SM 1754 — Le guerre delle materie prime — 1994

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Testimonianze37, (363), 11-16 (marzo 1994)

 Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it 

Quando nel 1992 si sono celebrati i 500 anni del viaggio di Colombo  nell’America, alle celebrazioni apologetiche della “scoperta” si sono affiancate, giustamente,  varie analisi sulle vere motivazioni del viaggio che sono state riconosciute principalmente  nell’avidità di ottenere le preziose merci “dell’Oriente”.Il viaggio si rivelò ben presto molto più fruttuoso di quanto pensassero Colombo e Isabella: le nuove terre possedevano, infatti, straordinarie riserve di merci e materie preziose che, in maniera relativamente facile, i “conquistatori” potevano portare via ai nativi, con le buone o le cattive. Una conquista che ha comportato stermini, guerre e assassini e infiniti dolori per i conquistati. 

Le  guerre per le materie prime non sono certo nuove; gli antichi mercanti, quando trovavano  dei venditori riottosi o avidi, non hanno mai esitato a conquistare con la forza le merci o le materie desiderate. La distruzione di Sodoma e Gomorra, le città divenute ricche per il loro ampio monopolio nella produzione e nel commercio del sale, corrisponde probabilmente a  un episodio di una delle tante guerre per le materie prime nell’antichità.  

E’ tutta da scrivere una storia dell’umanità basata sulla violenza per conquiste merceologiche: soprattutto con l’inizio della rivoluzione industriale del 1800 è facile riconoscere le guerre per  la conquista dei giacimenti di nitrati nel Cile (la lunga guerra fra Cile, Bolivia e Perù, sobillata dagli europei); per la conquista della parte dell’Amazzonia ricca di alberi della  gomma; per mettere fine al monopolio siciliano dello zolfo; per i giacimenti dei fosfati, eccetera. Molte manifestazioni dell’imperialismo hanno le loro radici  nella conquista di giacimenti di materiali preziosi: la guerra per i giacimenti di ferro della Lorena, la spinta nazista alla conquista del petrolio russo, la spinta giapponese alla conquista della  gomma in Malesia, eccetera. 

La  seconda  guerra mondiale, combattuta  fra  i  paesi industriali,  aveva mostrato che una guerra moderna  si poteva  vincere soltanto con il possesso  di  materiali strategici, in gran parte presenti nei paesi coloniali: ai  vecchi materiali – petrolio, gomma, ferro -  se ne aggiungevano  altri come cromo, vanadio,  uranio,  semi oleosi, ecc. I paesi coloniali, a mano a mano che si sono resi conto dell’importanza dei rispettivi territori e delle  loro risorse,  hanno cominciato a esigere la liberazione dalla condizionme coloniale, considerata non  soltanto una oppressione dei diritti umani fondamentali, ma anche come una occasione per rapinare gratis i materiali indispensabili per i vecchi e nuovi imperi. I più avidi “conquistatori” moderni erano i paesi europei; con l’avvio della guerra fredda,  l’URSS ha trovato utile incoraggiare i movimenti di liberazione per indebolire i paesi capitalisti, nuovi nemici, e per assicurarsi, presso paesi rivoluzionari “amici”, l’accesso alle materie strategiche. 

Con l’indipendenza, molti nuovi stati si sono trovati padroni, finalmente delle “proprie”  materie prime strategiche, in grado di chiedere per esse prezzi equi. I paesi capitalistici industriali, da parte loro, hanno incoraggiato guerre locali — si pensi alla guerra del Congo/Zaire/Katanga — per assicurarsi cromo, cobalto, uranio e per intralciare l’espansionismo sovietico.  Ma  la  conquista delle materie prime  non  richiedeva, necessariamente,  delle  guerre: ai  paesi  industriali bastava insediare dei governi fantoccio, assicurarsi il monopolio della vendita di macchinari, capitali,  armi,  infrastruttrure,  bastava  “educare”  i  cittadini  dei paesi ex-coloniali nelle scuole e università occidentali per farne degli amici. La stessa operazione,  del resto, faceva l’Unione Sovietica con i propri “satelliti”. Questi rapporti cripto-coloniali assicuravano comunque ai due imperi — capitalistico e comunista — merci e materie a basso prezzo. Fino a quando i paesi del “terzo  mondo”,  come allora si chiamavano, non hanno cominciato a organizzarsi per attenuare le molte iniquità.

Le guerre delle materie prime sono cominciate ben presto, dopo la fine della seconda guerra  mondiale, nel 1951 quando Mossadeq in Iran depose lo shah e procedette alla  nazionalizzazione del petrolio, un pessimo segno per le multinazionali che risposero col colpo di stato del 1953. Il governo fantoccio dello shah tornò al potere, rimettendo “ordine  imperiale” nei rapporti fra l’Iran e le multinazionali petrolifere, le “sette sorelle”. Come risposta il 19 luglio 1955, Nasser, Nehru, Chu En-Lai e Sukarno si riunirono a Bandung gettando le basi di un accordo fra paesi non allineati, ormai in numero sufficiente  da  poter contare nell’assemblea delle Nazioni Unite. 

Nel 1956, nell’ambito di questo ordine mondiale  alternativo, fu  nazionalizzato il Canale di Suez, un  altro segno della ribellione dei paesi in via di sviluppo; un intervento  armato di Francia e Inghilterra fu  evitato per  l’interposizione  di   Eisenhower  che   ristabili’ l’ordine, apparentemente in modo cosi’ saldo da indurre le multinazionali addiriturra a imporre una diminuzione del  prezzo del petrolio greggio. A  questa iniziativa i paesi esportatori  di  petrolio risposero creando, nel 1960, una organizzazione, l’OPEC, col proposito di regolare produzione e prezzi in modo da attenuare lo strapotere delle “sette  sorelle” del petrolio. 

Per cercare di mettere ordine in una situazione turbolenta, e non solo nel mercato del petrolio, le Nazioni Unite decisero di creare, nel 1964, una “conferenza” permanente per il commercio e lo sviluppo, UNCTAD secondo l’acronimo inglese, con l’obiettivo di stabilire accordi sui prezzi delle materie prime tali da non danneggiare i mercati ricchi e da assicurare un qualche flusso, verso i paesi poveri, di almeno un po’ dei soldi necessari allo sviluppo. La nuova  agenzia ha tenuto una serie di riunioni in cui i paesi sottosviluppati hanno fatto sentire in modo crescente la  propria voce. 

Altre cose intanto stavano cambiando: nel 1964 il democristiano Frei fu eletto presidente del  Cile, il principale produttore di rame, le cui miniere e raffinerie di rame erano nelle mani di poche grandi compagnie americane e occidentali. Frei avviò un processo di “cilenizzazione” delle miniere che venivano sottratte alle compagnie straniere; queste per estrarre rame dovevano pagare dei diritti, non molto elevati dato che il governo cileno assicurò degli indennizzi per gli investimenti che esse avevano fatto nel corso dei decenni precedenti. 

La fine degli anni sessanta vede il mondo attraversato da una ventata di nuove aspirazioni, da  quelle degli operai e degli studenti e quelle dei paesi del sud del mondo, anche alla luce della sconfitta che  si  stava delineando per gli Stati Uniti nel Vietnam. Il 1 novembre 1969 Gheddafi salì al potere, con un governo militare, in Libia, col programma di assicurare al suo paese maggiori guadagni dalla vendita del petrolio fino allora estratto dalle sette sorelle a prezzi bassissimi. Il 14 settembre 1970 la Libia aumentò il prezzo del petrolio di 50 centesimi di dollaro al barile; alla fine del 1970 il prezzo del petrolio era salito da due a tre dollari al barile. 

Intanto il 3 novembre 1970 fu eletto nel Cile il governo socialista di Salvador Allende, con un programma di sviluppo economico e sociale e di “nazionalizzazione” delle attività del rame. Le compagnie straniere si erano ripagate in abbondanza degli investimenti fatti fino allora e Allende annullò gli indennizzi assicurati anni prima da Frei: le miniere di rame venivano “nazionalizzate’ e restituite al popolo  cileno. Le compagnie avrebbero potuto  comprare il rame come qualsiasi altro cliente. 

Le  due ribellioni, della Libia e del Cile,  ebbero  un effetto devastante nei rapporti internazionali. I paesi del terzo mondo si resero conto che potevano, se  solo lo  avessero voluto, trattare da pari a pari con i due imperi — americano e sovietico e con i loro satelliti industriali europei e asiatici — imponendo prezzi più equi. I profitti dei paesi poveri avrebbero potuto essere utilmente impiegati per avviare uno sviluppo di istruzione,  miglioramento delle condizioni igieniche, costruzione di nuove città — in una parola per uno “sviluppo” umano. 

Non a caso la terza “Conferenza delle Nazioni Unite  su Commercio e Sviluppo” (UNCTAD III) si tenne nel  maggio 1972 a Santiago del Cile e si concluse con una serie di dichiarazioni in cui i paesi del terzo mondo chiedevano più equi prezzi, un contenimento della  concorrenza che i paesi industriali potevano fare, con le fibre e la gomma sintetiche, alle materie naturali dei paesi sottosviluppati, eccetera.  

La sfida non poteva essere tollerata e gli Stati Uniti, il paese guida delle economie capitalistiche, decisero di “punire” il governo socialista di Allende con il colpo di stato (11 settembre 1973) durante il quale Allende fu “suicidato” e fu insediato il  governo fascista di Pinochet, che riaprì le porte alle  multinazionali americane. Si trattava di un segnale per i paesi del terzo mondo: migliori condizioni commerciali si sarebbero potute avere non con le buone, ma con gli strumenti del mercato e con la lotta. Il 6 ottobre 1973 scoppiò la breve quarta guerra arabo-israeliana; il successivo 8 ottobre i paesi aderenti all’OPEC — paesi non solo arabi, si badi bene — decisero di aumentare il prezzo del petrolio aumentando il  prelievo fiscale. Il maggior prezzo avrebbe così fatto affluire nei paesi petroliferi ingenti quantità di denaro, necessario per migliorare le condizioni dei paesi petroliferi stessi e per consentire a questi ultimi di aiutare i paesi sottosviluppati nel loro processo di sviluppo. 

Dal 1973 al 1980 si ebbe un continuo aumento del prezzo del petrolio e una profonda crisi economica in occidente. Avrebbe potuto essere l’occasione per avviare dei processi di modernizzazione, di risparmio energetico, di più giusti rapporti  col  sud  del mondo, anche per attuare una politica di minore inquinamento e sfruttamento dell’ambiente. Il mondo industriale riuscì a soffocare altri focolai di ribellione, come il colpo di stato in  Katanga nel giugno 1977 che aveva fatto aumentare temporaneamente il prezzo del rame e del cobalto. Nel marzo 1979 Khomeini abbattè il governo dello shah in  Iran, e ne seguì un nuovo aumento del prezzo del petrolio, l’ultimo perché il mondo occidentale alimentò la lunga  guerra fra Iran e Iraq, fra il 1980 e il 1989, che spaccò il blocco dei paesi sottosviluppati in due tronconi, fece rallentare il processo di sviluppo unitario e fece crollare — e questo era lo scopo del mondo  occidentale — il prezzo del petrolio e delle altre materie prime. 

Gli anni ottanta del Novecento furono quelli dello spreco, dello sfruttamento delle risorse naturale, dell’aumento del divario fra paesi industriali e paesi sottosviluppati. Furono la  preparazione della nuova crisi che stiamo vivendo attualmente (l’articolo fu scritto alla fine del 1993), caratterizzata dalla guerra fra Iraq e Kuwait, e dalle altre nell’Angola (diamanti e minerali), in Somalia (petrolio), nel  territorio dei Sarawi  (fosfati), e destinata a rendere ancora più poveri i paesi oggi già poveri. 

Le guerre delle materie prime fin qui elencate  possono insegnare  qualche cosa ? A varie riprese gli  studiosi hanno  indicato  che  le materie  prime  —  alimentari, energetiche,  minerarie — ottenibili dal  pianeta  sono tutt’altro  che illimitate, hanno raccomandato di rallentare gli sprechi per non dover affrrontare un giorno problemi  di  scarsita’ e di  conseguenti  aumenti  dei prezzi. Finora l’invito al contenimento dei consumi, ad una più giusta ripartizione delle risorse —  materiali e finanziarie — fra paesi ricchi e paesi poveri, ad uno sviluppo “sostenibile”, o almeno meno insostenibile, ad una cultura “planetaria”, sono caduti inascoltati. Anzi, anche dopo la distensione fra paesi capitalistici e paesi ex-comunisti, sembra che la corsa allo spreco si estenda sempre più, con possibili sempre più frequenti crisi. 

E’ cambiata la geopolitica planetaria: negli anni Ottanta e Novanta del Novecento i “mondi” non erano più tre, ma soltanto due, il Nord e  il  Sud del mondo e il pianeta è uno solo, col suo  patrimonio di beni materiali e biologici grande, ma tutt’altro che illimitato. Benché le grandi potenze facciano finta di non  accorgersene, soltanto uniti, Nord e Sud del mondo, avremo beni materiali sufficienti per sopravvivere; le guerre per le materie prime non faranno altro che impoverire tutti, con una devastazione anche ecologica del  pianeta, con distruzione di risorse gia’ scarse in assoluto. 

Ripercorrere anche brevemente la storia delle guerre delle materie prime del passato serve solo come avvertimento per quello che ci aspetta se non cambieremo mentalità e politica internazionale. Ernesto Balducci ha dedicato la sua vita a diffondere il vangelo della solidarietà internazionale. Riusciremo, come cittadini del pianeta, a continuare il suo lavoro ?