SM 1762 — L’ecologia: progressista o reazionaria ? — 1994

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CNS (Capitalisnmo Natura Socialismo/Ecologia Politica), 4, (11), 141-148 (giugno 1994) 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

La contestazione ecologica è nata come protesta contro l’uso distorto e violento della tecnica e del territorio. Ci sono esempi di tale protesta già nel sei-settecento: allora si trattava per lo più della protesta di singoli individui che venivano danneggiati dai fumi dei forni metallurgici, dalle fabbriche di prodotti chimici, delle attività minerarie. In genere la protesta partiva da chi aveva qualcosa da perdere: piccoli agricoltori, piccoli proprietari, membri di una classe “media” che sarebbe poi diventata classe borghese. Il proletariato, avendo poco da perdere, anzi in un certo senso qualcosa da guadagnare, dalle fabbriche e dalle miniere, aveva altre cose a cui pensare: l’occupazione, la sopravvivenza. 

A poco a poco della protesta si sono fatte interpreti persone, per lo più di cultura borghese anch’esse, ma che non erano direttamente danneggiate, che riconoscevano nell’inquinamento, nella congestione urbana, nella distruzione della natura, le violazioni di diritti collettivi  che  andavano al di la’ delle offese al diritto individuale, alla proprietà privata. Gli stessi Marx ed Engels, che hanno scritto le pagine fondamentali sulla violenza e sporcizia delle città e delle fabbriche, erano persone di cultura borghese che hanno avviato una battaglia, insieme al  proletariato, per liberarlo dalla violenza, la cui fonte essi hanno correttamente  riconosciuto nel modo capitalistico di produzione. 

Una vera e propria contestazione ecologica comincia però piu’ tardi, con la protesta contro la  contaminazione radioattiva conseguente le esplosioni delle bombe atomiche nell’atmosfera (1950-1963), con la scoperta degli effetti dannosi e mortali, su scala planetaria, dei pesticidi persistenti, eccetera. Sono ancora intellettuali e “borghesi” che riconoscono e propagandano nuovi “valori”: il valore della pace; il diritto  ad un ambiente naturale in cui sia  possibile, insieme, la vita vegetale e animale e umana (da qui  il richiamo  all’”ecologia”);  il  diritto  di   qualsiasi abitante della Terra a non essere contaminato o danneggiato da azioni compiute da altri, in terre lontane,  a sua insaputa; il diritto delle generazioni future a non essere  danneggiate da azioni (ad esempio  l’immissione nella  biosfera di elementi radioattivi  artificiali  a vita  lunga)  compiute  da persone  vissute  decenni  o secoli prima. 

Emerge così una estensione della solidarietà “di classe” per includere la solidarietà internazionale, la solidarietà planetaria, la solidarietà intergenerazionale. Già nelle prime analisi era facile riconoscere che le fonti della violenza erano rappresentate dal potere, dal   complesso militare-industriale, dal complesso industria-potere politico, avevano le radici, in  una parola, nelle leggi del capitale e del profitto privato. 

Queste  prime forme di contestazione ecologica (che si possono collocare negli anni fra il 1950 e il 1970) sono parallele, ma indipendenti, da altre forme di protesta come quelle dei lavoratori per le condizioni di lavoro nelle fabbriche, o le lotte “di  sinistra” degli  studenti  per una maggiore partecipazione al processo di elaborazione e diffusione della conoscenza. 

La difficoltà di comprensione e di assorbimento, da parte della sinistra, fra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta del Novecento, della contestazione ecologica  è dimostrata dal fatto che, per anni, la contestazione di sinistra ha considerato la protesta “ecologica” più come un lusso o capriccio borghese — l’”ecologia delle contesse” — che come una reale occasione di lotta contro il vero comune nemico, ancora una volta il modo capitalistico di produzione. La sinistra ha fatto cioè fatica a riconoscere che una parte della  borghesia, sostenendo nuovi diritti e denunciando nuove forme di violenza, contribuiva, spesso “senza saperlo”, a mettere in discussione le basi stesse del capitalismo, le radici della  propria stessa “classe”. 

La  stessa  discussione  sulla  fallacia  del  prodotto interno lordo come indicatore del “progresso” economico — elaborata da scrittori e anche economisti “borghesi” negli anni sessanta del Novecento — implicitamente metteva in discussione, anzi erodeva, uno dei  pilastri  dell’economia capitalistica: la moneta come misuratore di valori. 

Ricordo lo scandalo suscitato da un articolo di Virginio Bettini, scritto nel 1970 e intitolato “il colore dell’ecologia”, che concludeva che “l’ecologia è rossa”, in polemica con altri militanti della sinistra che consideravano, come ho sopra ricordato, l’ecologia come una nuova forma di difesa di privilegi e valori essenzialmente borghesi, antioperai — e naturalmente in polemica anche con i fondatori e protagonisti “borghesi” delle prime organizzazioni ambientaliste (Italia Nostra, WWF). 

Erano, del resto, gli anni, in cui la borghesia imprenditoriale,  l’unica  ad avere capito bene e  subito  il potenziale eversivo delle lotte in difesa della  natura e  dell’ambiente, andava spiegando che la difesa  degli uccelli, delle acque, la pretesa di avere aria  trasparente,  si  sarebbero tradotte in disoccupazione  e  in perdita di posti di lavoro. Con questa abile operazione il capitale cercava, e trovava, l’alleanza di una parte della classe operaia contro gli “ecologisti”. 

Era di moda, allora (nei primi anni settanta del secolo scorso) far credere che l’ecologia è reazionaria, tanto è vero che Marx ed Engels non si occupano degli effetti ambientali della produzione e considerano la produzione delle merci una via di liberazione del  proletariato; tanto è vero che i paesi del socialismo realizzato — Unione Sovietica e Cina — basavano i loro piani economici sull’espansione della produzione, sul raggiungimento e anzi superamento, sul piano economico e produttivo, di quell’odiato impero americano che  l’ecologia  criticava — da “destra”, secondo i portavoce del potere industriale — proprio perché produceva  troppe merci e macchine. 

In questa interpretazione dell’ecologia come forma reazionaria, molte frange dell’estrema  sinistra sono state fuorviate da campagne ben orchestrate dal mondo capitalistico e industriale. Ci sarebbero voluti gli anni delle lotte per la salute in fabbrica (che hanno visto protagonisti dei “professori” come Giovanni Berlinguer, Giulio Maccacaro, Gianni Moriani)  per capire che la violenza che il capitale esercitava dentro la fabbrica (e nei campi) contro i polmoni e la salute e la vita dei lavoratori, era la stessa che il capitale esercitava fuori dalla fabbrica, con i fumi dei camini e con le merci contaminate, contro la parte della natura vivente e inanimata da cui dipendeva la salute dei figli e delle famiglie dei lavoratori, e dei lavoratori stessi in quanto cittadini e consumatori.

Ad  una  certa presa di coscienza dei valori  di  lotta impliciti nella contestazione ecologica ha  contribuito la “rilettura”, anche in Italia, di Marx ed Engels: ma davvero i due grandi vecchi non sapevano e non avevano capito niente di ecologia ? davvero erano i filosofi dell’industrialismo, un po’ nipotini di Francesco Bacone ? 

Alla fine è arrivata anche in Italia la corrente di pensiero che in Germania e in Francia aveva sollecitato nuova attenzione sulle opere — dai manoscritti del 1844 alla “situazione della classe operaia”, alla “dialettica della natura”, alle pagine meno lette dello stesso “Capitale” — di Marx ed Engels. E’ stato così possibile ricordare che essi sono vissuti negli stessi decenni di Darwin, e di Haeckel (colui che ha “inventato” il nome di “ecologia”), di Liebig, che con le “leggi” della nutrizione vegetale ha riconosciuto l’esistenza di un “limite” nella fertilità del suolo in seguito ad un eccessivo sfruttamento. 

Il seminario su “uomo natura società“, organizzato nel novembre 1971 dal PCI a Frattocchie,  fu un momento importante di riscoperta — o scoperta — che i padri del comunismo avevano chiaramente individuato nel capitalismo la fonte di tutte le violenze, anche ecologiche: la lotta per  la salute e per l’ambiente  avrebbe  potuto tradursi in una nuova grande occasione di denuncia del, e di lotta contro il, capitale. 

Purtroppo, nonostante l’elevata capacità pedagogica del PCI nei confronti dei militanti, questa analisi (a cui Giuseppe Prestipino ha dato un contributo fondamentale) è rimasta limitata ad un ristretto circolo di persone. Si pensi alla lentezza con cui è stato  riconosciuto il contenuto — implicitamente e inconsciamente — sovversivo dello studio sui “limiti alla crescita”, partito da un circolo borghese, come il Club di Roma, ma  che  avrebbe  potuto fornire  indicazioni  per  una politica  “di sinistra” verso la revisione critica  dei modelli di produzione e di consumo delle merci e di uso del territorio. 

I pochi tentativi di lettura “rivoluzionaria” dell’attenzione ecologica furono vanificati dalla prima  crisi petrolifera del 1973: le occasioni successive, come  il dibattito sulla “austerità“,  le lotte contro “il nucleare”, le prime feste de l’Unità “sull’ambiente”, non hanno di fatto trovato una risposta di base. La stessa fondazione, nel 1980, della Lega per l’ambiente (ora  Legambiente), da una costola dell’ARCI, è stata seguita da un graduale processo di rinnegamento delle origini comuniste. Per aumentare la base associativa la Legambiente si è trasformata in una grande associazione ambientalista di massa, svuotata di genuino contenuto rivoluzionario. 

La Legambiente, come più o meno le altre associazioni, implicitamente riconoscono che la  salvezza ecologica deriva da un cambiamento del “modello di sviluppo”, da nuovi comportamenti nella produzione e nel consumo, da nuovi “stili di vita”, dalla necessità di  “conciliare economia  e ecologia”, dalla diffusione di una cultura della “sostenibilità“, nuova versione della solidarieta’  planetaria  e intergenerazionale;  resta peraltro sfumata o inesistente l’analisi se il tipo capitalistico di società, le regole del libero mercato e della proprietà privata, siano compatibili con tale aspirazione a quella che chiamano sostenibilità. D’altra  parte  il  capitale sa bene come  svuotare  e sventare i pericoli di una critica ecologica “di classe”; lo dimostrano le crescenti dichiarazioni che una società sostenibile richiede il  contributo decisivo delle imprese capitalistiche. 

Mentre nel  Nord del mondo centinaia di milioni di abitanti dei paesi ex-comunisti si stanno avviando felici verso la società del libero mercato e dei consumi  e verso un crescente disastro  ecologico, una ecologia “comunista”, libertaria, rivoluzionaria, attecchisce, pur con molte contraddizioni, nel Sud del mondo, anche come reazione e protesta  di  una  nuova grande  aggregazione  di classe  proletaria  contro  il capitalismo imperialistico del Nord del mondo. Nuovo impero che vede uniti, nel progetto di oppressione  e sfruttamento umano e ecologico, i due imperi maggiori — Stati Uniti e Russia — con i loro  satelliti europei, Canada e Australia, e Giappone, quest’ultimo con i suoi satelliti asiatici di nuova industrializzazione. 

Naturalmente il Sud del  mondo comprende  situazioni economiche ed ecologiche molto differenziate che  vanno dalla  pura assimilazione dei  modelli  “insostenibili” occidentali, spesso considerati unica via per liberarsi dalla  miseria (il caso della “vendita” delle foreste tropicali,  del petrolio e delle risorse minerarie,  la diffusione  delle monocolture agricole  che  richiedono massiccio  impiego  di  concimi e  pesticidi),  ad  una crescente coscienza di solidarieta’ ecologica, femminile e femminista, a aspirazioni rivoluzionarie di  liberazione dallo stato di neocolonialismo imposto dal Nord del mondo. 

Nello stesso tempo nell’”impero” del Nord del mondo l’ecologia viene continuamente svuotata del suo contenuto rivoluzionario. Il trionfo della logica del mercato e della privatizzazione impedisce qualsiasi politica pubblica,  statale, di difesa dei beni naturali  e  ambientali  che  sono  tipicamente  beni  collettivi,  di pianificazione della produzione e dell’uso del territorio. 

In queste condizioni un progetto di “sviluppo  sostenibile”  risulta abbastanza irrealistico e impensabile  e la crescita si avvia verso livelli “insostenibili”,  il che significa verso tensioni, guerre locali,  malattie, guerre di conquista delle materie prime: insomma  verso la “insostenibilita’” e insopportabilita’ dei  rapporti locali e internazionali. 

Uno sviluppo sostenibile non può venire altro che da un’analisi  critica e rivoluzionaria del tipo di crescita.  La crescita della produzione e del consumo  e’, inevitabilmente, crescita capitalistica e può avvenire soltanto attraverso  l’usura di risorse  naturali  che sono limitate e che, per essere disponibili ad un paese o  a un blocco di paesi, devono inevitabilmente  essere rapinate e portate via, secondo i modelli capitalistici di appropriazione, ad altri popoli. 

Da  qui una occasione di ripensamento e di analisi  per la sinistra, specialmente per quella che guarda  ancora all’insegnamento di Marx ed Engels. Forse bisognerebbe ricominciare a rileggere, alla luce delle conoscenze  e degli  eventi  di questi ultimi venticinque  anni,  gli scritti del comunismo sui rapporti uomo-natura, e anche il contributo del pensiero anarchico al  decentramento, al “comunismo di base”. Soltanto adesso, per esempio, si comincia ad  avere informazioni  e documenti sul pensiero geografico  ed ecologico  russo, sulla  conservazione della natura nell’URSS, sulle speranze e sugli errori associati alla pianificazione sovietica. 

Per chiarire molti punti sarebbe anche utile ricostruire la storia delle lotte ecologiche come momenti di una lotta  di  classe ed analizzare le  incomprensioni  fra sinistra, e specialmente sinistra operaia  e sinistra rivoluzionaria,  e le proposte di nuovi valori e  nuovi diritti avanzate dal movimento “ecologico”. Impresa tutt’altro che facile perché, a differenza  di quanto  avviene per altri grandi movimenti di massa e rivoluzionari (il movimento di Liberazione, il movimento operaio, o socialista, o anarchico), manca un archivio storico delle lotte ecologiche e della partecipazione  di  massa. 

Un altro punto importante da esplorare riguarda le radici dell’accusa, formulata nei confronti del movimento ambientalista o di sue componenti, di essere un movimento reazionario, “di destra”. Certi comportamenti “ecologici”  si possono riconoscere nella stessa  proprieta’ feudale, nei latifondisti; certi comportamenti della stessa politica, soprattutto agraria, nazista e fascista avevano aspetti “ecologici” dal punto di vista dei boschi e dei campi, benché l’anti-cultura razzista dei fascismi fosse e sia esattamente il contrario dell’ecologia — che è solidarietà e rispetto delle diversità. Una corretta analisi dei rapporti “di classe” dell’ecologia mi sembra che indichi che non ci si può salvare senza la collaborazione della classe operaia e del proletariato. 

A completamento dell’analisi sulla sostenibilità può essere interessante approfondire  i  rapporti della contestazione ecologica con i modelli di “modernità” progressista e reazionaria. 

Infine la ricerca di modelli “sostenibili” richiede una analisi spregiudicata dei rapporti fra  “crescita” — della  popolazione mondiale, delle merci, del PIL — e limiti fisici delle risorse planetarie. Esiste davvero una “carrying capacity” planetaria per le attività umane ? Ci sono segni di saturazione di tale capacità ricettiva con manifestazioni di crescita caotica, violenta, insostenibile ? 

Forse sarebbe il caso di procedere ad una rilettura  di sinistra della  proposta di porre dei  limiti “alla crescita”, alla ricerca di indicatori del valore  che includano i diritti umani violati attraverso lo sfruttamento e la violenza alle risorse naturali. Il valore, e il diritto dell’uso, dei “beni collettivi” può portarci a mettere in discussione i diritti della proprietà privata e dei beni privati:in una parola a riprendere, con gli occhi del ventunesimo secolo, la critica  al “capitale” iniziata un secolo e mezzo fa da Marx ed Engels e approfondita dal comunismo internazionale.