SM 1818 — Lewis Mumford (1895-1990). Alla ricerca di una società neotecnica — 1995

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Capitalismo Natura Socialismo CNS5, (13), 53-63 (febbraio 1995)

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Tecnica e potere

Nel 1995 cadevano cento anni dalla nascita di Lewis Mumford (1895-1990), una persona che, nella lunghissima vita, ha segnato un’epoca con un pensiero e con idee, in gran parte dimenticate, ma che hanno lasciato profonde tracce.

Di Mumford è difficile dare una definizione: urbanista e studioso di architettura, scrittore di  arte e di letteratura, analista e critico della tecnica e delle sue innovazioni, giornalista attento ai mutamenti del suo tempo, polemista e pacifista. Ogni lettore delle sue opere potrebbe classificarlo in una casella corrispondente alle sue personali sensibilità. 

Nato a Long Island, vicino New York, e vissuto nella cittadina di Amenia, pure vicino New York, da questo posto tranquillo ha osservato come pochi altri i mutamenti del mondo: la prima guerra mondiale, la grande crisi, l’avvento dei fascismi in Europa e del New Deal in  America, la seconda guerra mondiale, l’avvento dell’era atomica, l’ utilizzazione della tecnica  come strumento del potere. L’importanza di Mumford per i rapporti fra capitalismo, natura e socialismo è già stata messa  in evidenza dall’interessante saggio di R.Guha (1). 

Vorrei qui soffermarmi sulla parte dell’opera di Munford che riguarda i rapporti fra tecnica e potere e che Mumford svolge, principalmente, nella trilogia: “Tecnica e cultura”, “Il mito della macchina” e “Il Pentagono del potere”. In realtà Mumford aveva pensato “Tecnica  e  cultura” (1934)(2) come il primo volume del ciclo “The  renewal of life” che sarebbe continuato con “La cultura delle città” (1938)(3), e “The conduct of life” (1951)(4). 

Il titolo del libro noto in italiano come “Il mito della macchina”, era in realtà il titolo comune di due volumi, il primo dei quali (5) aveva come sottotitolo: “Technics and human development” (1967); mentre il secondo (6) aveva come sottotitolo: “Il Pentagono del potere” (1970). Inutile dire che il tema della violenza della tecnica usata dal  potere ricorre in  moltissimi altri delle centinaia di scritti di Mumford, apparsi in numerosissimi volumi di atti di conferenze e in moltissime riviste (7)(8). 

La trilogia che verrà qui considerata contiene la denuncia e la rabbia nei confronti dell’uso  violento della tecnica. “Tecnica e cultura” — per me il libro più bello della trilogia su tecnica e potere — è stato scritto dopo la fragile avventura del boom economico americano dei ruggenti anni venti del Novecento, in quel 1934 che vedeva da una parte l’ascesa al potere dei fascismi in Italia e in Germania, e dall’altra parte, la primavera del “New Deal” rooseveltiano negli Stati Uniti. 

Nel licenziare, nel 1963, una riedizione di “Tecnica e cultura” Mumford aggiunse una breve  introduzione e alcuni passi in corsivo suggeriti dall’avvento della bomba atomica e della guerra fredda e dalla degenerazione autoritaria nell’URSS di quel comunismo che Mumford, in molte occasioni, aveva ritenuto una strada per un uso umano della tecnica. 

“Tecnica  e cultura” riprende le idee e le denunce di opere di autori ammirati da Mumford: Robert Owen, Piotr Kropotkin, Ebenezer Howard, Thorstein Veblen, Werner Sombart, Patrick Geddes, George Marsh. Mumford ha usato il termine “Technics” per indicare l’arte della trasformazione della natura con l’abilità umana in cose utili agli individui e alla società, distinguendola da “tecnologia” intesa come studio della tecnica. E altrove parla della necessità di usare la tecnica al servizio umano, come “tecnologia sociale” (9).

Dalle opere di Geddes, soprattutto da “Città in evoluzione” (1915)(10), Mumford trae alcune idee sulla evoluzione della tecnica per mettere in evidenza come il potere, più di recente il potere capitalistico, si appropria, per rafforzare e aumentare se stesso, delle innovazioni che potrebbero essere liberatorie per gli esseri umani.

Seguendo Geddes, Mumford distingue un’epoca “eotecnica” nella quale gli esseri umani  utilizzavano una tecnica basata sull’uso di fonti di energia rinnovabili come il moto delle acque, la forza del vento, il calore della  legna. Il legno forniva il principale materiale da costruzione per gli edifici e le navi. Nell’era eotecnica gli esseri umani conoscevano i metalli,  alcuni rudimenti della chimica, le tecniche minerarie, sapevano costruire edifici anche  giganteschi, strade, ponti. Anche se il ricorso alle “macchine”, intese in senso moderno, era limitato, le strutture del potere ragionavano ed operavano già come una “megamacchina” (10a), cioè con la gerarchia e l’organizzazione che consentivano di mobilitare grandi masse di persone e grandissime  quantità di materiali per realizzare opere pubbliche e private funzionali al consolidamento e  all’estensione del potere stesso. 

L’avvento dell’era paleotecnica 

All’era  eotecnica seguì, a partire da circa il 1600, una nuova era, che Geddes e Mumford chiamano “paleotecnica”, resa possibile dai perfezionamenti nell’estrazione del carbone, dall’uso del carbone per la  produzione su larga scala del ferro, dalla trasformazione del ferro in macchine capaci di fornire energia e di compiere operazioni che fino allora erano state  svolte dal lavoro umano, dal progresso nelle conoscenze chimiche. 

Mumford chiama questa condizione il “capitalismo del carbone” (p.179)(11), l’”impero del  disordine” (p. 213): “La macchina, scaturita dall’intento di conquistare l’ambiente circostante e di canalizzare i suoi impulsi in attività ordinate, nella fase paleotecnica provocò la  sistematica negazione di tutte le sue promesse: fu il Regno del Disordine” (p. 216). 

L’avvento dell’era paleotecnica fu reso possibile dalla nascita, nell’ambito della borghesia  commerciale, di una classe di studiosi e pensatori, insieme filosofi e naturalisti, e dalla rapida circolazione delle conoscenze attraverso le accademie scientifiche, le riviste internazionali. Il filosofo non si vergogna di fare, incoraggiare e contribuire a diffondere, invenzioni e scoperte  di rapida ricaduta commerciale, destinate al dominio della natura da cui trarre beni materiali e ricchezza. Il principale carattere dell’era paleotecnica è rappresentato dall’espansione della produzione delle merci che ben presto diventano, da mezzi per soddisfare bisogni umani, strumenti di oppressione e di potere. 

“Dall’orientamento verso la produzione quantitativa deriva la tendenza a concentrare  l’efficienza della macchina nell’esclusiva produzione di beni materiali. La gente sacrifica il tempo e le soddisfazioni attuali nella mira di procurarsene altri, in quanto suppone che ci sia un rapporto diretto fra il benessere e il numero di vasche da bagno, di automobili e di  altre  simili cose fatte a macchina. E’ tipico della macchina il fatto che invece di rimanere limitati ad una sola classe questi ideali si sono estesi, per lo meno come aspirazione, ad ogni strato della società. Si potrebbe definire questo aspetto della macchina come ‘materialismo senza scopi’. Ha il particolare  difetto di gettare un’ombra di discredito sopra tutti gli interessi e le occupazioni non materiali, condannando gli spunti puramente estetici ed intellettuali perché ‘non servono a nulla di utile’”  (p. 294). 

La produzione su scala sempre più vasta presuppone un consumo, anch’esso su  scala sempre  più vasta. Si possono utilmente rileggere le pagine, ironiche e drammatiche, di Mumford  sull’esercito, consumatore ideale. L’”uniforme” che doveva essere indossata dai soldati, a partire dal XVI secolo, innescò la prima richiesta su larga scala di beni assolutamente standardizzati; la macchina da cucire inventata a Lione nel 1829 forniva una formidabile risposta alla produzione delle uniformi militari. 

“L’esercito fu il modello del consumatore ideale nel sistema delle macchine”: esso richiede crescenti quantità di merci e non fornisce in cambio alcun servizio, salvo che la “protezione” in tempo di guerra. Anzi “uno degli effetti più sinistri della disciplina militare è una impenetrabilità ai valori della vita” (p. 113). 

“Durante una guerra, inoltre — continua  Mumford — l’esercito non è solo un puro  consumatore, ma un produttore negativo: cioè invece che benessere produce miseria,  mutilazioni, distruzione fisica, terrore, carestie e morte. L’esercito, inoltre, è ideale come consumatore in quanto tende a ridurre a zero l’intervallo di tempo fra vantaggiosa produzione e vantaggiosa sostituzione. La casa più lussuosa e sovraccarica non può competere, per la rapidità di consumo, con un campo di battaglia. Mille uomini abbattuti dai proiettili corrispondono più o meno alla richiesta di mille nuove uniformi, di mille fucili, di mille baionette e mille colpi sparati da un cannone non posono venire recuperati e reimpiegati. La guerra è, insomma, la salute della macchina” (p. 110-111). 

Il sistema della macchina comporta non solo una crescente schiavitù umana, ma un crescente assalto alle risorse della natura. Mumford dedica molte pagine al sistema di miniera, che distrugge i boschi, inquina le acque con metalli tossici e l’aria con fumi pestilenziali. “Il primo segno distintivo dell’industria paleotecnica fu l’inquinamento dell’aria” (p. 190). 

Sorprende che così pochi, anche nei movimenti di contestazione ecologica, abbiano ricordato e citato le pagine di “Tecnica e cultura” sulla distruzione dell’ambiente: “Il fumo del carbone era l’incenso del nuovo industrialismo” (p. 192): ma davvero non è forse, insieme al più moderno  fumo del petrolio, l’incenso anche della nostra società paleotecnica ?. 

La produzione di merci come fine unico di produzione di ricchezza induce i fabbricanti e i  commercianti alle frodi, a produrre merci tossiche e pericolose pur di aumentare i guadagni, all’”immiserimento della vita” (p. 201). Il sistema di fabbrica comporta l’abbandono delle campagne e la migrazione di una crescente  popolazione nelle città, vicino alle fabbriche, e la nascita di quartieri squallidi all’insegna della speculazione immobiliare, comporta “la degradazione del lavoratore” (p. 195). 

Verso una società neotecnica

 Dai costi sociali ed umani provocati dalla megamacchina — di cui furono e sono simboli, modernissimi, anche se intrinsecamente paleotecnici, la bomba e l’energia atomica, l’automobile lo strumento della megamacchina a cui Mumford ha dedicato un saggio pubblicato in CNS., vol. 5, n. 13, febbraio 1995), il grattacielo — e dal suo “impero del disordine” ci si può liberare soltanto con profondi mutamenti sia tecnici sia politico-sociali. 

In “Tecnica e cultura”, nel 1934, Mumford immagina che molte innovazioni tecniche, che già  si profilavano all’orizzonte, avrebbero portato più o meno presto alla transizione dall’era  paleotecnica ad una era neotecnica: la sostituzione del ferro con l’alluminio, la sostituzione del carbone e del petrolio con l’elettricità, i successi delle sintesi chimiche, avrebbero potuto portare a città piu’ umane, a una più razionale distribuzione della popolazione fra città e  campagna, a una società meno inquinata. Le parole di Mumford risentono delle aspirazioni e speranze che caratterizzarono l’età di Roosevelt (12): la pianificazione territoriale; la difesa del suolo contro l’erosione; le grandi dighe per la produzione di energia idroelettrica; un nuovo rapporto fra città e campagna;  l’uso dei prodotti e sottoprodotti agricoli come materie prime per l’industria chimica; la  lotta alle frodi commerciali. 

Gli eventi seguiti la seconda guerra mondiale, riflessi nelle due opere successive del ciclo, sembravano spingere Mumford a rinnegare tale speranza, tanto che in un articolo apparso nel 1959, rileggendo il “proprio” “Tecnica e cultura” a 25 anni di distanza, Mumford sostiene (13) che la divisione della storia umana nelle tre ere —- eotecnica, paleotecnica e neotecnica — è forse il punto più fragile della sua opera. Non mi sembra giusto. Mi sembra invece di grandissima attualità tutto il quadro che Mumford presenta delle soluzioni tecnico-scientifiche e delle vie da percorrere verso la realizzazione di un’era  neotecnica, meno violenta, più equilibrata, più rispettosa degli esseri umani e delle risorse naturali. 

La conquista di una società neotecnica presuppone un uso maggiore della scienza e della tecnica, ma lungo vie completamente diverse da quelle a cui siamo abituati. L’avvento di una società neotecnica presuppone una nuova distribuzione delle attività umane nel territorio, il ricupero della potenziale ricchezza del regionalismo. Non a caso il movimento di Comunità di Adriano Olivetti — il principale scopritore di Mumford, le cui opere fece conoscere, tradurre  e pubblicare in Italia — era proprio basato su una nuova visione del decentramento delle attività umane. Se molti fautori del cosiddetto “federalismo”, tanto di moda adesso, avessero un poco di cultura geografica ed ecologica troverebbero in Mumford molte indicazioni fondamentali (14). 

Nel parlare delle enormi “montagne di scorie” generate dalla “civiltà della macchina”, Mumford afferma che “possiamo oggi guardare avanti al giorno in cui i gas velenosi e i mucchi di trucioli, i sottoprodotti della macchina una volta inutilizzabili,  potranno  venire trasformati dall’intelligenza  e  dalla  cooperazione sociale, ed adattati ad usi piu’ vitali” (p. 123)(15).

Mumford discute a lungo “la possibilità di utilizzare l’energia solare — non dimentichiamo che  scrive nel 1934 ! — o la differenza di temperatura che sussiste tra le profondità e la superficie dei mari tropicali; esiste inoltre la possibilità di applicare su vasta scala nuovi tipi di turbine a vento; disponendo di una efficiente batteria di accumulatori il vento basterebbe da solo a fornire le necessarie quantità di energia” (p. 390). Per una svolta neotecnica “si impone l’appropriazione sociale delle riserve naturali, il ridimensionamento dell’agricoltura, la valorizzazione di quelle regioni in cui vi è grande disponibilità di energia cinetica sotto forma di sole, vento, acqua (16). La socializzazione di queste sorgenti di energia è la condizione prima dello sfruttamento efficace” (p. 392). 

Nella breve primavera dell’ecologia — gli anni che vanno dal 1968 al 1973 — ci fu un rinnovato  interesse per l’elaborazione dei principi di una società neotecnica. L’associazione  Italia Nostra diede vita ad un vasto — uno dei pochi, per quanto ne so — dibattito sui principi  di una società neotecnica (17): si tennero alcuni convegni e seminari e molti dei principi allora discussi entrarono, indirettamente, nella stessa “Proposta di un progetto a medio termine” elaborata dal PCI  nel 1977.

Proprio negli anni, considerati bui, della crisi energetica — 1973-1985 — esistevano le condizioni per una revisione radicale dei modi di produzione e di consumo, delle scelte delle materie prime, e nello stesso discorso sull’”austerità” vi erano molte idee tratte dal filone Kropotkin, Veblen, Geddes, Mumford. Fu un’epoca di occasioni perdute in cui la megamacchina — basata sull’alleanza fra partiti dominanti e grande industria automobilistica, chimica, petrolifera, militare, immobiliare — riuscì a ridicolizzare le proposte di cambiamento.

Del resto la megamacchina aveva tutti i motivi per questa controriforma: si trattava non  soltanto del pericolo di una perdita di profitti, ma della discussione critica di tutto il sistema sociale, unica reale soluzione della crisi ambientale in cui eravamo e siamo impantanati. 

L’analisi della crisi delle risorse naturali mostra bene, come aveva spiegato Mumford, che essa è dovuta allo scontro fra interessi privati e beni collettivi; allo sfruttamento privato di risorse, come l’aria o l’acqua o la fertilità del suolo, che a rigore non hanno un padrone. La  crisi ecologica è sostanzialmente crisi del bene collettivo; alcuni traggono benefici senza alcun costo; tengono, per esempio, pulita la propria casa, il proprio oikos, scaricando i rifiuti all’esterno, nell’ambiente, in una più vasta casa d’altri. 

La salvezza va allora cercata mettendo in discussione i principi stessi della proprietà privata (18),  ricuperando  il carattere pubblico dei beni come l’aria o  il mare o le acque e introducendo il principio di delitto per chi tali beni viola o rapina o sporca. 

“Gli obiettivi dell’economia finanziaria e quelli dell’economia sociale non possono coincidere; la proprietà collettiva delle fonti di energia, dalle regioni montagnose dove i fiumi nascono, fino ai più remoti pozzi di petrolio, è la sola garanzia per un uso e una conservazione efficace” (p. 390). 

Soltanto una società pianificata e socialista potrebbe darsi delle nuove regole, compatibili con i problemi di scarsità e di distribuzione secondo giustizia. Mumford insiste molto sulla necessità di una pianificazione dei bisogni fondamentali, del potenziamento dei servizi e dei beni collettivi. La soluzione va cercata in quello che Mumford chiama “comunismo di base”, ben diverso dalla struttura burocratica e assolutista dei paesi del socialismo realizzato. 

Mumford propone un “comunismo di fondo che  implichi l’obbligo di partecipare al lavoro  della comunità“, che consenta di soddisfare i bisogni fondamentali con una pianificazione della produzione e del consumo. Per Mumford il comunismo era un sistema economico in cui il fine della produzione era il raggiungimento del benessere sociale al posto del profitto privato, in cui il diritto di proprietà era trasferito dai singoli proprietari alla comunità, secondo il principio delle città-giardino di Ebenezer Howard. 

Inoltre per Mumford il comunismo significava che il governo doveva assicurare un reddito minimo garantito a ogni cittadino, come diritto dell’appartenere a una comunità. Dopo di che i  governi avrebbero dovuto rallentare la corsa alla produzione di merci e riorientare la società dalla sua febbrile preoccupazione  per invenzioni, merci, profitti, vendite, per far soldi, alla  intenzionale promozione di più umane funzioni vitali. Tanto che Mumford pensava ad una Repubblica Verde, più che Rossa. 

“La sola alternativa a questo comunismo è l’accettazione del caos: le periodiche chiusure degli  stabilimenti e le distruzioni, eufemisticamente denominate ‘valorizzazioni’, dei beni di alto valore, lo sforzo continuo per conseguire, attraverso l’imperialismo, la conquista dei mercati stranieri. Se vogliamo conservare i benefici della macchina non possiamo permetterci il lusso di continuare a rifiutare la sua conseguenza sociale, ossia l’inevitabilità di un comunismo di base. Questa prospettiva appare ingrata all’operatore economico di stampo classico, ma sul piano umano non può non rappresentare un enorme progresso” (p. 411-412). 

Sono quindi ancora del tutto valide, a tanti decenni di distanza, le parole che Mumford scriveva nel 1934: “Noi non siamo ancora entrati, sul piano della civiltà, nella fase neotecnica”, e tantomeno in una fase “biotecnica” di cui Mumford credeva di vedere all’orizzonte i segni (p. 361). 

Il ricordare, e l’invito a rileggere, Mumford  sono particolarmente importanti in questo momento in cui la società paleotecnica, in cui siamo immersi, mostra tutta la sua violenza e arroganza. Molte innovazioni tecniche vengono usate immediatamente dalla megamacchina contro gli esseri umani: si pensi all’uso che il potere politico ed economico fanno della televisione per livellare i gusti, per spingere ad una crescente dipendenza nei confronti del  consumo delle merci, per soffocare la stessa democrazia. 

La rilettura della proposta neotecnica di Mumford potrebbe, se lo volessimo, indurci ad avviare un grande movimento di liberazione per riconoscere e combattere la “megamacchina”. “Impossibile ? No. Per quanto la scienza e la tecnica abbiano ampiamente dirottato dal loro più esatto itinerario, esse ci hanno insegnato almeno una lezione: niente è impossibile” (p. 453). 

NOTE 

(1)   R. Guha, “Lewis Mumford: the  forgotten American environmentalist. An essay in rehabilitation”, Capitalism Nature Socialism2, (8), 67-91  (October  1991); traduzione  italiana col titolo: “Lewis  Mumford, un profeta dell’ambientalismo”, CNS2, (5), 56-79 (luglio 1992) 

(2)  L. Mumford, “Technics and civilization”, New York, Harcourt, Brace & World Inc., 1934. Traduzione italiana col titolo: “Tecnica e cultura”, Milano, Il Saggiatore, Mondadori, 1961 (Nella traduzione manca la cronologia delle invenzioni e la bibliografia); riedizione, Il Saggiatore, 2005. Le pagine citate nel testo sono quelle dell’edizione del 1961. 

(3)   L. Mumford, “The culture of cities”, New York, Harcourt & Brace, 1938; traduzione italiana col titolo: “La cultura delle città“, 1954. E’ il secondo volume del ciclo “The renewal of life”. 

(4)   L. Mumford,  “The conduct of  life”, New York, Harcourt Brace, 1960. E’ il terzo volume del ciclo “The renewal of life”. 

(5)  L. Mumford , “The myth of the machine. I. Technics and  human development”, New York, Harcourt, Brace  and World, 1967; traduzione italiana col titolo: “Il mito della macchina”, Milano, Il Saggiatore, 1969. 

(6)   L. Mumford, “The myth of the machine. II. The Pentagon of power”, New York, Harcourt  Brace Jovanovich, 1970; traduzione italiana col titolo: “Il Pentagono del potere”, Milano, Il Saggiatore Mondadori, 1973. Nella traduzione italiana il copyright dell’edizione originale è indicato come 1964, 1970. Il  “1964″ deve essere un errore. Nella premessa Mumford scrive: “‘Il mito della macchina’ fu ideato originariamente come opera singola e questo secondo tomo è il quarto volume della serie iniziata con ‘Tecnica e cultura’ nel 1934″. 

(7)  E.S. Newman, “Lewis Mumford: a bibliography 1914-1970″, New York, Harcourt, Brace, Jovanovich, 1971 

(8)  Utile, per la comprensione dell’opera di Mumford e anche  per molti riferimenti bibliografici, il volume: D.L. Miller, “Lewis Mumford. A Life”, Pittsburgh  (PA, USA), University of Pittsburgh Press, 1989 

(9)  “Tecnologia sociale” è un curioso termine che è stato usato anche in italiano con un duplice significato: dai sociologi per indicare i metodi tecnici per lo studio dei fenomeni sociali, una specie di ingegneria sociale; da altri studiosi come analisi critica della tecnica per riconoscere se e quando è  al servizio della società piuttosto che dei profitti. In questo secondo senso un corso di “Tecnologia sociale” è stato inserito, per alcuni anni, fra gli insegnamenti universitari nelle  Facoltà di studi economici, corso  ben presto  fatto sparire forse per il suo contenuto “sovversivo”. Cfr., per es.: G. Nebbia, “Risorse naturali e merci. Un contributo alla tecnologia sociale”, Bari, Cacucci Editore, 1968. 

(10) P. Geddes, “Cities in evolution” (1915), traduzione italiana col titolo: “Città in evoluzione”, Milano, Il Saggiatore, 1970. Prefazione di Carlo Carozzi e, in appendice, buona  bibliografia delle opere di, e su, Geddes. La storia e la figura di Patrick Geddes, uno straordinario scozzese che ha scritto di urbanistica (ha “inventato” la parola “conurbazione”), di biologia, di economia, di storia della tecnica, meriterebbero una analisi a parte. Mumford ha considerato Patrick Geddes come suo maestro spirituale, al punto da dare il nome Geddes  al figlio, morto diciannovenne  sull’Appennino durante la seconda guerra mondiale e sepolto nel Cimitero di guerra Alleato di Firenze. 

(10a)  “Megamacchina” è il termine usato come titolo del libro di Serge Latouche, “La megamachine. Raison techno-scientifique, raison économique et mythe du Progrès. Essais à la mémoire de Jacques Ellul”, traduzione italiana col titolo: “La megamacchina. Ragione tecnosciemntifica, ragione economica e mito del progresso. Saggi in memoria di Jacques Ellul”, Torino, Bollati Boringhieri, 1995. 

(11)  Le pagine di questa e delle successive citazioni sono quelle della traduzione italiana di  “Tecnica e cultura”, citata alla nota (2). 

(12)  Cfr., per es.: G. Nebbia, “La lezione di Roosevelt vale ancora ?”, CNS3, (7), 131-143 (marzo 1993). 

(13)   L. Mumford, “An appraisal of  Lewis Mumford’s ‘Technics and civilization’ (1934)”, Daedalus88,  p. 527-536 (Summer 1959) 

(14)   G. Pesce (a cura di), “Da ieri a domani. La pianificazione organica di Kropotkin, Reclus, Branford e Geddes, Mumford, con note di C. Doglio, P.L. Cervellati e R. Rossini”, Bologna, Editrice CLUEB, 1981. 

(15)   A tutti quelli che scoprono oggi con entusiasmo il riciclo dei materiali vorrei raccomandare la lettura, oltre che delle parole qui citate, anche di quelle del quinto capitolo della prima sezione del “Terzo libro” del “Capitale”, apparso, come è ben noto, dopo la morte di Marx, nel 1894: “Lo stesso vale per l’altra grande categoria di economie effettuate nelle condizioni di produzione: cioè la ritrasformazione dei rifiuti della produzione, dei cosiddetti scarti, in nuovi elementi di produzione, sia nello stesso che in un altro ramo d’industria, il processo grazie a cui siffatti scarti sono rilanciati nel circuito della produzione e pertanto del  consumo, produttivo o individuale”. 

(16)   Una simile idea era stata espressa nel 1912 dal chimico italiano Giacomo Ciamician. Cfr.: G. Nebbia, “Una società solare ?”, CNS1, (3), 108-113 (novembre 1991). 

(17)   Cfr., per esempio: G. Nebbia, “Alla  ricerca di una società neotecnica”, Italia  Nostra,  Bollettino18,  (136/137) 15-22 (1976); 19, (157), 3-8  (dicembre 1977); 20, (167/168), 11-12 (settembre-ottobre 1978). Si veda anche: G. Berlinguer, “La neo-tecnica”, Rinascita, n. 5, 4 febbraio 1977, p. 33. 

(18)   G. Nebbia, “Lo sviluppo sostenibile”, Fiesole/Firenze, Edizioni Cultura della Pace, 1991.