SM 2012 — Ambiente e pace — 1997

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XXVIII Congresso Nazionale, Segretariato Italiano studenti Medicina, Bari, 22-26 Ottobre 1997.  Venerdi 24 ottobre 1997 – Giornata per la Pace

 Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

 Gli esseri umani soddisfano i propri bisogni – di cibo, di acqua, di fonti di energia, di mobilità, di lavoro, di dignità, di libertà, di conoscenza, eccetera – mediante oggetti o beni materiali, fisici: la casa, la città, la strada, le macchine, i campi coltivabili. Tali beni materiali sono resi possibili attraverso la trasformazione delle risorse naturali in oggetti, attraverso vari processi di produzione, e poi di “consumo”,  fino a che, prima o poi, tutto quello che è stato estratto dalla natura alla natura ritorna sotto forma di scorie, rifiuti, agenti inquinanti. Benché la parola “natura” o “ambiente” faccia pensare ad un ente astratto, libero, gratuito, nel corso della storia umana, e in modo sempre più accelerato dalla rivoluzione del Neolitico in avanti, singole persone, o gruppi, o stati a poco a poco si sono appropriati della natura e dei suoi beni che sono diventati oggetti di commercio, merci.

Poiché tali risorse naturali sono distribuite irregolarmente sul pianeta, chi non le possiede cerca di conquistarle o con i commerci o con la forza. Il processo di conquista dei beni naturali è cominciato in tempi antichissimi: un brano della Bibbia ricorda la guerra imperialista di conquista di Sodoma e Gomorra, le capitali della produzione e del commercio del sale, prima materia strategica dell’umanità antica. E’ facile riconoscere che alla conquista delle materie naturali di interesse commerciale erano ispirate le guerre fra i grandi imperi dell’antichità; non a caso quando, alcuni anni fa gli Occidentali hanno celebrato i 500 anni della “scoperta” dell’America, gli osservatori più attenti hanno giustamente ricordato che  si è trattato di una “conquista” militare di ricchezze e beni materiali, fisici, che il nuovo continente – e poi gli altri continenti, nascondevano. E il ritmo di conquista si accelera fino alle più recenti guerre americane per la conquista dei metalli preziosi, e poi del salnitro cileno, e poi della gomma, dei fosfati, dello stagno, dell’uranio, del petrolio, e poi ancora dell’acqua, eccetera.

La fonte dei conflitti sta nel fatto che non solo le risorse della natura sono distribuite irregolarmente, ma che alcune di esse vengono sfruttate, “consumate” in maniera sempre più veloce, al punto che dopo qualche tempo le riserve sii esauriscono i suoli coltivabili diventano sempre meno fertili, le acque, in seguito all’inquinamento, diventano sempre meno utilizzabili a fini umani.Infatti le guerre per le risorse naturali si sono fatte sempre più frequenti a mano a mano che è progredita la tecnica, che è aumentato il numero di persone che hanno accesso ai beni materiali, che è aumentata l’avidità di possesso.

Solo per avere un’idea dell’entità dei materiali in gioco si pensi che ogni anno la tecnosfera, l’universo degli oggetti fabbricati prodotti e usati dalla comunità di 5.800 milioni di terrestri, è “attraversata” da  circa 40 miliardi di tonnellate di minerali, petrolio, carbone, prodotti agricoli e forestali, oggetti fabbricati. Una quantità di materia enorme, se si pensa che il Sole, che pure è la più efficiente fabbrica di materiali, produrre, sulle terre emerse, appena circa 100 miliardi di tonnellate all’anno di sostanze vegetali; l’anidride carbonica, solo uno dei prodotti di trasformazione di questo grande flusso di risorse naturali, finisce nell’atmosfera in ragione di 25 miliardi di tonnellate all’anno.

I conflitti merceologici, dopo la seconda guerra mondiale, hanno assunto sempre più il carattere di guerre locali, non per questo meno dolorose per gli interessati, alimentate dai grandi imperi americano e sovietico. L’attuale globalizzazione dei commerci e la crescente richiesta di beni materiali da parte di una popolazione mondiale crescente è destinata a comportare una crescente richiesta di risorse naturali. I segni si vedono in varie forme. Se è vero che è possibile andare a cercare petrolio a profondità sempre maggiori per allungare di qualche anno l’orizzonte della scarsità di questa materia, è vero che il crescente consumo di combustibili fossili comporta una crescente immissione nell’atmosfera di anidride carbonica e di altri gas responsabili delle alterazioni climatiche.

Se questo preoccupa i paesi industriali, anche in vista del prevedibile costo economico provocato da tali mutamenti climatici, altri paesi, soprattutto quelli in via di sviluppo, non accettano nessun limite alla loro crescente richiesta di fonti energetiche. Solo apparentemente si tratta di scontri nelle conferenze internazionali, perché dietro queste contrapposizioni ci sono rivalse economiche, nei prezzi delle materie scarse e vere e proprie guerre locali.

Proprio un quarto di secolo fa il Club di Roma avvertì che, se non si fosse posto un limite alla crescita della popolazione mondiale, allo sfruttamento delle risorse naturali, e alla produzione di merci, l’umanità sarebbe andata incontro a crisi, epidemie, guerre per la conquista delle materie scarse. L’avvertimento fu ridicolizzato, ma dal 1972 ad oggi ci sono state due guerre principali per il petrolio, la guerra per i fosfati del Sarawi, le guerre dell’Africa centrale per il tungsteno, il cromo, l’uranio, le guerre per l’acqua nel Medio Oriente, eccetera.

A tali guerre si aggiungono i conflitti per la conquista di spazi in cui gettare i rifiuti: esiste un commercio internazionale di scorie tossiche, resa possibile sia dalla avidità di vari paesi poveri che, per soldi, sono disposti ad accettare nel proprio territorio rifiuti che sono vere e proprie bombe a orologeria, la cui diffusione nell’ambiente nei prossimi anni o decenni può avere effetti devastanti sulla salute degli abitanti; sia da attività criminali che, in violazione delle leggi, esportano clandestinamente rifiuti pericolosi. Fra tali rifiuti un peso particolare hanno i rifiuti radioattivi, residui delle attività di fabbricazione delle bombe atomiche, tragica e ecologicamente devastante eredità del più raffinato strumento di guerra, adesso accumulate in depositi sempre più inaffidabili, e delle attività delle centrali nucleari “commerciali”, che continuano a produrre ogni anno crescenti quantità di scorie radioattive che nessuno sa dove smaltire.

Con una popolazione mondiale che aumenta di 80-90 milioni di persone all’anno e con una crescente richiesta di metalli, materie plastiche, energia, cemento, alimenti, è prevedibile che i conflitti merceologici aumentino, che la pace si allontani, sospinta da tentazioni di aggressione con armi sempre più sofisticate. Senza contare che la stessa fabbricazione, sperimentazione, uso delle armi ha devastanti effetti sulla natura e sull’ambiente, in un irrefrenabile circolo vizioso: sfruttamento della natura — conflitti — devastazione della natura.

E’ possibile sventare questa insostenibile condizione di instabilità ? Certo che è possibile a tre condizioni. La prima è di carattere culturale: la presa di coscienza che la conquista delle materie naturali, l’avidità per il possesso di crescenti quantità di beni materiali, lo sfruttamento delle risorse ambientali scarse sono destinati ad incrementare la conflittualità e la violenza e a compromettere sempre più qualsiasi passo verso la pace. La seconda è che nasca una reale volontà di cambiamento dell’attitudine delle singole persone verso il possesso dei beni materiali: in un mondo globale, come si dice, in cui l’unico idolo è il possesso di oggetti, merci, macchine, il cambiamento “di cuore e di mente” è molto difficile e va contro l’ideologia corrente della “crescita”.La terza condizione per la salvezza è la capacità di assicurare ai paesi poveri, il soddisfacimento dei bisogni essenziali ancora largamente insoddisfatti, soprattutto quelli di istruzione, di dignità, di lavoro. Per far ciò occorrono risorse materiali che possono essere rese disponibili ai paesi poveri, soltanto se i paesi ricchi diminuiscono drasticamente la loro pressione sulle risorse della natura.

Solo in questo modo si può chiedere ai paesi poveri, i cui territori ancora nascondono rilevanti risorse naturali, di spartire a loro volta tali risorse con gli altri abitanti del mondo. In questa più equa ripartizione occorre prevedere che i paesi industriali trasferiscano a quelli poveri non i loro modelli di consumi e sprechi, ma le conoscenze tecnico-scientifiche, la cultura, la solidarietà che aiutino i paesi poveri ad avviarsi verso uno sviluppo umano, un qualcosa che è ben diverso dalla crescita e dal possesso di merci.

Voglio concludere con una domanda a cui non so dare risposta: può la ormai universale ideologia del mercato e del capitalismo affrontare così profondi mutamenti sul cammino della pace ? O piuttosto tale ideologia inevitabilmente sopravvive soltanto attraverso la moltiplicazione del flusso del denaro e dei materiali attraverso la tecnosfera e di conseguenza attraverso l’impoverimento della natura e la moltiplicazione dei conflitti ? Una risposta l’ha data Thomas Eliot (1888-1965) in una pagina del suo libro “L’idea di una società cristiana”, scritto nel 1939, nell’immediata vigilia della seconda guerra mondiale (tradotto in italiano dalle Edizioni di Comunità nel 1948), di cui vi propongo la rilettura:

“Noi stiamo accorgendoci che l’organizzazione della società sulla basi del profitto individuale e della distruzione collettiva dei beni conduce sia al deturpamento dell’umanità attraverso un industrialismo indisciplinato, sia all’esaurimento delle risorse naturali. Buona parte del nostro progresso materiale sarà pagata, forse a caro prezzo dalle generazioni future; basterà citare, come un esempio, i risultati dell’erosione del suolo dovuta allo sfruttamento cui sono state sottoposte le terre, su vasta scala e durante varie generazioni successive, per motivi di profitto commerciale; benefici immediati che portano l’aridità e il deserto.Ad un atteggiamento falso di fronte alla natura corrisponde, in un modo o nell’altro, anche un atteggiamento falso di fronte a Dio e la conseguenza di tutto ciò è un’inevitabile catastrofe. Per troppo tempo abbiamo creduto soltanto nei valori che sono il prodotto di una vita dove gli elementi fondamentali sono la macchina, il commercio, la metropoli: forse sarebbe bene che riflettessimo sulle condizioni immutabili alle quali Dio ci permette di vivere su questo pianeta.” 

Che sia qui una delle possibili ricette per attuare un progetto di pace e ambiente?