascoltare, il ridere, seduti vicino, senza l’intermediazione di aggeggi o macchinari — sono operazioni che non costano niente, deplorevoli dal punto di vista dell’economia, come è intesa oggi. Il rumore nelle discoteche e delle pubblicità, l’urlo degli stadi,  quelli sì che fanno aumentare il Prodotto Interno Lordo: che cosa conta se danneggiano la salute, se ci impoveriscono come esseri umani?