SM 2001 — Il metabolismo industriale: un contributo ai rapporti fra impresa e ambiente — 1997

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Accademia Italiana di Economia Aziendale, “Imprese e istituzioni nel governo dell’ambiente”, Bologna, Clueb, 1999, p. 65-84 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

 Breve storia dei rapporti merci/ambiente

Da circa un quarto di secolo è andata aumentando l’attenzione dell’opinione pubblica e  dei governi per gli effetti (per lo più negativi) delle attività antropiche sull’ambiente naturale: il diffondersi degli inquinamenti, degli incidenti industriali, la crescente erosione del suolo e congestione urbana, hanno spinto i governi a emanare norme per modificare i comportamenti delle imprese e dei consumatori. 

Si trattava, a volta a volta, di divieti di produzione di merci inquinanti, di emanazione di standards sulla massima concentrazione di sostanze inquinanti ammesse negli scarichi immessi nell’aria o nelle acque, di imposte proporzionali alla quantità di agenti inquinanti immessi nell’ambiente, di contributi all’acquisto di depuratori, di vincoli nella localizzazione degli insediamenti (1). 

Benché si trattasse di norme e vincoli che rientrano nell’armamentario dell’economia pubblica (2), le imprese si sono trovate di fronte a nuovi problemi, come quello di dover analizzare non solo le caratteristiche delle merci vendute, ma anche quelle dei sottoprodotti, dei rifiuti, delle emissioni, come quello di dover innovare processi e prodotti per renderli adeguati ai nuovi vincoli, o addirittura come quello di trattare rifiuti e scorie per trarne nuovi prodotti. Per far ciò occorre misurare non soltanto il flusso di denaro associato alla produzione delle merci (3)(e dei servizi, che inevitabilmente coinvolgono beni materiali [4]) ma anche il flusso, in unità fisiche, di materia e di energia che attraversa ciascun “processo” economico. 

Infatti qualsiasi fenomeno economico, qualsiasi attività di produzione e “consumo” (5) di merci e servizi può essere descritta come un flusso di materia e di energia che comincia nell’ambiente, passa attraverso la fabbrica, la singola abitazione, la città, il territorio antropizzato –– cioè attraverso la tecnosfera, costituita da ecosistemi modificati dagli esseri umani o attraverso ecosistemi artificiali –– e ritorna, più o meno presto, nei corpi riceventi naturali sotto forma della materia gassosa, liquida o solida, delle scorie  delle attività di produzione e di consumo. Siamo quindi di fronte ad una circolazione: 

natura—produzione—merci—“consumo”—natura.

ad una vera e propria storia naturale delle merci (6). 

Tale circolazione presenta notevoli analogie con la circolazione della materia e dell’energia in qualsiasi processo vitale: ciascuna azienda (ma anche ciascuna famiglia), proprio come un essere vivente, “si nutre” di materie prime naturali (alcune gratuite e altre acquistate dal mercato), le trasforma in altri beni e servizi e genera scorie e rifiuti che ritornano nell’ambiente naturale: un essere vivente dotato, quindi, di un suo ciclo vitale e di un suo “metabolismo” (7) da cui dipendono i nuovi vincoli ambientali e costi monetari. 

Come è ben noto, non si tratta, a rigore, di una novità. Le analogie fra fenomeni biologici e fenomeni economici sono state riconosciute bene già nel secolo scorso. Ernst Haeckel (1834-1919), l’”inventore”, nel 1866, della parola “ecologia”, aveva definito la nuova disciplina come la “economia della natura” e i biologi, quando hanno voluto dare un nome agli organismi vegetali che “fabbricano” la propria materia organica per via fotosintetica, utilizzando l’energia solare, l’anidride carbonica dell’aria, l’acqua e i sali del terreno, li hanno chiamati, con un termine squisitamente manifatturiero, organismi “produttori”, e hanno chiamato “consumatori”, ancora con un termine preso in prestito dall’economia, gli organismi animali che si nutrono dei produttori e di altri consumatori.

Dall’altra parte, fin dall’alba della scienza economica è stato proposto di redigere una contabilità fisica, naturale, dei flussi di merci: per i prodotti agricoli cercò di farlo, nella metà del XVIII secolo, Francois Quesnay (1694-1774) con la sua tavola economica (8), citata da Karl Marx (1818-1883) nella sua analisi della “circolazione”. 

In un noto passo Alfred Marshall (1842-1924) ha suggerito, oltre un secolo fa, che nello “stadio più avanzato dell’economia” la Mecca dell’economista è l’economia biologica (8a) e questo invito è stato colto dalla Penrose nella sua analisi dell’impresa e del ciclo vitale dei prodotti e da alcuni, non molti, economisti successivi. 

Sulla base di un’ispirazione sia ideologica, sia pratica, la redazione di una contabilità nazionale in unità fisiche fu tentata dagli economisti sovietici nei primi anni della rivoluzione e dell’economia pianificata (9). Il tentativo non ebbe successo, ma in questa atmosfera culturale cominciò a lavorare Vassily Leontief (1906-1999) che, appena diciannovenne, propose una matrice, in unità monetarie, però, dei flussi fra i vari settori dell’economia. Dopo essersi trasferito negli Stati Uniti Leontief ebbe modo di approfondire questa idea e di elaborare le matrici intersettoriali dell’economia (la prima, per l’economia americana, fu pubblicata, come e’ ben noto, nel 1936), da cui derivano tutte le contabilità nazionali odierne -– e che gli valse nel 1973 il premio Nobel per l’economia. Per inciso fu proprio Leontief uno dei primi a proporre di “aggiungere” alla matrice intersettoriale economica tradizionale, una “colonna” contenente una misura del flusso dei rifiuti (10). 

L’idea di una contabilità in unità fisiche fu trattata dell’economista marxista polacco Oskar Lange (1904-1965) (11), ma la sua opera principale rimase incompiuta. Il problema della misura dei flussi di materia e di energia in una economia rimase allo stato latente fino agli anni sessanta, quando cominciò a crescere l’interesse per gli effetti ambientali negativi delle attività produttive e di ”consumo”. Alla fine degli anni sessanta apparvero i primi saggi degli americani Daly (12) e soprattutto Ayres (13) che misero in evidenza come gli effetti negativi delle attività economiche sull’ambiente sono legati al flusso dei materiali che attraversano ciascun processo produttivo e l’intera economia. 

Quasi contemporaneamente Nicholas Georgescu-Roegen (1906-1994) pubblicò un noto libro (14) in cui parlava di “bioeconomia” e presentava (p. 254) una forma di “matrice” degli scambi intersettoriali di materia e di energia. Nel suo libro principale e in numerosi lavori successivi specificò che, all’impoverimento “naturale” del pianeta, contribuisce l’uso sia dell’energia, sia della materia (“Matter matters too”), per la quale propose un “quarto principio della termodinamica” che descrive, anche per la materia, un inarrestabile degrado “entropico”. L’economia come “sistema chiuso” di flussi di materia e di energia è stata esaminata anche in un interessante articolo di Overbury (15). 

Storia naturale delle merci 

Lo studio delle analogie fra il flusso di denaro e il flusso di materia e di energia nei sistemi economici è andato aumentando negli anni sessanta e settanta di questo secolo sia in seguito alla crescente attenzione per i problemi “ecologici”, sia in seguito alla crisi energetica degli anni settanta. Quest’ultima ha indotto governi e imprenditori a valutare quanta energia veniva assorbita all’interno di ciascun processo al fine di diminuire il consumo di una “materia prima”, l’energia, i cui costi monetari sembravano mostrare segni di continuo aumento. 

A poco a poco ci si è resi conto che un passo avanti per l’avvicinamento dei fenomeni economici e di quelli fisico-biologici avrebbe potuto essere fatto soltanto integrando la contabilità monetaria — cioè la descrizione del flusso di denaro che accompagna alcuni scambi di materia e di energia che avvengono fra soggetti economici – con una contabilità “naturale”, cioè con la descrizione del flusso di materia e di energia attraverso i processi produttivi, le aziende, una città, un territorio, uno stato. 

Vari gruppi di ricercatori e studiosi hanno allora cercato di misurare la quantità di materia e di energia associata alla produzione e al “consumo” della unità di peso di diverse merci. Si è così parlato di “costo energetico” delle merci, di “costo in materie prime” delle merci e di “costo ambientale”, quest’ultimo definito come la massa dei rifiuti — liquidi, solidi, gassosi –– associati alla produzione e all’uso di una unità di massa di ciascuna merce: qualsiasi transazione monetaria è infatti, direttamente o indirettamente, associata ad uno scambio di materia e di energia (16)(17)(18). 

Anche in  questo caso la letteratura è molto vasta. Soprattutto negli anni settanta sono stati analizzati vari cicli produttivi, per identificare la massa di materia coinvolta; è stata tentata la redazione di “matrici dei rifiuti”; si è tentato di assegnare un “valore” fisico (19) alle merci e ai servizi, anche se finora ben poco si è riusciti a chiarire sull’esatto significato di questo termine. Una misura del “valore”, in unità fisiche, di una merce potrebbe essere rappresenta dalla quantità di materie prime naturali, o di energia, o di rifiuti che accompagnano il suo ciclo vitale (ecco un altro caso in cui un termine biologico si affaccia in problemi squisitamente economici e aziendalistici). 

Le poche precedenti considerazioni inducono a osservare che, alla luce dei crescenti costi imposti dagli interventi pubblici nel campo ambientale, dei problemi di scarsità di alcuni fattori ambientali (non solo petrolio o foreste, ma capacità ricettiva dei fiumi e dell’aria), valgono “di più” le merci e i servizi che, a parità di utilità economica, richiedono meno materie prime, meno energia, durano più a lungo, comportano minori inquinamenti e minore usura delle risorse naturali. 

Per illustrare quanto la “materia conti” nella vita economica vorrei citare pochi numeri. Pur nell’incertezza dei rilevamenti statistici, la massa di materia (esclusa l’aria e l’acqua) che attraversa la tecnosfera terrestre ammonta a circa 25 miliardi di tonnellate all’anno (20): se si considera che il Prodotto Mondiale Lordo si aggira intorno a 40 milioni di miliardi di lire attuali, si vede che, come grossolana media, occorrono circa 600 t di materia per movimentare un miliardo di lire di prodotto monetario. Se includessimo l’acqua dolce, usata nel mondo in ragione di circa 3.000 milioni di miliardi di t/anno, si vedrebbe che il “valore fisico” in acqua di un miliardo di lire di Prodotto Mondiale Lordo ammonta a circa 700.000 t. 

Nel caso dell’Italia, il “valore” in unità fisiche di un miliardo di lire di PIL ammonta a circa 300 t, quello in acqua a circa 20.000 t, il che corrisponde ad un flusso di materia di circa 10 t/anno per persona (acqua esclusa)(21). Dati successivi hanno mostrato che nel 2000 il PIL italiano, circa 1.150 miliardi di euro, è stato reso possibile dalla movimentazione, attraverso l’economia, di 6,6 miliardi di tonnellate di materia — gas, liquidi e solidi — e, sulla base di una contabilità in unità fisiche dell’economia,è stato possibile valutare un “Prodotto interno materiale lordo” per il 2000 di 860 milioni di tonnellate (21a). 

Produzione di merci a mezzo di natura 

Le precedenti considerazioni hanno interesse non soltanto per un esame dei problemi planetari o di grossi aggregati economici, ma anche per quello di sistemi economici più piccoli, come possono essere le aziende e le stesse famiglie. Per valutare i flussi di materia (e di energia) che attraversano ciascuna di queste unità è necessario fare riferimento ad una unità fisica che chiameremo “processo”: il processo che produce ammoniaca in uno stabilimento chimico; oppure un processo composto di varie parti, come quelle che producono l’acciaio, l’alluminio, un mobile, una macchina, un tessuto o un paio di scarpe; ma è possibile riconoscere uno o più ”processi” anche nel funzionamento di un’automobile, in ciò che avviene in un ufficio, nella vita familiare, eccetera. 

Ciascun processo trae dall’ambiente, senza pagare niente, certi beni fisici (l’aria, l’energia solare, in parte l’acqua) che si possono considerare “merci ambientali gratuite”. Dall’ambiente vengono anche tratte delle risorse naturali –– pietre, minerali, petrolio, carbone, risorse vegetali o animali, eccetera –– “merci ambientali economiche” per le quali si paga un prezzo ad un “proprietario”: il proprietario del campo, del gregge, del terreno nel cui sottosuolo si trovano i combustibili fossili o lo zolfo, eccetera. Nel “processo” entrano anche beni materiali, prodotti e “merci”, provenienti da altri processi, che si “portano dietro”, “incorporato” nella materia, il loro carico precedente di materie prime, di energia, di inquinamento. 

Alla fine del processo tutta la materia si deve ritrovare (per il principio di conservazione della massa), da qualche parte; se si tratta di un processo di produzione si ritrova in parte come prodotto vendibile ad altri processi, ed è questa parte che viene misurata e contabilizzata nell’economia aziendale tradizionale; il resto si deve ritrovare come scorie, residui, rifiuti gassosi, liquidi, solidi; se si tratta di un processo di “consumo” tutta la materia si ritrova sotto forma di scorie. 

Un’analisi del metabolismo industriale o aziendale in unità fisiche richiede alcune definizioni. I flussi vanno misurati con  riferimento ad un dato periodo di tempo, per esempio ad un anno. Anche qui, però, occorre una certa cautela perché il flusso della materia e dell’energia, nelle loro forme sia di input, sia di output (22) sotto forma di scorie e rifiuti, varia nei vati mesi dell’anno; si pensi alla variazione, nei differenti mesi dell’anno, del flusso dell’energia solare, e quindi dell’attività vegetativa, oppure del tipo di alimenti consumati e quindi della composizione dei rifiuti alimentari. 

Inoltre una parte della massa di materia in entrata in ciascun processo (o in ciascuna “catena” di processi) può “uscire” con ritardo, rispetto all’unità di tempo considerato (per esempio un anno); una parte infatti può essere immobilizzata “dentro ciascun processo” sotto forma di macchinari a vita lunga, di mobili, di materiali da costruzione, di carta conservata nelle biblioteche e negli archivi, eccetera. Tanto che si può dire che la tecnosfera, intesa come universo degli oggetti fabbricati e usati dagli esseri umani, “si gonfia” continuamente. Il che, come è ben noto, pone dei problemi di spazio per la conservazione della materia, e altri problemi ancora. 

E ancora: l’analisi di ciascun processo presuppone, inoltre, una precisazione dei confini territoriali in cui esso si svolge. Per una fabbrica può trattarsi del muro di cinta, dei tubi di entrata dell’acqua e dei tubi di scarico dei rifiuti liquidi, dei camini per gli scarichi gassosi. Il processo considerato può svolgersi dentro i confini di una abitazione, di un ufficio, di un edificio, di un campo coltivato, di una regione geografica, di un bacino idrografico. 

Serve a qualcosa lo studio del metabolismo industriale o aziendale ? 

Il crescente numero di vincoli “ecologici” posti dalle normative nazionali, europee, internazionali, dalle regole dei commerci internazionali, richiede alle imprese di integrare l’attuale pratica di contabilizzare accuratamente soltanto i materiali in entrata che sono associati ad una spese monetaria e in uscita i materiali che comportano un guadagno, con la misura delle quantità di molti “beni” gratuiti, tratti dalla natura, come i gas dell’aria che pure “entrano” in molti processi di produzione e di consumo, e la massa e il tipo delle scorie, dei materiali scartati o “rifiutati, per il cui smaltimento (spesso) non si paga un prezzo, ma che hanno un effetto negativo per l’ambiente, come è il caso dei gas scaricati “gratis” nell’atmosfera. 

Tanto più che anche queste materie, finora in genere trascurate, stanno per entrare di prepotenza nell’operare delle imprese: alcune, invece di essere buttate via, possono essere vendute come input per altri cicli produttivi; per altre lo smaltimento, ma la loro stessa generazione, comporteranno sempre più spesso dei costi. 

L’utilità di questo modo di ragionare appare chiara se si guardano i processi di combustione: una azienda, o in genere un soggetto economico, paga un prezzo per i combustibili fossili, ma deve (e dovrà sempre più) affrontare un costo addizionale per l’ossido di carbonio e per l’anidride carbonica che si formano nel processo di combustione per l’intervento invisibile dell’ossigeno dell’aria, e che inquinano l’atmosfera; e addirittura per gli ossidi di azoto che si formano perché i due ingredienti dell’aria, l’azoto e l’ossigeno, del tutto esclusi dal conto economico, generano, durante il processo di combustione, inevitabilmente, un rifiuto — una merce negativa, nel senso precisato nella nota 22 — indesiderabile, gli ossidi di azoto che contaminano anch’essi l’atmosfera. 

Proprio gli effetti sul clima globale di composti gassosi come l’anidride carbonica, sono alla base delle proposte di introdurre una imposta sul contenuto in carbonio dei combustibili fossili, una “carbon tax”, che farà aumentare il costo, per unità di energia liberata, del carbone, che peserà meno sui prodotti petroliferi e che peserà ancora meno sul metano, con l’effetto di far espandere la richiesta mondiale di gas naturale (fino a che durano le sue riserve non certo illimitate), di dar vita a nuovi macchinari, a nuove tecniche produttive, a nuovi prodotti e processi. 

Finora i costi ambientali sono contenuti, ma tutto induce a credere che essi cresceranno e spingeranno le aziende a modificare i cicli produttivi, la qualità delle merci, a introdurre processi di depurazione e riciclo, per ciascuno dei quali dovrà disporre di accurati bilanci di materia e di energia. 

Luci e ombre dell’ecolabel 

Citerò soltanto pochi problemi che già si affacciano nell’operare economico e che richiederanno migliori conoscenze sul metabolismo industriale. Uno riguarda quel nuovo strumento di concorrenza fra produttori, costituito dall’assegnazione a merci, prodotti e manufatti di una “ecoetichetta” o “ecolabel”. La sua assegnazione è basata sul principio che un’azienda che produce merci (o servizi) che arrecano meno danno all’ambiente, che consumano meno materie prime scarse e energia e acqua, che hanno, per riferirci a quanto detto sopra, un maggiore “valore” ambientale, deve affrontare dei costi per le innovazioni e per l’uso di materie prime più costose. E’ quindi giusto che venga premiata, che i consumatori riconoscano, grazie all’apposizione di una etichetta “ecologica”, questo maggiore impegno e siano disposti anche a pagare un prezzo maggiore per il prodotto che rispetta l’ambiente. 

Il passaggio dal principio all’attuazione è tutt’altro che facile. Le autorità nazionali ed europee hanno già cominciato ad assegnare ecoetichette, certificate da apposite imprese che procedono all’analisi, presso ciascun produttore, del ciclo produttivo e delle materie di importanza ecologica coinvolte nella produzione. Ma, come accennavo prima, ciascun processo è alimentato da materie che si “portano dietro” inquinamenti e consumi energetici precedenti: nelle dichiarazioni di principio che stanno alla base dell’assegnazione delle ecolabels è detto che l’analisi deve estendersi, per ciascun manufatto, dalla culla alla tomba, come si suol dire, sia pure in modo un po’ macabro. 

L’operazione di assegnazione di un  marchio ecologico è diversa da quelle che stanno alla base delle certificazioni dei bilanci, basate su regole relativamente certe. A seconda di dove si parte per cercare la “culla” delle varie materie prime e di dove si va a cercare la “tomba” delle varie scorie, si possono avere giudizi di valore “ecologico” molto diversi e l’assegnazione delle ecoetichette può quindi prestarsi a  frodi con cui le imprese dovranno fare i conti. 

Nel momento in cui la differenza di prezzo fra le merci amiche dell’ambiente e quelle non premiate dall’ecolabel si farà rilevante, le aziende dovranno prestare attenzione a come operano, a quali materie prime utilizzano, a quali scorie producono. Tanto più che una revisione critica potrà essere fatta dai concorrenti. In questo campo l’analisi dei bilanci di processo, del metabolismo industriale, il ricorso a specialisti richiederà un impegno, anche finanziario, sempre maggiore. 

Lo stesso discorso vale per le operazioni di eco-audit, che tanta passione stanno destando, di questi tempi, in tante imprese, non si sa bene se per una genuina volontà di analizzare se stesse, quello che producono e fanno e come affrontano i problemi ambientali, o per presentarsi all’opinione pubblica come amanti dell’ecologia. 

La valutazione dell’impatto ambientale 

Un secondo ordine di problemi relativi ai rapporti fra aziende e ambiente, la cui soluzione sarà facilitata da migliori conoscenze del metabolismo industriale, è costituito dalle procedure di valutazione dell’impatto ambientale. L’esperienza del passato ha mostrato che molti insediamenti industriali sono avvenuti in località troppo a ridosso di zone popolate, in condizioni non in grado di far fronte a incidenti, eccetera. 

Da alcuni anni a questa parte le aziende che hanno a che fare con materiali pericolosi devono sottostare a norme – si pensi per tutte a quelle della cosiddetta “direttiva Seveso” – che prevedono la conoscenza e la vera contabilità delle materie pericolose presenti in ciascuna unità produttiva e in ciascun processo produttivo. A seconda del tipo di materiali presenti le aziende devono sottostare a procedure di notifica alla pubblica amministrazione, di informazioni del pubblico, eccetera, per le quali la conoscenza dei flussi di materiali attraverso ciascuna azienda ha avrà un ruolo centrale. 

Inoltre la normativa comunitaria richiede che ogni nuovo insediamento produttivo, ma anche di servizi, possa avvenire previa una analisi del cosiddetto “impatto ambientale”. Siamo certo all’inizio delle norme per la misura di tale impatto, per ora limitata agli effetti sul mondo naturale (sulla vegetazione, sui boschi, sulla stabilità idrogeologica). Ma sempre più sarà richiesta un’analisi degli effetti che ciascun “processo” presente nel futuro insediamento avrà sull’ambiente circostante, per esempio sotto forma di inquinamenti, eccetera. Gli effetti ambientali dipendono, come è ovvio, dalle caratteristiche dell’ambiente (portata dei fiumi, circolazione dell’aria, eccetera) ma anche dalle materie che fuoriescono da ciascun processo.

Il problema dei rifiuti 

L’analisi del metabolismo industriale consente anche di vedere quali azioni possono essere intraprese per diminuire la produzione di rifiuti o l’effetto inquinante – e i relativi costi. I rifiuti gassosi possono essere in parte abbattuti con filtri. I rifiuti liquidi, urbani e industriali, possono essere filtrati o modificati con processi di depurazione chimici e microbiologici, prima di essere immessi nei fiumi, nei laghi o nel mare. Inutile dire che anche in questo caso siamo di fronte a “processi”, di cui è possibile e utile riconoscere e analizzare il flusso di materia e di energia, quello che si è chiamato, appunto, “metabolismo”. Infatti le sostanze inquinanti vengono trasformate, con aggiunta di vari agenti, in sostanze gassose (anidride carbonica, ma anche altri gas) e con formazione di sottoprodotti, per lo più fanghi, che richiedono a loro volta altri processi per evitare la loro immissione nell’ambiente. 

I rifiuti solidi, anziché essere scaricati tali e quali nell’ambiente, in discariche più o meno sicure, possono essere inceneriti, con diminuzione del loro volume e della loro massa, ma con inquinamento dell’atmosfera. Anche un inceneritore — adesso li chiamano termodistruttori o termovalorizzatori, quando viene ricuperata (e venduta) una parte del calore che si libera nella combustione — funziona con un processo che genera sostanze gassose, ma anche ceneri che richiedono particolari attenzioni per lo smaltimento,  per lo più in discariche. 

Ma la vera soluzione per affrontare razionalmente il problema dei rifiuti solidi consiste nel riconoscere che essi sono, sostanzialmente, scorie o sottoprodotti di altre lavorazioni o, nel caso dei rifiuti del “consumo”, sono costituiti da “merci usate”, contenenti le stesse materie che erano presenti nelle merci originali. Tali materie possono essere ricuperate e trasformate in merci nuove con operazioni di riciclo. 

Come è ben noto è possibile, almeno entro certi limiti,  ottenere nuova carta dalla carta straccia, nuovo alluminio dall’alluminio usato, eccetera. In queste condizioni i residui delle attività di produzione e di consumo possono diventare materie prime — talvolta chiamate “materie seconde” — per nuovi cicli produttivi, ciascuno costituito da uno o più processi, con il proprio metabolismo, i propri costi e i propri inquinamenti. La convenienza ecologica ed economica dell’operazione dipende dalla qualità e dai caratteri delle merci, dalla qualità “merceologica” dei rifiuti, cioè delle merci usate, dal processo di riciclo e dal suo bilancio di materia ed energia (23). 

Può esserci, infatti, il pericolo che nei processi di riciclo si generino agenti inquinanti in quantità maggiore di, anche se diverse da, quelle associate ai cicli produttivi che partono da materie prime tradizionali. Per rendere efficaci le operazioni di riciclo sarà sempre più necessario chiedere ai produttori di progettare merci adatte per essere riciclate dopo l’uso, il che comporta una vera rivoluzione industriale e tecnico-scientifica. 

Nello stesso tempo occorre sviluppare tecniche chimiche, fisiche e merceologiche per riconoscere la presenza di eventuali contaminanti nei prodotti riciclati con possibili danni per la salute degli acquirenti, ed è opportuno prevedere modifiche delle norme e dei capitolati di acquisto delle merci, in modo da incoraggiare l’uso dei prodotti riciclati, al posto di quelli ottenuti da materie prime “vergini”: minerali, prodotti forestali, eccetera. I dati oggi disponibili mostrano che lo sviluppo di un adeguato riciclo delle merci usate assicura la creazione di posti di lavoro e da vita a nuove imprese, talvolta dotate di alta e innovativa tecnologia. 

La domanda di nuove professionalità 

Le poche precedenti considerazioni indicano che la crescente attenzione “ecologica” comporta l’introduzione nelle aziende di nuovi professionisti, capaci di procedere all’analisi di fenomeni che finora erano esclusi dalla tradizionale educazione economica. Finora le etichette si sono moltiplicate e si parla di ecomanagers, di “Green management”, eccetera, parole che talvolta sottintendono managers capaci di trattare con la pubblica amministrazione per alleviare i costi e i vincoli, o di trattare con i movimenti o gruppi ambientalisti, spesso visti come ficcanasi che cercano di aumentare le difficoltà in cui le imprese già si dibattono. 

Si moltiplica l’offerta di corsi di aggiornamento e di formazione per questi nuovi funzionari. Ma siamo sicuri che tali corsi preparino i managers adatti ? O, meglio: quali conoscenze e informazioni dovrebbe avere un funzionario che deve affrontare, insieme, problemi economici e finanziari e problemi tecnici e ingegneristici ? 

La mia personale esperienza, di persona che ha seguito corsi universitari tecnico-naturalistici, come quelli di una laurea in chimica, e che ha insegnato per tutta la vita in una facoltà di studi economici, mi suggerisce che è difficile trovare un linguaggio comune. Non si tratta soltanto di due differenti culture — tanto più che alle due culture credo poco — ma di portare nel mondo economico e produttivo la comprensione di aspetti che sono spesso squisitamente tecnici — fisici, ingegneristici e in gran parte chimici. Mi auguro che i vari tentativi di corsi universitari o post-universitari in ingegneria economica o in economia ambientale o in scienze ambientali riescano a dare una risposta alla domanda di nuova professionalità posta dalla crescente attenzione per i fenomeni che ho qui brevemente esposto. 

I nuovi professionisti avranno un ruolo importante anche nella pubblica amministrazione: chi ha avuto a che fare con le statistiche relative all’inquinamento, ai rifiuti, eccetera, ha costatato quanto siano carenti le informazioni (24): eppure sulle informazioni disponibili si basa la pubblica amministrazione nell’applicazione di imposte e divieti e vincoli, spesso fonti di innumerevoli conflitti. 

Vorrei concludere suggerendo che il lavoro delle aziende, il comportamento dei governi, nazionale e locali, e dei funzionari sarà facilitato se si renderà disponibile una fonte di informazioni di base sul metabolismo industriale, una specie di “enciclopedia dei processi”, di cui tante volte è stato tentato l’avvio (25)(26) finora senza successo. 

Note 

(1)  R.M. Solow, “The economist’s approach to pollution and its control”, Science, 173, 498-503 (6 August 1971), traduzione italiana: ”Il punto di vista dell’economista sul problema dell’inquinamento e del suo controllo”, in: G. Cannata (a cura di), “Saggi di economia dell’ambiente”, Milano, Giuffrè, 1974, p. 141-162. 

(2)  Non a caso sono stati i professori di economia pubblica, come Emilio Gerelli, in Italia, a occuparsi per primi di economia dell’ambiente. Si vedano, per esempio, di questo autore: “Economia e tutela dell’ambiente”, Bologna, il Mulino, 1974, e molti altri libri successivi. 

(3)  E’ opportuno, a questo punto, precisare che userò il termine “merci” per indicare qualsiasi materiale (ma anche l’energia) scambiato nei processi economici, ma anche in quelli vitali. Così includerò nel termine le materie prime necessarie per la produzione (minerali, combustibili fossili, prodotti agricoli, forestali e animali), i prodotti intermedi, i prodotti finali che arrivano al “consumo”. Potrà, così, trattarsi, a volta a volta, dell’acciaio come dell’automobile o delle lattine di alimenti in scatola, della benzina, come della materia plastica o del sacchetto per la spesa. Inoltre — e qui l’uso del termine sarà ancora più eterodosso — nella presente analisi chiamerò “merci”, scambiate senza alcuno scambio di denaro, anche l’ossigeno tratto dall’aria per bruciare i combustibili, o l’anidride carbonica sia quella tratta dall’atmosfera (gratis) dai vegetali per “fabbricare se stessi” con la fotosintesi,  sia quella ceduta (si potrebbe dire “venduta”, sia pure, per lo più, senza alcun intervento del denaro) all’atmosfera dai camini delle caldaie o dai tubi di scappamento degli autoveicoli come risultato delle combustioni. 

(4)  I servizi sono sempre, direttamente o indirettamente, legati ad una circolazione di materia: la nota immagine di un mondo immateriale o virtuale è abbastanza ingannevole, se tende a far credere che la società virtuale del futuro non avrà bisogno di materia. Il computer su cui scrivo questo articolo, la rete con cui lo trasmetterò agli organizzatori di questo convegno, la traccia che conserverò per leggere l’intervento richiedono una quantità grandissima di materiali – silicio, materiali magnetici, carta, terre rare, titanio, plastica, eccetera, provenienti da tutti i paesi del mondo. 

(5)  Il termine “consumo” è scritto fra virgolette perché in realtà ciascuna persona non “consuma” le merci che usa, ma ne trasforma la materia e l’energia in altre forme, dissipate nell’ambiente circostante, come sarà chiarito meglio in seguito. 

(6) G. Nebbia, ”La bioeconomia: somiglianze e diversità fra fatti economici e fatti biologici”, Rassegna Economica (Napoli), 52, (3), 521-544 (luglio-settembre 1988); G. Nebbia, “Storia naturale delle merci”, Rassegna Chimica, 43, (6), 241-249 (novembre-dicembre 1991); G. Nebbia, “Somiglianze e diversità fra fatti economici e fenomeni biologici”, Lectio doctoralis in occasione dell’assegnazione della Laurea honoris causa in Discipline Economiche e Sociali, Facoltà di economia, Università del Molise, Campobasso, 10 marzo 1998. 

(7) Quanto precede spiega perché si parla ormai di “metabolismo industriale”, un termine proposto nel 1987 da  Robert Ayres per indicare sostanzialmente quello che ho chiamato “storia naturale delle merci”, e divenuto ormai di uso comune. Si veda per esempio: R. Ayres, “Le metabolisme industriel et les changements de l’environnement planetaire, Revue Internationale des Sciences Sociales, 41, (3), 401-412 (agosto 1989), il successivo libro: R.U. Ayres e U.E. Simonis (editors), “Industrial metabolism”, Tokyo, United Nations University Press, 1994, e molti libri e lavori successivi). 

(8) F. Quesnay, “Tableu economique”, 1756-1758. Della “tavola economica” di Quesnay parla K. Marx sia nella “Teoria del plusvalore”, pubblicata come “Storia delle teorie economiche” (vol. I, p. 87, traduzione pubblicata da Newton Compton), sia nel “Capitale” quando tratta la circolazione delle merci (vol. I, p. 215-230; cap. XVIII, II libro, vol. II, p. 2, secondo la numerazione della traduzione pubblicata da Einaudi). 

(8a)  A. Marshall, “Mechanical and biological analogies in economics”, Economic Journal, 8, March 1898; anche in: A.C. Pigou (editor), “Memorials of Alfred Marshall”, New York, Kelley & Millman, 1956, p. 312-318. Il concetto è ripreso in opere successive. Cfr.: A. Marshall, “Principles of economics. An introductory volume”, London, Macmillan, 8a edizione, 1920, p. XV. 

(9) N. Spulber (a cura di), “La strategia sovietica per lo sviluppo economico, 1924-1930”, Torino, Einaudi, 1970 (l’edizione inglese è del 1964). 

(10)  W. Leontief, “Environmental repercussions and the economic structure”, The Review of Economics and Statistics, 52, (3), 262-171 (August 1970); traduzione italiana: “Relazione fra le struttuire economiche e loro effetti sull’ambiente secondo l’analisi input-output”, in: G. Cannata (a cura di), ”Saggi di economia dell’ambiente”, Milano, Giuffrè, 1974, 113-140. Altra traduzione in: W. Leontief, “Teorie, modelli e politiche in economia”, Milano, Etas Libri, 1980, p. 77-97                                         

(11)  O.Lange, “Economia politica”,  due volumi, Roma, Editori Riuniti, 1970. L’opera, del 1959, è rimasta incompiuta per la morte dell’autore, nel 1965. 

(12)  H.E. Daly, “On economics as a life science”, Journal of Political Economy, 76, (33), 391-406 (May-June 1968); cfr.: G. Girone, G. Lagioia e C. Tricase, “Sulle analogie fra fatti economici e fatti biologici e un dimenticato saggio di Herman Daly”, Annali della Facoltà di Economia e Commercio della Università di Bari, N.S. 31, 227-251 (1992). 

(13)  R.U. Ayres e A.V. Kneese, “Production, consumption and externalities”, American Economic Review, 59, (3), 282-297 (June 1969); traduzione italiana in G. Cannata (a cura di), ”Saggi di economia dell’ambiente”, Milano, Giuffrè, 1974, p. 79-112; A.V. Kneese, R.U. Ayres e R.C. d’Arge, “Economics and the environment. A materials balance approach”, Resources for the Future, Baltimore, Johns Hopkins University Press, 1970  (in questo libro è attribuita (p. 7-8) ad alcuni lavori del 1967 la prima idea di una contabilità fisica della produzione, comprendente le quantità dei rifiuti, e la proposta di elaborazione di una “matrice dei rifiuti”); R.U. Ayres, “Resources, environment and economics”. Applications of the materials/balance principle”, New York, Wiley Interscience, 1978 

(14)  N. Georgescu-Roegen, “The entropy law and the economic process”, Cambridge (USA), Harvard University Press, 1971. Sulle analogie fra fenomeni economici e fenomeni biologici N. Georgescu-Roegen aveva già scritto in “Analytical economics”, Cambridge (USA), Harvard University Press, 1966 

(15) R.E. Overbury, “Features of a closed-system economy”, Nature, 242, 561-565 (17 April 1973) e 243, 554-555 (19 June 1973). Come interessanti tentativi di una contabilità nazionale in unità fisiche si possono vedere: C. Stahmer, M. Kuhn e N. Braum, “Physical input-output tables for Germany, 1990”, Eurostat Working Paper 2/1998/B/1, 19 January 1997; Ole Gravgard, “Physical input-ouput tables for Denmark, 1990”, Statistics Denmark, Copenhagen, May 1998, e alcuni lavori contenuti nei volumi “Wuppertal Special 6, 1997” e “Wuppertal Special 8, 1998”, pubblicati dal Wuppertal Institute for Climate, Environment,Energy, Wuppertal, Germania. 

(16)  N. Georgescu-Roegen, “Energy analysis and economic valuation”, Southern Economic Journal, 45, (4), 1023-1058 (April 1979); traduzione italiana nel libro: N. Georgescu-Roegen, “Energia e miti economici”, Torino, Bollati Boringhieri, 1998, p. 108-160. Il saggio contiene una rassegna critica delle proposte di attribuire un “costo energetico” alle merci. 

(17)  Per una breve storia della misura del costo energetico delle merci cfr.: G. Nebbia, “Introduzione” a: P. Chapman, “Il paradiso dell’energia”, Milano, CLUP, 1982, p. 7-22. Molto più dettagliato è il libro di J. Martinez-Alier, “Ecological economics”, Oxford, Basil Blackwell, 1987; traduzione italiana col titolo: “Economia ecologica”, Milano, Garzanti, 1991. 

(18)  V. Spada Di Nauta, “La ricerca di alcuni ‘indicatori’ del valore naturale delle merci. Problemi metodologici e applicativi”, Pubblicazione n. 9, Dipartimento di Scienze geografiche e merceologiche, Università di Bari, 1992 

(19)  Si può a questo punto considerare che il “valore” in unità fisiche corrisponde a quella misteriosa entità chiamata “valore d’uso” dagli economisti classici, quel “Gebrauchtswert” di cui Marx parla nel primo capitolo del primo libro del “Capitale”, precisando che esso “liefert das Material einer eigenen Disziplin, der Warenkunde”. Cfr. G. Nebbia, “La Merceologia e un curioso problema filologico”, Quaderni di Merceologia, 4, (2), 23-29 (1965). 

(20)  E.M. Pizzoli, “Effetto delle attività umane sulle risorse naturali”, in: “Innovazione tecnologica, qualità e ambiente. Atti del XVI Congresso nazionale di Merceologia”, Pavia, settembre 1994”, Pavia, 1994, vol. I, p. 246-253 

(21)  G. Nebbia, “Alla ricerca di un’Italia sostenibile”, Mestre, Ecoistituto Veneto, 1997, 51 pp. 

(21a) G. Nebbia, “Il Prodotto Interno Materiale Lordo dell’Italia”, Economia e Ambiente, 22, (5/6), 8-17 (settembre-dicembre 2003); cfr. anche: Statistica

(22)  Da tempo alcuni autori considerano i rifiuti e le scorie come “merci negative” per le quali un’impresa deve affrontare un “costo”, anziché un ricavo come si ha nel caso dei prodotti e delle merci che si vendono e che quindi sono “positivi”, se così si può dire. 

(23)  G. Nebbia, “La rifiutologia, un nuovo capitolo della merceologia”, Inquinamento, 36, (6), VI-IX (giugno 1994); una versione aggiornata in Economia e ambiente, 15, (3), 3-10 (maggio-giugno 1996) e 15, (4), 11-16 (luglio-agosto 1996) 

(24)  Un coraggioso quadro della carenza di adeguate informazioni statistiche sulla produzione agricola, industriale, energetica, e sui relativi inquinamenti e rifiuti è presentato nella “Terza relazione sullo stato dell’ambiente in Italia”, Roma, Ministero dell’ambiente, agosto 1997, e dallo studio di O. De Marco e G. Lagioia, presentato al Congresso internazionale di Merceologia di Vienna, agosto 1997. 

(25) R.U. Ayres, R.B. Hoffman, B.C. McInnis e W.S. Page, ”The process encyclopedia: a conceptual framework”, Working Paper No. 79-10-01, Ottawa, Statistics Canada, 1979 

(26)  Cfr. anche: G. Nebbia, “Economic effects of technology changes in relation to the environment”, in “Problems of environmental economics”, Paris OECD, 1971, p. 181-187; G. Nebbia, “Detailed economic models of industrial and other activities”, U.N. World Health Organization, Regional Office for Europe, Working Group on regional residues, Rotterdam, 22-25 October 1974; G. Nebbia, “Contributo allo studio degli indicatori ambientali: le matrici dei rifiuti”, Rassegna Economica (Napoli), 39, (1), 37-62 (gennaio-febbraio 1975); anche in: “Scritti in onore di Ugo Caprara”, Milano, Vallardi, 1975, vol. III, p. 693-717.