SM 1983 — Aptior ad habitandum — 1996

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Generazione Giovani (Lecce), 16, 21-38 (apr-dic 1996); Anche in: “Pensieri per il XXI secolo”, Lecce, Multimeduia, 2003, p. 13-36  

Una intervista di Donato Palazzo a Giorgio Nebbia

D.  Da quarant’anni nei suoi scritti lei insiste su un passaggio della Gaudium et spes (1965): “Il fine ultimo e fondamentale dello sviluppo non consiste nel solo aumento dei beni prodotti né nella sola ricerca del profitto e del predominio economico” (n. 64), ripreso poi nella  Populorum  progressio (1967): “Non basta promuovere la tecnica perché la terra diventi  più umana da abitare; economia e tecnica non hanno senso che in rapporto all’uomo ch’esse devono servire” (n. 34). Come mai un professore universitario di merceologia — di una disciplina e di una scienza che parla proprio dei beni materiali, delle merci, della loro produzione e consumo —  ha insistito tanto su questi punti, così anti-merceologici ? 

R.   Proprio una persona che, per tanti anni, ha insegnato come si fabbricano e come sono fatte le merci è portata a interrogarsi se veramente esse rispondono a bisogni umani, se sono compatibili con le leggi della natura, se esistono altri modi per procurarsi cibo, energia, abitazioni. 

Gli eventi di questi ultimi trent’anni fanno pensare sempre più spesso alle parole attribuite a Dio da Geremia (2:7): “Io vi introdussi in una terra che è un giardino affinché mangiaste i suoi frutti e le sue squisitezze; e voi entrati avete profanato la mia terra e reso il mio dono un’abominazione”. 

Quando si guardano le colline devastate dagli incendi, la congestione urbana, la scomparsa della fauna, i fiumi contaminati da agenti tossici, le montagne che franano, l’intossicazione del corpo umano ad opera degli antiparassitari, dei metalli tossici, delle sostanze cancerogene, eccetera, viene davvero da chiedersi perché la tecnica sia stata usata non al servizio dell’uomo, ma in maniera così selvaggia, per contaminare un giardino ricco di  risorse e di “cose buone”. 

La presa di coscienza dei guasti ambientali nei paesi industriali ha così portato ad un riesame del destino dell’uomo tecnologico e consumatore che sfrutta in maniera sconsiderata la natura e che rischia di essere a sua volta vittima di questa degradazione. 

E’ vero che anche i paesi tecnicamente arretrati hanno provocato, per ignoranza, alterazioni della natura e ne hanno sfruttato le risorse con opera lenta, ma spesso ugualmente disastrosa. Nelle società avanzate, però, tale usura è molto più rapida; il “progresso” tecnico, nel trasformare le risorse naturali — aria, acqua, foreste, suolo, minerali, animali, vegetali — nel “bene supremo”, in merci e servizi, corrompe l’aria, l’acqua e gli altri beni senza i quali è impossibile il benessere fisico, psichico e morale degli esseri umani e perfino la loro sopravvivenza.

 

D.   La critica alla “società dei consumi” non è nuova: è stata formulata, solo per fare alcuni nomi, da Thornstein Veblen (1857-1929), da Bertrand Russell (1872-1970), da Lewis Mumford (1895-1990), nel Novecento, per non citare le opere giovanili di Marx (1818-1883), come i “Manoscritti del 1844″. Come mai lei la  ripropone  proprio in questo inizio del ventunesimo secolo ? 

R.   E’ vero che il dubbio che qualcosa non andasse nella frenesia produttivistica, nella corsa al benessere materiale, è stato più volte sollevato da studiosi, filosofi e uomini di cultura, ma il  successo tecnico e merceologico ha fatto tacere ogni volta la voce della coscienza e della ragione. 

Inoltre, fino a quando lo sfruttamento delle risorse naturali, la produzione di merci e gli  inquinamenti sono stati modesti, la natura ha sopportato l’immissione dei prodotti del  metabolismo delle città e delle industrie “digerendoli” nei suoi grandi cicli biologici e geochimici.  Pur davanti allo squallore delle grandi città industriali e alla sporcizia dei fiumi e delle spiagge, non si è mai pensato, fino a pochi anni fa, che la natura potesse ribellarsi e che potesse affacciarsi il pericolo di una ecocatastrofe. 

L’aggravarsi dell’usura delle risorse naturali è stata una conseguenza dell’aumento della  popolazione, dell’aumento della richiesta di beni e della crescente “perfezione” della tecnica; ci se ne è resi conto, in particolare, con la costruzione e l’uso della bomba atomica, la prima  invenzione che ha mostrato in maniera inequivocabile di poter arrecare danni, attraverso l’immissione di prodotti radioattivi artificiali, a tutti gli esseri viventi su tutta la Terra, oggi e in futuro. 

Le successive scoperte di prodotti sintetici come i detergenti, i pesticidi, le materie plastiche,  salutati all’inizio con entusiasmo perché hanno permesso di risolvere numerosi  problemi della vita quotidiana con grande successo economico per i fabbricanti, hanno rivelato, dopo pochi anni, pericoli nascosti soprattutto perché tali prodotti, per la loro composizione chimica, sono estranei alla natura, restano stabili e inalterati e non vengono decomposti e degradati dai normali  processi di disintossicazione del mondo naturale, e spesso risultano tossici per tutti gli esseri viventi. 

Molte altre invenzioni considerate un progresso tecnico e economico hanno provocato la degradazione e l’inquinamento dell’ambiente, dalla cui integrità dipende la sopravvivenza degli esseri umani, al punto da far temere che presto possano mancare aria e acqua pulite, terreno fertile, città in cui sia possibile muoversi e abitare in maniera decente, “civile”, che risulti compromessa la stessa possibilità di continuare a produrre e a consumare, a vivere nel futuro. In altre parole che sia compromessa la sopravvivenza del pianeta, dello sviluppo, della società umana della presente e delle future generazioni.

 

DChe ruolo ha avuto in questa analisi critica la “scoperta” dell’ecologia

R.   L’ecologia, intesa originariamente — il termine è stato “inventato” nel 1866 dal biologo tedesco Ernst Haeckel (1834-1919) — come studio delle relazioni fra gli organismi viventi e l’ambiente in cui essi vivono, a poco a poco è apparsa come lo strumento per lo studio dei rapporti fra gli esseri umani e la loro casa (oikos, appunto), l’intero pianeta Terra. Abbiamo così preso coscienza di alcune cose pur ovvie, ma alle quali non si era data sufficiente importanza. Noi non possiamo trarre le risorse necessarie altro che dalla Terra, nostra unica casa nello spazio; da nessun altro pianeta o corpo celeste, raggiungibile con mezzi tecnici in un numero ragionevole di settimane o mesi di viaggio spaziale, possiamo ricavare energia, spazio abitabile, aria, minerali, spazio coltivabile, acqua, alimenti. 

Le  risorse naturali sono disponibili in quantità grandi, ma non illimitate e in certe zone della Terra, specialmente nei paesi densamente abitati e altamente industrializzati, lo sfruttamento di  alcune di tali risorse sta già  portando a situazioni di crisi. Si pensi al graduale abbassamento  della falda idrica in molte zone, come conseguenza di una eccessiva sottrazione di acqua per consumi urbani e industriali che spesso costituiscono dei veri e propri sprechi, si pensi all’impoverimento delle riserve mondiali di petrolio, si pensi al deterioramento dell’ambiente agricolo e all’erosione dei suoli in seguito ad un forzato aumento della produttività, si pensi alla congestione del traffico nelle città.

 

D.  Lei ha “inventato”, nel 1972, il termine di “società dei rifiuti” per far notare che la quantità di scorie e di rifiuti delle attività umane ha un peso molto superiore a quello dei beni materiali utilizzati. E racconta che fu allora accusato di essere un sovversivo nei confronti della felice società dei consumi. 

R.   I “beni” fabbricati dalla tecnica non scompaiono; noi, “purtroppo”, non “consumiamo” le merci che usiamo, ma queste, dopo l’uso, in un periodo più o meno breve, si trasformano in rifiuti che devono essere smaltiti “da qualche parte”, cioè, per forza, negli stessi serbatoi delle risorse naturali — nei fiumi, nel mare, nel suolo, nell’aria — dai quali traiamo ciò che ci occorre per vivere e per produrre. 

Essere di più sulla Terra, produrre di più e più intensamente, significa, quindi, avere meno risorse disponibili per il futuro e peggiorare continuamente, attraverso la miscelazione con  i rifiuti, la qualità di quelle restanti, tanto che la nostra merita davvero il nome di “società dei rifiuti”, più che di “società dei consumi”. 

La biosfera ha delle possibilità di autoriparazione nei confronti della sottrazione di una crescente parte delle sue risorse, e di disintossicazione nei confronti degli inquinamenti, ma anche tali possibilità sono limitate. La Terra  è — per usare una bella immagine dell’economista cattolica  inglese Barbara Ward (1914-1981) — come una capsula spaziale che porta con se una limitata scorta di aria, acqua, cibo per i suoi astronauti — noi terrestri — che nella stessa capsula devono depositare i propri rifiuti: con la differenza che la Terra non ha  nessun posto in cui andare o tornare per rifornirsi di altre risorse o scaricare i rifiuti.

 

D.  L’ecologia è andata assumendo, in questi anni, un significato più ampio che riporta in causa antiche virtù come la solidarietà. 

R.  La grande lezione dell’ecologia è che esiste una stretta interrelazione fra tutte le risorse naturali e gli esseri viventi e che una azione in un punto del pianeta ha effetti sull’equilibrio dell’intera biosfera. Essa ci invita perciò a prendere coscienza di un nuovo senso di solidarietà fra tutti i componenti della biosfera, siano essi viventi, come gli esseri umani e gli altri esseri animali e vegetali, siano non viventi, “creature anch’esse” (le parole sono di Paolo VI, del  1971), come l’acqua degli oceani e delle terre emerse, l’atmosfera, il suolo, i minerali. 

Assumono a questo proposito particolare significato le parole di San Francesco che ha posto la natura sullo stesso piano dell’uomo e ha chiamato fratelli e sorelle l’acqua, l’aria, la terra, il fuoco, gli animali allo stato selvaggio, con i quali, oltre che con gli esseri umani, il Creatore ha voluto manifestare la sua grandezza e che per questa ragione vanno amati e rispettati. 

La nostra salvezza, la sopravvivenza degli esseri umani sul pianeta, richiedono che essi lavorino questa Terra, ma ricordino che ne sono i “custodi” — secondo l’immagine di Genesi 2:15  — e che i beni della Terra sono dati per il dignitoso sostentamento di tutti gli esseri umani e devono essere usati al fine di realizzare, per la presente e le future generazioni, delle condizioni adatte allo sviluppo integrale e non solo materiale dell’uomo. 

Se è vero che alcune situazioni di sfruttamento della natura e di inquinamento della biosfera possono essere sanate impiegando, diversamente, altra tecnica, adottando opportuni depuratori oppure con azioni di rimboschimento e di  ristrutturazione delle città e del mondo rurale, per conservare un mondo naturale a dimensioni degli esseri umani, vivibile, “aptior ad habitandum”, appunto, occorre una revisione radicale di molti dei modelli di comportamento finora adottati, occorre una nuova cultura. 

Difesa e conservazione della natura significano rifiutare l’egoismo e la furberia, avvicinarsi diversamente ai grandi problemi della casa, della città, della produzione, riformare la nostra valutazione di ciò che è “economico”. Vengono alla mente le parole scritte da T.S. Eliot 1888-1965) nel 1939 nel libro: “L’idea di una società cristiana”: “L’organizzazione della società sulle basi del profitto individuale e della distruzione collettiva dei beni conduce sia al deturpamento dell’umanità, attraverso un industrialismo indisciplinato, sia all’esaurimento delle risorse naturali. Buona parte del nostro progresso materiale sarà forse pagata a caro prezzo dalle generazioni future”. Così è stato per la seconda metà del ventesimo secolo e ancora di più tale rischio esiste per gli abitanti del ventunesimo secolo.

 

D.   Ricordo che, nel 1971, lei scrisse un lungo articolo intitolato: “Per una visione cristiana dell’ecologia”, apparso in uno degli undici numeri, gli unici pubblicati, della rivista “Ecologia“. Lei crede che il cristiano abbia qualcosa da dire di particolare sui problemi dei rapporti fra uomo e natura ? 

R.  Lo sfruttamento della natura, gli inquinamenti, le offese all’ambiente vanno rifiutati perché sono in contrasto con il principio dell’amore per il prossimo, per quello che è vicino a noi, che conosciamo, che avveleniamo con i gas dello scappamento dell’automobile, ma anche per quello che è lontano, in qualche altro punto del pianeta, che non sa più dove trovare il cibo a causa dell’avvelenamento dei pesci con i rifiuti, dei raccolti con i nostri pesticidi, e addirittura del “prossimo del futuro”, che non conosceremo mai, ma di cui, con certe nostre azioni compiute oggi, possiamo influenzare negativamente le condizioni di vita. 

Così, indipendentemente dal reato nei confronti delle leggi umane, si arreca danno al prossimo quando lasciamo l’automobile parcheggiata in seconda fila, quando usiamo i pesticidi, quando usiamo in eccesso energia, dal momento che l’uso dei combustibili fossili provoca un inquinamento e anche modificazioni climatiche che fanno peggiorare le condizioni di vita degli abitanti dell’intero pianeta. 

Per usare un termine su cui oggi si sorride, è un “peccato” verso il prossimo liberare con l’energia nucleare usata per fini commerciali sostanze radioattive che entrano in tutti gli  organismi della Terra con conseguenze difficilmente prevedibili, in quanto la radioattività liberata oggi resterà inalterata per millenni nei depositi, quella assorbita dagli organismi animali continuerà a far sentire i suoi effetti per decenni. 

Così sono forme di violenza la distruzione degli animali allo stato naturale con lo pseudo-sport della caccia o per procacciare pelli; è un peccato la speculazione edilizia che porta alla costruzione di città inumane; lo sfruttamento del suolo; il rumore (la collera dei clackson, la  frustrazione degli scappamenti aperti, ma anche lo sfacciato suono delle campane perché non è detto che il Signore apprezzi che si inneggi a lui facendo saltare nel sonno chi  dorme);  la  distruzione delle  foreste; l’avvelenare i passanti con i gas di  scarico degli  autoveicoli; lo scarico da parte delle fabbriche di rifiuti e di agenti inquinanti nell’aria, nei fiumi e nel mare, e molte altre azioni.

 

D.  Se accettassimo questa sua etica dovremmo rifiutare molti dei vantaggi della moderna industria ed economia. Non crede che questa sua interpretazione dell’ecologia finisca per farne una scienza sovversiva ?

R.  E’ qui che viene l’attualità delle parole della Populorum progressio che lei citava all’inizio: quale tecnica ? quale economia ? per che cosa ?  

Il  fatto è che tutte le azioni, ecologicamente riprovevoli, prima elencate, vengono generalmente compiute per ragioni “economiche”, ubbidendo all’attuale filosofia che raccomanda l’espansione del reddito, della produzione e dei consumi che sono i motori della fabbrica della felicità e del progresso. 

Ed è proprio qui che l’ecologia, imponendo una revisione del concetto di progresso, si fa sovversiva. Se è vero, infatti, che gli esseri umani, a qualsiasi popolo e a qualsiasi civiltà appartengano, hanno una naturale tendenza verso un miglioramento delle loro condizioni di vita, verso una vita più lunga per se e per i propri figli, verso l’allontanamento delle malattie e del dolore, è altrettanto vero che in gran parte dei popoli e delle culture oggi il concetto di progresso è associato alla crescente disponibilità di beni materiali —  merci, macchine, energia, servizi — e di ricchezza e che questo obiettivo può realizzarsi soltanto sfruttando le risorse della natura e provocando inquinamenti. 

Ormai in tutti i paesi — in quelli orientali dove esistevano filosofie che proponevano diversi rapporti fra gli uomini e gli altri esseri animati e inanimati, nei paesi capitalistici come in quelli che fino a ieri avevano una economia  socialista, come negli ultimi paesi a economia  pianificata  —  il termine di paragone è il reddito individuale medio e un paese è considerato tanto più “progredito” quanto più alto è tale reddito. Rispetto ai rapporti con l’ambiente, l’aumento della ricchezza e dei beni materiali può aversi soltanto attraverso un crescente sfruttamento e deterioramento delle risorse dell’ambiente, dei beni collettivi non monetizzabili.

 

D.  La sua critica si riferisce a consumi e modi di vivere di una piccola parte dell’umanità, quella degli abitanti dei paesi ricchi; ma i quattro quinti dell’umanità non si sono neanche avvicinati all’ombra della società dei consumi. 

R.  Nei paesi tecnicamente avanzati, nei quali i bisogni e i servizi primari sono, in media, soddisfatti, l’aumento del reddito e della  produzione portano a soddisfare bisogni secondari e  artificiosi sollecitati dalla pubblicità e da condizionamenti palesi e occulti, e a veri sprechi. 

I  consumi artificiosi dei paesi sviluppati si traducono, a livello globale, in una rapida  diminuzione delle risorse naturali di buona qualità dalle quali dipendono il soddisfacimento dei bisogni primari e lo stesso sviluppo dei paesi poveri e, alla lunga, la stessa sopravvivenza di tutti gli esseri umani. 

In certe zone dei paesi sviluppati del Nord del mondo si sta addirittura osservando che gli effetti negativi dell’abuso e dello spreco delle risorse dell’ambiente ricadono sopra coloro che da tale abuso e spreco hanno tratto e traggono vantaggio: è il caso dell’impoverimento delle riserve di acqua dolce; del deterioramento dei raccolti in seguito alla forzatura delle colture intensive e all’uso eccessivo dei pesticidi e dei concimi; dell’inquinamento del mare; della congestione urbana, eccetera. 

D’altra parte gli abitanti dei paesi in via di sviluppo del Sud del mondo spesso mancano di una adeguata disponibilità dei beni necessari a soddisfare perfino i bisogni primari, anche perché sono costretti a coltivare prodotti destinati all’esportazione nei paesi ricchi, sottraendo terra alle coltivazioni che assicurerebbero cibo per loro stessi. 

In un tempo in cui i progressi della tecnica e delle attività economiche potrebbero permettere un’attenuazione delle disparità e delle ingiustizie sociali, troppo spesso essi si tramutano in causa del loro aggravamento e in alcuni luoghi perfino del regresso delle condizioni ambientali e umane dei deboli e dei poveri. 

Mentre folle immense mancano dello stretto necessario, alcuni, anche nei paesi meno sviluppati, vivono in una offensiva opulenza o dissipano i beni, per cui il lusso si accompagna alla miseria (Sono le parole, scritte nel 1965, nella Gaudium et spes, n. 63, e sono del tutto attuali a quarant’anni di distanza). 

E’ venuto il tempo di proporre una nuova definizione di progresso che ribadisca il diritto di tutti gli esseri umani ad avere un livello adeguato di beni per soddisfare i bisogni primari indispensabili, quali alimenti, abitazioni, assistenza  sanitaria, istruzione, dignità e diritto a vivere  in un ambiente decoroso. 

 

D.   Tutte le cose che lei elenca come “bisogni  primari” possono essere soddisfatti con merci e servizi molto differenti. Al “bisogno primario” istruzione ci si può avvicinare con una lavagna dentro una capanna, ma nessun ragazzo nei paesi “civili” si avvicina all’istruzione se non è attrezzato con cartelle e quaderni “firmati” e con libri di carta patinata, telefoni cellulari e computer. Chi dovrebbe stabilire quali sono i “bisogni primari” e con quali “beni” possono essere soddisfatti ? Questa sua contestazione della società dei consumi non finisce per portare ad una società totalitaria ?

R.  La necessità di distinguere fra bisogni primari e bisogni secondari artificiosi si fa tanto più  urgente in quanto all’attuale folle idea di progresso si ispirano anche i ceti poveri dei paesi ricchi e i paesi sottosviluppati. 

Per restare al caso dei poveri dei paesi industriali  avanzati, non assistiamo forse continuamente all’impiego del salario per ostentare consumi che rappresentano la fuga dai confini della propria classe ? L’indebitamento collettivo per ubbidire ad una moda di consumi ispirata dai fabbricanti fa sì che l’analfabetismo conviva con i più moderni elettrodomestici e con i telefoni cellulari, che il padre, la madre, i bambini vengano indegnamente strumentalizzati per stupidi consumi, che una offensiva ostentazione consumistica (anche nelle cerimonie religiose) faccia indebitare le famiglie povere che devono fare, “per la gente”, sfoggio di superfluità sacrificando ben più importanti valori, come l’istruzione e la sicurezza dell’avvenire e della salute dei figli, e tutto questo sprecando e sporcando l’acqua e l’aria e il verde e il mondo circostante. Su scala globale, se i paesi oggi poveri adottassero dei livelli di consumi come quelli americani o europei odierni, che sembrano rappresentare il vertice della felicità, la richiesta e lo sfruttamento delle riserve di risorse naturali in tutto il pianeta avrebbe conseguenza disastrose in pochi anni. 

Poiché non è possibile sottrarre senza limiti risorse da un serbatoio di capacità finita, come è la Terra, il possedere maggiori quantità di beni materiali, merci e macchine porta a depauperare e a sporcare le risorse naturali e a togliere agli altri, al prossimo della nostra e delle future generazioni, acqua pulita, aria limpida, il verde, le condizioni indispensabili per lo sviluppo fisico, psichico e morale, cioè per il vero progresso umano. 

Dovrebbe essere compito dei governi orientare la produzione e i consumi delle merci verso il soddisfacimento di bisogni primari e non è detto che ciò richieda una società autoritaria. E’ necessaria invece una società morale. E’ indispensabile che i parlamenti e i governi pianifichino i grandi processi civili ed economici — scuola e traffico, abitazioni e produzione, servizi sanitari e igienici, eccetera — non sotto la pressione degli interessi finanziari di una ristretta minoranza, ma alla luce di valori anche etici, fra cui l’etica della scarsità dei beni della natura. 

 

D.  Nel suo vecchio articolo che ho prima ricordato lei cita un passo della lettera in cui Paolo invita Timoteo a “contentarsi di ciò che si ha, perché nulla abbiamo portato nel mondo e nulla, senza dubbio, possiamo portare via” (I Tim:6,6-7). La continenza come guida ad una  nuova saggezza ecologica non è solo un’idea impopolare — oggi addirittura una bestemmia — ma è anche piena di contraddizioni. 

R.  L’idea della continenza, dell’austerità, è esposta all’ironia, anzi alla riprovazione, da parte del potere economico, e all’accusa che i malinconici frustrati, come ci chiamano, criticando l’attuale struttura dei consumi vogliono tornare al tempo delle caverne. E’ quello stesso potere economico che oggi si presenta tanto amico dell’ecologia e degli ecologi sperando di cavalcare la nuova tigre per poter continuare a inquinare e a sfruttare la Terra senza eccessivi disturbi ai propri bilanci aziendali. 

E’ innegabile che, una volta assaporato il frutto dell’albero della tecnica, non si può tornare indietro e che le proposte di continenza merceologica nascondono, sotto il loro fascino, profonde contraddizioni. E’ credibile che si possa smettere di produrre energia, macchine, strumenti di lavoro, con la popolazione mondiale che aumenta di sessanta milioni di persone all’anno, con  tremendi problemi di sottoalimentazione, di sottosviluppo, di disoccupazione ? E, d’altra parte, possiamo continuare a correre, con incoscienza, verso il diboscamento e l’erosione del suolo ? 

Possiamo decidere, nel nome della salvaguardia degli equilibri naturali, di non usare più pesticidi col rischio di lasciar morire milioni di persone per mancanza di cibo o per malattie ? E, d’altra parte, possiamo accettare l’idea che, continuando ad usare gli attuali pesticidi, si avvelenino, nel corso di alcuni decenni, tutti gli esseri viventi della Terra ? 

Possiamo negare acqua, energia e fertilizzanti ai due terzi sottoalimentati della popolazione terrestre perché le opere di regolazione del corso dei fiumi turbano l’equilibrio ecologico di migliaia di kilometri quadrati della superficie terrestre o perché le centrali nucleari producono dei residui radioattivi il cui smaltimento senza pericolo diventerà sempre  più difficile ? E, d’altra parte, possiamo accettare che le valli si trasformino in deserti e che i residui radioattivi contaminino, in trenta o cento anni, tutta la biosfera ?

Come possiamo distinguere fra la produzione di merci inutili, ispirata soltanto al profitto privato e imposta con le raffinate tecniche della persuasione a consumatori ormai sazi nelle loro necessità elementari di cibo e di lavoro, e la produzione di beni in grado di assicurare un minimo di  vita umana a quelli che oggi vivono in condizioni sub-umane ? Come possiamo capire quando economia e tecnica sono “al servizio dell’uomo” o quando sono al servizio dei bilanci aziendali ? 

 

D.   Lei sembra dimenticare che la produzione e i consumi di merci e servizi sono indispensabili per assicurare occupazione a milioni di persone in Italia, a miliardi di lavoratori nel mondo ? Questa un po’ elitaria contestazione del consumismo non rischia di essere pagata dalle classi meno abbienti

R.   Una delle contraddizioni della proposta di austerità merceologica riguarda proprio la forza lavoro. Che cosa faremo della mano d’opera che probabilmente resterà disoccupata se porremo dei limiti al processo di produzione di merci che, anche se inutili, pure contribuiscono a tenere in piedi un meccanismo da cui dipende la vita di tante famiglie ?  Con che coraggio raccomanderemo la continenza ai poveri, a coloro che non hanno ancora neanche assaporato il frutto dell’albero della tecnica ? 

Non si  può infatti dimenticare che lo sfruttamento della natura ha luogo anche per assicurare un minimo di beni a coloro che non hanno niente, tiene in moto un meccanismo che, oltre a procurare profitto ai padroni, assicura lavoro agli operai ed è liberatorio da molti bisogni elementari. I detersivi sintetici e le lavatrici, responsabili di inquinamenti, hanno liberato la donna dalla schiavitù del bucato e dal lavatoio; l’automobile che porta l’operaio più  rapidamente sul posto di lavoro inquinando l’atmosfera, permette però allo stesso lavoratore di stare più tempo con la sua famiglia; e così via. 

 

D.  Mi pare che la continenza proposta colpirebbe maggiormente, oltre alle classi povere dei paesi industriali del Nord del mondo, anche gli abitanti dei paesi poveri del Sud del mondo. 

R.   Effettivamente la continenza nei consumi, intesa come atto di amore per il prossimo del futuro, al quale si vuole lasciare un’adeguata eredità di risorse naturali ancora di decente qualità, potrebbe tradursi in un atto di ingiustizia verso i poveri di oggi; se infatti questa continenza  venisse adottata oggi da tutti gli abitanti della Terra, quelli che hanno già a sufficienza o molto  continuerebbero ad  avere quello che hanno e quelli che hanno poco o niente resterebbero come sono. 

Per realizzare almeno un minimo di giustizia occorre dare precedenza alle azioni tecniche e scientifiche e ai settori dell’agricoltura e dell’industria che assicurano una adeguata disponibilità dei beni primari a coloro che ne sono privi. Per far ciò è indispensabile imporre ai paesi che già  hanno molto una revisione critica della gerarchia dei bisogni di beni materiali e una azione di disciplina nei consumi e di freno nello sfruttamento delle risorse naturali. 

Del resto il principio sollecitato dalle Nazioni unite di uno sviluppo in grado di soddisfare i bisogni dell’attuale generazione lasciando alle generazioni future risorse che gli consentano di soddisfare ugualmente i loro bisogni — a parte l’inattuabilità per ragioni fisiche ed ecologiche di questo principio a cui è stata appiccicata l’etichetta di gran moda di “sviluppo sostenibile” — presupporrebbe una contrazione dei consumi dei paesi ricchi per assicurare ai paesi poveri le condizioni materiali per almeno un avvio del loro sviluppo. 

Anche così, tuttavia, per assicurare ai paesi poveri il raggiungimento di un livello dignitoso di sviluppo umano, per soddisfare i bisogni primari dei poveri, di quelli che non hanno neanche l’indispensabile, bisogna essere preparati a sacrificare una parte, che può essere anche rilevante,  della quantità e della qualità delle risorse naturali ancora restanti, togliendole alle generazioni future. 

Come decidere fino a che punto, anche solo per assicurare un minimo ai poveri, possiamo continuare a provocare inquinamenti, diboscamento, frane, mutamenti climatici, senza arrivare ad una catastrofe planetaria, è un problema pieno di incognite e costituisce uno dei più grandi impegni di ricerca da parte di ecologi  ed economisti, ma anche di politici e moralisti. Fra  l’altro bisogna sottoporre a revisione gli attuali concetti di produttività e di convenienza economica, in modo da comprendere, nelle valutazioni economiche monetarie, i costi sociali conseguenti al peggioramento della qualità dell’ambiente e i benefici derivanti dallo svolgimento della vita umana in un ambiente di buona qualità che assicuri un adeguato sviluppo fisico, psichico e morale. 

 

DNel corso del nostro ragionamento lei ha citato più volte il fatto che la popolazione mondiale aumenta rapidamente e che questo aumento aggrava tutti i problemi, già difficili, finora considerati. 

R.   Ci sono voluti alcuni milioni di anni per raggiungere, nel 1900, la presenza sulla Terra di un miliardo di persone; la popolazione era salita a due miliardi di persone dopo appena trent’anni  ed è diventata di quattro miliardi di persone nel 1975, di cinque miliardi nel 1987; di sei miliardi nel 2000. Anche se si osserva un sia pur piccolo rallentamento nel tasso di aumento della popolazione, la popolazione ogni anno aumenta di oltre sessanta milioni di esseri umani. 

Finora le azioni per rallentare l’aumento della  popolazione sono state ispirate all’egoismo individuale o collettivo, familiare o politico. Per chi ha molto si tratta di evitare di spartire quello che si ha con “troppi”altri; per quelli che hanno poco si tratta di evitare che i figli, essendo in troppi, non abbiano mezzi materiali sufficienti; i paesi ricchi temono che l’aumento degli abitanti dei paesi poveri — sono i poveri, infatti, che generalmente aumentano  più rapidamente dei  ricchi —  minacci l’equilibrio  mondiale, faccia aumentare il numero dei potenziali scontenti e rivoluzionari, con le loro pretese di ripartizione più equa delle risorse esistenti, porti ad una crescente pressione migratoria verso i paesi industriali. 

L’ecologia induce ad esaminare il problema della popolazione mondiale sotto diversa luce: quanto più aumenta il numero degli esseri umani sulla Terra, tanto maggiore è, per soddisfare anche soltanto i loro bisogni elementari, la richiesta di risorse naturali, l’impoverimento delle riserve di risorse che restano disponibili alle generazioni future. 

 

D.   Mi sembra di sentire, nelle sue parole, la  terribile  e spietata denuncia di Malthus, apparsa nella seconda edizione del  “Saggio sulla popolazione”, secondo cui devono essere respinti dal banchetto della natura coloro che vi si  presentano senza avere di che provvedere a se stessi. Tanto spietata che lo stesso Malthus ha tolto il passaggio nelle edizioni successive. Più volte, e anche di recente, le autorità della Chiesa cattolica hanno detto che bisogna invece allargare  il banchetto della natura. 

R.  Non c’è da illudersi che le risorse della natura — risorse di cibo, di acqua, di energia — possano aumentare, anche se più o meno lentamente: in realtà esse diminuisconoa mano a mano che aumenta la popolazione e tanto più rapidamente se anche aumentano i consumi. Se  guardiamo all’avvenire, i ricchi e i poveri si ritrovano tutti ugualmente poveri di quei beni naturali che sono indispensabili per una vita degna dell’uomo. 

Sulla  base di queste considerazioni assumono nuovo e realistico significato le parole della Gaudium et spes, della Populorum progressio e della Humanae vitae, l’invito ad una “paternità  responsabile” intesa come riconoscimento dei propri doveri verso se stessi, verso la famiglia e verso la società. 

Fra i doveri verso la società c’è anche la considerazione che l’aumento eccessivo della popolazione determina una sottrazione delle risorse indispensabili perché altri raggiungano uno sviluppo integrale e costituisce una mancanza di amore — non voglio dire un atto di violenza — verso il prossimo, presente e futuro, verso gli stessi figli e verso gli abitanti attuali e futuri del pianeta che avranno minori disponibilità di acqua, aria, di spazio abitabile, di condizioni umane di vita. 

 

D.   Proprio lei che parla di “trappole” nel cammino futuro della società umana, deve riconoscere che anche un rallentamento del tasso di aumento della popolazione, cioè del numero di figli per coppia, porta in breve tempo un aumento del numero di anziani: oggi nelle società industriali, domani in tutto il pianeta. Questi anziani hanno crescente bisogno di beni e servizi che richiedono denaro, proprio mentre sta diminuendo la popolazione in età lavorativa e quindi la fonte prima di reddito. 

R.  Questo quadro è realistico e presuppone nuovi indicatori e nuove azioni di solidarietà; presuppone la  necessità di aprire le porte dei paesi industriali alla forza lavoro proveniente dai paesi oggi poveri, presuppone la rottura di molti privilegi esistenti nei paesi ricchi, anche nelle classi lavoratrici, presuppone una nuova cultura del “servizio” per una nuova categoria, o “classe”, di deboli e di nuovi poveri, gli anziani appunto. Ma la soluzione di questi problemi non è facilitata  ma aggravata, da un ulteriore aumento di coloro che si affacciano al banchetto della natura. 

 

D.  Si sente spesso affermare che i guasti ambientali  provocati da un uso miope della tecnica possono essere riparati da un uso migliore, più attento, più intenso, di altra  tecnica. Lei è d’accordo ? 

R.   Coloro che vogliono evitare le contraddizioni esistenti fra l’erosione delle risorse naturali, l’aumento della  popolazione e i consumi, coloro che vogliono evitare di affrontare il problema dei “limiti” della Terra, fanno rilevare come, in molte zone del nostro pianeta, esistano ancora  grandi riserve di acqua, foreste, suolo coltivabile e come, da un punto di vista scientifico e tecnico, sia possibile mettere a coltura i deserti, estrarre acqua dolce dal mare, ridistribuire le risorse e le popolazioni spostandole da una  parte all’altra del globo in modo da alleviare l’eccessivo sfruttamento che, in particolari zone, la popolazione già esercita sulle risorse naturali locali. 

Fra tali proposte vi sono i giganteschi progetti di modificazione del corso dei fiumi, l’uso dell’energia nucleare per produrre fertilizzanti e acqua dolce dal mare, le grandi opere di diboscamento per ricavare nuovo terreno da coltivare nelle foreste tropicali, per raggiungere  risorse minerarie ancora non sfruttate, per aumentare la produzione agricola, facendo anche ricorso alle “miracolose” proposte di ingegneria genetica. 

A breve termine è possibile, con adatti accorgimenti, uscire dalle trappole tecnologiche in cui siamo caduti: agli inquinamenti si può riparare con impianti di depurazione, con nuove materie  plastiche, con nuove fonti di energia, con antiparassitari diversi, con nuovi detersivi, con nuove  e diverse automobili: i cambiamenti tecnici sono certamente costosi, fanno aumentare i costi di produzione e le imposte, ma permettono, entro certi limiti, di continuare sulla attuale strada del “progresso”.

Con l’illusione che, grazie alle risorse illimitate della tecnica, si possa evitare il rapido esaurimento delle limitate scorte di risorse naturali della Terra, molti si tranquillizzano e  ritengono così scongiurato il pericolo di dover consigliare la continenza nei consumi, il pericolo  di un rallentamento della corsa verso la produzione e il profitto, di dover raccomandare un rallentamento dell’aumento della popolazione mondiale. 

 

D.   Quali critiche lei muove alle azioni che potrebbero portare a quell’ingrandimento del banchetto della natura, di cui si parlava prima ?

R.   L’esperienza ha mostrato che le operazioni di  chirurgia planetaria finora attuato nascondono tutte drammatiche  trappole tecnologiche. Le grandi dighe hanno modificato il trasporto di sostanze fertili a valle e hanno fatto diminuire la fertilità dei suoli; le grandi opere di irrigazione hanno prosciugato i laghi di acqua dolce e li hanno trasformati in paludi saline; il diboscamento dell’Amazzonia e delle foreste tropicali ha consentito di aumentare la superficie coltivabile solo per breve tempo; il nuovo terreno è ben presto divenuto sterile ed esposto all’erosione. Molti sistemi di depurazione dei fumie delle acque non fanno altro che trasferire le sostanze nocive da una parte all’altra della biosfera; dalle acque o dai fumi, ai fanghi e al terreno e alle acque sotterranee. 

Nei paesi poveri la diffusione di alcune nuove tecniche avanzate, estranee alla cultura locale, ha creato una nuova classe dominante costituita da coloro che sono riusciti a ricevere dalle mani dei “bianchi” i segreti degli artifizi e dei macchinari e che diventano oppressori dei loro concittadini. Non a caso molti paesi poveri accusano i paesi ricchi di usare le storie dell’ecologia come nuovi strumenti di oppressione e di colonialismo. 

La soluzione va cercata in un “nuovo ordine economico internazionale”, invocato da tanti anni, ma sempre eluso, che richiede anche l’uso di tecniche che siano più al servizio della  persona  e della dignità umana, che al servizio dei bilanci aziendali. 

 

D.   Per realizzare questi obiettivi lei ha parlato dello sviluppo di una “ingegneria della carità“. Che cosa intende con queste parole ? 

R.   La realizzazione pratica dell’invito contenuto nelle parole della Populorum progressio con cui è iniziato questo nostro colloquio: una tecnica al servizio dell’uomo, capace di rendere la Terra “più umana da abitare”. Tecniche che aiutino i paesi poveri a muovere i primi passi sulla via di un reale sviluppo, basate più sull’amore che sull’energia nucleare, più sulla comprensione di bisogni e culture a noi estranei che sulle grandi dighe e autostrade. 

La conoscenza delle culture locali è di primaria importanza perché le nuove tecniche siano credibili ed accettabili e siano facilmente assimilabili.Le tecniche al servizio dell’uomo dovrebbero essere basate su attrezzature creabili sul posto di utilizzazione, con materiali e capacità locali, che gli abitanti dei paesi poveri devono imparare a fabbricare e usare con le proprie mani, per convinzione e non per imposizione di culture e interessi finanziari estranei. 

Penso a pompe per sollevare l’acqua dal sottosuolo, a sistemi di depurazione dell’acqua, a tecniche di conservazione dei prodotti agricoli, per migliorare le condizioni igieniche come gabinetti e fognature, per aiutare i minorati e i disabili, eccetera. 

Essenziale è il contributo dei tecnici locali, più vicini ai problemi di ciascun paese, ma occorre una svolta decisiva nella cooperazione  tecnico-scientifica che finora è stata orientata a preparare tecnici in grado di imparare e trasferire nei rispettivi paesi le nostre tecniche, spesso contrarie agli interessi dei paesi poveri, spesso disastrose per l’ambiente. Ci nsono innumerevoli esempi di trasferimento nei paesi del Sud del mondo di macchinari e tecniche, spesso eccedenze invendute del Nord del mondo, per il cui funzionamento occorreva personale e manutenzione mancanti nei luoghi di destinazione e finite come rottami ad arrugginire. 

 

D.   Tutta la sua impostazione mi sembra utopistica, dal momento che i paesi industriali hanno l’interesse a vendere a quelli poveri quello che sanno produrre, dai macchinari sofisticati, alle armi, alla propria cultura e al  proprio modo di vedere il mondo. Lo dimostra uno sguardo ai  nuovi paesi emergenti che scimmiottano, nelle città, nei negozi, negli edifici, le nostre città industriali. 

R.   Quanto le ho detto è difficile, non utopistico. Sarà perfino attuabile se si solleverà un  nuovo movimento di solidarietà che avrà anche lo scopo di diminuire i conflitti militari. 

Tali conflitti sono alimentati dalla grande industria delle armi, nelle mani del capitale dei paesi industriali, la più grande fabbrica di “merci oscene“; è contro tale fabbrica che va condotta una guerra coraggiosa e intensa, tanto più che la fabbricazione, la conservazione e la sperimentazione, anche non in guerra, e perfino la distruzione delle armi “scientifiche” (nucleari, biologiche e chimiche) rappresentano dei gravi attentati alla conservazione dell’ambiente e agli equilibri della biosfera. 

Nonostante il gran parlare di distensione, dopo 2000 esplosioni  sperimentali di bombe nucleari nell’aria e nel sottosuolo, soltanto alla fine del 1996 si è arrivati ad un trattato che vieta tali esplosioni. Ma siamo ancora ben lontani dal fare qualche passo concreto verso un vero disarmo nucleare, pur richiesto dal Trattato di non  proliferazione  delle armi nucleari, firmato e ratificato da tutti i paesi. 

E ancora oggi, nel 2003, nel mondo esistono decine di migliaia di bombe nucleari, con una potenza distruttiva cinquecento volte più grande di quella di tutti gli esplosivi usati durante la  seconda guerra mondiale. E se anche venisse deciso un vero disarmo nucleare, la distruzione e lo  smaltimento dei materiali esplosivi radioattivi, presenti in tali bombe dovrebbe impegnare intere  generazioni di tecnici e scienziati e enormi cifre. 

Lo stesso vale per le armi biologiche e chimiche che, pur essendo formalmente vietate e dichiarate illegali, continuano ad essere prodotte clandestinamente in vari paesi, anche in quelli poveri, e sono state usate in conflitti locali per uccidere o per rendere inabitabile l’ambiente  occupato dal nemico attraverso la distruzione della vegetazione o la contaminazione della biosfera. Anche la distruzione e lo smaltimento delle armi di guerra chimica può dar luogo a disastri ecologici e all’avvelenamento degli oceani. 

E’  semplicemente sbalorditivo che paesi che si dicono cristiani, e fra questi anche l’Italia, siano contrari ad un disarmo nucleare totale, invocando cavilli giuridici di diritto all’autodifesa e alla deterreznza, o addirittura producano le terribili mine anti-uomo che stanno uccidendo e mutilando milioni di  persone, fra cui molti bambini, nel mondo. 

 

DC’e’ un consiglio che vorrebbe dare a chi volesse attuare la rivoluzione tecnica ed economica, ma anche culturale, che lei auspica per la sopravvivenza del pianeta Terra ? 

R.   La salvezza può venire solo da una diffusione della cultura della speranza e della nonviolenza. Nonviolenza nei confronti degli altri esseri umani e della natura. Si tratta di  ricuperare antichi e dimenticati valori di rispetto del prossimo, di solidarietà, di rapporti internazionali disinquinati dalla violenza della sopraffazione, della concorrenza, del potere, del denaro. 

Si tratta di infiltrarsi nella scuola, la quale, nei paesi industrializzati, è ancora troppo permeata dai veleni della violenza, del successo privato, del consumo, e portare un nuovo messaggio, mobilitando gli insegnanti. Si tratta di denunciare la pubblicità che, incoraggiando i consumi inutili e gli sprechi, ha, come effetto, l’ulteriore degrado della natura e rappresenta, perciò, una forma di “ecopornografia”. 

Un ruolo importante avrebbero le chiese se condannassero, più di quanto non facciano, lo spreco, l’ostentazione, i consumi inutili. Si pensi all’occasione del giubileo, l’anno sabatico che, nel capitolo 25 del Levitico, viene specificamente indicato come l’anno in cui deve essere lasciata “riposare la Terra”, devono  essere restituite le terre accumulate nei cinquant’anni precedenti, devono essere liberati gli schiavi. Quale straordinario invito ecologico, e quanto lontano dalla frenesia consumistica che ha permeato il Giubileo romano del 2000 ! 

Un ruolo fondamentale avrebbero i partiti e le organizzazioni dei lavoratori, se avessero il coraggio di rivendicare i grandi valori di solidarietà e internazionalismo, contro le meschine manovre di protezione di interessi parziali. Oltre quarant’anni fa un gruppo di filosofi, naturalisti e tecnologi, riuniti a Perugia per un  convegno sul tema: “Verso il terricidio ?”, ha firmato un “manifesto” che dichiara “antiumana qualsiasi azione che, attraverso lo sfruttamento delle risorse naturali, arrechi danno fisico o  morale a qualsiasi uomo, in qualunque parte della Terra si trovi, vivente oggi e in futuro sul pianeta”.

Questa dichiarazione, che condensa il principio fondamentale dell’amore per il prossimo, può essere una guida per un cammino verso la nuova cultura della sopravvivenza e può essere   sottoscritta  da coloro che vogliono impegnarsi nell’operazione di salvataggio degli abitanti di questa nave spaziale alla deriva nello spazio.