SM 1909 — Produrre che cosa e per chi — 1996

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Liberazione, 30 luglio 1996

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Si parla tanto di bisogno di nuova occupazione, la cui mancanza è veramente la fonte di ogni malessere sociale, di tensioni, di ingiustizia. E si sente parlare anche di azioni politiche ed economiche per aumentare l’occupazione. Mi pare però che si dimentichi che il lavoro produce merci e servizi e che da questi si deve partire se si vuole stabilire quali e quanti posti di lavoro si vogliono creare e dove nel territorio. Merci e servizi non sono neutrali e non è vero che rispondono alla domanda dei  consumatori, come se la produzione e il mercato fossero “al servizio” dei cittadini-lavoratori-consumatori. 

E non è neanche vero che i servizi sono qualcosa di immateriale, che stiamo andando verso  una società dell’informazione, biotronica, virtuale, dematerializzata, in cui ci sarà sempre meno bisogno di merci fisiche, materiali, e tutto sarà basato sull’immagine e l’informazione. 

L’informazione non è qualcosa sospeso nell’etere: chi sta leggendo questo giornale trae le  notizie da un intreccio di fibre di cellulosa che era, poco tempo fa, “dentro” un albero, che ha percorso migliaia di kilometri prima di diventare carta (insieme a scorie e rifiuti), prima che l’inchiostro, tratto dai prodotti petrolchimici, lo coprisse di lettere e segni. L’informazione è trasportata da macchine “elettroniche” che sono “fatte” di oggetti materiali, alcuni molto più sofisticati del “ferro”: oro, silicio, terre rare, tratti dalla natura con processi tecnici che richiedono materie prime, lavoro, energia, che generano inquinamento e scorie. 

L’economia mondiale va avanti grazie ad un’enorme quantità di materie fisiche, estratte,  trasformate, prodotte, spostate, con il lavoro umano. Le merci che affollano i negozi delle società opulente richiedono il movimento di oltre 30.000 milioni di tonnellate di materiali estratti ogni anno dai pozzi, dai campi, dalle foreste, dalle cave, trasformati da miliardi di persone, contadini, operai, impiegati. Chi ha detto che la classe operaia è morta ? 

Senza contare i bisogni emergenti, e giustamente crescenti, di materiali e merci dei tremila  milioni di diseredati della Terra. Tutta questa massa di materia non è neutrale: le merci e i servizi non sono neutrali. Possono essere prodotti e soddisfatti con numerose differenti soluzioni, ciascuna delle quali ha un diverso “contenuto” di materia, di energia, di materiali importati, di inquinamento ambientale, un diverso “contenuto” di lavoro e di profitto per  il  capitale investito. 

Farò solo l’esempio più banale: uno dei “bisogni” umani è quello di spostarsi. Ma una persona può spostarsi di un chilometro con diverse alternative: da sola con una grande e bella automobile, veloce e con l’aria condizionata, oppure con un treno in cui la stessa persona viaggia in genere scomoda, con tante altre persone, è legata agli orari, e ad una stazione di partenza e di arrivo. Ebbene, il “consumo” di energia, di materiali e l’effetto  inquinante — per ogni chilometro percorso da una persona — nel caso dell’automobile privata è trenta volte superiore a quello che si ha muovendosi in treno. 

Certamente in automobile e da soli si sta più comodi, ma soltanto perché qualcuno ha deciso che era “bene” fabbricare e vendere più automobili, e riservare ai pendolari dei treni che fanno schifo. Con questa scelta si condanna la comunità nel suo complesso — automobilisti e pendolari — a maggiori costi, consumi di energia, maggiori  importazioni di materiali e a respirare aria contaminata. E se costa meno produrre un’automobile in Spagna o in Corea la scelta merceologica citata condanna molti lavoratori alla disoccupazione. Fino a quando una  crisi mostrerà che, a furia di disoccupazione, aumenta la criminalità e la violenza, e i lavoratori, i disoccupati e i pensionati non avranno più soldi per comprare le merci o per muoversi o per farsi incantare dalla pubblicità. 

A mio modesto parere la salvezza e l’occupazione dipendono da una analisi dei bisogni umani, nel Nord e  nel Sud del mondo, da precise indicazioni delle alternative merceologiche in grado di soddisfarli, e dall’indirizzo della produzione verso quelle che consentono più  occupazione e meno inquinamento. 

E’ vero che non siamo in un regime bolscevico di pianificazione, ma l’”economia” sopravvive perché gli imprenditori privati chiedono, e ottengono, senza sosta soldi pubblici — per la cassa integrazione, per infrastrutture, per la ricerca, per finanziamenti quasi gratuiti — per produrre merci, dalla chimica, alle automobili, all’acciaio, al latte, alle barbabietole, eccetera, che assicurano a loro profitti, senza esitare, quando fa loro comodo, a distruggere posti di lavoro. 

I  lavoratori e i cittadini, destinatari delle merci e dei servizi prodotti in parte con i loro soldi, su tali merci e servizi avranno pure il diritto di far sentire la loro voce. Un governo, mandato al potere con i voti miei e di molti lettori di questo giornale, avrebbe il dovere di fare e spiegare le sue scelte per incentivare alcune merci e servizi piuttosto che altri: fra le opere pubbliche la difesa del suolo e la bonifica delle zone contaminate piuttosto che la moltiplicazione di strade e la cementificazione dei fiumi, fra le  merci quelle che richiedono meno energia e generano meno inquinamento e possono contribuire alla liberazione del Sud del mondo dalla miseria, rispetto alle merci frivole o a quelle oscene come le armi. 

Molti elettori questo governo lo hanno mandato al potere perché facesse scelte  merceologiche e desse incentivi sulla base di nuovi vincoli e nuove scale di valori, perché per esempio considerasse che “vale” di più una merce o un servizio che consente minore consumo di risorse naturali e maggiore e più sicura  occupazione. Finora di cambiamenti in questa direzione ci sono ben pochi segni e restiamo in fiduciosa attesa.