SM 1849 — Ingegneria dello sterminio — 1995

This entry was posted by on giovedì, 14 luglio, 2016 at
Print Friendly

Postfazione a Till Bastian, “Auschwitz e ‘la menzogna di Auschwitz’”, Torino, Bollati Boringhieri, 1995, p. 103-126; Studi Bresciani, n. 9, 49-61 (1996); QualeStoria (Trieste), 23, (3), 27-48 (dicembre 1995); http://www.greencrossitalia.it/ita/speciali/auschwitz/ingegneria%20_sterminio/index.htm

Giorgio Nebbia  nebbia@quipo.it

 1.  Il ritorno dei mostri

Chi incanta oggi i ragazzi con un sogno neo-”nazista”, capace di spingerli all’assalto di ebrei, immigrati, persone di colore, presenta l’epoca hitleriana come il periodo del trionfo della tecnica e dell’ordine, della moneta stabile e di riforme sociali in cui anche i lavoratori  “stavano bene”, il periodo di un “socialismo” realizzato all’insegna di una nazione forte, efficiente, organizzata, bianca, ariana.

In questo quadro riesce facile aizzare i naziskin contro le persone appartenenti a quegli stessi gruppi che allora si opponevano od erano estranei al grande disegno di un “nuovo ordine”: ebrei, comunisti, zingari, omosessuali, neri, testimoni di Geova, diversi (1). Fondamentale, per dare credibilità ad un folle progetto neonazista, è negare il più osceno volto del nazionalsocialismo, lo sterminio fisico di qualsiasi oppositore o “diverso”.

Questo sterminio ha avuto numerosissimi volti ed episodi: campi di concentramento per “asociali”, socialisti, comunisti, sono stati organizzati fin dal 1933; poi altri campi sono stati creati per gli Ebrei tedeschi, poi per gli Ebrei dei territori occupati, per i prigionieri di guerra, eccetera.

Il culmine della violenza fu rappresentata dai campi di sterminio di cui Auschwitz fu l’esemplare più “raffinato” di organizzazione e di tecniche di assassinio. Auschwitz che fu liberato alla fine di gennaio del 1945 e fu visitato “a forni ancora caldi”, che fu fotografato e filmato più ancora di altri campi, in cui furono recuperati dei pezzi di archivi e di documentazione sfuggiti alla distruzione da parte delle SS.

Auschwitz, diventato simbolo del nazismo, è stato ed è l’obiettivo principale del revisionismo neonazista: se fosse stato possibile dimostrare che non era vero che i nazisti avevano un raffinato sistema di camere a gas, che l’acido cianidrico serviva soltanto per uccidere i ratti, che i forni crematori servivano soltanto per incenerire i corpi delle persone morte per malattie, sarebbe stato portato un colpo decisivo all’ondata mondiale di indignazione. Ne è nata così una “scuola” di  negazionismo, nei paesi anglosassoni e in Francia, con fedeli discepoli in Italia, Olanda e in altri paesi. Il punto fondamentale era sostenere che “Auschwitz è una bugia”; fatto questo, le SS diventavano i custodi di normali prigioni; i milioni di morti sarebbero apparsi vittime di epidemie; gli industriali che usavano mano d’opera schiava sarebbero apparsi normali imprenditori.

L’operazione è cominciata negli anni cinquanta del secolo scorso, è andata crescendo fino agli anni settanta e si è fatta sempre più vivace a partire dal 1980 (2). Purtroppo col passare del tempo le conoscenze sulla vera storia economica e sociale del nazionalsocialismo si sono affievolite; due generazioni si sono susseguite a quella di coloro che erano adulti negli anni trenta e quaranta del Novecento; e anche fra costoro, almeno in Italia, ben pochi si sono sforzati di conoscere e spiegare e insegnare tale terribile storia.

Denunciare e smentire le falsificazioni della storia, come ha fatto opportunamente il libro di Till Bastian (2a), è una questione che riguarda non soltanto gli Ebrei e i loro morti, ma tutta intera l’umanità.

2.  L’organizzazione dello sterminio

La storia umana ha purtroppo visto, nel suo corso, innumerevoli casi di uccisioni o di perdite di vite umane a diecine e centinaia di migliaia: nel corso delle rivoluzioni, delle guerre fra etnie e sette religiose, della conquista di territori e delle loro materie prime. Abbiamo davanti agli occhi gli stermini di massa dei nativi americani da parte dei conquistatori cristiani; la morte di milioni di russi durante l’esilio e il lavoro forzato dopo la Rivoluzione d’Ottobre; gli stermini di etnie come gli Armeni o i Tamil; le guerre coloniali in Africa e in Asia; le guerre tribali in Africa; quelle fra musulmani sunniti e sciiti; i conflitti fra israeliani e palestinesi; fra slavi e musulmani nell’ex-Jugoslavia, e innumerevoli altri.

Lo sterminio di massa — prevalentemente, ma non solo, di Ebrei — condotto dai nazisti negli anni 1938-1945, ha però qualcosa di diverso da quelli che lo hanno preceduto e seguito: nell’uccisione di persone inermi sono stati impiegati mezzi tecnici raffinati, come forse mai è avvenuto prima, con la partecipazione di aziende, con regolari contratti e affari, con perfetta anche se allucinante, logica imprenditoriale e con lauti profitti, proprio in contrasto con l’immagine di un nazionalsocialismo romantico e anticapitalista che viene ancora fatta circolare.

Ci sono state discussioni fra funzionari, uffici nazisti e fornitori, sulla qualità dei macchinari e delle merci fornite per lo sterminio, c’è stato un coinvolgimento, non occasionale, di  imprenditori che hanno cercato di fare “del loro meglio” per accontentare i committenti e perché lo sterminio venisse condotto nella maniera “migliore”.

Nel caso dello sterminio condotto dai nazisti vi sono stati, credo per la prima volta nella storia, stretti rapporti fra potere politico e aziende capitalistiche e i relativi tecnici, per cui il ricordo e lo studio di tale sterminio porta a mettere in discussione anche il ruolo e la moralità della tecnica e dell’impresa (3).

A mano a mano che è aumentato il numero di persone catturate per motivi di religione, di “diversità” rispetto alla “razza bianca e ariana” dominante (oppositori  del  regime, comunisti,  omosessuali, ebrei, testimoni di Geova (4)(4a), zingari (4b), prigionieri di guerra, catturati in Germania e poi in tutte le parti dell’Europa occupate dai tedeschi), il regime nazista si è trovato di fronte ad un numero crescente di persone che dovevano essere trasportate da un posto all’altro, concentrate in campi, alimentate, sia pure sotto i limiti della sopravvivenza, smistate e suddivise, controllate. Tutto questo comportava l’uso di mezzi di trasporto, la costruzione di edifici, l’impiego di guardie, sorveglianti, medici, tutte risorse sottratte allo sforzo bellico.

I prigionieri che potevano essere utilizzati come mano d’opera schiava, fino al loro esaurimento fisico, venivano ceduti (in cambio di un compenso per le SS, tanto per ogni internato “venduto”) alle industrie come la I.G.Farben, la Krupp, la Volkswagen (4c), imprese di costruzioni, le fabbriche di aeroplani e missili, eccetera. Quelli che non “servivano” come potenziale mano d’opera erano esposti a malattie, epidemie, e tutto ciò rappresentava per la Germania un inutile “costo” che “doveva essere” ridotto o eliminato.

Oltre al deliberato progetto di “soluzione finale” del problema ebraico (5) — attuato con una fredda determinazione che non può certo essere negata neanche dagli zelanti revisionisti della storia del nazismo — vi  è stato un vero e certo sterminio di milioni di persone, lasciate morire per stenti, per le fatiche, per malattie, per fame o deliberatamente uccise.

Come era naturale in una struttura militare-poliziesca efficiente e pignola, lo sfruttamento e  l’eliminazione delle persone catturate sono avvenuti tenendo una puntigliosa documentazione tecnica e amministrativa il cui esame offre un quadro allucinante di questa particolare dittatura di destra, militare e affaristica, che è stato il nazismo.

Nella confusione degli ultimi mesi di guerra una parte rilevante dei documenti, delle testimonianze, degli stessi edifici e strutture di sterminio sono stati smantellati, distrutti, dispersi. I comandi delle SS e le industrie che con esse avevano avuto rapporti di affari hanno distrutto, prima della cattura da parte degli Alleati, gran parte della corrispondenza, dei contratti, delle fatture.

Tuttavia la rapida avanzata delle truppe alleate ha pòermesso di catturare almeno una certa parte della documentazione che è stata, in parte, resa pubblica nel corso del primo processo di Norimberga ai principali criminali nazisti (6)(7), nei dodici processi “successivi” di Norimberga (8)(9), nei numerosi altri processi davanti a tribunali inglesi, tedeschi, israeliani, ecc. Sul “funzionamento” del campo di Auschwitz è importante la testimonianza di Höss che tale campo ha comandato per alcuni anni (9a) e del suo superiore Eichmann, il cui processo, uno degli ultimi, si è svolto a Gerusalemme (giugno 1961-maggio 1962)(10).

Il  materiale raccolto in quegli anni e contenente la testimonianza o gli elenchi del gran numero —- milioni —- di  persone morte in seguito ai lavori forzati, per malattia e uccise nei campi di concentramento nazisti, fu enorme. Si tratta di milioni di pagine di resoconti e testimonianze raccolti nelle lingue originali delle vittime e dei carnefici —- tedesco, polacco, francese,  olandese, ungherese, eccetera e relativi dialetti —- rieleborati, tradotti e ritradotti da e nelle lingue dei processi; milioni di pagine di corrispondenza fra i vari uffici delle forze armate tedesche e delle SS e gli uffici dei campi, e i fornitori di materiali, e le aziende che utilizzavano mano d’opera schiava.

Tutta questa documentazione è dispersa in decine di archivi sparsi nel mondo (con l’apertura degli archivi russi si è ampliata la disponibilità e la possibilità di esplorazione di molto altro materiale documentario (11)), in parte microfilmata, catalogata, stampata, in parte ora accessibile in Internet, in gran parte inedita, in condizioni di conservazione sempre più precarie, in parte deteriorata;  in  parte divulgata  in forma giornalistica o apologetica o distorta.

Lo stesso materiale pubblicato, molto e in varie lingue, soprattutto negli anni cinquanta del Novecento, è ora disperso in biblioteche private e pubbliche, è stato in gran parte dimenticato o non è stato letto affatto dalle centinaia di milioni di persone nate dal 1945 in  avanti. Infine gran parte delle persone coinvolte, degli autori e dei testimoni sono morti; chi è sopravvissuto alla tragedia talvolta ha testimoniato a distanza di settimane, o mesi o anni dagli eventi di cui è stato partecipe.

3.  Radici e tecniche del “revisionismo”

Davanti a questa gigantesca tragedia dell’umanità ci si può porre con due diverse attitudini: la  ricerca delle concordanze e la ricostruzione, nel modo più laico, del genocidio, come frutto avvelenato dell’ideologia nazista, di milioni di persone; oppure la ricerca delle discordanze, delle contraddizioni fra persone, date, numeri, in modo da negare, insieme alla credibilità di alcuni particolari, la credibilità dell’intera tragedia.

Nel primo caso la conoscenza degli eventi, la simpatia per il popolo ebraico, la partecipazione alle sofferenze dei suoi membri; il sentirsi coinvolti come esseri umani, come europei, in un senso di colpa per lo sterminio — per “quello” sterminio —- di una parte di noi ad opera di un’altra parte di noi, dovrebbero spingerci a ripetere: “perché non avvenga mai più″.

Nel caso del rigetto dei crimini nazisti le radici si possono cercare nell’odio contro gli Ebrei;  nella critica dei rapporti fra stato di Israele e il  popolo palestinese o gli stati arabi; nella aspirazione ad un mondo, disinquinato dalle “razze inferiori”, guidato in maniera autoritaria dai  bianchi; nello spirito di “revisione” di qualsiasi verità “ufficiale” (dallo stalinismo, al Vietnam, all’assassinio di Kennedy, alle stragi) abilmente sfruttato dai neonazisti per sottoporre a “revisione” anche il genocidio perpetrato dalla Germania hitleriana.

Non c’è da meravigliarsi che il revisionismo neonazista, con le sue spiegazioni  pseudo-”scientifiche”, riesca ad incantare molti appartenenti alle giovani generazioni che trovano, nella negazione delle atrocità naziste, un motivo per mettere in discussione l’antifascismo della generazione dei loro genitori; che sono attratti dal fascino di un progetto che in qualche modo giustifica la loro violenza.

L’epoca di una “nazione” forte, efficiente, organizzata — sostengono i neonazisti nella loro rozza  propaganda, peraltro molto più diffusa di quanto si possa immaginare — potrebbe tornare se  venissero eliminati gli ebrei e i comunisti, se venissero rispediti ai loro paesi gli immigrati, se l’Europa e il mondo fossero governati da una generazione educata militarmente, disciplinata e, naturalmente, di “razza” bianca.

La propaganda revisionista, sulla base di contraddizioni, secondarie o apparenti, nelle testimonianze e nei documenti, cerca di negare del tutto l’innegabile esistenza dei crimini nazisti contro l’umanità. Di tale revisionismo Leuchter (12) è stato uno dei “campioni” e un modello anche per i suoi epigoni italiani come Mattogno (13). La denuncia delle menzogne di tale propaganda è, perciò, importante non solo per ribadire una verità storica, a sua volta in parte deformata da analisi affrettate, ma soprattutto  per sradicare la perniciosa propaganda neonazista, comunque mascherata, che offende i principi dei diritti dei poveri, dei diversi, dei deboli, cioè i principi stessi di una democrazia.

Un importante contributo alla conoscenza delle tecniche di uccisione di un gran numero (decine e centinaia per volta) di persone prigioniere dei nazisti, mediante l’uso di gas tossici; e delle tecniche di eliminazione, mediante forni crematori, dei cadaveri delle persone morte e uccise, è offerto dal libro di Bastian (2a) che demolisce, puntualmente, le contestazioni pseudoscientifiche, le menzogne di Leuchter. Del resto l’esame dei documenti sui rapporti fra autorità naziste e imprese, numerosissimi già nei documenti catturati ai nazisti ed emersi durante i processi ai criminali, e di recente aumentati di numero in seguito all’apertura degli archivi dell’ex-URSS, mostra senza ombra di dubbio che:

(a)  Nello sterminio i nazisti hanno impiegato gas tossici, come l’ossido di carbonio o l’acido  cianidrico, il primo in speciali carri o vagoni o locali in cui venivano fatti affluire i gas di combustione di motori a scoppio, il secondo sotto forma di un preparato come il Zyklon B, una polvere in cui l’acido cianidrico è adsorbito su un materiale inerte come farina fossile  o bentonite, introdotto in “camere a gas” appositamente progettate e costruite (14)(15).

(b)  Su  richiesta delle autorità naziste numerose imprese hanno progettato, perfezionato,  costruito e installato nei campi di sterminio, forni crematori per la rapida eliminazione dei cadaveri delle persone morte o uccise nelle camere a gas o in altri modi.

(c)  Infine numerose imprese non hanno esitato ad assicurarsi profitti sfruttando mano d’opera  schiava fornita dalle SS.

4. Uso di gas tossici

Numerose  testimonianze  indicano  che  uno  dei  primi sistemi utilizzati per l’eliminazione di persone catturate dai nazisti è stato basato sull’impiego dei gas di scappamento di autoveicoli, contenenti il velenoso ossido di carbonio.

Non c’è da meravigliarsi perché la tossicità dei gas di scappamento di motori a scoppio è ben  nota: nei motore a scoppio, funzionanti col ciclo Otto alimentati a benzina o funzionanti con ciclo Diesel e alimentati con gasolio, la combustione ad alta velocità del combustibile risulta  incompleta e da luogo alla formazione di quantità più o meno grandi di ossido di carbonio, la cui concentrazione nei gas di combustione può arrivare al 4 – 5 % e oltre. La concentrazione nei gas di combustione dell’ossido di carbonio, il gas tossico, è minore se il motore funziona a pieno regime e a velocità sostenuta; è maggiore se il motore funziona a basso numero di giri.

L’uccisione di prigionieri con ossido di carbonio è stata effettuata facendo entrare i condannati sia entro il cassone chiuso di camion, sia in installazioni fisse, al cui interno venivano introdotti i gas di combustione. La concentrazione dell’ossido di carbonio nell’aria, mortale per gli esseri umani, è di circa 5 grammi/m3, per cui basta circa un metro cubo di gas di scappamento per uccidere le persone che occupano dieci metri cubi di spazio.La morte era più lenta se il guidatore del camion accelerava, mentre era più rapida se il motore era tenuto al minimo.

Il sistema di uccisione con l’ossido di carbonio, applicato soprattutto nel campo di concentramento di Chelmo fra la fine del 1941e l’inizio del 1943, si rivelò troppo lento e il numero di persone che potevano essere sterminate risultava ancora “troppo  basso” rispetto ai programmi. E sto parlando di esseri umani, con le loro grida, col loro dolore, con la loro disperazione crescente a mano a mano che aumentava la concentrazione del gas mortale.

Per “migliorare” le condizioni di impiego furono costruite delle camere più grandi nelle quali veniva introdotto ossido di carbonio ottenuto ancora dai gas di scappamento di autoveicoli. Il fattore limitante era comunque costituito dalla lentezza dell’azione dell’ossido di carbonio e  questa tecnica dopo qualche tempo fu abbandonata.

5. Uso dell’acido cianidrico

Per uccidere un maggior numero di persone, evitando  le fucilazioni che venivano di regola usate, le SS decisero di utilizzare acido cianidrico, contenuto in forma stabilizzata nel  prodotto chiamato Zyklon B che era già in commercio come agente per la disinfestazione e derattizzazione.

L’acido cianidrico è un liquido con temperatura di ebollizione di circa 25 gradi Celsius a pressione atmosferica ed è molto velenoso per gli esseri umani; la sua dose letale per il 50 % delle persone esposte (LD50) è di circa 1 mg per kg di peso corporeo. La concentrazione letale nell’aria per gli esseri umani è di circa 0,3 g/m3. A parte un limitato uso come gas asfissiante durante la guerra mondiale 1914-1918, l’acido cianidrico, peraltro liberato per reazione di un cianuro con un acido, è stato usato per decenni negli Stati Uniti per l’uccisione dei condannati a morte.

Il Zyklon B era costituito da acido cianidrico adsorbito, come si è detto, su un supporto solido come farina fossile, e addizionato con una sostanza dall’odore pungente che aveva la funzione di rivelare la presenza di residui di acido agli operatori addetti alle disinfestazioni. A questo proposito va detto che il Zyklon B, in vari scritti e in molte testimonianze, viene indicato talvolta  come “un gas”, talvolta come “cristalli”, talvolta come “cristalli bleu” (come è noto il nome tedesco dell’acido cianidrico è Blausäure), talvolta come “una polvere”. Questa confusione ha avuto un suo ruolo nell’alimentare i dubbi sull’uso del Zyklon B nelle camere a gas naziste.

Il Zyklon B era stato brevettato nel 1922 e i diritti di fabbricazione appartenevano alla Deutsche Gold- und Silberscheideanstalt (Degussa); il preparato veniva fabbricato e distribuito dalla Degesch, una ditta fondata con il 50 % del capitale dalla I.G. nel primo dopoguerra. Alla fine si arrivò ad un accordo per cui la proprietà della Degesch (Deutsche Gesellschaft für Schädligsbekämpfung m.b.H, Weismüllerstrasse 32-40, Frankfurt am Main) era distribuita per il 42,5 % alla I.G. Farben, per il 42,5 % alla Degussa e per il 15 % alla Th.Goldschmidt AG.

Il Zyklon B era distribuito a ovest dell’Elba dalla ditta Heerdt-Linger GmbH, Hermann Göring-Ufer 3, Frankfurt am Main, e ad est dell’Elba dalla ditta Tesch und Stabenow (Testa),  Messberghof, Hamburg 1, che fornì il preparato alle SS dal gennaio 1941 al marzo 1945.

Per l’uccisione di esseri umani, ad Auschwitz-Birkenau dall’autunno del 1941, ma anche in altri campi, la polvere di Zyklon B veniva introdotta in un locale chiuso pieno di condannati a morte; poiché la temperatura era ben presto superiore a 25 gradi C, l’acido cianidrico si liberava allo stato gassoso; avendo peso specifico un po’ inferiore a quello dell’aria, tendeva a salire verso l’alto avvelenando in breve tempo tutti gli occupanti della camera a gas.

Le contraddizioni che i negazionisti hanno voluto vedere nelle varie dichiarazioni relative alla durata dell’azione del gas, alla durata della ventilazione necessaria per allontanare dalla camera a  gas l’aria contenente ancora acido cianidrico, ai controlli della concentrazione residua di acido cianidrico da parte di persone munite di maschera antigas, alla durata dell’azione dei Sonderkommando — le squadre “speciali” di detenuti costretti a estrarre dalle camere a gas i cadaveri dei loro compagni avvelenati — sono dovute al fatto che i testimoni hanno parlato a distanza di tempo dagli eventi descritti, che poco e male comprendevano o che vedevano da lontano o conoscevano per sentito dire da altri.

La tecnica dei negazionisti è basata sull’affermazione che, se una contraddizione esiste, allora tutto l’evento è falso e il Zyklon B non è stato usato nelle camere a gas e quindi che le camere a  gas non sono mai esistite. E’ invece tutto il contrario: proprio la coincidenza della sostanza dei racconti fatti da persone che non avevano comunicato fra loro, in epoche diverse, conferma questa tecnica di uccisione (16).

Le  conferme  sono numerose: alcune sono basate sui rapporti commerciali dei fornitori del Zyklon B con i comandi delle SS e sono emerse durante i processi ai responsabili delle società Tesch e Degesch. A Norimberga sono state prodotte le bollette di consegna da cui risulta che la Tesch & Stabenow forniva due tonnellate al mese di preparato mentre la Degesch ne forniva 750 kg al mese. Il primo dei due processi si tenne nel marzo 1946 davanti a un tribunale militare inglese ad Amburgo, e vide come imputati Bruno Tesch, Joachim Drösihn e Karl Weinbacher. Gli imputati sostennero che non conoscevano l’uso che veniva fatto del loro prodotto, una affermazione smentita dalle relazioni dei frequenti viaggi fatti dai dipendenti della società ad Auschwitz. Il proprietario Bruno Tesch e il direttore della società, Weinbacher, furono condannati a morte e impiccati (16).

Il processo alla società Degesch si tenne davanti allo Schwurgericht des Landesgerichts di Frankfurt/M nel marzo 1949; il processo di appello si ebbe nel 1955 e finì con la condanna a cinque anni del direttore Gerhard Peters. Nel corso del processo, come ricorda Shirer (1), i rappresentanti della Degesch testimoniarono che, nella fornitura del Zyklon B alle SS, ebbero delle perplessità non certo di natura morale, ma dovute al fatto che nei primi anni 40 il brevetto della Degesch per il Zyklon B era scaduto, mentre la ditta aveva ancora il brevetto del “rivelatore”. La vendita del preparato senza rivelatore, come chiedevano le SS, avrebbe avuto delle conseguenze sulla posizione brevettuale della società: d’altra parte l’azionista IG Farben sapeva che avrebbe perso molti soldi se la Degesch non avesse fornito il preparato che le SS volevano, e subito, e i dubbi furono superati.

Un’ulteriore conferma che l’acido cianidrico era fornito per l’uccisione dei prigionieri è data da  una corrispondenza, trovata negli archivi russi e pubblicata da Pressac (11), relativa alla fornitura di rivelatori della concentrazione di residui di acido cianidrico nelle camere a gas, indispensabili per sapere quando le camere potevano essere svuotate. La richiesta dei rivelatori era stata fatta telegraficamente alla società Topf, la stessa che forniva forni inceneritori al Bauleitung der SS di Auschwitz, la quale risponde con la massima sollecitudine:

“Erfurt, 5 marzo 1943. All’Ufficio centrale delle costruzioni delle SS e della Polizia. Auschwitz.

Oggetto: Crematorio II, Rivelatore di gas.

Accusiamo ricevuta del vostro telegramma [datato 26 febbraio 1943] così formulato: ‘Invio immediato di 10 rivelatori di gas come convenuto.Fare seguire fattura.’

A questo proposito vi comunichiamo che, nelle ultime due settimane, abbiamo preso contatto con cinque differenti ditte per l’acquisto dell’apparecchio rivelatore di residui di acido cianidrico [Anseigegeraete für Blausäure-Reste] che ci avete richiesto. Da tre ditte abbiamo ricevuto risposte negative e attendiamo ancora la risposta delle altre due. Quando avremo ricevuto notizie ve lo faremo sapere immediatamente  in modo che  possiate  mettervi direttamente  in  contatto con la  ditta  che  fabbrica questo apparecchio. Heil Hitler !”

E c’era certamente fretta perché altri documenti indicano che, dopo le opportune prove di ventilazione a vuoto nella camera a gas l (Leichenkeller 1) del forno crematorio II di Auschwitz, la camera fu usata il 13 marzo per uccidere, con 6 kg di Zyklon B, circa 1500 ebrei provenienti dal ghetto di Cracovia. Non essendo ancora arrivati i rivelatori di acido cianidrico, il controllo della concentrazione residua del gas nell’aria, dopo ventilazione, fu effettuato per via chimica.

6. Forni crematori.

Nei campi di concentramento nazisti l’eliminazione  dei cadaveri delle persone morte per malattia o per debolezza o uccise intenzionalmente, in fosse comuni era troppo laboriosa e lenta e fin dai primi anni di attività dei campi di concentramento le SS decisero di acquistare dei forni crematori, per la cui fornitura vi fu, fra le imprese tedesche, una vivace concorrenza.

Particolare successo ebbe la ditta I.A.Topf und Söhne di Erfurt, fabbricante di impianti termici, che vinse il concorso per la fornitura dei cinque forni crematori di Auschwitz, a partire dall’agosto 1942 (5). Ci è pervenuta una voluminosa corrispondenza fra la ditta e il Bauleitung der SS. Un esempio è offerto dalla seguente lettera, datata 12 febbraio 1943 (1)(6; ediz.ingl. vol. VII, p. 584).

“All’Ufficio centrale delle costruzion idelle SS e della Polizia, Auschwitz.

Oggetto: Crematori 2 e 3 per il campo.Accusiamo ricevuta del vostro ordine di cinque forni tripli compresi due ascensori elettrici per portare su i cadaveri e un ascensore di  emergenza. L’ordine comprende un’installazione pratica per la riserva del carbone e un’altra per il trasporto delle ceneri.”

Fra i concorrenti della Topf si può ricordare la società Didier-Werke AG, Westfälische Strasse 90, Berlin-Wimersdorf, che, alla fine di agosto del 1973, sollecitava l’ordine per due forni alimentati a coke, da installare in un campo nazista di Belgrado, affermando di poter offrire un dispositivo di buona qualità (1)(6; ediz.ingl. vol. VII, p. 585).

“Per  mettere  i corpi nel  forno  proponiamo  una semplice forca di metallo montata su cilindri. Ogni forno avrà  un fornello di cm. 60 x 45 sufficiente, dato che non vengono usate bare. Per il trasporto dei cadaveri dal luogo di raccolta al forno proponiamo carrelli leggeri su ruote, di cui accludiamo i disegni in scala ridotta.”

Non si sa se questo forno è stato costruito.

Altra diretta concorrente della Topf era la ditta Heinrich Kori GmbH, Dennewitzstrasse 35, Berlin W  35, che poteva offrire e fornire diversi tipi di forni crematori. Un tipo mobile era scaldato a olio combustibile; un tipo mobile era scaldato a coke; erano scaldati a coke due forni di tipo fisso, uno denominato TI e un altro (modello TII) denominato “Reform”.

Dai dati disponibili rissulta che la ditta Kori ha venduto dieci forni mobili a olio combustibile, quattro forni mobili a coke, 2 forni del tipo TI e 18 del tipo TII. Di questi ultimi quattro erano stati installati a Dachau, 4 a Sachsenhausen, 5 a Maidanek, eccetera. Anche la Kori concorse  (1)(6; ediz.ingl. vol. VII, p. 585) alla gara per la fornitura del forno inceneritore da installare a Belgrado mettendo in evidenza che, nelle forniture precedenti, i suoi forni “nella pratica si sono dimostrati del tutto soddisfacenti. In seguito al nostro colloquio circa la fornitura di impianti di semplice costruzione per la  cremazione di cadaveri, vi sottoponiamo i progetti dei nostri forni perfezionati che funzionano a carbone, e risultati finora del tutto soddisfacenti Per l’edificio progettato vi proponiamo due forni crematori, ma vi consigliamo di fare altri accertamenti per essere sicuri che due forni siano sufficienti alle vostre necessità. Vi garantiamo l’efficienza dei forni di cremazione,nonché la loro lunga durata, l’uso del migliore materiale e la nostra mano d’opera ineccepibile. In attesa di un’ulteriore vostra comunicazione restiamo ai vostri ordini. Heil Hitler !”

I forni crematori venduti dalla Topf al Bauleitung der SS di Auschwitz si rivelarono poco soddisfacenti, sia come progettazione, sia come materiali impiegati: il numero di cadaveri che essi riuscivano a bruciare risultava molto inferiore a quello indicato nei preventivi.

Ci sono pervenuti (2a) (11), per gli anni 1942, 1943 e 1944, i documenti relativi al  via-vai di tecnici e  riparatori inviati dalla soc.Topf al campo di Auschwitz, e le proteste dei committenti, le giustificazioni, le proteste della Topf per i ritardi nei pagamenti. Un forno costava l’equivalente di qualche decina di migliaia di euro attuali alle quali andavano aggiunti i costi delle opere murarie appaltate a numerose ditte tedesche e polacche. Nel  momento di far soldi con i nazisti non si tirava indietro nessuno.

Nel frattempo i forni crematori risultavano spesso insufficienti, anche considerando che il  campo di Auschwitz fu colpito da varie epidemie di tifo (una delle quali nell’estate del 1942). Ad Auschwitz, come del resto in altri campi, i cadaveri che non potevano essere bruciati negli appositi forni venivano gettati in discariche dove venivano bruciati e poi ricoperti di terra, una pratica di cui ci sono pervenute testimonianze fotografiche e cinematografiche quando l’arrivo delle forze armate alleate ha costretto le SS a lasciarle incomplete.

Il cinismo delle corrispondenze fra fornitori di strumenti, di macchinari e loro committenti, i  resoconti delle visite dei tecnici e gli elenchi delle giornate lavorative prestate dai dipendenti civili nei campi, rappresentano, al di la’ del giudizio sul genocidio, una delle più drammatiche dimostrazioni dell’effetto di corruzione delle coscienze che il nazismo ha praticato.

Sotto questa luce si “spiegano” anche gli atteggiamenti degli imprenditori, degli industriali, dei  banchieri durante i processi a cui sono stati sottoposti, il ritornello che nessuno sapeva che la  mano d’opera venduta dalle SS, che le persone uccise nei campi dai loro macchinari o prodotti, erano esseri umani.

A proposito della ditta Topf, “apprezzata” fornitrice di impianti per la cremazione di cadaveri, si può ricordare che il 30 maggio 1945 la polizia militare alleata arrestò l’ing. Prüfer, il dirigente che era stato più attivo nei  rapporti con il comando delle SS; temendo che il suo collaboratore potesse parlare, uno dei titolari della ditta, Ludwig Topf, si suicidò nella notta fra il 30 e il 31 maggio.

Suicidio inutile perché il 13 giugno Prüfer fu liberato, e anzi approfittò della prigionia per vendere un forno crematorio agli americani. Dal 14 al 20 giugno 1945 Prüfer e l’altro titolare, Ernst-Wolfgang Topf, distrussero tutti i contratti intercorsi fra la ditta e le SS di Auschwitz. Occupata Erfurt dai sovietici, Ernst-Wolfgang Topf cercò di ricostituire la sua ditta a Wiesbaden ma gli affari andarono male e la ditta fu sciolta nel 1963.

Questa fine sarebbe passata sotto silenzio se il suo unico ingegnere, Martin Klettner, non avesse pensato di non lasciar disperdere l’esperienza industriale raccolta e non avesse depositato, il 24 giugno 1950, una domanda di brevetto tedesco (n. 861.731, Cl.24d, gr.1) per un forno di incenerimento di cadaveri. Questa imprudenza fece un certo rumore e ad essa si è ispirato il commediografo inglese Wim van Leer per un dramma teatrale, intitolato “Patent pending”, rappresentato a Londra nel 1965. Il libro di Pressac (11), da cui è tratto questo episodio, informa anche sulla sorte dei vari collaboratori della ditta Topf coinvolti nelle trattative con le SS.

7.  Rapporti fra nazismo e industrie

Ma le complicità fra nazismo e industrie non si limitarono alla costruzione dei campi e alla  fornitura degli strumenti di sterminio. Tali complicità avevano radici ben più profonde che si  possono comprendere soltanto ricordando che  il nazionalsocialismo hitleriano era una forma di  capitalismo ben organizzato, nel quale gli imprenditori si assicuravano profitti “grazie” sia alle  protezioni accordate dal governo ad una produzione, principalmente di carattere militare, ben remunerata, sia, negli anni quaranta del Novecento, alla disponibilità di mano d’opera schiava a prezzo zero, costituita dai “nemici”: comunisti, deportati, ebrei, prigionieri di guerra, abitanti dei territori occupati.

La macchina economica e militare nazista era basata sulla disponibilità di grandi risorse naturali.  Prima di tutto una terra vasta e fertile, sfruttata da aristocratici e proprietari terrieri da cui  provenivano anche i quadri della burocrazia statale e dell’esercito.

La seconda importante fonte di ricchezza era rappresentata dalle risorse minerarie, soprattutto di  carbone, minerali di ferro, minerali potassici; una delle  zone minerarie importanti, la Saar, era stata assegnata alla Francia con il trattato di pace dopo la I guerra  mondiale (1914-1918), ma era tornata alla Germania  nel 1935, poco dopo l’avvento di Hitler al potere (1933).

La lunga tradizione della chimica industriale tedesca aveva dimostrato che il carbone non solo  rappresentava una fonte di energia abbondante e sicura, ma poteva essere usato per la trasformazione dei minerali di ferro in acciaio, per la produzione di ammoniaca sintetica,  coloranti, materie plastiche, gomma  sintetica, perfino petrolio e benzina.

Quando Hitler salì  al potere con l’obiettivo di disporre in breve tempo di acciaio, autoveicoli,  carri armati, cannoni, aerei, carburanti per la onquista “del  mondo”, trovò una struttura  industriale ferita dalla crisi, ma perfettamente in grado, anzi desiderosa, di fornire i macchinari e le merci richieste dal regime nazionalsocialista. Soprattutto Hitler potè contare su una struttura scientifica e di ricerca avanzata e su quel “modernismo reazionario” di cui da qualche tempo viene messo in luce il volto (18).

8.  L’industria chimica al servizio del nazismo.

La storia del cartello della chimica offre uno dei più significativi esempi di complicità fra industriali e regime nazionalsocialista e di sfruttamento della mano d’opera schiava (13). L’industria chimica tedesca aveva già dato il suo contributo alla guerra mettendo a punto, nel 1910, un processo per la fabbricazione sintetica dell’acido nitrico (occorrente per gli esplosivi e i concimi), che liberava la Germania dalla necessità di importare nitrati dal lontano Cile. Durante la I guerra mondiale l’industria chimica aveva fornito alla Germania esplosivi, gomma sintetica, carburanti, gas asfissianti, materiali da costruzione.

Alle soglie della prima guerra mondiale esistevano tre importanti compagnie chimiche: la Bayer, la Hoechst e la BASF (Badische Anilin und Soda-Fabrik). Il presidente della Bayer, Carl Duisberg, fin dal 1904 aveva suggerito di riunuire le tre società in un unico cartello, come aveva fatto Rockefeller, per il petrolio, negli Stati Uniti creando la Standard Oil.

Un primo accordo nel campo dei coloranti fu realizzato fra due delle compagnie tedesche già fin dal 1916, ma soltanto il 9 dicembre 1925 fu creato ufficialmente, dalla fusione delle sette grandi  industrie chimiche tedesche — fra cui BASF, Bayer, Hoechst — un grande cartello denominato “comunità di interessi” (Interessengemeinschaft, o, più brevemente, I.G. Farben o I.G.). Il primo  presidente fu il chimico Karl Bosch, della BASF, l’inventore, nel 1910, del processo di sintesi dell’ammoniaca e dell’acido nitrico. La I.G. aveva l’obiettivo di operare sui mercati internazionali  come monopolio e di perfezionare nuovi  processi per la fabbricazione di gomma sintetica, fibre sintetiche, materie plastiche, benzina dal carbone.

L’industria chimica tedesca era pronta a servire il nuovo padrone, tanto più che Hitler  prometteva agli industriali sovvenzioni e protezione e un mercato sicuro, rappresentato dal governo stesso. La I.G. comprese quindi il vantaggio (per se’) della salita al potere di Hitler e contribuì con 400.000 marchi alle sovvenzioni, in tutto due milioni di marchi, date il 20 febbraio 1933 dagli industriali tedeschi al partito nazista. Soldi ben investiti, che furono largamente ripagati; il capitale della I.G. passò da poco più di un miliardo di marchi, nel 1926, a oltre tre miliardi di marchi nel 1943. Per seguire bene i propri affari Krauch, uno dei consiglieri di amministrazione della I.G., entrò nell’organizzazione del piano economico quadriennale diretta dal gerarca nazista Göring.

I risultati si fecero ben presto sentire: con i soldi del governo nazista furono costruite fabbriche per la produzione di benzina sintetica per idrogenazione del carbone e di gomma sintetica col  processo  butadiene-sodio, la Buna.

I rapporti fra dirigenti della I.G. Farben e il partito nazista non furono sempre idilliaci. In un certo periodo la I.G. fu accusata di essere una industria ebraica e i dirigenti della società ebrei o sospetti al nazismo furono espulsi. Ironicamente Fritz Haber, il supernazionalista che aveva dato, durante la prima guerra mondiale, alla Germania esplosivi, concimi, gas asfissianti, fu, in quanto ebreo, il primo a dover andare in Svizzera dove morì amareggiato, nel 1934. In Germania ne fu vietata la commemorazione (19).

Nonostante i rapporti col nazismo, la I.G. ha continuato ad avare stretti rapporti tecnici e commerciali con le industrie chimiche internazionali e anche americane; la Standard Oil acquistò i brevetti per la produzione di benzina sintetica dal carbone, secondo una tecnica messa a punto da Bergius, e la Standard a sua volta mise a disposizione della I.G. la tecnica per la produzione di gomma sintetica Buna, che si rivelò utilissima per il funzionamento dei carri armati impiegati poco dopo contro i soldati americani.

La Ethyl Corporation americana (di proprietà per il 50 % della Standard Oil e per il 50 % della  General Motors), praticamente l’unica industria capace di produrre negli anni trenta del Novecento il piombo tetraetile, l’antidetonante per le benzine ad alto numero di ottano, importanti specialmente per l’aviazione, mandò 500 tonnellate di piombo tetraetile in Germania alla vigilia dell’occupazione della Cecoslovacchia (20).

Fondamentale, per la preparazione della guerra, era  la produzione su larga scala della benzina sintetica dal carbone e della gomma sintetica dall’acetilene, anch’esso ottenuto dal carbone. Il governo finanziò la costruzione di alcuni grandi stabilimenti la cui localizzazione fu decisa vicino ai campi di prigionia e di concentramento (21) sulla  base di accordi, presi fra i dirigenti della I.G. con le SS, che prevedevano l’utilizzazione, come lavoratori schiavi, di ebrei e altri deportati, almeno fino a quando erano in condizione di lavorare; dopo venivano  eliminati.

9.  Nel nome del profitto

Il più grande stabilimento di gomma sintetica fu insediato a Monowitz, accanto al campo di concentramento di Auschwitz. Primo Levi, il grande scrittore ebreo catturato dai tedeschi nel 1943, fu deportato nel campo di Auschwitz e lavorò nella fabbrica di Buna, di cui ha lasciato molte testimonianze nel bellissimo libro: “Se questo è un uomo” (22).

“La Buna è grande come una città vi lavorano — scrisse Levi (cap. VII: “Una buona giornata”) — oltre ai dirigenti e ai tecnici tedeschi, quarantamila stranieri, e vi si parlano quindici o venti  linguaggi. Tutti gli stranieri abitano in vari Lager che alla Buna fanno corona: il Lager dei prigionieri di guerra inglesi, il Lager delle donne ucraine, il Lager dei francesi volontari, e altri che noi non conosciamo. Il nostro Lager fornisce da solo diecimila lavoratori che vengono da tutte le Nazioni d’Europa; e noi siamo gli schiavi degli schiavi, a cui tutti possono comandare, e il nostro nome è il numero che portiamo tatuato sul braccio e cucito sul petto.”

Molte altre industrie utilizzavano gli internati e i prigionieri dei campi di concentramento come mano d’opera schiava. Uno dei casi più clamorosi fu quello degli stabilimenti Krupp (23). Ma lavoratori schiavi furono ceduti dalle SS, per soldi, anche alle industrie aeronautiche e alle fabbriche di missili (24), alla società Siemens, a cementifici, miniere di carbone, acciaierie, calzaturifici, eccetera. Tutti coloro che furono catturati nei vari paesi d’Europa e che non potevano essere utilizzati come mano d’opera, o che non erano “degni” di partecipare al grande  sforzo bellico del terzo Reich erano destinati all’eliminazione.

All’ingegneria della guerra e dello sterminio contribuirono non solo gli imprenditori e i capitalisti tedeschi, ma anche imprese di vari paesi, Italia 1 compresa. Nel  marzo 1942 a Roma i dirigenti della  I.G. Farben firmarono un accordo con un consorzio di imprese edili italiane, il “Gruppo italiano”, per la costruzione degli edifici della nuova fabbrica; le imprese fornivano anche la mano d’opera. Lo storico Brunello Mantelli (25) ha ricostruito la vicenda ed ha ritrovato anche una copia del contratto, pubblicato nel 1942 a cura della “Federazione nazionale fascista costruttori edili, Raggruppamenti Germania”, con il nome delle aziende che vinsero l’appalto.

Ascoltiamo ancora le parole di Primo Levi (22)(capitolo VII: Una buona giornata). “La Torre del Carburo [il carburo di calcio era la materia da cui si otteneva l'acetilene che veniva poi trasformato in butadiene, l'ingrediente di base della gomma sintetica], che sorge in mezzo alla Buna e la cui sommità è raramente visibile in mezzo alla nebbia,siamo noi che l’abbiamo costruita. I suoi mattoni sono chiamati Ziegel, briques, tegula, cegli,kamenny, bricks,  teglak, e l’odio li ha cementati: l’odio e la discordia, come la Torre di Babele, e così noi la chiamiamo Babelturm, Bobelturm; e odiamo in essa il sogno demente dei nostri padroni, il loro disprezzo di Dio e degli uomini, di noi uomini.”

E’ questo sogno che stanno rincorrendo le giovani teste rasate che sbandierano le croci uncinate e i simboli del nazismo negli stadi e nelle strade ? che ripetono, sugli ebrei, sui turchi, sui neri, le prodezze dei loro modelli ideali ?

10.  I semi perversi dell’oblio

Ciascuno di noi, purtroppo, ha parlato e scritto, in questi anni, troppo poco di questo terribile  passato. Anche i vincitori della seconda guerra mondiale hanno delle responsabilità nell’aver lasciato sopravvivere i germi della violenza nazista.

I dirigenti e i responsabili della I.G. Farben furono processati, dal marzo 1947 al luglio 1948;  tutti dichiararono di non sapere niente del genocidio e di avere svolto solo il loro mestiere di  industriali (26)(27)(28). I dirigenti Durrfeld, Ambros, ter Meer, Buetefisch, Krauch e Schmitz  furono riconosciuti colpevoli di sterminio di massa e di esercizio della schiavitù, ma, al posto  della pena di morte richiesta dal pubblico ministero, ebbero lievi condanne, rispettivamente a otto, otto, sette, sei, sei e quattro anni di carcere.

Ma i tempi stavano rapidamente cambiando. La guerra fredda, il blocco di Berlino dal giugno 1948 al marzo 1949, l’inizio della guerra di Corea nell’estate 1950 indicavano che l’occidente aveva bisogno di tutte le risorse tecniche e industriali della Germania, che il perdono e l’oblio sarebbero stati opportuni, che anche i criminali di guerra e i complici del regime nazista potevano servire contro il comunismo.

Nel gennaio 1951 l’alto commissario americano in Germania John McCloy concesse a centinaia di criminali di guerra l’amnistia generale. Nel 1951 tutti gli imputati — di sfruttamento di mano d’opera schiava, di complicità nel genocidio — erano in libertà e alcuni tornarono in posizioni di responabilità nell’industria tedesca e internazionale. Otto Ambros della ex-I.G.Farben ebbe incarichi di consulenza da alcune industrie americane.

Analoga sorte ebbero i Krupp: Alfried, il proprietario della grande azienda metallurgica, principale fornitrice di armi alla guerra nazista, spietata sfruttatrice di mano d’opera schiava, fu condannato nel luglio 1948 a dodici anni di prigione, ma anche lui nel 1951 ritornò libero e in possesso delle sue ricchezze e ricuperò grande prestigio come apprezzato imprenditore europeo.

Un malinteso senso del perdono e dell’oblio ha offerto il terreno di coltura della estesa pubblicistica negazionista. Al di la’ delle contraddizioni che la filologia negazionista cerca di mettere in evidenza nei documenti e nelle testimonianze di oltre mezzo secolo fa, appare innegabile che la ventata di nazismo che ha spazzato l’Europa dalla fine degli anni trenta al 1945, ha lasciato dietro di se un’incancellabile scia di vittime rese possibili da una spietata organizzazione politico-militare. Essa però non avrebbe potuto svolgere “così bene” i suoi compiti se non vi fosse stato un ampio coinvolgimento di imprese che hanno operato secondo le leggi del profitto, senza alcuna morale.

Ha scritto Primo Levi (“I sommersi e i salvati”): “E’ difficile pensare che il personale di queste imprese non si rendesse conto del significato espresso dalla qualità o dalla quantità delle merci e degli impianti che venivano commissionati dai comandi SS. Doveva far nascere dubbi, e certamente li fece nascere, ma essi furono soffocati dalla paura, dal desiderio di guadagno, dalla cecità e stupidità volontaria”.

Si parla tanto di etica degli affari, ma anche oggi tanta violenza militare che abbiamo intorno non esisterebbe se non fosse alimentata da chi fabbrica e aggiusta e vende strumenti di morte. Nell’impegno di non dimenticare lo sterminio degli anni quaranta del Novecento cerchiamo di conservare memoria e di riconoscere la violenza di tanti affari. Tanto più che l’albero dell’oblio, dopo anni di incubazione, ha ripreso a dare frutti e questi sono i prodotti del negazionismo ammantato di pseudo-scienza, questi frutti sono sotto i nostri occhi oggi, e portano ancora lugubri svastiche e teschi.

————-

(1)   Sul “nuovo ordine” nazista si veda, fra l’altro, il capitolo: “Il nuovo ordine”, in W.L. Shirer, “The rise and fall of the Third Reich”, traduzione italiana col titolo: “Storia del terzo Reich”, traduzione italiana, Torino, Einaudi, 2 volumi, p. 1427-1508.

(2)   Per una interessante analisi delle radici del negazionismo si possono vedere i libri di   P.  Vidal-Naquet, “Assassins of memory. Essays on the denial of the  Holocaust”, New York, Columbia University Press, 1992 (traduzione italiana, Milano, Feltrinelli, 1993), e, con speciale attenzione per la situazione  anglo-americana, di D. Lipstadt, “The growing assault on truth and memory”, New York, The Free Press, 1993.

(2a)  T. Bastian, “Auschwitz und die ‘Auschwitz-Luge’. Massenmord und Geschichtsfalschung”, Munchen, C.H.Beck, 1994; traduzione italiana col titolo: “Auschwitz e ‘la menzogna di Auschwitz’”, Torino, Bollati Boringhieri, 1995

(3)  G. Nebbia, “L’ingegneria del genocidio”, Ecole (Como), 5, (16), 31-35 (ottobre 1993);  Il  Calendario del  Popolo, 50, (573), 4-8 (febbraio 1994); Relazione al seminario; “Il nazismo oggi: sterminio e  negazionismo”, Fondazione Micheletti, Brescia, 10 dicembre 1993, in: Studi Bresciani, n. 9, 49-61 (1996). Si veda anche il fascicolo monografico di “Il Calendario del popolo, vol. 50, n. 580, ottobre 1994, a cura di Davide Sorani: “Lager. Tecnologia di uno sterminio”. Anche Qualestoria (Trieste), 23, (3), 27-48 (dicembre 1995); Postfazione a T. Bastian, “Auschwitz e ‘la menzogna su Auschwitz’”, Torino, Bollati Boringhieri, 1995, p. 103-126

(4)   S. Graffard e L. Tristan (Michel Reynaud), “Les Bibelforscher et le nazisme”; traduzione italiana col titolo: “I Bibelforscher e il nazismo (1933-1945)”, Paris, Ed. Tiresias-Michel Reynaud, 1994

(4b)  Tyrnauer Gabrielle, “Gypsies and the Holocaust”, Montréal, Montréal Institute for Genocide Studies, 1991

(4c)  Hans Mommsen, mit Manfred Grieger, “Das Volkswagenwerk un seine Arbeiter im Dritten Reich”, Düsseldorf, Econ Verlag, 1996

(5)  La conferenza segreta di Wannsee, durante la quale fu decisa la “soluzione finale del problema ebraico”, si era tenuta il 20 gennaio 1942, poco dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor.

(6)  International Military Tribunal, “The trial of the major  war criminals before the International  Military Tribunal”, 42 volumi, Nuremberg, 1947-1949  (abbreviato TMWC) http://www.loc.gov/rr/frd/Military_Law/NT_major-war-criminals.html (29-01-2015), i 22 volumi contengono il dibattimento; i volumi 23-24 (un solo volume) contengono gli indici, i volumi da 25 a 42 contengono i documenti. esiste anche una versione francese. Anche: www.nizkor.org/hweb/imt/tgmwc  (25-01-2015)

(7)  Office of the United States Chief of Counsel for Prosecution of Axis criminality, “Nazi conspiracy and aggression”, 10 volumi, Washington, 1946

(8)   “Trials of war criminals before the Nuremberg military tribunals under Control Council Law No. 10, Nurenberg, October 1946-April 1949″, 15 volumi, Washington, D.C., 1949-1953  (abbreviato TWC). Il processo n. 6 fu contro i dirigenti della I.G. Farben; il vol.VII del processo IG si trova (27-01-2015) nel sito http://www.loc.gov/rr/frd/Military_Law/pdf/NT_war-criminals_Vol-VII.pdf . Il processo n.10 fu quello contro i Krupp (cfr. nota 23, più avanti).

(9)  “Law Reports of Trials of War Criminals”, London,1947-1949, vol. I, p. 28. E’ un riassunto dei dodici processi “successivi”.

(9a)  Rudolf Höss, “Comandante ad Auschwitz”, Torino, Einaudi, 1960,1997 (orig. “Kommandant in Auschwitz”, 1958); anche: http://avalon.law.yale.edu/imt/04-15-46.asp (27-01-2013).

(10)  H. Arendt, “Eichmann in Jerusalem. A report on the banality of evil”, New York, Viking, 1963; trad. ital. “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme”, Milano, Feltrinelli, 1964, ristampa, 1992, 1993.

(11)  Sull’origine e dimensione del materiale nazista sul campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, presente in tali archivi, si veda il recente libro di Jean-Claude Pressac, “Les crematoires d’Auschwitz. La machinerie du meurtre de masse”, Paris, CNRS Editions, 1993, traduzione italiana col titolo: “Le macchine dello sterminio.Auschwitz 1941-1945″, Milano, Feltrinelli, 1994

(12)  Del “rapporto Leuchter” si può riordare l’edizione pubblicata nel Journal of Historical Review, Summer 1989 (il JHR è la nota rivista pubblicata dall’Institute for Historical Review di Costa Mesa, California, base dei negazionisti americani); l’edizione francese pubblicata negli Annales d’Histoire Revionniste, n. 5, Ete-Automne 1988; la traduzione italiana col titolo; “Rapporto Leuchter”, Parma, Edizioni all’insegna del veltro, 1993.

(13)  Carlo Mattogno è forse il più prolifico rappresentante del negazionismo italiano. Si possono  vedere, fra le sue molte opere pubblicate dalle case editrici dell’estrema destra italiana: “Il mito dello sterminio ebraico. Introduzione storico-bibliografica alla storiografia revisionista”, Monfalcone, Edizioni sentinella d’Italia, 1985; “Auschwitz: un caso di plagio”, Parma, La sfinge, 1986; “La soluzione finale. Problemi e polemiche”, Padova, Edizioni ar, 1991.

(14)  W.B. Smith, “Chemistry and the Holocaust”, Journal of Chemical Education, 59, (10), 836-838 (ottobre 1982)

(15)  Molti dati sono contenuti nel libro: E. Kogon, H. Langbein e A. Rückerl, “Nationalsozialistische Massentötungen durch Giftgas. Eine Dokumentation”, Frankfurt/M, S. Fischer Verlag, 1983.

(16)   Importanti testimonianze sull’uso del Zyklon B sono state rese durante il processo a 22 ufficiali delle SS in servizio ad Auschwitz, svoltosi a  Francoforte  nel 1964. Si può vedere a questo proposito il libro di O. Friedrich, “The kingdom of Auschwitz 1940-45″, 1982; traduzione italiana col titolo: “Auschwitz. Storia del lager 1940-1945″, Milano, Baldini & Castoldi, 1992

(17)  “The Zyklon B case. Trial of Bruno Tesch and two others”. I verbali del processo che si è svolto davanti alla “British Military Court, Hamburg, 1-8 March 1946″, in: http://www.mazal.org/archive/Zyklon-B%20Trial/Zyklon-093.htm (27-01-2013). Cfr. anche  la voce: “Zyklon B Trial”, in: I.Gutman (editor), “Encyclopedia of the Holocaust”, New York, Macmillan, vol. 4, 1500-1501. Si veda anche: Richard J. Green, “The chemistry of Auschwitz”, un lungo saggio sull’uso del Zyklon B  “Dedicato a un chimico, Primo Levi”: www.holocaust-history.org/auschwitz/chemistry (27-01-2013). Sull’uso del Zyklon B nel campo di Dachau cfr.: www.holocaust-history.org/dachau-gas-chambers  (27-01-2013).

(18)   J. Herf, “Reactionary modernism, Technology, culture and politics in Weimar and the  Third Reich”, Cambridge, Cambridge  University Press, 1984; trad.ital. “Il modernismo  reazionario. Tecnologia, cultura e politica nella Germania di Weimar e del Terzo Reich”, Bologna, il Mulino, 1988

(19)   Sui proprietari e dirigenti della I.G. Farben e sulle complicità col nazismo è stato fatto un  telefilm in sei puntate, “Padri e figli fra due guerre”, scritto e diretto da Bernhard Sinkel, interpretato da Burt Lancaster, coproduzione Bayerische/RAI, trasmesso dalla RAI nell’ottobre 1987.

(20)  Su questi episodi della logica perversa che gli affari stanno sopra tutto, si veda: Charles Higham, “Trading with the enemy. An exposé of the Nazi-American money plot 1933-1939″, New York, Delacorte Press, 1983, New York, Dell Publishing, 1984, ampi estratti in:  http://www.thirdworldtraveler.com/Fascism/Trading_Enemy_excerpts.html (27-01-2013); C. Higham, “American Swastika”, Garden City NY, Doubleday, 1985

(21)  A. Krammer, “Fueling the Third Reich”, Technology and culture, 19, (3), 394-422 (July 1978)

(22)  Primo Levi, “Se questo e’ un uomo”, Torino,  Einaudi, 1958 e varie edizioni successive; P.Levi, “I sommersi e i salvati”, Torino, Einaudi, 1987.

(23)  Sulle complicità fra nazismo e industria dell’acciaio si veda: William Manchester, “The arms of Krupp, 1587-1968″, 1964; traduzione italiana: “I cannoni dei Krupp. Storia di una dinastia 1587-1968″, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1969. Gli atti del processo in: http://www.loc.gov/rr/frd/Military_Law/pdf/NT_war-criminals_Vol-IX.pdf (29-01-2015)

(24)  Cfr. M. Renneberg e M. Walker (editors), “Science, technology and National Socialism”, Cambridge, Cambridge University Press, 1994

(25)   B. Mantelli, “Il cantiere di Babele”, Storia e Dossier, 5, (44), 12-17 (ottobre 1990); “I lavoratori italiani in Germania 1938-1943; uno specchio delle relazioni fra le potenze dell’Asse”, Rivista di storia contemporanea, 4, 1989.

(26)  J. DuBois, “The Devil’s chemists. 24 conspirators of the I.G.Farben cartel who manufacture war”, Boston, Beacon Press, 1952. Josiah DuBois fu il pubblico ministero nel processo contro la I.G.Farben.

(27)  J. Borkin, “The crime and punishment of I.G.Farben”, New York, The Free Press, 1978;  traduzione tedesca col titolo: “Die unheilig Allianz der I.G.Farben”, Frankfurt a.Main, 1981. Cfr. anche: P. Hayes, “Industry and ideology: I.G.Farben in the Nazi era”, New York, Cambridge University Press, 1987

(28)  Si vedano gli atti del “sesto” dei processi successivi a quello principale di Norimberga. Si tratta del processo ai dirigenti della I.G. Farben, “Gli Stati Uniti d’America contro Carl Kraus e altri”, svoltosi dall’8 maggio 1947 al 30 luglio 1948. Hans Radant  (a cura di), “Fall 6. Ausgewälte Dokumente und Urteil des IG-Farben-Prozesses”, Berlin, VEB Deutscher Verlag  der Wissenschaften, 1970. Cfr. anche la voce: “I.G.Farben”, in: I. Gutman (editor), “Encyclopedia  of the Holocaust”, New York, Macmillan, vol. 2, p. 711-714.