SM 1912 — Dematerializzata ? — 1996

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La Gazzetta del Mezzogiorno, 19 settembre 1996 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it 

Una superficiale e approssimativa digestione delle innovazioni tecniche genera curiose assurdità. Una ben orchestrata propaganda diffonde la convinzione che la moltiplicazione dei calcolatori elettronici e delle rete di informazioni sta per catapultare l’umanità in un mondo  virtuale, biotronico, cibernetico, quasi del tutto dematerializzato. 

Le cartiere falliranno, perché le notizie saranno fornite per via elettronica nello stesso momento in cui si svolgono (magari, fra poco, ancora prima che gli eventi si siano verificati).  Falliranno anche le fabbriche di penne e di matite perché potremo conservare i nostri appunti e pensieri direttamente sul disco di macchine sempre più raffinate. 

Non vorrei apparire un retrogrado se mi azzardo a tranquillizzare le fabbriche di carta e di penne: per quanto perfette siano e saranno le macchine di eleborazione elettronica dei dati, come individui e come società avremo, non “meno” bisogno, ma “più″ bisogno di oggetti  materiali. Tali oggetti saranno diversi dagli attuali: si userà forse meno acciaio e più  materia plastica, meno rame e più fibre di vetro, ma la massa di materia che sarà richiesta nel mondo andrà aumentando, e non solo per l’aumento della popolazione mondiale. 

Tanto per cominciare ci sono alcuni bisogni umani che possono essere soddisfatti soltanto con beni materiali, a cominciare dal  bisogno di alimenti. Si è già ricordato anche in queste pagine che l’imminente Vertice 1996 della FAO sull’alimentazione annuncerà con preoccupazione che le scorte mondiali di alimenti stanno diminuendo e che la produzione di cibo aumenta più lentamente dell’aumento della richiesta e della popolazione mondiale. 

Anche se i numeri sono incerti, si può stimare che la quantità di materia messa in moto nel mondo per produrre gli alimenti per 5800 milioni di terrestri (nel 1996), ammonta a circa  dieci miliardi di tonnellate all’anno, fra cereali, patate, barbabietole, canna da zucchero, latte, carne, eccetera. Di questa gran massa di materia circa un terzo si trasforma in alimenti umani e animali e circa due terzi sono gli scarti e i sottoprodotti, per lo più buttati via e fonti di  inquinamento. State certi che nessuna immagine elettronica o rete globale potrà mai  sostituire gli zuccheri, le proteine, i grassi, indispensabili per sopravvivere come animali umani. Un’altra grandissima massa di materiali, stimabile in una quindicina di miliardi di tonnellate all’anno, è rappresentata  dal cemento, dalla ghiaia, dalla sabbia, dall’acciaio, necessari per la costruzione di strade, abitazioni, edifici. 

Tutta questa materia è tenuta in moto da un continuo flusso di fonti di energia estratte  continuamente dalle viscere della Terra sotto forma di carbone, petrolio, gas naturale, per un peso che supera i dieci miliardi di tonnellate all’anno, in continuo aumento. 

I cantori della società dematerializzata spiegano che l’avvento dell’era elettronica  ridurrà i  consumi di energia necessari per spostarsi, per comunicare, per fare la spesa nei negozi, ma le macchine elettroniche non funzionano gratis — intendo parlare non dei soldi che, a ben  vedere, sono ancora l’ultima cosa importante, perché può venire un giorno in cui molti hanno dei soldi, ma non trovano chi gli vende petrolio o patate o zucchero — ma in termini di consumo di materia e di energia. 

Va infatti tenuto presente che i calcolatori elettronici — e io stesso in questo momento sto scrivendo con uno di  questi strumenti — richiedono poca energia per il funzionamento, ma sono fatti con materiali preziosi e rari e costosi, la cui produzione richiede energia: si tratta di  quelle polveri, appoggiate sulla superficie interna dei video, che provocano la comparsa delle lettera o delle immagini quando sono colpite da raggi di elettroni; si tratta dei metalli rari, fra cui l’oro, impiegati nei circuiti stampati e nelle loro saldature, dei materiali magnetici depositati sui dischi che accolgono, in così poco spazio, le informazioni date e ricevute dal calcolatore. 

Anch’io, come forse alcuni o molti dei  lettori, sono un recente convertito alle meraviglie di Internet, quel sistema che, a parte alcune frivole applicazioni, con relativamente poca spesa, permette di interrogare un gran numero di articoli e libri e di essere informati su come procede il mondo. Come probabilmente molti avranno costatato, se si vogliono utilizzare le informazioni che lo schermo del calcolatore sforna in grande quantità, bisogna prendere carta e penna  e trascrivere gli appunti, o stampare tali informazioni …. su carta ! La quale continua ad avere un ruolo fondamentale come trasportatore e magazzino delle notizie. 

Visto che sembra quasi che mi sia assunto il ruolo di difensore della carta (di certo la più  grande invenzione dei nostri predecessori), vorrei far notare che gli strumenti sofisticati e  avanzati di elaborazione elettronica delle informazioni — i computers, per intenderci — trattengono le informazioni su dischi magnetici la cui durata non solo è del tutto sconosciuta, ma che sono soggetti a rapido invecchiamento tecnico. 

In una disperata e spietata corsa per battere la concorrenza, i fabbricanti di calcolatori mettono continuamente in commercio nuovi sistemi di elaborazione dati che talvolta rendono  inutilizzabili o inaccessibili i dati  precedenti. Per fortuna ho conservato, stampato su carta, quel certo articolo che scrissi per  “La Gazzetta del Mezzogiorno” quattro anni fa, e ho conservato la pagina del giornale, perché il testo che scrissi a suo tempo è sepolto fra decine  di infernali dischetti, composti con calcolatori che si sono guastati, e che poi ho buttato via, e anche se sapessi in quale dischetto si trova diventerei matto a “leggerlo” col calcolatore che ho adesso. 

E’ un po’ come con i sistemi di riproduzione del suono, per cui è impossibile ascoltare i vecchi dischi di bachelite se si è guastato il fonografo o non si hanno più le “puntine”. E’  vero che gli stessi concerti si trovano (forse) in incisioni anche più raffinate su nastro o su compact-disk, ma è altrettanto vero che una gran massa di informazioni, su un supporto fisico, materiale, è diventata inutilizzabile in meno di mezzo secolo, e altre informazioni lo  diventeranno nel futuro. Il libro invece non vi tradisce, anche se, come al solito nel nome del profitto, molti sono stati stampati su carta esposta ad attacco di parassiti e chimicamente degradabile. 

Avrei perciò una modesta proposta: salutiamo con entusiasmo le innovazioni tecniche e usiamole, ma cerchiamo anche di capire quali trappole molte innovazioni nascondono: a dire il vero dovrebbero essere i governi a praticare un tale esame critico delle innovazioni, nell’interesse dei cittadini e dei consumatori. Fra le possibili trappole c’è quella della volatilizzazione, della scomparsa delle informazioni troppo “virtuali”, immateriali. 

Siate certi che il nostro sarà sempre più un mondo basato sulle cose materiali — dai mezzi di trasporto, alle abitazioni, agli alimenti, ai tessuti, ai libri — e dovremo imparare a usarle  meglio e a farle durare di più. Proprio  l’esatto contrario della corrente filosofia dell’usa-e-getta.  

Gli artifizi e le innovazioni per fare durare di più le cose, per la manutenzione e il restauro degli oggetti, il riutilizzo delle merci e dei macchinari e strumenti usati, il recupero delle  informazioni che tante apparecchiature hanno ancora “dentro di sé”, il riciclo dei materiali  scartati, saranno i settori che offriranno un crescente numero di occasioni di lavoro duraturo nei prossimi decenni.