SM 1863a — Storia naturale delle merci — 1994

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Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

1. Ecologia come “economia della natura”

Le parole “ecologia” e “ambiente” vengono spesso usate in maniera indifferente, il che genera una certa confusione. Cominciamo quindi da qualche definizione.

“Ecologia” é una parola “inventata” nel 1866 dal biologo tedesco Ernst Haeckel (1834-1919), un grande divulgatore del pensiero di Charles Darwin (1809-1882), e rappresenta un calco di un’altra parola, “economia”, nota e usata da oltre 2300 anni. L’economia si occupa dell’analisi delle leggi (dal greco “nomos”) che regolano quanto avviene in una casa, in una comunità (dal greco “ecos”, o “oikos”); originariamente, nel mondo greco in cui la parola è nata, tali avvenimenti riguardavano scambi di merci, di materie e di lavoro (servizi) fra i diversi membri della famiglia, del villaggio, della comunità.

Quando Darwin tornò dal suo viaggio intorno al mondo (1831-1836) sulla nave “Beagle”, descrisse le condizioni di vita, gli scambi di materia e di energia che aveva osservato in ambienti tanto differenti dalla campagna inglese dell’Ottocento. Nelle foreste e nelle isole, nei deserti e nelle savane Darwin osservò piante ed animali che avevano adattato le proprie forme e i propri rapporti alimentari alle condizioni esistenti, modificando ed evolvendo forme e abitudini in maniera da garantire la propagazione della vita. Proprio come nelle comunità umane, anche le piante e gli animali scambiano fra loro, e con l’ambiente circostante — aria, acque, suolo — cibo e gas e sostanze chimiche.

Doveva esserci una scienza, pensò Haeckel, sulla base delle opere e del pensiero di Darwin, che descrive tali scambi di materia e di energia e i rapporti fra gli organismi viventi e l’ambiente circostante, e coniò il nome “ecologia” per la scienza che si occupa, appunto, dello studio  (dal greco “logos”) di quanto avviene nell’ambiente (ancora una volta “oikos”) in cui vivono vegetali e animali.

Le piante e gli animali sono appoggiati, immersi, sul terreno, nelle acque, in mezzo all’aria. I vegetali si sviluppano utilizzando l’energia solare, l’anidride carbonica dell’aria, l’acqua e i sali presenti nel terreno. I vegetali si nutrono da soli, e gli ecologi del secolo scorso li hanno chiamati organismi autotrofi (dal greco “autos”, da solo, e “trofe”, nutrimento) o, prendendo in  prestito un termine dall’economia, organismi  “produttori”.

I vegetali rappresentano l’alimento per  moltissimi animali, organismi che gli ecologi chiamarono eterotrofi (dal greco “eteros”, altrui, col solito “trofe”, nutrimento) perché dipendono, per il proprio cibo, da altri organismi; agli animali fu perciò dato anche il nome di organismi “consumatori”, un termine ancora una volta preso in prestito dal mondo economico, degli affari.

Alcuni animali oltre ai, o al posto dei, vegetali mangiano altri animali, per cui anche i vari animali sono legati fra loro da catene nutritive, o “trofiche”. Alcuni animali sono predatori di altri, le prede (le volpi si nutrono delle lepri); altri animali vivono insieme ad altri in rapporti di collaborazione o simbiosi (ancora dal greco “sim”, insieme, e “bios”, vita); alcuni animali vivono a spese di altri, senza però ucciderli, e così si hanno i casi di parassitismo e commensalismo.

Alla fine della loro vita utile le spoglie dei vegetali e degli animali cadono sul terreno e vengono attaccate da speciali organismi decompositori che scompongono le molecole presenti nelle spoglie e le trasformano di nuovo in gas che tornano nell’atmosfera o in composti chimici che, nel suolo, serviranno a far crescere altri vegetali. Alcuni animali, i saprofiti (dal greco “sapros”, escrementi), si nutrono addirittura delle molecole presenti negli escrementi di altri animali.

Produttori, consumatori e decompositori rappresentano, quindi, la grande catena della vita nei  mari e sui continenti, cioè nella “biosfera” (la parte della Terra in cui è possibile la vita, “bios”). La vita non serve a niente, se non a propagarsi; nella natura non esiste la morte, perché ogni  vegetale e animale, alla fine della sua vita, restituisce in ciclo le molecole che lo compongono; nella natura non esiste la violenza: i predatori non odiano le prede ma se ne nutrono per poter propagare la vita. Nella natura non esiste accumulazione o profitto.

I cicli della natura sono cicli chiusi; l’unico apporto esterno è rappresentato dalla radiazione solare che, nella sua componente visibile, fornisce l’energia per gli organismi produttori; l’energia in entrata sul pianeta è poi irraggiata nello spazio sotto forma di radiazione infrarossa.

L’ecologia è la scienza che studia e descrive i flussi di materia e di energia e i rapporti fra esseri  viventi, studia, insomma, come intuì lo stesso Haeckel, l’”economia della natura”.

2. La comparsa dell’uomo

La vita è andata avanti con questi cicli naturali, sostanzialmente chiusi, per oltre tremila milioni di anni, un lunghissimo periodo in cui è cambiata la composizione chimica dell’atmosfera e dei mari, in cui le grandi masse continentali si sono sollevate e abbassate e allontanate, in cui innumerevoli specie vegetali e animali hanno fatto la loro comparsa sulla superficie della Terra e sono poi scomparse.

Qualche cosa è cambiato quando, fra quattro e due milioni di anni fa, in epoca “recentissima”, quindi, è comparso sulla Terra, fra i primati, un animale “speciale”, del genere Homo. Nel corso dell’evoluzione alcuni primati avevano imparato a camminare su due gambe, rendendo le altre due zampe disponibili per toccare il mondo circostante. Con un lento processo di apprendimento questi nostri antichissimi predecessori hanno scoperto che certi vegetali erano  “più buoni” di altri e hanno imparato a raccoglierli e poi a uccidere con la caccia alcuni  animali le cui proteine hanno integrato il cibo vegetale.

Risale a circa un milione di anni fa la comparsa di una specie, quella dell’Homo sapiens,  caratterizzata dall’attitudine ad organizzarsi in piccole comunità di raccoglitori-cacciatori,  nomadi in un territorio vastissimo, alla ricerca di bacche, frutti, radici, animali.

Questa evoluzione delle abitudini alimentari ha contribuito ad accelerare la diffusione e  l’aumento del numero di quelli che ormai possiamo chiamare esseri umani, i quali, sotto certi aspetti, differivano abbastanza poco dagli altri animali erbivori e carnivori, mentre sotto altri  aspetti avevano fatto un salto evolutivo enorme.

3. La rivoluzione agricola

La grande rivoluzione si è verificata intorno a  circa 10.000 anni fa, alla fine del Paleolitico e  all’inizio del Neolitico, quando alcuni gruppi di persone hanno scoperto che certe piante potevano  essere  riprodotte stando  fermi,  senza  bisogno di  andarle  a  cercare, potevano, cioe’ essere “coltivate”, e che certi animali potevano  essere “allevati” e uccisi senza  bisogno  di rincorrerli con una faticosa caccia. Si  e’ avuta cosi’ la transizione da piccoli gruppi  di raccoglitori-cacciatori a comunità di  agricoltori-allevatori che hanno cominciato a fermarsi su un territorio.

Questa transizione — la rivoluzione agricola — ha avuto alcune conseguenze, appunto,  rivoluzionarie. Intanto ha portato con se il concetto di “proprietà“; alcuni gruppi o individui hanno considerato “propri” i campi e la terra e gli animali. Gli altri, quelli esclusi dalla proprietà, i più poveri, o più deboli, o meno capaci, hanno dovuto ottenere il cibo vendendo il proprio lavoro. E’ nata così una stratificazione fra una ristretta classe dominante e un’altra, più numerosa, di donne e uomini soggetti ad altri.

4. La comparsa delle classi e dell’imperialismo

Dopo millenni passati al freddo o al caldo, nelle caverne o all’aria aperta o su palafitte, le nuove comunità stanziali hanno cominciato a costruire delle abitazioni durature. Qualcuno ha così scoperto che certe pietre  o  terre potevano essere utilizzate per costruire case o edifici con cui difendersi dagli animali selvaggi, o per difendersi dal caldo e dal freddo, muri con cui  circondare, a fini di difesa, il villaggio.

Si trattava, adesso, di cercare nell’ambiente circostante — e qui bisogna cominciare ad usare  la  parola “ambiente”— le pietre più adatte per la costruzione di edifici e rifugi, oppure quelle che si prestavano per la produzione di metalli meglio adatti all’estrazione e alla lavorazione delle pietre.

La natura diventò quindi fonte di materie prime, minerali e metalli e venne modificata attraverso le cave, i fumi dei forni. L’estrazione dei metalli richiedeva fonti di energia e la  più disponibile era il legno dei boschi, per cui comincio’ un lento diboscamento.

Col passare del tempo vennero fatte altre scoperte:  la conservazione  della carne e delle pelli e’  facilitata dall’addizione  del  sale, una sostanza bianca  che  si trova  qua  e la’, in giacimenti, o che si forma per evaporazione dell’acqua del mare.

Chi viveva lontano dai giacimenti o dalle coste  marine doveva andare a cercare il sale altrove. Così alcuni membri della comunità, più intraprendenti e coraggiosi, affrontarono mari e terre sconosciuti alla ricerca della materia prima strategica. Per ottenerla dovevano portare con se prodotti agricoli o pelli o metalli e, una volta tornati al posto di origine, potevano chiedere un premio per il loro coraggio e intraprendenza.

Si formo’ cosi’ un’altra classe di persone, i mercanti, che  potevano  esigere case  altrettanto  belle  quanto quelle dei re. Nelle case delle classi dominante l’alimentazione  era migliore, si cercavano sostanze  capaci di condire e dare sapore al cibo. Chi possedeva materie rare, come il sale, i metalli, le spezie, poteva barattarle  con  altri prodotti e spesso diventava  ricco  o ricchissimo.

Se coloro che detenevano materie importanti – strategiche,  come diremmo oggi – non accettavano  gli  scambi, venivano  piegati con la forza e le guerre, guerre  che oggi  chiameremmo imperialiste per la  conquista  delle materie prime: gli sconfitti venivano fatti prigionieri e schiavi e rappresentavano una grande riserva di  mano d’opera gratuita.

Sodoma e Gomorra, le città ricchissime e perverse, a sentire il racconto biblico, dovevano la loro ricchezza al commercio del sale di cui esistevano intere montagne sulle rive  del  Mar Morto e forse  il  monopolio. Il racconto biblico della distruzione delle  due  citta’ riflette il ricordo di guerre condotte con successo  da popoli  vicini per la conquista della preziosa  materia prima.

5. I cicli si fanno aperti

La  stratificazione in classi e  l’imperialismo  fecero sentire  ben presto le loro  conseguenze  sull’ambiente naturale. Le due più importanti conseguenze sono rappresentate dalla nascita dell’universo delle merci e dalla rottura dei cicli chiusi naturali. La conquista dei beni della natura e dei loro prodotti di trasformazione non avviene più attraverso la collaborazione e cooperazione, come avviene nelle società animali, ma attraverso lo scambio di merci e servizi, mediati, già circa 4000 anni fa, dal denaro.

La seconda conseguenza e’ che, per fini “economici”,  i beni vengono tratti in crescente quantita’ dalla  natura, vengono trasformati in oggetti, cose utili,  merci, e alla natura non tornano più. Mentre, come si e’ visto, i cicli della biosfera sono chiusi, nella, anzi “sulla”, biosfera si inserisce un nuovo mondo, la “tecnosfera” dei beni naturali trasformati in merci dagli esseri umani.

D’ora innanzi la presenza degli esseri umani fa si che certi territori della natura vengano  impoveriti (di pietre, minerali, legname, erba dei pascoli); una parte dei  materiali viene immobilizzata per tempi lunghi e lunghissimi (per esempio negli edifici) e una parte  va a  contaminare i territori della natura sotto forma  di scorie  dei processi  di  trasformazione  ad   opera dell’uomo.

Per alcuni millenni questa operazione e’ stata  relativamente  lenta,  ma  negli ultimi tremila  anni  si  e’ andata facendo sempre piu’ rapida.

Oggi  possiamo riconoscere le cave da cui gli  egiziani traevano  le pietre o i minerali; i segni del  diboscamento avvenuti in epoca greca e romana per aumentare la superficie  dei campi coltivati; troviamo  depositi  di scorie (nell’isola d’Elba) delle attività di estrazione  del  ferro praticate dagli  etruschi;  troviamo  le tracce di miniere nel Sinai, in Sicilia, nell’Attica  e i  segni  del diboscamento  provocato  dalla  crescente richiesta di fonti di energia.

Nel  mondo  umano comincia a comparire il  concetto  di “sfruttamento”  della  natura, intesa come  riserva  di cose utili e di merci per gli esseri umani. Si e’ trattato di una reazione a catena, in cui  popoli anche  lontanissimi nello spazio hanno scambiato  esperienze e conoscenze, materie prime e merci, accelerando tale sfruttamento.

6. L’era eotecnica

Patrick Geddes (1850-1932), nel 1914, e poi Lewis  Mumford (1995-1990), nel 1934, hanno chiamato “eotecnica” l’era e la società tecnologica che vanno dall’epoca greco-romana fin verso il 1500. Tale società eotecnica era basata sull’uso, come fonti di energia, di risorse naturali rinnovabili come il legno e il moto del vento e delle acque, sull’uso del legno e delle pietre come materiali da costruzione, e su limitate attività minerarie e metallurgiche.

Benche’ l’influenza sulla natura del periodo eotecnico fosse abbastanza modesta, i suoi segni si  riconoscono bene ancora oggi sotto forma di scomparsa dei boschi  e di cumuli di scorie.

7. L’avvento della societa’ paleotecnica

La grande svolta si ebbe fra il 1500 e il 1600. in seguito a varie scoperte scientifiche, alla  scoperta che il carbone estratto dal sottosuolo poteva sostituire il legno come fonte di energia per il riscaldamento e per l’estrazione dei metalli.

Anche qui, quasi con una reazione a catena, si susseguono la scoperta della macchina a  vapore, il suo perfezionamento per produrre energia con meno carbone; la  scoperta che era possibile ottenere piu’ ferro  con il  carbone fossile anziche’ con il carbone  di  legna; che  le  maggiori  quantita’ di ferro  a  basso  prezzo permettevano  la  fabbricazione di macchine  capaci  di sostituire  il  lavoro umano,  dapprima  nell’industria tessile e poi in tutte le attività.

I  cambiamenti si fanno piu’ rapidi e  rivoluzionari  a partire  dalla  fine del 1700 e  giustamente  Friedrich Engels  (1820-1895)nel 1845 ha chiamato questa  transizione la “rivoluzione industriale”. A  loro  volta Geddes e Mumford hanno  chiamato  questo periodo della storia dell’umanita’ “era  paleotecnica”, caratterizzata  da  una tecnica primitiva e  devastante per la natura.

8. Il degrado degli esseri umani e della natura

L’avvento dell’era paleotecnica ha avuto alcune  importanti  conseguenze.

La  prima  e’ la nascita del  capitalismo  moderno:  la produzione delle merci richiede macchinari costosi  per il  cui acquisto occorre denaro. L’imprenditore non  e’ piu’  l’inventore,  o l’innovatore, o la  persona  piu’ abile  e capace,  ma chi possiede denaro ed e’  animato dal solo fine di aumentarlo col profitto.

La seconda e’ l’avvento di un nuovo tipo di lavoratore, l’operaio,  legato alla macchina (e la “macchina”  puo’ essere  anche  il  sofisticato  calcolatore  dell’eta’ contemporanea). Il fine del lavoro non e’ la felicita’, la dimostrazione della bravura, ma la conquista del salario che  deve essere  impiegato  per l’acquisto delle merci,  sia  di quelle indispensabili, sia di quelle superflue alla cui conquista,  in  crescente quantita’, il  lavoratore  e’ spinto dalla competizione sociale, dalla propaganda.

Di conseguenza aumenta la domanda di merci da “consumare”, e la diffusione di una  “societa’ dei consumi”  o “consumistica”,  funzionale alla crescita del  profitto del  capitalista  e alla moltiplicazione dei  posti  di lavoro e della popolazione di nuovi consumatori.

La quinta  conseguenza e’ la rapida espansione  della “tecnosfera”  e l’aumento del peso e del  volume  delle scorie  che vanno a modificare negativamente  il  regno della natura.

Una ultima conseguenza della rivoluzione industriale e’ rappresentata dall’aumento della popolazione  mondiale, in  seguito  al  miglioramento della  salute  in  vasti strati  della popolazione, all’allungamento della  vita media,  e  alla diffusione di un  certo  benessere  che porta  anche una alimentazione piu’ razionale e  condizioni di vita piu’ igieniche.

La seguente tabella mostra l’andamento della popolazione mondiale dalla meta’ del 1700 ad oggi:

Anno   Popolazione, milioni

1750     730

1850    1175

1950    2510

1965    3300

1970    3700

1980    4400

1994    5700

1999    6000

2006    6500

2014    7000

9. La circolazione natura-merci-natura

Il funzionamento della societa’ industriale, o societa’ dei  consumi, si puo’ descrivere come una  circolazione di materia e di energia dalla natura ai processi  umani di  produzione  e di consumo, e di  nuovo  alla  natura (figura  3), considerata una riserva di beni  materiali grande, anzi molto grande, ma non illimitata.

La produzione delle merci comincia con la  sottrazione, spesso  irreversibile, di beni dalla natura: beni  talvolta rinnovabili (come gli alimenti vegetali e  animali, l’acqua), talvolta non rinnovabili come le  pietre, i minerali, le fonti energetiche fossili. L’estrazione  di  beni dalla natura  lascia  un  “buco” nelle  riserve della natura disponibili per le  generazioni future.

Le risorse della natura passano attraverso un  processo di produzione delle merci che fornisce, insieme,  merci e scorie: per il principio di conservazione della massa la quantita’ delle merci e’ inferiore alla quantità di risorse naturali entrate nel processo di produzione. La differenza e’ rappresentata da sottoprodotti, scorie  o rifiuti  che tornano al mondo della natura  peggiorando la qualità dei corpi riceventi naturali.

In  molti  casi il peso dei residui e  rifiuti  solidi, liquidi e gassosi e’ due o tre  volte superiore al peso delle merci.

Alla fine del processo di produzione – ma, come  vedremo,  anche  alla fine del processo di  “consumo”  -  la qualita’ delle acque, dell’aria, del suolo e’  peggiore di quella che avevano all’inizio del ciclo.

Il destino delle merci e’ di entrare in un processo  di “consumo”.  In realta’ gli esseri umani  non  consumano niente: tutte le merci, dopo essere state usate per  un tempo piu’ o meno lungo, ritornano nell’ambiente.

Moltissime  merci  hanno vita breve: gli  alimenti,  la carta  dei  giornali, gli imballaggi,  i  combustibili, poco tempo dopo essere stati utilizzati vengono  eliminati come escrementi, come gas, come rifiuti solidi.

Alcune altre merci vengono immobilizzate per tempi piu’ o meno lunghi all’interno della tecnosfera: le  automobili, molti elettrodomestici e macchinari, i  televisori, i calcolatori elettronici, hanno una decina di anni di vita, dopo di che vengono buttati via come  rifiuti;  i libri che vengono conservati in biblioteca, il cemento  e  il ferro e i tubi di  plastica  impiegati  negli edifici,  possono  restare in uso  per  decenni.  Pochi edifici resistono qualche secolo.

Come conseguenza si osserva una espansione della tecnosfera  che  si gonfia continuamente per il  peso  e  il volume  di  materie “economiche” che trattiene  al  suo interno.

Le precedenti considerazioni mostrano che non esiste, in effetti, un processo di consumo delle merci, ma che le merci vengono piuttosto solo “usate”. Per cui   la nostra, più che “società dei consumi”, deve essere definita una “società dei rifiuti”.

10. La crisi del ventesimo secolo

La  crisi dei rapporti fra regno della natura e  tecnosfera si e’ andata aggravando nel ventesimo secolo  per il  rapido  aumento della popolazione  mondiale  e  per l’accesso a molte materie prime fino allora  sconosciute, come il petrolio, il gas naturale, nuovi minerali e metalli e per la conseguente invenzione di molti  nuovi processi produttivi e di nuove merci.

La popolazione mondiale sta aumentando in ragione di 90 milioni di persone all’anno ed ha raggiunto, nel  1994, come si e’ detto sopra, 5,7 miliardi di persone: persone  con crescenti e nuovi bisogni di merci e  con  crescente effetto ambientale negativo sulla biosfera.

I rapporti fra popolazione, merci e ambiente si possono descrivere con una equazione che, molto  schematicamente, lega la quantitàà I di scorie immesse  nell’ambiente,   in una unita’ di tempo, per esempio in  un  anno, con il numero di abitanti della Terra, P, con la quantità M di merci usate da ciascun individuo in un anno, con  la quantià  T  di  scorie  inquinanti   immesse nell’ambiente da una unita’ di merce prodotta e  consumata.

Nel  termine  “merce” va compreso  anche  il  contenuto materiale, che sempre esiste, dei servizi come trasporti,  comunicazione, informazione, eccetera.

Il degrado ambientale, schematizzato, molto approssimativamente, come inquinamento I generato in un anno dalle attività di produzione e di consumo, risulta, così

I = P x M x T

A mano a mano che si è costatato che le alterazioni ambientali assumevano, in alcune zone, un  carattere molto  grave e talvolta catastrofico, ci si e’  chiesti come fosse possibile ridurre tali alterazioni.

Come mostra l’equazione, sia pure in questa forma così semplice, per diminuire  I  occorre rallentare, per lo meno, l’aumento della popolazione  P,  rallentare o frenare l’aumento o diminuire la produzione e il consumo delle merci  M,  e modificare le tecniche di produzione — la qualità T — delle merci con adatte innovazioni.

11. I segni della crisi

La  crisi ambientale si manifesta in molte  forme. La  distruzione  dei boschi, spesso dovuta  a  fini  di speculazione edilizia, lascia il suolo esposto all’erosione ed e’ causa di frane e alluvioni. La modificazione del corso dei fiumi per trarne energia elettrica  o  acqua da irrigazione o  per  mancanza  di manutenzione, provoca l’erosione delle spiagge.

L’inquinamento  e’  rappresentato  dalla  modificazione della qualita’ dell’aria, delle acque e del suolo,  per immissione  di  sostanze  chimiche  provenienti   dalle attivita’ di produzione e di consumo. A seconda della quantita’ di sostanze immesse nei corpi riceventi naturali e della loro concentrazione,  l’aria puo’  diventare  sgradevole  o  dannosa  da  respirare, l’acqua non puo’ essere utilizzata a fini potabili. Talvolta  l’inquinamento  si manifesta  con  effetti  a lungo termine o difficilmente percepibili.

L’immissione   nell’atmosfera  di  anidride   carbonica (proveniente  dalle  combustioni), di ossidi  di  azoto (anch’essi provenienti dalle combustioni e dal traffico automobilistico),  di metano, eccetera,  provoca  delle alterazioni  climatiche indicate col nome  di  “effetto serra”,  che si traducono in un lento graduale  aumento della temperatura media terrestre.

L’immissione   nell’atmosfera  di   composti   organici  clorurati  fa  diminuire la  concentrazione  dell’ozono stratosferico  e fa aumentare il flusso  di  radiazione ultravioletta dannosa, biologicamente attiva (la radiazione UV-B), sulla superficie della Terra.L’immissione di rifiuti nel mare ne impedisce l’uso  a fini ricreativi.

Il crescente impiego di concimi azotati  e  fosfatici, per aumentare le rese delle colture agricole, fa finire nei  laghi e nel mare una grande quantita’ di  sostanze nutritive  che sono responsabili di fenomeni di  eutrofizzazione (dal greco “eu”, molto, troppo, e il  solito “trofe”, nutrimento), cioe’ rende disponibile  “troppo” cibo per le alghe che si moltiplicano eccessivamente  e ben presto vanno in putrefazione ed alterano gli  equilibri ecologici dei laghi e mari.

Ogni  paese  industriale genera  una  grande  quantià‘ (solo in Italia 100 milioni di tonnellate all’anno)  di rifiuti solidi urbani e industriali che vengono  scaricati  irrazionalmente  sul suolo  e  nell’ambiente  con effetti tossici o dannosi per la salute.

La  produzione di energia nucleare  comporta la  formazione di elementi radioattivi di fissione e di  attivazione  che conservano la loro radioattivita’ per  anni, secoli  o  millenni  e che  rappresentano  una  mortale eredita’ che lasciamo alle future generazioni.

12. Rimedi tecnici

Tutte i precedenti effetti possono essere ridotti attraverso azioni tecniche, cioè intervenendo sulla qualità delle merci, quel fattore che nella precedente equazione è stato indicato come T. Preliminare a tutto è la necessità di  ampliare le conoscenze sulla ecologia della tecnosfera:  bisogna cominciare col riconoscere che le sedi delle attività umane si comportano come ecosistemi — come “ecosistemi artificiali” — per i quali può essere  redatto  un bilancio  di materia e di energia simile a  quello  che gli ecologi misurano per gli ecosistemi naturali.

Cosi’ e’ possibile redigere una contabilità dei flussi di materia e di energia per ecosistemi artificiali come la casa, la città, la fabbrica. Per ciascun sistema è possibile misurare la  quantità di materie (e di energia) in entrata, si puo’  misurare come  ciascun “bene” materiale, fisico, sia di  origine naturale sia introdotto come “merce”, viene  trasformato,  viene  modificato, e dove va a  finire:  se  resta all’interno  della  tecnosfera o viene  espulso,  sotto forma di scoria, e in quale territorio della biosfera – dell’ambiente  -  viene immesso, e  con  quali  effetti negativi.

Occorre cioè sviluppare una adeguata conoscenza,  oggi mancante, sulla “storia naturale” delle merci. Il risultato di questa analisi consente di vedere quali azioni tecniche possono essere intraprese per diminuire la produzione di rifiuti o l’effetto inquinante.

I  rifiuti gassosi possono essere in parte abbattutti con filtri. I rifiuti liquidi, urbani e industriali, possono essere filtrati o modificati con processi di depurazione chimici  o microbiologici, prima di essere immessi  nei fiumi, nei laghi o nel mare.

I  rifiuti  solidi, anziche’ essere  scaricati  tali  e quali  nell’ambientge, possono essere  inceneriti  (con riduzione   del  loro  volume,  ma   con   inquinamento dell’atmosfera).  Oppure se ne può  ridurre l’effetto inquinante utilizzandone una parte in processi di riciclo, per trarne materiali ancora utilizzabili. E’ possibile ottenere nuova carta dalla carta straccia, nuovo alluminio dall’alluminio usato, eccetera.

In  queste  condizioni  i residui  delle  attivita’  di produzione e di consumo possono diventare materie prime – anzi, “materie seconde” – per nuovi cicli produttivi. La  convenienza  “ecologica”  dell’operazione   dipende dalla  qualita’  e  dai caratteri  delle  merci,  dalla qualita’ “merceologica” dei rifiuti, cioe’ delle  merci usate, dal processo di riciclaggio. Puo’ esserci, infatti, il pericolo che nel  riciclaggio si generino agenti inquinanti in quantita’ maggiore di, anche se diversa da, quella associata ai cicli  produttivi che partono da materie prime tradizionali. Siamo, insomma, di fronte, alla necessita’ di sviluppare una merceologia dei rifiuti.

E’  possibile  chiedere ai  progettisti  di  progettare merci adatte per essere riciclate dopo l’uso e  saremmo cosi’  di fronte ad una vera rivoluzione  merceologica, provocata dalla necessita’ di ricorrere a piu’ razionali sistemi di smaltimento delle merci usate.

Infine, per diminuire sia la quantita’ M di merci messe in circolazione, sia l’effetto inquinante T di ciascuna merce, si puo’ ricorrere a differenti fonti di energia, a  differenti materie prime, a differenti modi e  mezzi di  trasporto  individuali e collettivi,  a  differenti modi  di lavare e di lavorare e di vivere nella casa  e nella fabbrica.

13. La violenza delle merci

Qualsiasi  modificazione tecnica comporta dei costi  e, soprattutto,  comporta dei mutamenti di abitudini e  di situazioni consolidate. E’  quindi  difficile  che una merce  inquinante  o  un processo inquinante o un comportamento economico vengano modificati spontaneamente. Occorrono  pertanto  degli  strumenti  legislativi  che riconoscano  il carattere di violenza, di reato,  nella modificazione negativa dell’ambiente naturale.

Occorre introdurre nuovi concetti anche etici e riconoscere che l’inquinamento e l’impoverimento delle riserve di risorse naturali e’ un atto di violenza ad altri, a  coloro che vivono insieme a noi sulla Terra  e  alle generazioni  future – il nostro prossimo del  futuro  – verso cui abbiamo delle responsabilità. Secondo una bella immagine, noi abbiamo ricevuto  in prestito il pianeta Terra dai nostri figli !

Nello  stesso  tempo i nuovi comportamenti e  le  leggi dirette a modificare l’esistente, possono avere successo  soltanto  se  sostenute  da  una  forte   pressione dell’opinione pubblica. Coloro  che sono costretti a mutamenti e a nuovi  costi cercheranno  sempre di ostacolare tali mutamenti  e  le leggi  che  li impongono.

La  difesa dei valori della salute, il  rispetto  della vita, possono invece essere sostenuti da coloro che  li riconiscono  come  valori: un  ruolo  importante  hanno quindi  la scuola, l’informazione, i movimenti di  opinione  come i movimenti ambientalisti,  pacifisti,  che soni attenti ai diritti dei minori, dei bambini,  degli indifesi, degli abitanti del Sud del mondo.

14. La cultura del limite

Ma tutti i precedenti rimedi tecnici o legislativi sono poco efficaci se non rallentano, insieme, l’aumento della popolazione mondiale P e della quantità di merci M messe in circolazione.

Questo cambiamento è imposto da considerazioni  ecologiche  e fisiche che derivano dal carattere  intrinseco della biosfera, che ha dimensione grande, ma non  illimitata,  e che rappresenta l’unica fonte  delle  nostre ricchezze naturali e merceologiche.

La necessità di porre un limite alla quantità di risorse naturali estratte, a fini produttivi economici, dalla  biosfera  e alla quantita’ di scorie,  di  merci usate, che nella biosfera vengono immesse, e’ implicita nelle leggi fondamentali dell’ecologia.

Ogni ecosistema ha una sua capacita’ portante e  ricettiva limitata per la vita, per gli esseri che la abitano e per le scorie delle loro attività. Gli  ecologi indicano questa proprieta’  come  carrying capacity  di  un ecosistema, misurata come  il  massimo numero  di esseri viventi, vegetali o animali,  che  un territorio della biosfera puo’ nutrire e i cui  rifiuti puo’ smaltire.

Un pascolo puo’ alimentare un certo numero di  animali: se  si  supera tale numero – la carrying  capacity  del sistema  – gli animali non trovano cibo sufficiente,  e entrano  in conflitto per la conquista del cibo, e  gli escrementi  animali immessi nel pascolo contaminano  il suolo  e impediscono la produzione di nuova  erba.  Ben presto il numero di animali non aumenta piu’ o addirittura diminuisce.

Se  si coltiva per molti anni di seguito un terreno,  i vegetali “portano via” dal suolo le sostanze  nutritive e dopo qualche tempo le sostanze nutritive residue sono diminuite al punto che la produzione vegetale  diminuisce.

Lo sapevano gli Israeliti a cui, nel libro del  Levitico, era ordinato di non coltivare il terreno ogni sette anni (l’anno sabatico); i Romani sapevano che occorreva coltivare  ad  anni alterni cereali   e  leguminose;  i primi  impoveriscono di azoto il terreno e  le  seconde restituiscono l’azoto al terreno.

Il grande chimico Justus von Liebig (1803-1873), intorno alla meta’ nel 1800, studiando la nutrizione vegetale aveva riconosciuto che la resa di una coltura  vegetale diminuisce se manca anche una sola delle  sostanze nutritive  occorrenti, chiamata sostanza limitante  (e’ questa la “legge del minimo”).

A  partire dalla seconda meta’ del 1800 si sono  cominciati  a riconoscere i segni  dell’impoverimento  delle riserve  di carbone in Inghilterra, e piu’ tardi si  e’ osservato  l’impoverimento dei giacimenti  di  salnitro nel  Cile, di zolfo in Sicilia, di fosfati nelle  isole dell’Oceania, di petrolio negli Stati Uniti.

L’attenzione  per la crisi ecologica, agli inizi  degli anni  sessanta, ha indotto a ripensare lo  sfruttamento della  natura come fonte di materie scarse e come  collettore,  di  dimensioni limitate, delle  scorie  delle attività umane. Sono cosi’ comparse delle proposte di porre dei limiti, per  esempio  alla crescita della popolazione  e  della produzione di merci.

La proposta piu’ discussa fu elaborata dal Club di Roma nel 1970-72 e fu presentata all’opinione pubblica in un libro,  apparso  nel 1972, intitolato  “I  limiti  alla crescita”  (ma  nella edizione italiana  il  titolo  fu tradotto, erroneamente, come “I limiti dello sviluppo”, che significava tutt’altra cosa). Il  libro sosteneva che se continuano ad aumentare,  ai ritmi attuali, la popolazione terrestre e la produzione agricola  e industriale, ben presto l’umanita’  sarebbe andata incontro a scarsita’ di materie prime, a perdita di  fertilita’ del suolo, a mancanza di acqua dolce,  a inquinamenti  tali  da generare  malattie,  epidemie  e conflitti  che  avrebbero fatto  diminuire  in  maniera violenta la popolazione mondiale. Per  evitare  tutto  questo era  necessario  porre  dei limiti, appunto, alla crescita della popolazione e  dei consumi.

Il libro fu oggetto di violente critiche: alcuni sostenevano che l’economia sa affrontare bene i problemi di scarsita’; altri sostenevano che le innovazioni  tecniche, come l’energia nucleare, avrebbero fornito energia e  alimenti  e  materie illimitate anche  a  decine  di miliardi di terrestri. Le  obiezioni si sono rivelate inconsistenti,  come  ha dimostrato  l’aggravarsi  della crisi  ambientale  come conseguenza del non aver dato retta agli avvertimenti.

Nel 1980 apparve negli Stati Uniti un’altra analisi dei problemi  della  scarsita’, intitolata  “Global  2000″, anch’essa oggetto di critiche.

Il  problema  non sta nel negare la  limitatezza  delle risorse del pianeta Terra e la necessita’ di porre  dei limiti, ma nel considerare che sono molto diversi,  nel Nord e nel Sud del mondo, la distribuzione della  popolazione e la disponibilita’ e i “consumi” delle merci.

La minoranza dei terrestri che abita nel Nord del mondo —  circa 1500 milioni di persone  nell’America  settentrionale,  nell’Europa  occidentalke  e  orientale, in Russia, in Australia, in Giappone —  usa  (“consuma”) circa  il  70  % degli  alimenti,  dell’energia,  della carta, dei metalli prodotti.

I  restanti circa 4200 milioni di persone – in  Africa, Asia,  America centrale e meridionale -  dispongono  di una piccola frazione dei beni estratti dalla  biosfera, pur  con forti differenze anche all’interno  di  questo grande aggregato.

Qualsiasi  proposta di  porre dei limiti allo  sfruttamento della Terra e alla produzione e ai consumi  delle merci,  implica che il Nord del mondo deve ridurre,  in proporzione, molto di piu’ i propri consumi per lasciare al Sud del mondo (che contiene, come si e’ detto,  i tre  quarti della popolazione mondiale)  le  condizioni per liberarsi dalle attuali condizioni di scarsita’, di fame e poverta’.

La necessita’ di un riequilibrio fra sfruttamento della natura  e proiduzione di beni nel Nord e nelk  Sud  del mondo e’ ben sentito da molti oaesi delk Sud del  mondo che  accyusano  il Nord del mondo di  usare  l’ecologia come nuovo strumento di imoerialismo e di  sfruttamento del Sud del mondo.

Il Nord del mondo, essi dicono, vuole continuare  sulla sua strada di crescita economica e merceologica e vuole imporre,  a  noi,  abitanti dei paesi  poveri,  di  non tagliare  le foreste e di rinunciare  all’utilizzazione delle nostre miniere e dei niostri pascoli, di  restare poveri, insomma, nel nome degli interessi “comuni”  del pianeta.

Qualsiasi proposta di cambiamento e’ credibile, quindi, soltanto  nell’ambito di un progetto  di  solidarieta’, ricordando che ci si salva tutti insieme o non si salva nessuno.

15. Alla ricerca di una societa’ sostenibile

Il piu’ recente movimento diretto a ripensare il futuro dell’umanita’ e’ la proposta di realizzare uno “sviluppo sostenibile”, attraverso la creazione (l’”invenzione” ?) di una “società sostenibile”.

Una  societa’ sostenibile deve essere in grado di  utilizzare le risorse della natura per soddisfare i  bisogni  dell’attuale  generazione senza  compromettere  la disponibilita’ delle risorse che saranno necessarie per lo sviluppo delle generazioni future. La  definizione  contiene  implicita  una  proposta  di superamento  della contraddizione fra crescita di  beni materiali e sviluppo sociale e umano.

Fino  adesso  e’ stato fatto credere  che  lo  sviluppo consiste  nel  possesso di una crescente  quantita’  di merci  per tutti i terrestri. I dibattiti degli  ultimi decenni  hanno  invece mostrato che, al di la’  di  una certa  produzione  e  disponibilita’ di  merci,  si  va incontro a crisi – una delle quali e’ quella  ecologica – che compromettono la salute, la giustizia distributiva, il benessere umano: che compromettono, insomma,  il vero sviluppo, definito come accesso di tutti ai diritti,  alla  liberta’, alla dignita’, all’aria  pulita  e alle acque non contaminate.

La  stessa  definizione  di sostenibilita’  ha  in  se’ qualcosa  di  sovversivo rispetto  alle  attuali  leggi della  societa’  del libero  mercato  e  capitalistica, leggi  e  regole  ormai adottate, dopo  la  rinuncia  a soluzioni socialiste e comuniste, da tutto il mondo.

Infatti  il  dogma dell’aumento  del  prodotto  interno lordo, implica, inevitabilmente, l’aumento della produzione  di merci e l’aumento dello sfruttamento e  della contaminazione della biisfera.

Non si tratta di una utopia: esistono, infatti, le condizioni per realizzare tale società‘: conoscenze tecnico-scientifiche, movimenti di opinioni, proposte di uso diverso delle materie, nuovi processi di  produzione e di uso delle merci, nuovi processi di trattamento delle scorie.

Le condizioni di tale trasformazione sono  gia’  state anticipate da Lewis Mumford, quando ha parlato, nel suo libro: “Tecnica e cultura”, del 1934, di avvento di una “societa’ neotecnica” nella quale avrebbe dovuto essere fatto un ricorso piu’ intenso, ma diverso dall’attuale, alla scienza e alla tecnica.

Tale società neotecnica, in gran parte da inventare, ma soprattutto da volere, è la condizione perché la nostra generazione lasci a quelle future delle condizioni di vita meno insostenibili delle attuali !

Alcuni suggerimenti di lettura

Barry Commoner, “Il cerchio da chiudere”, Milano, Garzanti, 1972; meglio la riedizione del 1985

Lewis Mumford, “Tecnica e cultura” (1934), Milano, Il Saggiatore, 1965

Giorgio Nebbia, “Lo sviluppo sostenibile”, Firenze, Edizioni Cultura della Pace, 1990