SM 1924 — C’è pane per tutti ? — 1996

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Consumi e Società, 10, (5), 37-41 (settembre-ottobre 1996)

Giorgio Nebbia  nebbia@quipo.it

La domanda — c’è pane per tutti ? — sembra futile se formulata in un paese in cui, sulle tavole della famiglie, anche di quelle meno abbienti, c’è cibo a sufficienza, in cui una delle preoccupazioni di alcune fasce della popolazione consiste nel “mangiare di meno”, nel non ingrassare, in un paese come l’Italia, parte dell’Europa, i cui governanti  raccomandano di “produrre di meno” merci alimentari per  non  congestionare i mercati e far abbassare i prezzi.

Eppure l’apparente sovrabbondanza di prodotti agro-alimentari riguarda soltanto una piccola frazione dell’umanità. Rispetto ai circa 1.300 milioni di abitanti, sazi, nei paesi industrializzati  del  “Nord del Mondo”, ci sono, nel “Sud  del Mondo”, circa  4.500 milioni di persone, molte delle quali hanno problemi di carenze alimentari.

Molti di noi, in Italia e in Europa, guardando anche frettolosamente i giornali e la televisone, si imbattono in immagini  di  miseria,  di sottoalimentazione, di  bambini  con  la pancia gonfia per malattie dovute alla fame; ma poi,  percorrendo  i  corridoi  dei negozi pieni di  barattoli  e  merci, finiamo  per pensare che si tratti di “casi”, di eventi,  pur dolorosi,  legati  alle guerre o a qualche  carestia.  Non  è così: i sottoalimentati sulla Terra sono davvero centinaia di milioni di esseri umani, di persone in carne ed ossa. Lo  ripete la FAO, l’Organizzazione delle Nazioni  Unite  per l’alimentazione e l’agricoltura, ogni anno nella sua “giornata  dell’alimentazione”,  e  nei  periodici  “Vertici”,  come quello di Roma del novembre 1996.

Purtroppo, nonostante le dettagliate e documentate esposizioni  (che ben pochi leggono) della situazione alimentare  mondiale, ciascuna di queste iniziative si risolve in  piagnucolosi  e melensi discorsi di capi di governo e di ministri,  e in  ipocrite promesse di dedicare una qualche quota del  prodotto interno lordo dei paesi ricchi all’aiuto alimentare. Queste promesse, spesso non mantenute, rappresentano comunque dei palliativi, di carattere caritativo, buoni per mettere in pace la coscienza, ma incapaci di curare in maniera  decisiva la scarsità alimentare di quasi metà dei terrestri.

I carburanti per la macchina umana

La  fame nel mondo si sconfigge con dei prodotti,  con  delle merci  – il frumento, il mais, la carne, il latte, il  pesce, la frutta, le verdure – necessari per fornire al corpo  umano gli  “ingredienti” indispensabili per sopravvivere  in  buona salute. L’organismo umano è una “macchina” che ha bisogno  di una  certa quantità di energia e di altre molecole, le  proteine, capaci di tenere in efficienza il processo di  combustione.

I fisiologi indicano esattamente di quanta energia, di quante proteine e di quante altre sostanze il corpo umano ha bisogno nelle varie fasi della crescita e della maturità. L’energia, come è ben noto, si misura in calorie e il minimo fabbisogno energetico alimentare umano giornaliero ammonta  a circa  2.500 kilocalorie (kcal; 1 kcal = 1.000  calorie),  un valore che, in cifra tonda, corrisponde a circa 900.000 kcal all’anno per persona. (Le norme internazionali prescrivono che l’energia si misuri in unità joule, J; 1 kilocaloria  è uguale a  240 joule. 1 joule equivale a 0,42 calorie, con tutti i relativi moltipli. Un attento lettore delle etichette dei  prodotti alimentari in commercio, troverà, indicato  per legge,  il  “contenuto  energetico” sia in calorie, sia in joule).

L’energia  alimentare è fornita da varie  sostanze  chimiche, presenti  negli alimenti vegetali e animali. Tanto per  avere un ordine di grandezza, necessario per rispondere alla domanda:  “C’è pane per tutti ?”, si possono ricordare i  seguenti numeri:

 

Valore energetico in kilocalorie per kilogrammo di sostanza:

zuccheri (saccarosio, glucosio, fruttosio, eccetera)                                                            circa 4.000

amido (l’ingrediente principale dei cereali come frumento, mais, riso, eccetera)       circa 3.600

grassi (oli e grassi vegetali, come quello di oliva, di soia,

girasole, ecc. o animali, come il grasso dello strutto, del burro, ecc.)                           circa 9.000

proteine vegetali e animali (mail ruolo delle proteine non è solo

quello di fornire energia al corpo umano)                                                                             circa 4.000

I prodotti agricoli di interesse alimentare hanno un “valore energetico” che dipende dalla  composizione  chimica,  cioè dalla  presenza  dei  quattro  principali  ingredienti  sopra ricordati e dal contenuto di acqua. Però solo una parte delle sostanze importanti dal punto di vista alimentare,  presenti nei prodotti agricoli, diventa “cibo” umano. I prodotti  agroalimentari, prima di diventare  cibo  umano, passano  attraverso  processi di  separazione,  raffinazione, conservazione, in ciascuno dei quali si perde una parte delle sostanze  nutritive. I cereali vengono macinati per separare la parte cellulosica, ma vanno così perdute anche proteine  e vitamine; della carne macellata soltanto una parte del grasso e  delle proteine si ritrova nella carne che ciascuno di  noi mangia, eccetera.

Per  fare dei conti sulla disponibilità globale  di  alimenti bisogna  accontentarsi  di varie approssimazioni:  i  lettori interessati potranno avere informazioni più dettagliate nelle pubblicazioni  delle campagne di educazione alimentare  della stessa Coop e in numerosi libri e riviste.

Cominciamo  a considerare che il 65 % circa  delle  sostanze energetiche  e proteiche utilizzate dai 5.800 abitanti  della Terra  sono fornite dai cereali (frumento, mais, riso,  orzo, avena, miglio e pochi altri). La produzione di cereali, dopo un balzo avanti notevole negli ultimi venti anni, da  alcuni anni è ferma intorno a 1,8 miliardi di tonnellate all’anno. Calcolando per i cereali un valore energetico alimentare  di circa  3.500  kilocalorie al kilogrammo (un valore  alto),  i soli  cereali  renderebbero disponibile, ai 5,8  miliardi  di esseri umani, circa 6.500.000 miliardi di kcal, un valore che corrisponderebbe a circa 1.100.000 kcal/anno.persona,  appena di  poco superiore al minimo, sopra indicato,  come  900.000 kcal/anno.persona.

L’altro 35 % del fabbisogno alimentare globale è assicurato da grassi, carne, soia, verdura, frutta, patate, zucchero, eccetera, che si può supporre forniscano, all’incirca, altre 600.000 kcal/anno.persona. Con 1.700.000 kcal/anno.persona non c’è, quindi, molto da stare allegri, soprattutto se si considerano due fatti: una parte  delle  disponibilità alimentari va  perduta  perché i raccolti agricoli sono attaccati dai parassiti, vanno a male a causa delle scadenti condizioni di conservazione; una parte va perduta nei processi di trasformazione.

Inoltre  una parte dei cereali non viene utilizzata  direttamente  per  l’alimentazione  umana, ma  viene  impiegata  per l’alimentazione  del  bestiame  che fornisce la  carne  e  il latte,  alimenti  pregiati. Va però tenuto  presente  che  il processo  di  trasformazione dei cereali in carne e  latte  è abbastanza  inefficiente:  occorrono circa 1.000  calorie  di cereali  per ottenere 100-200 calorie di carne. Il resto  del valore  energetico  dei mangimi e  foraggi va  “perduto”  nei processi  vitali  degli  animali  (respirazione,  escrementi, eccetera).

Infine quel valore, sopra citato come fabbisogno  alimentare, di circa 2.500 kilocalorie/giorno per persona (circa  900.000 kcal/anno.persona)  è un valore minimo: nei paesi  industrializzati il contenuto energetico del cibo arriva a oltre 3.000 kcal/giorno per persona (circa 1.100.000  kcal/anno.persona). Fatte  le debite proporzioni si vede che molte  centinaia  di milioni  di  terrestri sono al limite della  disponiblità  di energia  alimentare e alcune centinaia di milioni sono  anche sotto tale valore.

Le pietre costitutive della vita

Ma, come si è accennato prima, il “valore energetico” è  solo uno  dei parametri con cui giudicare l’attitudine degli  alimenti  a soddisfare le necessità umane.  L’altro  ingrediente indispensabile  alla  vita è  rappresentato  dalle  proteine, sostanze azotate costituite, come è ben noto, dalla  combinazione  in diverse proporzioni di una ventina di molecole  più piccole, gli amminoacidi.

L’organismo umano ha bisogno non soltanto di un certo numero di grammi al giorno di proteine, ma occorre che le proteine alimentari abbiano una idonea concentrazione di alcuni amminoacidi, chiamati “essenziali” (lisina, triptofano, istidina, metionina, ecc.). Insomma gli amminoacidi sono i mattoni con cui vengono costruite le proteine delle cellule, della pelle, dei  muscoli  e la vita è resa possibile da un  complicato  e sorprendente processo di scomposizione delle proteine  contenute  negli alimenti e di ricostruzione, con gli  amminoacidi così liberati, delle proteine del corpo umano.

Per  esprimere  un giudizio sulla qualità del  cibo,  occorre identificare quante proteine sono presenti, e quali e quanti amminoacidi sono presenti in ciascuna proteina. Per semplicità si usa assegnare a ciascuna proteina una specie di “voto”: per esempio, ai fini  dell’alimentazione umana occorrono circa 160 grammi di proteine dei cereali (non di cereali:  di proteine dei cereali, tenendo presente che un kilogrammo di frumento o mais contiene circa 100 grammi di proteine),  per avere  lo stesso effetto biologico di 100 grammi di  proteine dell’uovo, le “migliori”, il cui valore alimentare  è  preso convenzionalmente  uguale  ad uno e che  sono  indicate  come “proteine di riferimento”.

Il valore nutritivo di 100 grammi di “proteine di riferimento” è fornito dalle quantità, in grammi, di proteine presenti nei seguenti alimenti:

uovo                                                    100

carne, latte                                       120

legumi: fagioli, ceci, eccetera      130

cereali                                               160

Bisogna, insomma, mangiare una quantità “maggiore” di alimenti se le loro proteine sono biologicamente “povere”. Il fabbisogno proteico di ciascuna persona è molto variabile, ma si può, anche qui, prendere un valore medio corrispondente a circa 50 grammi di “proteine di riferimento”  al  giorno: talvolta si dice che occorrono  complessivamente circa 70 grammi di proteine al giorno, metà di origine vegetale e metà di origine animale. Basiamoci su un fabbisogno individuale di 70 grammi di proteine totali al giorno, di 25 kilogrammi di proteine all’anno per persona.

Operando con grossolana approssimazione — è inevitabile quando si ha a che fare con così grandi quantità di materiali, miliardi di tonnellate di prodotti agroalimentari all’anno — si può dire che tutti gli alimenti disponibili in un anno nel mondo contengano l’equivalente di circa 300 milioni di tonnellate di proteine, circa 50 kg all’anno per persona, il che equivarrebbe a circa il doppio del fabbisogno individuale medio.

Ma anche qui i numeri non debbono trarre in inganno, perché circa la metà delle proteine disponibili è presente negli alimenti di origine animale, “ricchi”, consumati dal 20 % dei terrestri del Nord del Mondo, mentre l’alimentazione degli altri quattro quinti dei terrestri ha un contenuto di proteine che è spesso al di sotto del fabbisogno minimo, tanto  che spesso  le  malattie da sottoalimentazione sono malattie da carenze  proteiche, o, meglio da mancanza di  una quantità adeguata di amminoacidi essenziali.E’ tipico il caso della pellagra ancora diffusa nelle popolazioni la cui alimentazione è basata principalmente sul mais. Altre malattie, infine, derivano da carenze di vitamina A, di vitamina D e di altre vitamine.  Gli squilibri nutritivi spesso sono dovuti ad una alimentazione eccessivamente omogenea e alla mancanza di sufficienti alimenti di origine animale.

Guerra alla fame

Le poche precedenti considerazioni offrono alcune indicazioni dei termini del problema: le molto più dettagliate  analisi svolte dalla FAO consentono di rispondere alla domanda:  “C’è pane per tutti ?”: almeno un terzo della popolazione mondiale è alla soglia delle condizioni di sopravvivenza alimentare ed è esposto a malattie dovute a carenza soprattutto di proteine e di vitamine. Eppure il mondo che ci circonda è ricco di risorse agricole e alimentari e i paesi industrializzati del Nord del Mondo avrebbero a disposizione le conoscenze per aiutare gli  abitanti del Sud del Mondo.

Un proverbio dice che se si regala un pesce ad una persona lo si  sfama  per un giorno; se gli si insegna a pescare  lo si aiuta a sfamarsi per tutta la vita. Il regalare un pesce agli affamati è la soluzione meno faticosa  ed  è quella in genere adottata quando si affronta  il problema della fame nel mondo. La ricetta proposta dai governi  del  Nord del Mondo di aumentare “il  denaro” speso  per aiuti alimentari di emergenza si è finora sempre tradotta  in sprechi e corruzione e si è rivelata di ben scarsa utilità.

La vera salvezza starebbe invece proprio nell’elaborazione  e diffusione  di tecniche di coltivazione, di  irrigazione,  di trattamento dei raccolti, di conservazione, che riducano  gli sprechi e facciamo aumentare, paese per paese, villaggio  per villaggio,  la disponibilità di alimenti adatti ad una  buona salute. Gli ostacoli sono numerosi: alcuni sono di carattere culturale:  nelle Università e nelle scuole di agricoltura del  Nord del  Mondo   vengono sviluppati modelli  di  agricoltura,  di trasformazione  dei  prodotti  agricoli  e  di  alimentazione corrispondenti  alle condizioni dei paesi a clima  temperato, una  agricoltura  cioè  basata sul frumento,  le  patate,  la carne, il latte.

La  cultura tecnico-scientifica del Nord del mondo  è  perciò impreparata  ad  aiutare i paesi nei quali i prodotti agro-alimentari di base sono la cassava, la  banana, il mais, eccetera. Lo  sviluppo di una cultura tecnico-scientifica che aiuti i paesi sottoalimentati ad usare meglio i  loro  raccolti,  a diversificare le loro colture, a conservare i prodotti  agricoli, avrebbe anche un effetto positivo sul piano economico e dell’occupazione nel Nord del Mondo.

A  titolo di esempio del contributo  tecnico-scientifico  che potrebbe  venire dai paesi industriali, si possono  citare  i metodi di integrazione degli alimenti “poveri” con amminoacidi essenziali o vitamine, lo sviluppo di tecniche di  conservazione  dei prodotti della pesca, la diffusione di fonti  di energia  rinnovabili  e  di sistemi semplici  e  efficaci  di sollevamento e di depurazione dell’acqua.

C’è un altro modo di “insegnare a pescare” agli abitanti  dei paesi  che sono alle prese con problemi alimentari: le  basse rese agricole e le scelte colturali dipendono dalla struttura della  proprietà  dei suoli. Dal punto di vista  del  reddito fondiario è certo più utile diffondere monocolture di prodotti da esportazione, piuttosto che “sacrificare” suoli preziosi  e redditizi a colture che forniscono alimenti utili  agli abitanti dei villaggi.

Un grande passo avanti potrebbe essere fatto con la diffusione  delle cooperative agricole e di trasformazione,  fra  gli abitanti dei villaggi, fra villaggi vicini. Più volte è stato ricordato  che poco più di mezzo secolo è nato in  Europa  in movimento cooperativo.Le  organizzazioni delle cooperative dei paesi industriali  – la Lega delle Cooperative in Italia, per esempio -  farebbero una  utile  opera diffondendo le conoscenze e  le  esperienze delle cooperative di produzione, trasformazione e consumo dei prodotti  agricoli,  l’importanza  che esse  hanno  avuto  in Occidente per la crescita anche sociale e politica.

Qualcuno potrebbe chiedersi se vale la pena perdere tempo e soldi e impegno per combattere la fame nel mondo. La risposta potrebbe essere che ci sono motivi etici, si potrebbe invocare  il bisogno di solidarietà fra esseri umani: su un  piano più strettamente egoistico non bisogna dimenticare che la diffusione della fame nel mondo rischia di tradursi in  pressioni migratorie dal Sud al Nord del mondo che possono rivelarsi  catastrofiche per lo stesso Nord del mondo;  alimenta guerre locali che spesso sono solo conflitti per conquistare i mezzi di sopravvivenza; che un aumento della domanda  di alimenti a livello globale può provocare in occidente degli aumenti dei prezzi agricoli a livelli forse insostenibili.

Alcuni cercano di mettersi l’animo in pace  sostenendo  che occorre fermare l’aumento della popolazione mondiale, ma, al di là di altre considerazioni etiche e  religiose,  già  la domanda di alimenti dell’attuale popolazione mondiale ci  sta portando a situazioni insostenibili. E per i prossimi decenni, nonostante tutti gli sforzi che si possano fare, la popolazione mondiale aumenterà comunque di due o tre miliardi di persone.

Altri ritengono che si possa, con adatte tecniche, per  esempio con le biotecnologie, aumentare le rese agricole, “allargare il banchetto della natura”. In via di principio è possibile  produrre più cereali, carne, soia, ma ciascun passo in questa direzione comporta una maggiore pressione sulle terre coltivate, l’impiego  di  crescenti quantità  di  concimi  e pesticidi,  con  conseguenti inquinamenti e  alterazioni  dei cicli  biologici  naturali, una crescente domanda  di  acqua, spesso scarsa, per l’irrigazione; nuove terre possono  essere messe  a  coltura distruggendo una parte  delle  foreste,  ma l’esperienza mostra che la fertilità delle terre così  “liberate”  dura poco e lascia presto il posto a fenomeni di  erosione e desertifcazione.

Lasciando da parte i sogni, spesso fantascientifici, di messa a coltura dei deserti, dobbiamo tenere presente che possiamo fare i conti soltanto con quello che abbiamo: la Terra, così com’è e come pure può essere modificata con prudenti, appropriate e amorevoli tecnologie, può dare pane a tutti i terrestri, ma solo a condizione di affrontare e accettare profonde trasformazioni culturali, politiche e scientifiche.

Da tale transizione trarrebbero benefici non solo i paesi poveri e sottoalimentati, ma anche i paesi oggi sazi di cibo, quelli che erroneamente pensano che la loro sazietà possa durare all’infinito.