SM 1834 — Ricordo di Lewis Mumford — 1995

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La Gazzetta del Mezzogiorno, 24 giugno 1995

 Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Nel 1995 cadeva il centenario della nascita dell’americano Lewis Mumford (morto  nel 1990), personaggio  singolare e straordinario che, in una lunghissima vita, ha scritto decine di migliaia di pagine che sono state lette, e spesso amate, da innumerevoli lettori.I suoi filoni principali di interesse sono stati la storia e il futuro delle città e i rapporti fra tecnica e potere.  Mumford fu scoperto e “importato”, se così si può dire, in Italia da Adriano Olivetti e dagli “olivettiani” — Bruno Zevi, Franco Ferrarotti, Carlo Doglio (il grande sociologo bolognese scomparso, a ottant’anni, nel 1995, nella generale disattenzione) — e molte delle sue opere furono pubblicate nelle Edizioni di Comunità, la casa editrice di Olivetti. 

Mumford gettò le basi di una nuova visione dei rapporti fra città e campagna, avanzò stimolanti  proposte di regionalismo, suggerì nuovi indicatori della bellezza urbana e del benessere, nel filone di altrettanto straordinari pensatori come l’imprenditore socialista inglese Robert Owen (1771-1858), il principe anarchico russo Piotr Kropotkin (1842-1922), l’urbanista inglese Ebenezer Howard (1850-1928), soprattutto il biologo-economista-urbanista scozzese  Patrick  Geddes (1864-1932), che Mumford considerò il suo maestro spirituale. 

Mumford, la persona più “antiaccademica” che si possa immaginare, instancabile critico della   prepotenza capitalistica, negli anni cinquanta e sessanta del Novecento entrò, con i suoi scritti,  nelle Università italiane e fu letto e fece scuola nel periodo in cui furono gettate le basi della “contestazione” (come fu chiamata dal perbenismo allora imperante): in quegli anni numerosissimi giovani e meno giovani pensavano, a ragione, che  l’”urbanistica” avrebbe rappresentato la via per una rivoluzione sociale pacifica nonviolenta, capace di spazzare i privilegi della rendita fondiaria, capace di instaurare  nuovi rapporti fra il territorio e i suoi abitanti. Fu invece la restaurazione degli anni settanta e ottanta del Novecento a spazzare via le speranze e i sogni e oggi Mumford è in gran parte dimenticato, i suoi libri sono esauriti da tempo e sono rarità da cercare nelle biblioteche pubbliche. 

Ha fatto bene la rivista Capitalismo Natura Socialismo a dedicare il suo numero 13 del febbraio 1995 al ricordo dell’opera di Mumford con scritti dei professori Cervellati e Ferrarotti e con un articolo, inedito in Italia, dello stesso Mumford sul mito dell’automobile. 

Mumford ha cominciato il suo esame della violenza della tecnica con il libro “Tecnica e cultura”, apparso nel 1934 ma tradotto in italiano soltanto nel 1961, e l’ha continuato con i volumi “Il mito della macchina” e “Il Pentagono del potere” (la trilogia è stata pubblicata dal Saggiatore di Alberto Mondadori). In queste tre opere Mumford ripercorre la storia —  ma direi la “storia naturale” — della tecnica dai tempi della rivoluzione del Neolitico. Dopo aver vagato, per due  milioni di anni, negli spazi sterminati, dormendo nella caverne, procurandosi il cibo con la raccolta di bacche,  radici e frutti delle piante e  ricavando la carne con la caccia degli animali selvaggi, diecimila anni fa i nostri antichi progenitori hanno deciso di fermarsi, di costituire delle comunità stabili,  di “coltivare” alcune  specie di piante e di “allevare” alcuni animali. 

La transizione del Neolitico ha avuto alcuni effetti realmente  rivoluzionari: ha introdotto il concetto di proprietà privata, dei campi, dei pascoli e degli animali; ha portato alla formazione  di una classe dominante e di una classe subalterna; ha indotto i mercanti a procurarsi da lontano alcune  merci e gli eserciti a sottomettere  militarmente i popoli che possedevano merci strategiche, come diremmo oggi, e che erano riluttanti a venderle. Queste imprese richiedevano edifici, metalli, strumenti tecnici, ricavati dalle cave, dalle miniere, dai boschi, strumenti alimentati dalle forze naturali del sole, del vento, del moto delle acque. 

Con la rivoluzione del Neolitico comincia l’era che Mumford chiama “eotecnica”, caratterizzata da operazioni e strumenti primitivi, rispetto ai nostri standards, ma, sotto altri aspetti, molto raffinati ed  efficaci. Fin dall’inizio, peraltro, l’estrazione delle materie richieste dalla tecnica ha provocato l’impoverimento di molte risorse della natura (minerali, boschi,  acque); ha generato scorie e rifiuti inquinanti. L’uso della tecnica richiedeva una struttura di ferreo potere: dai re che davano ordini, ai sacerdoti che li trasmettevano, agli ingegneri che progettavano le opere, agli operai che le eseguivano. Non  sarebbe stato possibile costruire le piramidi, i giardini di Babilonia, il Colosseo, senza la “megamacchina”, cioè senza l’organizzazione, inevitabilmente violenta, del potere tecnico. Senza quel “Pentagono del potere” che è nato molto prima della costruzione degli edifici (fatti a forma di pentagono, appunto) del ministero della guerra di Washington, la patria della bomba atomica. 

Il  cammino della storia umana continua,  secondo Mumford, fino a quando le scoperte del carbone e dei suoi prodotti di trasformazione, dei processi per produrre grandi quantità di acciaio e per fabbricare le macchine che  l’acciaio rese possibile, le scoperte della chimica e del petrolio, hanno aperto le porte ad  una nuova era “paleotecnica”, quella in cui stiamo  vivendo anche noi. 

Il Pentagono del potere non è più rappresentato dai re e dai sacerdoti, ma dalla forza dei capitali finanziari e dal complesso militare-industriale di cui Mumford, sempre in “Tecnica e  cultura”, descrive i caratteri. Il potere finanziario e la sua “megamacchina” possono sopravvivere soltanto moltiplicando le merci e i desideri di beni materiali, alimentando sempre nuove guerre,  mondiali o locali: è la guerra che garantisce  il “consumo” di esplosivi, fucili, edifici, vite umane, col che si crea un bisogno di nuove armi e cannoni, di nuove costruzioni e di nuovi consumatori, in una spirale senza fine. La spirale dei consumi artificiali tiene in  modo la crescente domanda di materie prime, dal  petrolio ai metalli, dallo spazio coltivabile ai concimi, dal cibo al legname alla carne, il che richiede la conquista violenta (talvolta con le guerre, talvolta con accordi commerciali iniqui) delle risorse della natura, genera altre scorie e inquinamenti: l’”impero del disordine”. 

Nelle sue opere come “La cultura delle città” (1938) e “La città nella storia”, Mumford  descrive bene la crescita abnorme della città paleotecnica, la sua trasformazione prima in “Megalopoli” — caotica, congestionata, inquinata, violenta — e poi in “Necropoli”. L’analisi di Mumford  non è pessimistica, ma anzi parte dalla realtà del presente per proporre un progetto di speranza: la costruzione di un’era “neotecnica”, in cui gli esseri umani siano capaci di utilizzare le risorse della natura e della tecnica per una più equa distribuzione dei  beni che la natura offre, per evitare o ridurre la contaminazione delle acque e dell’aria. Mumford propone dei modelli di città — anzi di comunità, di luoghi in cui vivere in comune, scambiando le ricchezze che ogni individuo ha in se — propone dei modelli di federalismo fra regioni — anzi fra “bioregioni”, i cui confini devono essere tracciati sulla base della  disposizione dei fiumi, dei  boschi, dei campi: utili indicazioni per molti pasticcioni  che chiacchierano a vento di federalismo.

Ma da Mumford possono anche trarre coraggio e ispirazione tutti coloro che credono che questo, paleotecnico, non sia il migliore dei mondi e che, con la  nostra passione e con la conoscenza, possiamo trasformarlo in un mondo neotecnico — in meglio.