SM 2024 — Silvio Ceccato (1914-1997) — 1997

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La Gazzetta del Mezzogiorno, 10 dicembre 1997

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it 

Quando toccate con una mano un corpo caldo, scatta nel vostro cervello un meccanismo che vi spinge ad allontanare la mano; quando una popolazione animale si trova a corto di cibo, tende a riprodursi di meno; quando una nave viene spinta dai venti fuori dalla rotta prestabilita, il pilota corregge la deviazione con il timone; quando la temperatura dell’acqua dello scaldabagno diventa troppo elevata, l’acqua calda fa dilatare un contatto elettrico che interrompe il riscaldamento: tutti questi sono esempi di autoregolazione, naturale o artificiale; la scienza e la filosofia che stanno alla base di tali fenomeni furono indicate col nome di “cibernetica”, una parola che deriva dal nome greco del timoniere e che fu “inventata” nel 1947 dal matematico americano Norbert Wiener (1894-1964). 

Ce ne siamo dimenticati, ma le meraviglie ottenibili dai moderni potentissimi computers, anche domestici, sono possibili grazie ad un enorme numero di operazioni elementari, semplicissime, proprio come quelle che avvengono nella trasmissione del pensiero umano. Mezzo secolo fa ci si chiedeva se i calcolatori elettronici, allora rudimentali, avrebbero potuto, un giorno, emulare il pensiero umano, giocare a scacchi sconfiggendo un grande campione, dare suggerimenti sull’andamento della borsa e sullo svolgimento di una battaglia. Raccomando la lettura del libro di Wiener, “Introduzione alla cibernetica”, pubblicato da Boringhieri nel 1953. 

La persona che portò la “cibernetica” all’attenzione dell’opinione pubblica italiana non fu un ingegnere o un professore universitario, ma Silvio Ceccato, laureato in lettere e diplomato in composizione musicale. Ceccato, nato nel 1914 a Montecchio Maggiore, in provincia di Vicenza, della famiglia degli industriali delle pompe e dei compressori, nell’immediato dopoguerra conobbe e venne a contatto con i padri fondatori della cibernetica e cominciò a scrivere articoli divulgativi e libri su questa nuova maniera di vedere il mondo: la cibernetica degli anni cinquanta è stata un po’ come l’ecologia dei primi anni settanta. 

Ceccato era riuscito a far creare, nell’Università di Milano, un “Centro di cibernetica” che fu poi chiuso. Ceccato si sforzò di applicare la cibernetica alle attività linguistiche, a spingere all’uso corretto delle parole: sono celebri le sue conversazioni con i bambini delle elementari, descritte in numerosi articoli apparsi sul quotidiano “il Giorno” (fino a quando il giornale non sospese la sua rubrica) e poi raccolti nei tre volumi di “Cibernetica per tutti”, pubblicati da Feltrinelli. 

Negli anni Cinquanta del Novecvento era molto vivace il dibattito sulla traduzione automatica delle lingue: era il periodo della guerra fredda e gli americani erano disposti a spendere molti soldi alla ricerca di un mezzo rapido per tradurre i testi dal russo in inglese. Tale traduzione può avvenire, come avviene oggi, per “forza bruta”, creando dei grandi dizionari a cui accedere con potenti calcolatori elettronici: le incongruenze sono poi risolte a mano da qualcuno capace di riconoscere se “spirito” è quello dell’anima o è una soluzione alcolica. 

E’ già qualcosa, ma Ceccato si propose invece di capire la correlazione fra le parole, una strada che riscosse una grande, ma breve attenzione. I soldi americani cessarono, il mondo universitario ridicolizzò e respinse questo personaggio e ormai gli studi di Ceccato rappresentano una rarità bibliografica — fino a quando qualcuno non li scoprirà, adesso che Ceccato è morto, nel dicembre 1997, a ottantatre anni. 

Ceccato studiò il meccanismo con cui l’occhio umano guarda un oggetto. Ci avete mai pensato ? davanti ad una persona guardate prima gli occhi, o i capelli, o la bocca, o il vestito ? Ceccato spiegò a tutti, lettori di giornali, studenti, insegnanti, gli zig-zag con cui gli occhi di una persona guardano un’altra persona, o un  quadro, per cercare somiglianze e diversità con altri. Ceccato costruì un “frammento di cervello di Adamo II” che fu presentato alla prima mostra dell’automazione a Milano,  nell’aprile 1957. La macchina è poi scomparsa, ma sono rimasti foto e disegni (ma ormai, dopo la morte di Ceccato, chi sa dove ?): l’intera storia è raccontata nel libro “Il perfetto filosofo”, pubblicato da Laterza nel 1988. 

Fino agli anni Sessanta Ceccato fu ricercato per conferenze e trasmissioni televisive; nel 1964 venne a Bari a tenere alcuni seminari agli studenti sia di economia, sia di lingue (che allora appartenevano alla stessa Facoltà). Ceccato ottenere un insegnamento di linguistica applicata a Milano, ma in seguito gli fu negata la cattedra di professore associato e gli furono progressivamente chiuse le porte di giornali, delle riviste, dell’insegnamento. Il mondo accademico e universitario non gli perdonò mai l’indipendenza economica, il successo mondano, l’indifferenza verso la scienza ufficiale, la sua ironia. 

Nuove falangi di ingegneri e matematici si occupavano di cibernetica, nuove leve di umanisti e filosofi si occupavano di linguistica. Dagli anni settanta in avanti Ceccato si dedicò a diffondere la serenità e il sorriso: a questo tempo risale il suo libro: “L’ingegneria della felicità” e la collaborazione a trasmissioni e giornali “popolari”. Ricordo un suo articolo del 1994 in cui denunciava che i libri di Cesare Musatti, padre della psicanalisi in Italia, erano finiti sulle bancarelle. Dove sono, e dove finiranno, le carte e i libri di Ceccato ?