NC 207 — Metalli insanguinati — 2015

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Nuovo consumo, 24, (249), p. 19 (settembre 2015)

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

C’è della violenza in molte merci che usiamo ogni giorno; essa deriva dal fatto che sono fabbricate con materie prime provenienti da zone, specialmente africane, nelle quali sono in corso violenti guerre sotterranee fra tribù o gruppi politici e criminali. Conflitti che attraversano i confini politici e sono alimentati da armi acquistate vendendo clandestinamente quelle materie che i paesi industriali vogliono intensamente e rivendono con alti profitti. Con le stesse armi questi gruppi tengono in condizioni di schiavitù i minatori reclutati con la violenza fra gli indigeni. Qualcuno ricorderà il film “Diamanti di sangue” del 2006, con Leonardo DiCaprio, che racconta un episodio di conflitti fra bande che si contendono i diamanti delle ricche miniere della Sierra Leone nell’Africa occidentale. Insanguinati non sono soltanto i diamanti, ma anche alcuni minerali metallici di grande valore ed essenziali per molte applicazioni industriali. 

Ha avuto ben poco rilievo la notizie che nel maggio 2015 il Parlamento Europeo ha approvato a maggioranza la “Proposta di regolamento per istituire un sistema europeo di certificazione per gli importatori di stagno, tungsteno, tantalio, dei loro minerali e di oro, originari di zone di conflitto e ad alto rischio”. Negli Stati Uniti una simile legge esiste dal 2010. I “metalli insanguinati” sono quelli contenuti nei minerali estratti principalmente nelle zone della Repubblica popolare del Congo, al confine con il Burundi, il Ruanda e il Sud Sudan, e in Angola. 

Lo stagno è essenziale in siderurgia e per la preparazione di vernici e di catalizzatori per materie plastiche; il tungsteno è necessario per la produzione di leghe di acciaio ad alta resistenza; il tantalio, ricavato dal coltan, il minerale contenente columbite e tantalite (se ne era già parlato in questa rubrica anni fa), è essenziale per l’elettronica di consumo e per quella militare; l’oro è richiesto per gioielli e per le saldature delle apparecchiature elettroniche. Sia negli Stati Uniti, sia in Europa la proposta di obbligare le industrie a dichiarare che i metalli che usano non provengono da zone in guerra ha suscitato differenti reazioni; favorevoli da parte delle associazioni che si battono per i diritti umani e per la pace, le quali sperano che la diminuzione dei profitti delle bande in guerra contribuisca a ristabilire una qualche pace e a combattere la corruzione. 

Contrarie, e non fa meraviglia, le imprese che temono che le norme contro i “metalli insanguinati” facciano diminuire i loro profitti e che tirano fuori anche la commovente preoccupazione per i minatori africani che potrebbero perdere la loro, sia pure supersfruttata, occupazione. Alcune industrie produttrici di elettronica di consumo hanno invece dichiarato volontariamente di non usare metalli provenienti da paesi in conflitto come dimostrazione delle propria correttezza e come occasione di pubblicità.