SM 2002 — O si brucia o si ricicla — 1997

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il manifesto, 19 settembre 1997 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Io sono di quelli che da anni raccolgono diligentemente in un sacchetto la carta straccia e in un altro il vetro; per il vetro trovo qualche “campana” in cui metterlo, ma devo percorrere dei chilometri per trovare un posto in cui mettere la carta straccia, in un gran bidone “multimateriale”, dove mi pare finisca poi insieme alla plastica e ad altri rifiuti. Le associazioni di volontariato che venivano a raccogliere a casa la carta straccia mi dicono che, soprattutto in questo momento, il mercato delle materie da riciclare è depresso. Le cartiere utilizzano malvolentieri la carta straccia della raccolta interna e bisogna portargliela in fabbrica per avere qualche lira; importano invece, a basso prezzo, montagne di carta straccia dagli Stati uniti, dalla Germania e da altri paesi, dove la raccolta separata è fatta con energia e convinzione. 

Degli oltre otto milioni di tonnellate di carta e cartoni usati ogni anno in Italia solo 2,3 milioni di tonnellate sono raccolti e riciclati, insieme a oltre un milione di tonnellate di carta straccia di importazione. Circa sei milioni di tonnellate all’anno di carta e cartoni usati finiscono nelle discariche e negli inceneritori. [Nel 2002 degli 11 milioni di tonnellate di carta e cartoni usati in Italia, la carta da macero recuperata e riciclata è stata circa 5 milioni di t, quella importata è stata di 0,25 milioni di t e, anche nel 2002, circa 6 milioni di t di carta e cartoni usati sono finiti nelle discariche e negli inceneritori

Eppure il decreto “Ronchi” sui rifiuti indica chiaramente che il fine primo è la raccolta separata e il recupero dei materiali. Poiché però, da qualche parte, parla anche di “recupero” di energia, i venditori di inceneritori li stanno offrendo a decine su tutto il territorio nazionale, chiamandoli termodistruttori, termovalorizzatori, combustori a letto fluido, eccetera. Ma per funzionare, questi impianti devono essere alimentati con  la parte combustibile dei rifiuti, cioè proprio carta e plastica: così o si brucia o si ricicla. 

Quando una virtuosa città afferma che “recupera” il 20 o il 30 percento dei rifiuti, state attenti perché solo una parte dei materiali viene riciclata, il resto finisce negli inceneritori e il “recupero” consiste solo in quel po’ di calore o di elettricità, che l’ENEL compra a prezzo di favore. Addirittura  anche l’ENEL è coinvolta nell’operazione, perché vuole bruciare la frazione combustibile dei rifiuti (la solita carta e plastica)  nelle proprie centrali termoelettriche. Addirittura in quella di Montalto di Castro, che chiude così il ciclo degli errori e dei fallimenti ambientali: dal nucleare al pattume ! 

Nessuno spiega alle popolazioni e alle amministrazioni locali che i “termovalorizzatori” inquinano l’atmosfera con sostanze tossiche e pericolose, come metalli e  composti organici clorurati; che un quarto dei rifiuti trattati si ritrova sotto forma di ceneri in una forma chimica inquinante per le acque sotterranee, per cui devono essere smaltite in apposite discariche. Soprattutto nessuno spiega che la scelta del recupero di energia con gli inceneritori è incompatibile con il recupero dai rifiuti di materiali riutilizzabili, trasformabili in nuove merci, cioè con l’operazione indicata al primo posto fra le finalità del decreto Ronchi. 

Fortunatamente nelle decine di città e paesi minacciati dagli inceneritori si stanno formando gruppi spontanei di cittadini, un movimento simile a quello che si ebbe contro il nucleare. Anche in questi casi la lotta contro gli inceneritori si traduce in una crescita politica e culturale, nella volontà di saperne di più sui processi, sulle scorie, in una analisi critica e “moderna” di quello che viene prodotto, di come sono fatti gli oggetti, i macchinari, le merci, gli imballaggi. 

I comitati sorti per l’Italia, da Gioia del Colle (in Puglia) a Pietrasanta (in Toscana), a Melfi (in Basilicata), a Genova e in tanti altri luoghi hanno capito bene che, in alternativa agli inceneritori, la raccolta separata e il riciclo dei materiali evitano le importazioni di materie prime, offrono occasioni di innovazione tecnico-scientifica, anche esportabile, creano nuovi duraturi posti di lavoro, contribuiscono allo sviluppo industriale moderno anche nel Mezzogiorno.