SM 2010 — Bisogno di storia dell’ambiente — 1998

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Convegno sul tema: “Energia: memoria e progetto. Verso un archivio storico scientifico dell’ambiente”, Torino, Palazzo Lascaris, Via Alfieri 15, 17 ottobre 1997;  Economia e Ambiente17, (1/2), 7-12 (gennaio-aprile 1998)

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Sul frontone dei National Archives di Washington è inciso il verso di Shakespeare: “Il passato è prologo” (“La tempesta”, atto II, scena I). Se questa affermazione vale sempre, essa vale a maggior ragione per uno dei più importanti movimenti popolari di questo secolo, il “movimento” che va sotto il nome di “ecologico”, “ambientale”, “ambientalista”, “di contestazione ecologica”, eccetera. 

Sotto questi termini rientrano cose molto diverse e molto complesse e talvolta contraddittorie: la nuova attenzione, cominciata alla fine del secolo scorso, per la distruzione della natura ad opera dell’avanzata del “progresso umano”; la costatazione degli effetti sconvolgenti per l’ambiente naturale e per la vita dovuti alla ricaduta radioattiva associata alle esplosioni nucleari negli anni 50; la contestazione delle alterazioni delle catene trofiche dovute alla diffusione dei pesticidi persistenti negli anni sessanta; la protesta per la congestione urbana, cominciata negli anni 30 negli Stati Uniti e intorno agli anni cinquanta da noi. Poi, in forma sempre più accelerata, la protesta –- ormai si tratta spesso di movimenti di contestazione, sull’onda di quelli americani e europei degli anni sessanta — contro gli inquinamenti, il traffico, gli incidenti nelle fabbriche, contro l’energia nucleare, contro gli effetti negativi sulla proliferazione delle merci (il “consumismo”), contro i rifiuti, eccetera. 

Un convegno, svoltosi il 17-18 aprile 1997 a Milano, per iniziativa della Fondazione Luigi Micheletti di Brescia e dell’associazione Stoa, ha messo in evidenza i diversi volti e la confusione terminologica che circolano intorno al comunque innegabile “bisogno di storia” di tale settore. 

Qui vorrei sottolineare la grave situazione delle fonti per una storia ambientale, o chiamatela come volete. Per comprendere dove tali fonti possono essere cercate è forse utile schematizzare la dinamica delle lotte ambientali che vedevano in genere coinvolti vari soggetti. Il primo è colui che, con le sue opere, spesso formalmente legittime, arreca danno all’ambiente: lo chiameremo l’”inquinatore”. Può trattarsi della fabbrica che scarica i suoi rifiuti in un fiume; può trattarsi del costruttore che costruisce un villaggio o un albergo sulla riva del mare, distruggendo le dune; può trattarsi del fabbricante di materie plastiche che, una volta gettate via, invadono tutto l’ambiente. I casi sono numerosissimi. 

Il secondo soggetto è rappresentato da chi contesta la violenza alla natura o all’ambiente: può trattarsi di un soggetto direttamente danneggiato, ma l’”inquinato” può anche essere il portatore di interessi collettivi, non direttamente coinvolto: è il caso delle associazioni tipo Italia Nostra, WWF, Legambiente, Greenpeace, eccetera. Il terzo soggetto è “il governo”, nazionale o locale, che dovrebbe da una parte difendere gli interessi dell’”inquinato”, o, più in generale, dei beni collettivi naturali, della “res publica”, ma che, nello stesso tempo, sta attento alle ricadute “positive” (occupazione, profitto) dell’operare dell’”inquinatore”. 

Il quarto soggetto è “lo scienziato”, il tecnico, colui che possiede le informazioni, che si trova talvolta schierato con gli inquinatori per dimostrare quanto siano infondate o irrilevanti le accuse che gli vengono rivolte, talvolta è schierato col popolo degli “inquinati” per aiutarlo a comprendere come l’inquinamento, la centrale, la plastica, l’erosione del suolo, i pesticidi, la caccia, siano nocivi agli stessi “inquinati” o a valori più generali, collettivi. 

A differenza di altri grandi eventi e movimenti popolari, come quelli del sindacato, delle lotte operaie, della Lotta di Liberazione nazionale, le fonti di informazione e documentazione si trovano fuori dagli archivi tradizionali, istituzionali. Si trova ben poco materiale, per esempio, nelle Università, soprattutto perché relativamente pochi studiosi universitari hanno partecipato alle lotte di “liberazione” dell’ambiente. Le uniche utili fonti che probabilmente si potrebbero trovare nelle Università, ma di difficile localizzazione, riguardano la storia della vera e propria “ecologia”, cioè degli aspetti scientifici del funzionamento degli ecosistemi. Molte ricerche non sono state fatte in sostegno della protesta ambientalista, ma forniscono  informazioni essenziali per comprendere le modificazioni apportare a tali ecosistemi dalle azioni degli “inquinatori”. Anche in questo caso molte raccolte di pubblicazioni sono disperse, alcune sono state trasferite all’estero. 

Ci sono documentazioni, ma difficilmente accessibili, presso le imprese e i soggetti — quelli che ho chiamato ”inquinatori” — che erano gli “avversari” del movimento. Certamente gli archivi della Montedison, dell’Enichem, dell’ENI, dell’ENEL, dell’ENEA (per citarne solo alcuni) hanno una vastissima documentazione relativa alle fabbriche e alle centrali inquinanti, ai processi subiti, alle perizie tecniche in loro difesa. E’ difficile trovare documentazione presso gli enti (comuni, province, regioni, ministeri), spesso coinvolti anch’essi come “avversari” del movimento di contestazione. 

Ci sono preziosi materiali sepolti (e inaccessibili) negli archivi dei ministeri; altri si trovano negli archivi parlamentari, come conseguenza delle inchieste che si sono svolte nel corso degli anni (sugli inquinamenti del mare, sui fanghi di Scarlino, sulla sicurezza delle centrali nucleari, eccetera). Una parte minima di questi materiali si trova (se è stata raccolta e se è sopravvissuta) negli archivi personali dei protagonisti delle lotte ambientali, che sono stati anche parlamentari (Laura Conti, Cederna, Pratesi, Pollice, Bettini, Amendola, Falqui, Mattioli, Scalia, Tamino, Ronchi, io stesso, e altri). Ci sono documenti e materiali relativi agli innumerevoli processi, svoltisi in molti tribunali e  preture italiane; di tali materiali qualche copia o fascicolo è stato conservato da singole persone o gruppi di “inquinati” che talvolta sono stati parte in causa. 

La maggior parte del materiale utile per una storia dell’ambiente o dell’ambientalismo, è dispersa in centinaia di abitazioni, cantine, sparsi per l’Italia, in possesso di singole persone o piccoli gruppi, materiale tutto destinato a rapida distruzione e dispersione. Se si considera come nascita del movimento di protesta in Italia gli inizi degli anni sessanta, si vede facilmente che coloro che avevano allora 30-40 anni ne hanno oggi più di settanta; molti sono in pensione; molti hanno distrutto o abbandonato il materiale, molti sono morti. La fila di questi ultimi si allunga continuamente: Valerio Giacomini, Giuseppe Montalenti, Laura Conti, Aurelio Peccei,  Antonio Cederna, Antonio Iannello, Mario Fazio, Enzo Tiezzi, e altri. 

La dinamica delle lotte di contestazione ha in se le radici per la distruzione della propria storia. Spesso sono stati piccoli gruppi che hanno condotto intensamente per qualche anno una lotta contro una centrale nucleare, un inceneritore, una cava, una discarica, un inquinamento; hanno raccolto materiali, libri, documenti, rapporti, hanno studiato. Poi la battaglia è stata vinta o persa, il gruppo si è disperso, molti sono tornati alle loro occupazione, i più giovani si sono laureati e da adulti non sanno neanche di avere fatto parte della storia. Nei casi più fortunati è stata pubblicato qualche libro, spesso da piccoli editori, spesso oggi introvabile. Le stesse grandi associazioni ambientaliste non hanno un proprio archivio o conservano solo una parte dei loro documenti, talvolta sparsi nelle sezioni periferiche. 

Ai fini della ricostruzione di una “storia dell’ambiente” sarebbe indispensabile (a) localizzare dove si trovano i materiali ancora esistenti, e (b) raccogliere, unificare, schedare e rendere accessibile al pubblico e agli studiosi il materiale sopravvissuto. Tale impresa ha senza dubbio un valore storico, ma ha anche un valore pratico. Le lotte per un ambiente migliore continueranno, gli scontri avranno in futuro le stesse dinamiche che si sono già incontrate in passato. La conoscenza del “prologo” aiuterebbe una società civile da una parte nello sforzo e nelle lotte  per migliorare il mondo esistente, dall’altra parte aiuterebbe il potere economico e di governo a capire le cose che non si devono fare, se vogliono risparmiare costi e conflitti e contribuire anch’essi al “progresso”. 

Se esistesse un governo che opera per il bene pubblico sarebbe il governo stesso a incoraggiare la raccolta, la conservazione, lo studio della documentazione sul movimento ambientalista. In realtà si ha l’impressione che il “governo”, il “potere”, non abbiano nessuna voglia di avere, o di mettere, a disposizione un archivio storico dalla cui analisi appaiano i loro errori, complicità, inadempienze.  Se esistesse un mecenate illuminato, come furono Giangiacomo Feltrinelli e Luigi Micheletti ai loro tempi, si potrebbe sperare nella nascita di una Fondazione per un archivio storico che, per semplicità, chiamerò “archivio dell’ambiente”. Le Fondazioni esistenti – Feltrinelli, Micheletti, Gramsci e simili – per la storia politica (e la storia dell’ambiente è una pagina della storia politica italiana) hanno problemi di fondi, di spazio, di personale. 

Negli Stati Uniti alcuni grandi società scientifiche o fondazioni presso varie Università raccolgono dalla dispersione i documenti, archivi, di persone che hanno avuto un ruolo nella storia della fisica, della chimica, acquisendo o comprando intere collezioni anche di studiosi stranieri. Non credo che ci si possa aspettare qualcosa del genere dalle società scientifiche italiane, tanto più che il materiale è “povero” culturalmente perché contiene testimonianze non di ricerche o contributi scientifici importanti, ma di lotte popolari. Si pensi che il prezioso materiale della Commissione per la conservazione della natura, punto di ascolto delle proteste popolari, raccolto in molti anni dal prof. Montalenti e da lui depositato all’Accademia dei Lincei, sembra finito in qualche cantina del Consiglio Nazionale delle Ricerche.  

Le Università, che rappresenterebbero le sedi ideali per un “archivio dell’ambiente”, hanno ugualmente problemi di spazio, soldi, e, abbastanza paradossalmente, mancano anche di giovani o vecchi studiosi che abbiamo voglia di mettere le mani in un pur straordinario patrimonio che potrebbe fornire fonti per ricerche, studi, libri, articoli, eccetera. 

Inutile dire che, nei molti anni in cui si va parlando di un “archivio dell’ambiente”, ci sono stati numerosi rapidi momenti di passione da parte di vari enti. Alcuni assessori hanno intravvisto per qualche istante la pubblicità che gliene sarebbe venuta se i loro comuni avessero potuto far sapere di possedere un tale archivio; alcune biblioteche pubbliche si sono offerte per ospitare l’archivio; la Fondazione Cervia Ambiente nacque, molti anni fa, proprio come centro di documentazione sulle culture ambientali, ma non è mai decollata per la parte dell’archivio. Le passioni si sono sempre finora smorzate davanti alle difficoltà tecniche, di spazio, di soldi, culturali, che l’impresa presenta. D’altra parte non ci si può nascondere che molti potenziali donatori vedono il rischio che, cambiata l’amministrazione, cambiato l’assessore, cambiato il presidente, il prezioso materiale, faticosamente raccolto, sia sgombrato, buttato via. 

Non  ci si può nascondere, d’altra parte, che i documenti, libri, le riviste, raccolti in un archivio del movimento ambientalista, possono avere un valore anche monetario di centinaia di milioni di lire e rappresentano quindi una forte tentazione di alienazione, se il materiale non è vincolato. E, a dire la verità, in assenza di una forte motivazione politica, il valore di mercato delle pubblicazioni e degli archivi rappresenta, anche per i proprietari o i loro eredi, una tentazione di disfarsene guadagnando qualche soldo. Per farla breve, tutte le varie passioni di enti pubblici per ospitare l’archivio si sono ben presto volatilizzate. 

Il principale ostacolo alla creazione di un centro e archivio nazionale delle lotte ambientaliste sta nel fatto che il materiale ormai esistente è enorme e cresce continuamente. In più occorrono schedari, computers, tavoli di consultazione, e così via. 

In che cosa consiste il materiale di un simile “archivio dell’ambiente” ? Si tratta per lo più di relazioni, documenti, rassegne stampe, articoli di riviste, collezioni di riviste rare e introvabili, libri ormai introvabili legati a singoli eventi ambientali (centrali nucleari, inquinamenti, trattamento dei rifiuti, eccetera), volantini, ciclostilati, eccetera. Non voglio entrare qui in alcuni problemi metodologici che, a mio parere, vanno chiariti fra specialisti di classificazione e archiviazione della documentazione e utenti potenziali della documentazione stessa. Prima di tutto si tratta di chiarire che cosa uno studioso, o un futuro movimento di lotta contro un inceneritore o in difesa di un parco, ha bisogno di cercare e trovare in questo archivio ? 

Ci sono problemi di conservazione: alcuni sostengono che i documenti cartacei sono destinati a scomparire davanti al trasferimento dei testi su supporti magnetici; altri sostengono la comodità di salvare i documenti cartacei. Per alcuni archivi di persone scomparse è possibile che ci siano problemi di proprietà; è possibile che alcuni eredi intendano vendere una parte del materiale. Ci sono problemi psicologici, di una specie di comprensibile “gelosia” che molti hanno per quello che hanno raccolto e di cui temono la successiva dispersione. 

Ci sono problemi di accessibilità e utilizzabilità del materiale che serve, ad alcuni, ancora per le proprie attività o ricerche. Ci sono problemi di riservatezza che alcuni proprietari di archivi possono forse richiedere (anche se questo mi sembra il problema minore per persone che sono state impegnate nelle lotte popolari). Mi sembra peraltro che tali problemi siano prematuri fino  quando non si trova una decisione o una soluzione per la raccolta, in una sede (o più sedi ?) del materiale esistente o ancora esistente. 

In questo breve intervento desidero soltanto indicare e offrire alla discussione e alle critiche dei colleghi, alcuni aspetti dell’auspicabile creazione di un possibile “archivio dell’ambiente”  e presentare una modesta proposta. Come prima azione si potrebbe creare un notiziario che indichi dove si trovano fisicamente informazioni, scritti, riviste, libri e documenti sui movimenti ambientalisti, divisi in un primo tempo in qualche forma rudimentale di classificazione, da completare e migliorare continuamente. Si potrebbe, all’inizio, far circolare una proposta di classificazione a cui potrebbe seguire un questionario da inviare a persone, associazioni, gruppi, per identificare chi ha che cosa ? I materiali per un “archivio dell’ambiente” vanno cercati anche fra gruppi che non si possono considerare strettamente ambientalisti o ecologici. Si pensi al materiale relativo agli studi sul futuro, da cui sono scaturite le ricerche sui “limiti alla crescita” e le relative polemiche e discussioni. 

Si pensi al materiale conservato dalle associazioni pacifiste, nonviolente, i cui interessi pacifisti si sono ben presto intrecciati con quelli per i danni ambientali delle armi e delle guerre, con la nonviolenza alla natura. Si pensi ai gruppi di volontariato nel Sud del mondo che devono affrontare problemi di uso delle risorse rinnovabili locali, di approvvigionamento dell’acqua, di uso dei pesticidi, i problemi di come evitare che molti paesi del Sud del mondo diventino discariche di rifiuti del Nord del mondo, che si trovano di fronte alla pericolosità di fabbriche che operano senza norme di sicurezza per i lavoratori e per la popolazione all’esterno. 

Voglio concludere sottolineando che il tempo è poco e che la dispersione e distruzione del materiale ancora esistente è in corso con velocità crescente. Salvare la parte in via di estinzione della nostra storia è, a mio parere, un dovere civile. 

Nel 2007 nove anni dopo la pubblicazione di questo articolo, un primo importante nucleo di un archivio nazionale sull’ambiente è stato realizzazto presso la Fondazione Luigi Micheletti di Brescia, Via Cairoli 9, <www.fondazionemicheletti.it>. Tale archivio comprende i seguenti principali fondi per i quali si rimanda a: www.musilbrescia.it — Sezioni — Archivio — Archivio elenchi:

— Laura Conti: un inventario delle principali carte è pubblicato nella rivista telematica “altronovecento”, n.8, www.fondazionemicheletti.it/altronovecento

— Vincenzo Cottinelli

— Pier Paolo Poggio

— Giorgio e Gabriella Nebbia

— Eleonora e Francesco Masini

— Cisiac,Centro studi aree costiere, Pietrasanta

— Mario Micheli

— Gianfranco Amendola

— Enzo Tiezzi e Nadia Marchettini

— Pier Paolo Poggio

— Ugo Facchini

— Raffaello Misiti

— Vittorio Storelli

— Walter Ganapini

— Giovanni Francia

— Giovanna Ricoveri

— Riccardo Canesi

— Ezno Tiezzi

Altri fondi sono continuamente in via di acquisizione.

I fondi di storia dell’ambiente comprendono quelli sulla storia dell’energia solare e si affiancano agli importanti fondi di Storia dell’Italia contemporanea, dell’industria, del  lavoro.