SM 1882 — I Nord e i Sud del mondo — 1991

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Prefazione a Liliana Cori, “Una terra buona per tutti”, Bologna, Cospe, 1996, p. 11-21

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Questo articolo è stato scritto nel 1991, all’indomani della grande rivoluzione che ha visto la dissoluzione dell’Unione Sovietica e la transizione dei paesi “ex-socialisti” ad un’economia “di mercato” con aggravamento dei problemi di approvvigionamento delle materie prime e di inquinamento, con aumento della popolazione mondiale, con crescente domanda di giustizia da parte dei paesi poveri e delle tensioni internazionali.

Gli eventi degli ultimi anni hanno posto il mondo davanti ad una trasformazione profonda dei rapporti geopolitici e quindi merceologici. Nonostante le oscillazioni dei mercati finanziari, che riflettono lotte interne economiche e politiche fra paesi industrializzati, si sta assistendo ad una più o meno rapida, ma continua espansione della produzione e dell’uso delle merci con conseguente crescente pressione sulle risorse naturali e sulle materie prime per lo più provenienti dal Sud del mondo. Nonostante le ripetute affermazioni che si sta andando verso una società dematerializzata, verso una società dell’immagine e dei servizi, le merci, i prodotti materiali, continuano ad avere un ruolo centrale nei rapporti fra i popoli.

Solo per indicare un ordine di grandezza, i materiali che sono oggetti di commercio nel mondo ammontano a oltre 20 miliardi di tonnellate all’anno (al netto delle doppie contabilizzazioni): si tratta di carbone, petrolio, metano, cereali, semi oleosi, minerali, manufatti, materiali da costruzione, legname, gomma, prodotti zootecnici, eccetera. Queste merci sono coinvolte in un grande flusso di materia e di energia che comincia dalla natura, passa attraverso i processi di trasformazione e produzione e arriva ai processi di “consumo” (ma meglio sarebbe dire di “uso”, per un tempo più o meno lungo) delle merci, e alla natura ritorna sotto forma di scorie e rifiuti gassosi, liquidi e solidi. Il peso delle scorie che si generano in ciascuno dei passaggi di questa grande circolazione natura-merci-natura è addirittura superiore a quello delle merci oggetto di scambio (nella trasformazione e nell’uso delle merci va contabilizzato l’uso dell’ossigeno, “merce ambientale” gratuita che si ritrova per lo più come anidride carbonica alla fine di ciascun processo).

Complessivamente la quantità di materia associata alla circolazione delle merci ammonta, ogni anno, a oltre 40 miliardi di tonnellate, un valore che si può confrontare con quello della produttività primaria sulle terre emerse che è di circa 100 miliardi di tonnellate all’anno. Mi pare che si sia ben lontani da una società dematerializzata; anzi che la nostra società sia ancora e sempre piu’ dominata dalle merci e dalla loro importanza. Gran parte dei materiali coinvolti nella circolazione — nella “storia naturale” — delle merci è oggetto di interscambio fra Nord e Sud del mondo: dal Sud del mondo vengono molte fonti di energia, minerali, prodotti agricoli e forestali che vengono acquistati dal Nord del mondo; nel Nord del mondo viene prodotta gran parte dei manufatti e delle scorie che, a loro volta, in parte, sono riesportati nel Sud del mondo.

Alla luce di queste considerazioni si può forse ripensare la divisione fra “mondi”, utilizzando un suggerimento che l’economista inglese Barbara Ward avanzò [in un celebre articolo: "First, second, third and fourth worlds", The Economist, 18 May 1974, p. 65-66, 69-70, 73], al tempo della prima crisi petrolifera e della sessione speciale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (nel corso di tale sessione fu invocato un “nuovo ordine economico internazionale” che finora è ben lontano dalla realizzazione). A ben guardare, lasciati alle spalle i “tre mondi” della vecchia tradizione (paesi capitalisti, paesi a economia pianificata, paesi sottosviluppati), siamo davvero oggi di fronte a quattro mondi legati e in conflitto fra loro.

Il primo mondo si può considerare quello dei paesi industrializzati che sono ricchi e spesso quasi autonomi quanto ad approvvigionamento delle materie prime di base: si tratta degli Stati Uniti, dell’ex Unione Sovietica, del Canada, dell’Australia. In questo momento Nord America e Russia, pur con profonde contraddizioni e, nel caso della Russia, difficoltà interne, rappresentano un potenziale unico grande impero che può trattare con tutti i paesi del mondo da una posizione di forza, rappresentata, appunto, dalla rilevante indipendenza dalle materie altrui.

Il secondo mondo è rappresentato dai paesi industriali poveri di materie prime, che dipendono dalle importazioni per conservare il proprio sviluppo. Si tratta dell’Europa occidentale e orientale e del Giappone. L’esperienza mostra che basta un temporaneo aumento del prezzo o anche della disponibilità di alcune materie strategiche (si pensi alle crisi petrolifere degli anni 1973-1980) per mettere in ginocchio l’economia di tali paesi. Fra primo e secondo mondo possiamo calcolare una popolazione di circa 1200 milioni di persone che “consumano” circa il 70-80 % delle risorse naturali economiche prodotte dal pianeta e generano una corrispondente percentuale delle scorie prodotte nel mondo.

Il terzo mondo è costituito dai paesi arretrati che possiedono una o più materie strategiche: possiamo comprendere fra questi i paesi esportatori di petrolio, il Nord Africa che esporta fosfati, India e Egitto che esportano cotone, i paesi del Sud America che esportano prodotti agricoli e forestali. Fra questi paesi, la cui popolazione si può stimare, a seconda del criterio con cui vengono classificati e aggregati, di circa 2500-3000 milioni di persone, vanno inclusi i paesi che sono in grado di “vendere” lavoro a basso prezzo (paesi del Sud est asiatico) che vengono talvolta considerati in via di industrializzazione, ma che sono a loro volta completamente dipendenti dai capitali e dalle tecnologie dei paesi del primo e del secondo mondo. Infine il quarto mondo è costituito dai paesi poveri e poverissimi, praticamente privi di materie prime da esportare, con un rapido tasso di aumento della popolazione e quindi con una forte pressione sul mercato internazionale del lavoro, con una potenziale grandissima domanda di merci e servizi.

Nel quadro degli scambi internazionali di merci va inserito anche il discorso della circolazione delle “merci negative”, cioè delle scorie o dei prodotti tossici. Le norme più rigorose di difesa della salute e dell’ambiente adottate nei paesi industriali, per esempio dell’Unione Europea, spingono molti imprenditori a trasferire varie attività in paesi dove non solo si trova mano d’opera a basso prezzo, ma dove esistono leggi più permissive nei confronti dell’inquinamento. Addirittura esiste un fiorente commercio internazionale, dal Nord al Sud del mondo, di scorie e rifiuti. Il caso dei pesticidi analizzato in questo libro è emblematico. Nel nome della salute, nei paesi del primo e del secondo mondo è vietato o limitato l’uso di pesticidi tossici e nocivi che vengono invece esportati nei paesi del Sud del mondo, con l’ipocrita promessa di far aumentare la produttività delle colture e col retro-pensiero di poter acquistare più materie agricole, forestali e zootecniche a basso prezzo, peraltro a spese della fertilità delle terre e dei pascoli.

Le organizzazioni delle Nazioni Unite richiedono che gli esportatori di pesticidi abbiano cura di avvertire gli importatori dei potenziali pericoli dell’uso di tali merci, ma le “raccomandazioni” si traducono spesso in finzioni giuridiche, con danni, per le popolazioni e gli ecosistemi del Sud del mondo, che occorrerà molto tempo per valutare appieno. Succede poi che una parte delle materie prodotte dal Sud del mondo venga importata, contaminata con gli stessi pesticidi, nello stesso Nord del mondo, col che si chiude il cerchio della natura e dei rapporti perversi generati dallo sfruttamento nel nome del profitto. I quattro decenni passati sono stati caratterizzati da un crescente consumo di materie prime estratte dalla natura e da una crescente produzione di merci: le conseguenze si stanno osservando sotto forma di esaurimento di alcune riserve di risorse naturali strategiche, in alcuni paesi.

La storia non è nuova: nel passato si è potuto assistere al rapido sfruttamento e poi al declino dello zolfo in Sicilia, nel secolo scorso “Sud del mondo” industriale europeo (a cui e’ seguita la crescente estrazione di zolfo Frasch nel Nord America); dei giacimenti di nitrati nel Cile (a cui ha fatto seguito la fissazione artificiale dell’azoto atmosferico); delle foreste spontanee di gomma del Brasile (a cui ha fatto seguito l’invenzione di vari tipi di gomma sintetica), eccetera. In ciascuno di questi casi il Nord del mondo, dopo avere sfruttato come ha potuto le risorse naturali del Sud del mondo, si e’ reso autonomo, lasciando il Sud del mondo ancora più povero.

Da qui innumerevoli storie di guerre e di instabilità politiche ed economiche. Oggi ci sono segni di esaurimento dei giacimenti di fosfati nelle isole Nauru, di petrolio nel Bahrein, di impoverimento della pescosità dei mari e della fertilità di crescenti estensioni di terre coltivate, eccetera. Finora si è trovata una soluzione (altri giacimenti, altri processi, altri spazi per la pesca o la coltivazione agricola), ma la velocità dell’estrazione di materie dalla natura e di immissione delle scorie nell’ambiente è così elevata che si osservano sempre più spesso segni inequivocabili di alterazioni irreversibili degli equilibri ecologici planetari, segni di una situazione sempre più “insostenibile”. Un esempio è offerto dall’aumento della concentrazione nell’atmosfera dell’anidride carbonica, immessa in ragione di 25 miliardi di tonnellate all’anno, e di altri gas che determinano modificazioni a lungo termine del clima planetario.

Una soluzione può essere cercata a tre livelli: (a) attraverso la modificazione della qualità delle merci prodotte e usate nel Nord del mondo in modo da far fronte alla scarsità di materie prime e di capacità ricettiva del pianeta nei confronti delle scorie; (b) attraverso la diminuzione dei consumi superflui nel Nord del mondo, compensata dalla produzione di merci progettate per soddisfare i bisogni essenziali dei paesi del Sud del mondo; (c) attraverso nuovi rapporti commerciali fra Nord e Sud del mondo. La modificazione della qualità delle merci usate nel Nord del mondo comporta l’adozione di nuove scale del valore. Finora il “valore” delle merci è stato considerato soltanto quello esprimibile in unità monetarie, un indicatore che non dice niente sulla quantità di materia e di energia coinvolta nella circolazione, a cui si faceva cenno prima, natura-merci-natura. Sono stati proposti altri indicatori fisici, “naturali” del valore, anche se la loro quantificazione è tutt’altro che facile. Per esempio si potrebbe pensare qualche indicatore del “costo in risorse naturali” delle merci; secondo tale criterio “vale” di più una merce che è prodotta con minore uso di risorse naturali scarse.

A parità di altre condizioni, vale di più una merce prodotta riciclando carta o metalli già usati piuttosto che partendo da legno o minerali. In questa stessa direzione si pone la misura del “costo energetico” delle merci; “vale” di più una merce che, a parità di altre condizioni, richiede meno energia nelle fasi di produzione, trasporto, uso. Si comincia a parlare di un “costo ambientale” delle merci; “vale” di più una merce che, a parità di altre condizioni, comporta minore emissione di scorie e rifiuti nelle fasi, come al solito, di produzione, trasporto e uso.

Una delle possibili soluzioni al problema della scarsità consiste nella riprogettazione delle merci al fine di rendere minima la quantità di risorse naturali necessarie. Per esempio, la recente proposta di assegnare ad alcune merci una etichetta ecologica — o “ecolabel” — parte dal presupposto che si possa attribuire a ciascuna merce un valore che sarà tanto maggiore quanto minore e’ il consumo di materie prime, di energia e l’effetto inquinante, nell’intero ciclo di vita della merce, o, come si suol dire con una immagine un po’ macabra, dalla culla alla tomba. Gli studi finora condotti hanno mostrato quanto una corretta ed efficace caratterizzazione di tale valore sia difficile e come, in mancanza di accurati studi, l’assegnazione di eco-etichette possa tradursi in uno strumento più pubblicitario che di genuina guida per i progettisti e i produttori e informazione dei consumatori.

Sarebbe però riduttivo considerare il problema della qualità delle merci e dei manufatti soltanto in relazione alla necessità di rendere minima la domanda di risorse naturali e la produzione di scorie. Questa linea di lavoro probabilmente libererebbe i paesi industriali del Nord del mondo dalla dipendenza dalle materie prime del Sud del mondo, con l’effetto peraltro di aggravare l’instabilità economica, politica e sociale dei paesi del Sud del mondo. Comunque e’ certo che occorre “risparmiare” sulle risorse naturali e sulla capacita’ ricettiva potenziale del pianeta nel suo complesso.

Il secondo campo di lavoro riguarda l’identificazione delle merci e dei manufatti adatti a soddisfare i bisogni umani, con priorità, in un mondo di risorse scarse, per i bisogni essenziali rispetto a quelli voluttuari o indotti. L’identificazione dei bisogni, di quanto è indispensabile e superfluo, è campo di indagine dei sociologi e degli psicologi. Ma, identificato un bisogno, occorre il lavoro di chimici, ingegneri, biologi, merceologi per riconoscere gli oggetti o le macchine che consentono di soddisfarlo sotto certi vincoli, uno dei quali è appunto la scarsità. Quando si affrontano i problemi dei rapporti merceologici fra Nord e Sud del mondo ci si trova davanti a profonde contraddizioni. Per chi crede all’importanza di assicurare una forma di solidarietà e di sviluppo ai paesi del Sud del mondo la soluzione va cercata in più equi rapporti commerciali. La povertà dei paesi del Sud del mondo dipende dal fatto che i loro prodotti, per lo più risorse naturali o materie prime, vengono acquistati dal Nord del mondo a prezzi “troppo bassi”.

Tali prezzi sono regolati da complicati accordi internazionali nei quali i paesi industrializzati hanno un peso determinante, sul piano politico e su quello finanziario. Lo si e’ visto ai tempi della ricordata crisi petrolifera degli anni 1973-1980; se i paesi che possiedono una materia strategica, come il petrolio o il rame o il cobalto, si accordano per esigere prezzi più elevati per le loro merci, i paesi industrializzati si ribellano tagliando l’afflusso di capitali, innescando guerre interne (si pensi alla guerra Iran-Irak del 1980-1989), imponendo governi amici (si pensi al governo Pinochet che ha riaperto, nel settembre 1973, le miniere cilene allo sfruttamento da parte delle multinazionali americane, a come e’ stato soffocato nel Katanga il colpo di stato del giugno 1977), eccetera. Non è stata ancora elaborata una teoria di che cosa avverrebbe se i paesi industrializzati accettassero di pagare prezzi più equi per le merci importate dal Sud del mondo. Si avrebbe un aumento dei prezzi interni delle merci, dalla benzina, all’acciaio, alla carta, alla gomma, ma si avrebbe nello stesso tempo un flusso di ricchezza nei paesi del Sud del mondo che potrebbero acquistare manufatti prodotti nel Nord del mondo. Probabilmente l’aumento del prezzo della benzina farebbe diminuire le automobili in circolazione nel Nord del mondo, ma le industrie del Nord del mondo si troverebbero di fronte un mercato, nel Sud del mondo, disposto ad acquistare i loro manufatti più di quanto possa fare oggi.

Se questo scenario si realizzasse, le industrie del Nord del mondo si troverebbero davanti alla necessità di riprogettare completamente le merci e i relativi cicli produttivi per rispondere alla domanda del Sud del mondo, una potenziale domanda grandissima di beni e servizi: domanda di abitazioni, servizi igienici e sanitari, macchine agricole, mezzi di trasporto, tecniche di coltivazione e di allevamento, tecniche di conservazione e trasformazione dei prodotti agricoli, forestali, zootecnici, tecniche di comunicazione e informazione, istruzione, alimenti, acqua, energia. A tale domanda si può rispondere soltanto con oggetti materiali, con merci, ma ben diversi da quelli che siamo abituati a produrre per il mercato del primo e del secondo mondo.

D’altra parte per pensare e progettare merci in grado di rispondere alla domanda del Sud del mondo occorre superare della grandi barriere culturali. Innanzitutto di carattere conoscitivo: mentre gli imprenditori hanno qualche idea della domanda di merci per i paesi industriali e sanno, bene o male, manipolare la domanda creando bisogni artificiali nei loro “consumatori”, la cultura economica e imprenditoriale e’ largamente impreparata a conoscere e comprendere i bisogni di miliardi di persone con religioni, usi, abitudini, linguaggi, completamente diversi da quelli occidentali. I disastri possibili sono già davanti ai nostri occhi:per decenni l’aiuto allo sviluppo è consistito nell’inviare nel Sud del mondo le stesse macchine e merci prodotte e consumate nel Nord del mondo, senza tenere conto che esse svolgono il loro servizio a condizione di disporre di pezzi di ricambio, di pratiche di manutenzione sconosciute e comunque non disponibili nel Sud del mondo.

Eppure una nuova politica industriale orientata a soddisfare i bisogni di alcuni miliardi di persone, sparse nei cinque continenti, a noi largamente sconosciute, potrebbe creare un gran numero di nuove occasioni di lavoro e di produzione. Nello stesso tempo bisogna tenere conto che i paesi poveri debbono pagare le merci e i servizi forniti dal Sud del mondo; non si può continuare con la politica dell’aiuto caritativo allo sviluppo, finora seguita, anche perché si tratta di “carità” pensata — soprattutto nelle forniture delle armi, merci oscene per eccellenza — in modo che le spese possano tornare indietro rapidamente nelle tasche dei donatori.

E qui si ritorna al punto di prima: una politica di sviluppo più sana presuppone dei nuovi rapporti commerciali, prezzi più equi per le materie del Sud del mondo, accordi commerciali meno egoistici, cioè tutto il contrario di quanto avviene nei rapporti commerciali internazionali, che di fatto proteggono le economie forti, a tutto scapito dei paesi del Sud del mondo, fornitori di materie prime. Tali nuovi rapporti commerciali sono richiesti dai paesi del Sud del mondo nelle sedi internazionali come si è visto nelle estenuanti trattative che hanno portato all’attuale Organizzazione Mondiale del Commercio, senza peraltro che siano state rimosse le vistose iniquita’ e violenze del commercio Nord-Sud. Nello stesso tempo se venisse data una risposta alla domanda del Sud del mondo, di giustizia e di equi rapporti commerciali, se aumentasse il prezzo delle fonti energetiche, dei minerali, delle fibre tessili, dei cereali, provenienti dal Sud del mondo, i riflessi sulla economia del Nord del mondo, così com’è oggi, non tarderebbero a farsi sentire, almeno per un più o meno lungo periodo di transizione, sotto forma di crisi e di disoccupazione. Sembra di oscillare fra due poli: continuare così come oggi a costo di dover fare i conti con la ribellione del Sud del mondo e con una crescente pressione migratoria sul Nord del mondo; oppure dare una risposta al Sud del mondo a costo di fare i conti con crisi interne da noi, nel Nord del mondo.

Le contraddizioni possono essere superate a condizione di un completo riesame delle linee politiche dei rapporti fra Nord e Sud del mondo che vedano al centro le materie prime e le merci, piuttosto che i rapporti di prestigio e di potere politico e finanziario. Non a caso un articolo apparso nel giornale inglese “The Economist”, nell’aprile 1974, subito dopo la prima crisi petrolifera, era intitolato “Commodity power”. Forse davvero il potere è oggi rappresentato dalle merci e la salvezza è offerta da una grande rivoluzione merceologica.