SM 1815 — La violenza nel commercio Nord/Sud — 1995

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Amanecer, 10, (2), 21-24 (1995)

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

In meno di due anni si sono svolti eventi internaziona­li che avrebbero potuto essere rivoluzionari e che sono stati in gran parte vanificati dal potere dei paesi del Nord del mondo.Nel giugno 1993 si e’ tenuta a Rio de Janeiro la confe­renza delle Nazioni Unite su “Ambiente e sviluppo”. Nei mesi  successivi si sono conclusi i lavori  del  grande accordo internazionale sul commercio che ha  seppellito la vecchia agenzia GATT (Accordo su commercio e  tarif­fe)  e ha dato vita, sempre nell’ambito  delle  Nazioni Unite, ad una nuova Organizzazione mondiale del commer­cio. Infine in questo 1994 si e’ tenuta al  Cairo  un’altra conferenza  delle Nazioni unite su “Popolazione e  svi­luppo”.

Mentre  in  passato  l’attenzione  internazionale   era centrata  sui  grandi  temi “umani” —  l’ambiente,  le condizioni dell’abitare, il numero e le condizioni  dei terrestri —  da quando e’  caduto  l’impero  sovietico l’accento  si e’ spostato sullo “sviluppo” inteso  come sviluppo economico, dei commerci, degli affari,  della finanza.

Non c’e’ da meravigliarsi perché, finito il  bipolari­smo  fra Stati Uniti e Unione Sovietica, ormai i  paesi industriali  —  circa 1500 milioni di persone  —  hanno comuni interessi, rappresentano un solo grande  impero, l’impero del Nord del mondo,  che vuole far crescere la produzione di merci, i consumi e gli affari  finanziari a spese del Sud del mondo, degli altri 4000 milioni  di abitanti della Terra.

La  vecchia immagine del “terzo mondo” e’ ormai  sostituita da un nuovo quadro geopolitico nel quale i  paesi del  Sud del mondo rappresentano, di fatto, la miniera di materie prime  agricole  e  forestali,  minerarie, energetiche  e  il grande serbatoio di mano  d’opera  a basso prezzo. Tutti ingredienti indispensabili per  far aumentare  i  profitti  delle compagnie  del  Nord  del  mondo.

Quel  poco  del flusso di denaro dal Nord  al  Sud  del mondo, in pagamento di materie e di lavoro, ritorna ben presto  nel  Nord del mondo attraverso  la  vendita di merci violente o oscene come armi, o oggetti di  consumo, nuovi mezzi di oppressione per costringere, in  una spirale  senza fine, il Sud del mondo a  fornire nuove materie  e nuovo lavoro a prezzi ancora piu’  bassi,  e cosi’ via.

Sembrano lontanissimi quegli inizi degli anni settanta, segnati  dal  grido di allarme sulla  limitatezza  del pianeta  e delle sue risorse nei confronti  della  cre­scente avidita’ di una popolazione umana  in  continuo aumento;  segnati dalla denuncia che appena  un  quarto dei  terrestri,  gli  abitanti  dei  paesi  industriali occidentali, del “primo mondo”, contribuivano per   tre quarti  allo  sfruttamento e  alla contaminazione  del pianeta. Proprio  con  l’obiettivo di  assicurare  una  maggiore quota di beni della Terra a disposizione degli abitanti del  terzo  mondo, alcune persone  avevano  invitato  i paesi  industriali  a “limitare” lo   sfruttamento  della Terra.

Non  solo l’invito e’ rimasto inascoltato, ma  i  paesi industriali occidentali non hanno esitato ad alimentare guerre e crisi per la conquista del rame nel Cile,  del petrolio nei paesi arabi, del cobalto nello Zaire,  dei fosfati nel territorio Sarawi, della gomma in Amazzonia e  nel  sud-est  asiatico, eccetera,  per  citare  solo alcuni episodi della conquista imperialistica di risorse naturali scarse. I pochi brevi momenti di ribellione del Sud del mondo, come l’aumento del prezzo del petrolio e delle materie prime agli inizi degli anni settanta, sono stati spenti dal Nord  del mondo che non ha esitato  ad  alimentare guerre fra produttori o a imporre l’avvento di  governi fascisti.

Ad esempio la “provvidenziale” guerra fra Iran e Iraq, dividendo due importanti paesi esportatori di petrolio, ha fatto crollare il prezzo di questa materia strategi­ca e ha assicurato una ripresa, in Occidente, della produzione, dei consumi, dei rifiuti. “Per fortuna” continuava ad esserci il terzo mondo, il Sud del mondo, a rifornire di carne e alberi e minerali e fonti energetiche e discariche il Nord del mondo.

Fuori di ipocrisia, e’ possibile sollevare dalla  mise­ria i paesi del Sud del mondo ed è possibile continua­re,  noi del Nord del mondo, nel nostro sviluppo  umano (ben diverso dalla crescita  merceologica), senza arre­care  catastrofici danni all’equilibrio ecologico  del pianeta ?

La liberazione dal sottosviluppo, dalla mancanza di beni essenziali — cibo, abitazioni, educazione, acqua, lavoro, salute, dignità, eccetera — richiede beni materiali: cereali, carne, cemento, tubazioni, libri, trattori, officine, ospedali, e così via. E’ difficile essere  liberi se si  e’  ignoranti,  e’ difficile  rivendicare la propria dignita’ umana se  si trascinano  la fame e le piaghe nella polvere  e  nelle fogne.

Bisognerà in futuro estrarre ancora molti minerali, fonti energetiche, prodotti agricoli e forestali dalla Terra ma, per lasciarne una quota equa ai paesi del Sud del mondo, per consentirgli di liberarsi dalla miseria, occorre rivedere drasticamente i modi di produzione e di consumo del Nord del mondo.

Bisogna riconoscere la violenza delle merci che, come oggi avviene,  sono usate per soddisfare bisogni frivoli o  artificiali di una  minoranza,  bisogni  indotti dalle raffinate tecniche della pubblicità, a spese di risorse naturali sottratte agli abitanti poveri della Terra.La violenza intrinseca nelle merci si combatte  riconoscendo che nuova occupazione e minore degrado ambienta­le potrebbero essere ottenuti, sia nel Nord che nel Sud del mondo, da una nuova pianificazione della produzione delle  merci  e dei macchinari che  desse  priorità a quelli che risolvono problemi umani essenziali.

Probabilmente al posto di una produzione che assicuri, nel Nord del mondo, tre automobili e  tre  frigoriferi per famiglia, dovrebbe essere incoraggiata la fabbricazione  di strutture abitative, di servizi igienici,  di tecniche  di comunicazione e di istruzione,  progettati per aiutare i paesi poveri del Sud del mondo ad  uscire dalla loro arretratezza.

Ci sono già iniziative, fra le organizzazioni di volontariato, per la messa a punto di “tecnologie intermedie”, a basso effetto ambientale,  con  basso consumo  di energia, per produrre pompe, depuratori  di acqua, ospedali, abitazioni, scuole, per i piu’ poveri, progettate  proprio per essere trasferite e  utilizzate nei  paesi  in cui potrebbero risolvere  grandi,  reali problemi umani.

Ci  sono segnali di preferenze, da parte, per  ora,  di piccole  fasce  di consumatori del Nord del  mondo,  di alimenti  e  merci prodotti nei paesi  più poveri da piccole imprese cooperative, in modo  da  saltare  la lucrosa  (per  loro) intermediazione delle società multinazionali. Sfortunatamente si tratta di gocce in un mare di  egoismi  in cui c’e’ cosi’ poco spazio per la  solidarietà fra  individui, fra popoli, fra classi, fra gli  esseri umani e le risorse della natura.

Nell’attuale  mondo violento gli stessi lavoratori  del Nord  del  mondo pensano che la stabilita’  della  loro occupazione dipenda soltanto dal continuare a  produrre lo  stesso acciaio, o alluminio, le stesse  automobili, gli stessi pesticidi, le stesse materie plastiche,  che prolungano  e consolidano l’impoverimento del  Sud  del mondo e la contaminazione ambientale.

Neanche la cultura universitaria aiuta molto a elabora­re  nuovi schemi: soprattutto e’ incapace  di  proporre nel  Nord  del mondo  stili di vita diversi  da  quelli attuali, che vengono invece esportati tali e quali  in tutto il mondo, con l’effetto di far aumentare nel  Sud del  mondo  la domanda di beni superflui a  scapito  di quelli essenziali; iniziative e proposte che  suonano, perfino nel mondo della contestazione ambientalista  (o di quel che di essa resta) quasi bestemmie.

Forse la salvezza va cercata in una nuova rielaborazio­ne – da parte di studiosi e di lavoratori, di cittadine e cittadini del Sud e del Nord del mondo – della cultu­ra dei rapporti umani, dei bisogni, delle merci occorrenti per soddisfare tali bisogni,  va cercata  nel riconoscere  la violenza intrinseca negli attuali  modi di produzione, di consumo, di inquinamento.

Il mutamento culturale e’ impresa lunga e difficile, ma ancora  piu’  difficile sarà uscire dalle  trappole — economiche, politiche ed ecologiche — in cui cadremo se non l’affrontiamo.