SM 1841a — Le merci come occasione di incontro di civiltà — 1995

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Nuova Rivista Storica79, (2), 381-388 (1995)

Presentazione del volume: “Seta e colori nell’Alto Medioevo: il ‘Siricum’ del Monastero bresciano di S. Salvatore”, di Maria Bettelli Bergamaschi, Brescia, 24 ottobre 1994

 Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

l fascino del libro della dott. Bettelli sul siricum citato nel Polittico bresciano (1) sta nell’aver tratto innumerevoli spunti di osservazioni storiche, geografiche, economiche, urbanistiche e merceologiche, da poche righe di un documento del X secolo relativo ad  alcune attività burocratiche e amministrative del Monastero di San Salvatore di Brescia. 

Gli amministratori di questa potente struttura — che possedeva estesi terreni coltivabili, castelli, villaggi, boschi e forse attività minerarie — danno ordine a tredici dipendenti (manentes) di una località chiamata Chuma, di portare dieci libbre di una merce denominata siricum al mercato di Pavia e di venderla per 50 solidi da versare al Monastero. 

I misteri sono tanti: non è chiaro quale fosse la posizione giuridica di questi manentes, non si sa dove fosse questa località Chuma, non si sa che cosa fosse questa merce siricum e non si  sa quanto potessero “valere” 50 solidi, un’informazione che indirettamente aiuterebbe a  capire se il siricum era una merce con alto o basso valore unitario e quindi a risolvere, almeno in parte, il problema della sua identificazione.m Tutti questi temi sono affrontati a fondo nel libro che si fa leggere (spero che l’autrice non se ne abbia a male per l’irriverente richiamo a “Il nome della rosa”) come un libro di libri. Ogni  argomento ne richiama altri e la curiosità del lettore viene sollecitata dal richiamo a libri che spaziano in campi vastissimi della cultura. 

Anche se l’autrice, dopo un lungo e, per me, straordinario, lavoro di scavo in territori disciplinari tanto diversi fra loro, lascia aperti a successive indagini alcuni chiarimenti sulla merce chiamata siricum, i motivi di riflessione e di approfondimento sono tanti da coinvolgere studiosi di molti diversi interessi disciplinari. 

Abbastanza curiosamente, come chimico e merceologo non mi soffermerò sulle merci che  possono nascondersi dietro la parola siricum — seta o minio. D’altra parte la vastissima bibliografia del libro di Maria Bettelli mostra bene come molti importanti aspetti merceologici siano stati trattati da autorevoli storici e archeologi, come Lopez, Serjeant, e tanti altri. Mi soffermerò piuttosto sul ruolo che il traffico delle merci e i mercanti hanno avuto nel diffondere conoscenze e cultura. 

Mentre si sanno molte cose sui re e i potenti che hanno dominato i popoli fin dai tempi più remoti (con dettagli sempre maggiori a mano a mano che ci si avvicina ai secoli recenti) si sa ben poco su coloro che hanno assicurato l’approvvigionamento dei materiali essenziali  per la sopravvivenza e lo sviluppo dei regnanti e dei rispettivi popoli. 

Per esempio: chi erano quei “tredici manentes“, silenziosi protagonisti della storia studiata nel libro che stiamo esaminando, che vanno tutti insieme, o mandano un loro delegato, avanti e indietro dal loro paese di Chuma a Brescia, sede dell’amministrazione centrale dei terreni su cui vivono, a Pavia, lungo strade e attraverso paludi, in quell’affascinante valle padana  altomedievale di cui abbiamo notizie ancora così poco chiare (e che pure sarebbero indispensabili per capire la storia naturale, geologica ed ecologica del nostro paese) ? 

Che cosa si saranno detti lungo il cammino, nelle osterie, sulla piazza del mercato di Pavia, e  come avranno contrattato il prezzo con mercanti non certo sprovveduti ? E quante altre cose,  non strettamente inerenti la loro missione, avranno imparato su tecniche, lingue, dialetti, processi, artifizi per la coltivazione dei campi e la lavorazione delle pietre, parlando con altri viaggiatori provenienti, probabilmente, da altri domini longobardi italiani, magari dal lontano Mezzogiorno, o da paesi al di la’ delle Alpi ? 

Nessuno sarà mai in grado di dare una risposta a queste domande: se si eccettuano alcuni  spezzoni di documenti tecnici — portolani o pratiche di mercatura — pervenutici dalle società del passato, niente sappiamo dei rapporti — chiacchiere, osservazioni, curiosità — che hanno consentito l’interscambio, fra Oriente e Occidente, fra Nord e Sud del continente europeo e del Mediterraneo, della tramissionme di conoscenze di cui ci sono invece note le  importanti conseguenze: la diffusione dei vari tipi di mulini ad acqua, delle norie, dei mulini a vento, della bussola, dei movimenti delle stelle, della regolarità di certi venti, della carta, della stessa seta, di pratiche metallurgiche, di tecniche manifatturiere, eccetera. 

Credo che si debba risalire a tempi antichissimi, quando, all’inizio del Neolitico, si sono  formate le prime comunità di agricoltori-allevatori, per  trovare la comparsa di individui che sono andati a cercare, lontano dal proprio villaggio, le prime materie indispensabili per una vita stazionaria: a cominciare dal sale, necessario per la conservazione delle carni e per evitare la putrefazione delle pelli. 

Nessuno saprà mai chi è stato il primo che si è allontanato verso terre sconosciute per  procurare il sale ai propri compagni di villaggio, attratto da qualche informazione o diceria che attribuiva a qualche villaggio lontano il possesso della preziosa materia. Di certo avrà dovuto portare con se qualcosa da dare in cambio del sale — forse soltanto informazioni  sulla propria comunità, o sui posti visti nel viaggio — e si può immaginare che al suo ritorno questo primo mercante sia stato premiato con qualche oggetto, con una capanna più solida, con una sposa giovane e bella. 

Questa prima rivoluzione merceologica, con il suo protagonista, il mercante, ha senza dubbio contribuito alla formazione di classi — i più ricchi e i meno ricchi e i più poveri — nelle comunità primitive e fra i vari villaggi, e probabilmente anche alle prime guerre di conquista, quando i popoli che detenevano qualche materia o minerale o metallo si rifiutavano di venderlo o erano troppo esosi. Il racconto (contenuto in Genesi:19) delle città ricchissime e perverse di Sodoma e Gomorra, punite dal Dio della Bibbia con una pioggia di zolfo infuocato, riflette una delle guerre di conquista o di vendetta contro città arricchitesi vendendo il sale che sulle rive del Mar Morto era (ed è tuttora) disponibile in cave a cielo aperto e di cui forse avevano una specie di monopolio. 

Probabilmente tutte le guerre potrebbero essere rilette come imprese di conquista di terre coltivabili o pascoli o armenti o metalli o pietre preziose o spezie o ornamenti o acqua o mano d’opera schiava (2), molti millenni prima che si arrivasse alle attuali guerre per la conquista delle merci strategiche moderne: carbone, salnitro, petrolio, gomma, fosfati,  cromo, uranio, eccetera. 

Un terzo carattere — oltre alla stratificazione in classi economiche e alle guerra di conquista  — della rivoluzione merceologica è stato lo sviluppo di una vera e propria “scienza” delle frodi e della speculazione (3). Nel momento in cui la funzione e il dovere del mercante erano (e sono) l’arricchimento, era del tutto naturale che il mercante sfruttasse la propria  maggiore  conoscenza del mondo, delle merci e delle pratiche commerciali, per trarre maggior guadagno  dai venditori o dagli acquirenti più inesperti. 

Queste poche considerazioni mostrano che il mercante, per la sua posizione di individuo che  si muoveva a grandi distanze e veniva a contatto con molti  popoli, entrava quindi in possesso di conoscenze che poteva trasferire, e probabilmente “vendere”, agli altri abitanti del suo paese e anche ai re e ai potenti. Probabilmente per questo i mercanti sono stati  utilizzati, ma mai amati, e nessuno di loro è diventato re o governatore. 

Eppure ai mercanti e al movimento delle merci noi dobbiamo il patrimonio di conoscenze che è arrivato fino a noi. Conoscenze geografiche, prima di tutto, e di popoli e delle loro  abitudini. Solo per fare un esempio, il “Periplo del mare eritreo” (4), scritto circa duemila anni fa da un mercante egiziano che, nel corso di un anno, riusciva ad  andare da Alessandria  a Ceylon e a tornare, utilizzando i monsoni invernali e quelli estivi, descrive i porti incontrati  nel viaggio e le merci che si potevano acquistare e vendere opportunamente in ciascuno di essi. E’  questo il primo racconto (a noi pervenuto) di un viaggio reso  possibile dal fatto che  qualche altro mercante aveva osservato la regolarità dei venti dell’Oceano indiano e aveva capito che potevano essere utilizzati come fonti di energia per raggiungere i ricchi mercati del sud-est asiatico. 

Anche in questo caso, che cosa avrà mai pensato questo sconosciuto mercante, di cui non sappiamo neanche il nome, nelle settimane di navigazione in mare aperto guardando le stelle, nei frettolosi approdi fra gente spesso cattivissima, nei più lunghi soggiorni nei grandi empori, dove si incontravano popoli con diversissimi lingue e costumi e merci ? Che cosa avrà raccontato al suo ritorno ad Alessandria ai suoi familiari, ai suoi conoscenti ? 

Alcuni dei viaggi dei mercanti erano resi possibili dall’interscambio fra conoscenze geografiche ed  astronomiche ed esperienze dei viaggiatori; queste ultime fornivano informazioni che permettevano di aggiornare le carte geografiche e le migliori conoscenze geografiche, astronomiche e meteorologiche suggerivano nuove scorciatoie e vie di terra o di mare (5). 

La stessa storia della seta, a cui è dedicata un’importante parte del libro di Maria Bettelli, mostra come la conoscenza della strana e misteriosa fibra sia arrivata, attraverso i mercanti, fino in Occidente e come i tessuti di seta siano diventati oggetti di culto nella classe ricca della Roma imperiale, sfacciata esibizione di sfarzo e scostumatezza. Al punto che Plinio, gentiluomo lombardo trasferito a Roma con il suo bagaglio di rigore morale e puritano, deplora che le “signore” romane, per far sfoggio della loro opulenza, si vestano con indumenti di seta che ben poco coprono le parti  più intime dei loro corpi, un “sistema di denudare le donne vestendole”, secondo il noto passo della “Storia Naturale”, XI, 26. 

Per arrivare a Roma la seta, portata da mercanti  asiatici o cinesi, doveva superare la barriera dei domini dei  Parti che speculavano, giustamente dal loro punto di vista, sulla costosa merce. Avrebbero dovuto passare cinque o sei secoli prima che qualcuno facesse pervenire in Occidente maggiori dettagli sulla storia naturale del baco da seta. I governanti bizantini — secondo il racconto di Procopio di Cesarea — mandarono (anticipando l’attuale spionaggio tecnologico) qualcuno capace di portare via dalla Cina, sfuggendo al rigoroso controllo sulle esportazioni, alcune uova (impropriamente ritenute “semi”) del baco e le informazioni relative al loro allevamento, alla nutrizione con foglie di gelso, alla interruzione della vita della farfalla nel bozzolo per ricavare il filo continuo (6). 

E’ sorprendente che così complicate e raffinate informazioni botaniche, zoologiche e  tecniche potessero attraversare cinquemila chilometri di deserti, terre ghiacciate, montagne innevate, fiumi e mari tempestosi, dalla Cina a Bisanzio. Ed è altrettanto soprendente che in pochi anni queste informazioni potessero dar vita ad una attività agro-zootecnica e tessile così avanzata da  consentire a Bisanzio di assicurarsi il commercio e il monopolio dei manufatti — filati e tessuti di seta — verso  i paesi dell’Occidente. 

Se, come a me pare ragionevole, seguendo le considerazioni esposte nel libro di Maria Bettelli, il siricum del Polittico bresciano era costituito da filato o tessuto di seta, saremmo di fronte ad un episodio del flusso, forse attraverso Venezia o intermediari slavi, della preziosa merce da Bisanzio alla valle padana e forse da qui, attraverso Pavia, al centro Europa.

Il meccanismo di trasmissione, su cui il libro getta nuova luce, suggerisce che probabilmente simile era la tramissione di altre conoscenze su cui mancano analisi così dettagliate come quella offerta in questo volume. Chi sa quanti altri brani di testi latini, greci, cumani, turchi,  persiani, arabi, cinesi, indiani, finora inesplorati, consentirebbero di aprire altre finestre sulla trasmissione delle conoscenze su merci, popoli, lingue e culture dall’Oriente all’Occidente (7). 

E quando parlo di culture penso anche alla  tramissione delle conoscenze religiose. La presenza di “cristiani” — per lo più nestoriani — in Cina, che ha sorpreso i Polo nel XIII secolo e i gesuiti nel XVII secolo, è dovuta probabilmente alla migrazione verso oriente di dissidenti eretici che hanno seguito mercanti asiatici verso l’India e la Cina. Così come forse certe idee orientali, come il rispetto degli animali, arrivate in Occidente attraverso i mercanti o i primi missionari cristiani, possono  avere influenzato il pensiero dei francescani: per esempio l’idea — così attraente per i movimenti ecologici contemporanei — contenuta nelle  preghiere e nelle poesie in cui San Francesco considera il lupo, gli uccelli, il fuoco, le pietre, l’acqua, come “fratelli” e “sorelle” dell’uomo cristiano, anziché esseri da soggiogare, secondo la interpretazione letterale del primo capitolo del libro della Genesi (“sottometterai la terra”)(8). 

Del resto i legami fra mercanti e missioni sono sempre stati stretti in tutto il Medioevo cristiano. I mercanti si affiancavano, anche per ragioni di protezione e probabilmente per  evitare le dogane, alle missioni inviate per convertire i barbari asiatici, e i missionari si aggregavano alle carovane e alle spedizioni dei mercanti per penetrare in Asia e in Cina. Sono esemplari la storia di Matteo Ricci, che riesce a infiltrarsi in Cina in una delle spedizioni commerciali che univano Macao e il continente, e l’altra avventurosa e meno nota storia di Benedetto de Goes che, travestito da mercante armeno, parte da Agra, in India,  con destinazione Catai e Cambaluc, per verificare se si trattava degli stessi luoghi che Matteo  Ricci, nelle sue lettere, chiamava Cina e Pechino (9)(10). 

Dopo tre anni di viaggio e dopo aver sopportato innumerevoli sofferenze e angherie, Goes arriva a Jiuquan (Suchow) dove trova un fratello inviato incontro a lui da Ricci, e fra le sue braccia spira avendo risolto un fondamentale problema geografico e politico, l’identità del paese, descritto da Marco Polo quando era dominato dalla dinastia Yuan, con quello  raggiunto dai gesuiti tre secoli dopo, alla fine della dinastia Ming. 

Il libro di Maria Bettelli mette, infine, in  evidenza, il ruolo che Ebrei e Arabi hanno avuto  negli scambi internazionali di merci e di cultura. Dall’VIII secolo in avanti i viaggiatori e  mercanti arabi hanno seguito la grande espansione dell’Islam verso occidente e verso oriente.  Abitato da  popoli osservanti di una religione che lodava le attività mercantili e addirittura imponeva ad ogni credente un grande viaggio intercontinentale alla Mecca almeno una volta  nella vita, tutto il mondo islamico è stato sempre attraversato da carovane che comprendevano mercanti e sapienti, fedeli e curiosi, spesso tutte e quattro le cose insieme. 

Nei lunghi secoli segnati dal grande odio mortale della cristianità verso l’Islam, gli Ebrei passavano regolarmente dall’Europa cristiana al mondo islamico, dalla Francia e dalla Puglia all’Egitto, alla Palestina e alla  Mesopotamia, si incontravano con le comunità ebraiche che vivevano, tollerate e talvolta apprezzate, sotto l’Islam. La  ricca serie delle “sentenze” espresse dai giudici ebrei di Baghdad e d’Egitto per risolvere controversie religiose, matrimoniali e commerciali sorte fra i correligionari in Europa, Africa e Asia, stanno a dimostrare il vivacissimo movimento di persone, di merci e di conoscenze fra l’Europa e l’Asia nell’Alto Medioevo (11). 

Chi ha detto che erano “secoli bui” ? Secondo il mio modesto parere, va espresso un benvenuto a (e un ringraziamento all’autrice di) un libro che, partendo dallo studio sul siricum del Polittico bresciano, offre a molti lettori (e certamente ha offerto a me) l’occasione di aprire gli occhi su un’epoca così piena della luce della curiosità e della conoscenza, anche per  il mondo delle cose materiali e della natura.

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(1)  M. Bettelli Bergamaschi, “Seta e colori nell’Alto Medioevo. Il ‘siricum’ del Monastero bresciano di S. Salvatore”, Bologna, Cisalpino/Monduzzi, 1994. 

(2)  Una interessante corsa attraverso i commerci e le guerre fra popoli baltici, fenici, egiziani, africani, indiani, è offerta dal libro: G. Bibby, “4000 anni fa. Un quadro della vita nel mondo durante il secondo millennio avanti Cristo”, (traduzione italiana), Torino, Einaudi, 1966 

(3)  Una storia delle falsificazioni e frodi è ancora tutta da scrivere. Alcune notizie e qualche riferimento bibliografico si possono trovare in: G. Nebbia e G. Menozzi Nebbia, “Breve  storia delle  frodi”, in: S. Canepari e altri (a cura di), “Alimentazione e salute”, Forlì, Monduzzi, 1986, p. 60-68. 

(4)  “The Periplus of the Erythraen Sea. Travel and trade in the Indian Ocean by a merchant of the first century, translated from the Greek and annotated by Wilfred H. Schoff”, London, Lomgmans, Green and Co., 1912  (con una interessante discussione sulla scoperta della  regolarità dei monsoni). Sulle informazioni merceologioche contenute nel “Periplo” è basato  il libro:  J.I. Miller, “Roma e la via delle spezie”, (traduzione italiana), Torino, Einaudi, 1974. Una recente edizione italiana, con testo greco, traduzione italiana e ampio commento, in: Stefano Belfiore, “Il Periplo del Mare Eritreo di anonimo del I sec. d.C. e altri testi sul commercio fra Roma e l’Oriente attraverso l’Oceano Indiano e la Via della Seta”, Roma, Società Geografica Italiana, 2004. 

(5)  Si vedano, fra la vasta letteratura in questo campo, per esempio: G.F. Hudson, “Europe and China. A survey of their relations from the earliest times to 1800″, London, Edward Arnold, 1931, 1961. P.P.Charlesworth, “Le vie commerciali dell’impero romano” (traduzione italiana), Milano, Bompiani, 1941. 

(6)  Una interessante analisi dei rapporti fra Occidente e Oriente, lungo la via della seta, è  contenuta, oltre che nel libro sul siricum, anche in precedenti lavori della stessa autrice, fra  cui: M. Bettelli Bergamaschi, “Brescia sulla via della seta: il Medioevo”, in: “La via bresciana della seta”, Brescia, Fondazione Civiltà Bresciana, 1994, p. 9-21 

(7)   Può essere interessante ricordare che un tentativo di trattazione unitaria dei problermi della trasmissione di merci e conoscenze dall’Oriente  all’Occidente si è brevemente affacciato anche nelle aule universitarie: dall’anno accademico 1961/62 al 1968/69 si sono svolti i corsi di un insegnamento di “Storia del commercio con l’Oriente”, unico del suo genere, per quanto ne so, complementare per il Corso di laurea in Lingue e letterature straniere della Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Bari. Il corso è stato poi abolito nel piano di studi quando è stata istituita come autonoma la Facoltà di Lingue e  letterature straniere della stessa Università. 

(8)   La suggestiva idea del flusso da Oriente a Occidente di una diversa idea del rapporto fra l’uomo, gli altri animali e le cose inanimate, è stata esposta in un celebre e discusso articolo di L.White  Jr., “The historical roots of our ecological crisis”, Science155, 1203-1207 (10 marzo 1967), traduzione italiana col titolo: “Le radici storico-culturali della nostra crisi ecologica”, Il Mulino22, (226), 251-263 (marzo-aprile 1973). Si può vedere anche: G. Nebbia, “Per una visione cristiana dell’ecologia”, Ecologia2, (3), 4-16 (gennaio 1972). 

(9)  M. D’Elia S.J., “Fonti Ricciane, Storia dell’introduzione del Cristianesimo in Cina”, Roma, Libreria dello Stato, tre volumi, 1942-1949. Una “popolarizzazione”, basata sulle “Fonti Ricciane”, delle straordinarie avventure dei gesuiti entrati in Cina vestiti da mercanti  con le navi o le carovane, è contenuta nel libro di V. Cronin, “Il saggio dell’Occidente (1552-1610)”, Milano, Bompiani, 1956. 

(10)   Interessante anche il volume di E. Menegon, “Un solo cielo.Giulio Aleni S.J. (1582-1649). Geografia, arte, scienza, religione dall’Europa alla Cina”,  Brescia, Grafo edizioni, 1994. 

(11)  Fondamentale la monumentale opera di Shlomo Dov Goitein (1900-), “A Mediterranean Society. The Jewish communities in the Arab world as portrayed in the documents of the Cairo Genizah”, Berkeley, University of California Press, sei volumi, 1967-1993, opportunamente ricordata anche dalla Dott. Bettelli nel suo libro sul siricum.