SM 2008 — Limiti alla crescita ? — VAS 1997

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Verde Ambiente, 13, (2), p. 9 (marzo-aprile 1997)

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Venticinque  anni  fa  apparve un  libretto  che  destò innumerevoli  polemiche e discussioni: redatto  a  cura del Club di Roma, allora presieduto da Aurelio  Peccei, il  libro era intitolato: “I limiti alla crescita”,  ma apparve nella traduzione italiana con l’errato  titolo: “I limiti dello sviluppo”.

In quel 1972, nella breve  stagione della primavera dell’ecologia,  in  tutto il mondo ci si  chiedeva  che fine avrebbe fatto la Terra con una popolazione (allora di 3.500 milioni) che aumentava di mille  milioni  di persone  ogni decennio, con un  crescente  sfruttamento delle foreste, delle riserve di acqua, minerali,  fonti di  energia, con un crescente inquinamento dell’aria  e dei fiumi e del mare.

Gli studiosi di ecologia, che la nuova ondata di contestazione,  “ecologica” appunto, costringeva  ad  uscire dal silenzio dei loro laboratori scientifici, spiegavano che ogni ecosistema, e tale è il nostro pianeta,  ha una  capacità ricettiva limitata – una  limitata  “carrying  capacity”  per gli esseri viventi e per  i  loro escrementi  e  scorie. Tale  capacità  ricettiva  stava rapidamente  diminuendo  in seguito  all’immissione  di scorie  “extranaturali”, artificiali,  come  pesticidi, materie  plastiche, rifiuti radioattivi,  veleni  industriali.

 

Fino  a  quando la Terra avrebbe potuto  sopportare  la presenza di questo “biotipo” devastante,  rappresentato dagli individui delle arroganti società dominate  dalla produzione di merci e di rifiuti ? Il libro del Club di Roma spiegava che, se non si fossero posti dei  “limiti alla  crescita“  della popolazione  terrestre  e  della produzione  di  merci e di  scorie,  l’umanità  sarebbe andata incontro a guerre, epidemie, catastrofi ecologiche.

Figurarsi ! Economisti e sociologi, cattolici e  marxisti, biologi e specialisti di computers, si dettero  da fare  per  ridicolizzare e  demolire un  messaggio  che circolava in milioni di copie in tutte le lingue. Non era la crescita economica il vero dio della  modernità, e il prodotto interno lordo il suo profeta ?  Sta di  fatto che nei venticinque anni passati molte  delle “profezie” del libro sui “limiti alla crescita” si sono avverate.  Ci  sono state tre guerre per  il  petrolio, innumerevoli guerre locali e rivoluzioni per la conquista  delle riserve scarse di  rame, di acqua, di  cromo (chi  si  ricorda  che la piccola Albania  è  il  sesto produttore  mondiale di minerali di cromo ?), di  tungsteno, di fosfati, di gomma, eccetera.

Ci  sono state catastrofi ecologiche che hanno  gettato lo  spavento  sul mondo, ma soprattutto ci  sono  lente continue contaminazioni destinate a fare sentire i loro effetti a lungo in futuro: l’avvelenamento delle  acque con  pesticidi,  le  montagne di  rifiuti  tossici,  le modificazioni  chimiche  dell’atmosfera  con  le   loro conseguenze  sul clima planetario,  l’esplosione  delle megalopoli,  l’aumento  degli anziani nei  paesi  industriali e l’aumento della pressione migratoria dal  Sud del  mondo verso le  (apparentementemente)  opulente società del Nord del mondo, traboccanti di merci e luci — e violenza.  Fino  a  quando potremo andare avanti ? Un  libro  (“Il ventinovesimo  giorno”)  che  circolò  molti  anni  fa, spiegava che  la crisi degli  ecosistemi si avvicina lentamemnte,  in  maniera quasi  impercettibile  e  poi esplode improvvisamente.

Non  so  (anche  se ne dubito molto) se le virtù del libero mercato, adottate anche dai paesi ex  comunisti, in  via  di  diffusione anche nei  paesi  oggi  poveri, possano  far fronte ai problemi di scarsità dello  spazio,  delle  risorse  naturali,  dell’istruzione,  del lavoro.

Credo comunque che sarebbe utile rileggere, a un quarto di secolo di distanza, il libro “I limiti alla  crescita”,  per  riconoscere, al di là di  alcune  grossolane approssimazioni, il suo contenuto profetico, anche alla luce  dei  mutamenti geopolitici e tecnologici  che  si sono verificati in questo periodo.

L’operazione potrebbe spingere cittadini e governanti a riprendere  il  gusto di condurre  analisi  sul  futuro economico,  ecologico,  merceologico,  della   comunità umana.  Il  potere economico e  politico  non  desidera affatto questa operazione che finirebbe per mettere  in dubbio  e  in  discussione le sue  scelte.  Eppure  una coraggiosa ricerca sul futuro — non su quello promesso da  innumerevoli ciarlatani, maghi e mercanti di  illusioni  e di sogni — aiuterebbe a capire quali  bisogni occorre soddisfare, con quali merci e processi  produttivi,  come far crescere le città, come ricostruire  un senso di comunità e solidarietà locale, continentale  e planetaria, come garantire un genuino “sviluppo”.