SM 1745 — Per una Merceologia del riciclo, venti anni fa — 1994

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La Gazzetta del Mezzogiorno, 17 febbraio 1994 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Si fa presto a dire pattume: il recente (1993) volume di “Statistiche ambientali”, pubblicato dall’ISTAT (l’Istituto Nazionale di Statistica) — 25.000 lire spese bene per avere un quadro dettagliato degli inquinamenti, dei rifiuti e degli incendi del nostro paese — spiega che nel 1991 l’Italia ha prodotto 20 milioni di tonnellate di rifiuti solidi urbani, quelli che escono ogni giorno dalle nostre case.

Le città producono ogni anno altri 40 milioni di tonnellate di rifiuti che la legge definisce “speciali” (il cui smaltimento richiede particolari accorgimenti): fra questi i rottami di demolizione degli autoveicoli ammontano a un milione e mezzo di tonnnellate all’anno. 35 milioni di tonnellate di rifiuti sono prodotti ogni anno dalle attività industriali e di questi  oltre 3 milioni di tonnellate sono considerati “tossici e nocivi”, cioè veramente pericolosi per la salute e la natura. In tutto, poco più o poco meno, ogni anno 100  milioni di  tonnellate di rifiuti solidi, un peso superiore a quello del petrolio e del carbone che entrano ogni anno nel sistema economico italiano.

La raccolta, la movimentazione, il  trasporto e lo “smaltimento” di questa ingentissima massa di materiali sono sottoposti a leggi abbastanza severe, anche se per lo più tali leggi vengono poco rispettate: i vincoli imposti dalla legge disturbano, naturalmente, il mondo che gira intorno all’affare dei rifiuti: 60.000 miliardi  di lire all’anno, una cifra che si presta bene anche ad attrarre attività illecite.

Perché la quasi totalità dei rifiuti va perduta, pur contenendo materiali che potrebbero essere riutilizzati ? Le favorevoli prospettive della raccolta separata dei rifiuti al fine del riciclaggio dei materiali ricuperabili sono esposte bene e dettagliatamente nel recente libretto intitolato  “Riciclo riciclo”, pubblicato dall’editrice Verde Ambiente (Corso Vittorio  Emanuele 251, 00186 Roma, numero verde l67.866158). E’ noto (se ne è parlato più volte anche in queste pagine) che, in via di principio, sarebbe possibile ridurre anche della metà la massa dei rifiuti utilizzando decine di migliaia di tonnellate all’anno di carta, metalli, vetro, plastica e innumerevoli altre sostanze presenti nei rifiuti, come materie prime di nuovi cicli produttivi.

L’insuccesso del riciclo su larga scala è dovuto al fatto che chi dovrebbe riutilizzare le merci usate — carta, vetro, alluminio, plastica — spesso non trova soddisfacente la loro qualità e magari importa rifiuti e scarti dall’estero, dove sono di qualità migliore. La carta mista raccolta nelle famiglie e nelle scuole si  presta poco e male quando si tratta di trarne carta  nuova, perché è una miscela di carta di giornali, riviste, pubblicità, carta da imballo, molto  eterogenea e contaminata di plastica, punti metallici, eccetera; le industrie che producono carta nuova dalla carta straccia preferiscono importare tale materia dagli Stati Uniti o dalla Germania.

Proprio gli stessi gruppi economici che finora hanno scoraggiato il recupero dei rifiuti, adesso hanno scoperto una improvvisa passione per l’ecologia. Per sfuggire ai vincoli e agli adempimenti burocratici — denunce, dichiarazioni alle autorità sanitarie, eccetera — a cui, come si è detto, è soggetto il traffico dei rifiuti, gli “eco-imprenditori” hanno avviato una azione di pressione sul governo con la seguente tesi: se il ministero  dell’ambiente elimina gli  attuali vincoli sui rifiuti, noi ci mettiamo di lena a riciclare tutto quella che volete. Fra l’altro il recupero di materiali e di energia dai rifiuti è espressamente richiesto da direttive comunitarie che l’Italia, come al solito, viola regolarmente.

Il governo ha allora emanato un decreto legge, pubblicato nei  giorni scorsi, che  alleggerisce  i vincoli burocratici quando un rifiuto può essere considerato un “residuo”, cioè quando è suscettibile di fornire materie prime ed energia per successive utilizzazioni. Ci troveremmo, quindi, di fronte alla seguente situazione: uno scarto o un oggetto usato è considerato un rifiuto se nessuno lo vuole, se nessuno è disposto ad acquistarlo o ritirarlo per trattarlo e ottenerne qualche materia utile; in questo caso deve andare alla discarica o all’incenerimento, sottostando ai vincoli in vigore adesso.

Se invece c’è qualcuno che è disposto a comprare un rifiuto per trattarlo, modificarlo, separarne materiali utili — materiali che sono chiamati “materie  seconde”, per distinguerli  dalle “materie prime” che sono i minerali o i materiali richiesti dai vari cicli produttivi — allora si è in presenza di “residui” che possono essere maneggiati con procedure burocratiche  molto semplificate.

Molti ritengono che si tratti di un trucco degli eco-furbi per liberarsi dai controlli: vedremo intanto se il  decreto-legge è approvato dal Parlamento. Fin da ora vorrei invece discutere alcuni aspetti che possono riguardare da vicino ciascuno di noi. Perché un rifiuto sia classificato “residuo”, cioé materiale da cui trarre “materie seconde”, deve possedere  determinate caratteristiche.

Mi spiego con un esempio. Tante volte è stata sottolineata l’importanza di recuperare il vetro  usato, separandolo dagli altri rifiuti, perché può esserne ricavato nuovo vetro: le bottiglie usate quindi, con la nuova legge passerebbero da rifiuti a residui. Quando voi ed io pensiamo al vetro usato ci  riferiamo alle bottiglie di vino e birra, alle confezioni di marmellata e conserve, e così via. Non è difficile ottenere nuovo vetro da questi residui e la raccolta  separata del vetro usato è raccomandabile dal punto di vista ecologico, del  risparmio delle materie prime e del risparmio energetico.

Però il vetro usato comprende anche il vetro degli schermi dei televisori e dei calcolatori  elettronici, il vetro della lampade fluorescenti, e in questi scarti il vetro è miscelato con sostanze chimiche, alcune delle quali tossiche. Non si può quindi accettare che questi rifiuti  industriali di vetro vengano riutilizzati, se non si vuole correre il rischio che le nuove bottiglie siano contaminate con sostanze che possono essere  nocive.

Bisognerà allora cominciare a definire i caratteri dei vari rifiuti per stabilire se possono essere  riconosciuti come residui, o come materie seconde e se ne è accettabile il riciclo.

Finora si è sviluppata una conoscenza della merceologia dei prodotti commerciali: i trattati di merceologia spiegano esattamente che caratteri chimici e fisici devono avere l’olio, la pasta, la marmellata, eccetera, quali ingredienti sono ammessi e quali sono vietati, come si fa a riconoscere la genuinità delle merci e a svelare le frodi. Adesso comincia a nascere una merceologia dei rifiuti, dei residui, delle materie seconde.

Per ciascuno di essi dovrà essere stabilito quali sostanze sono tollerate e quali no, tanto più che anche nel commercio di rifiuti, residui e materie seconde si presentano subito possibilità di frodi. Una eco-impresa, per tornare al caso di prima, che raccoglie vetri di televisori e di lampade fluorescenti usati, potrebbe essere tentata, per evitare i vincoli imposti  ai rifiuti, di “promuovere” questi rifiuti a “residui” vendendoli, o facendo credere di venderli, a qualche riutilizzatore.

Il fatto è che se le merci sono migliaia, i tipi di rifiuti e di residui sono centinaia di migliaia.  Se, bene o male, gli studiosi di merceologia si sono attrezzati per il controllo della qualità delle merci, adesso devono cominciare ad affrontare nuovi problemi per identificare i caratteri di innumerevoli residui che possono contenere altrettanto innumerevoli sostanze, alcune delle quali dannose o pericolose, riconoscibili soltanto se si conoscono a fondo i processi produttivi, i sottoprodotti, le reazioni che si hanno nelle fasi di produzione e di  consumo: un compito gigantesco, anche se molto affascinante.

Vale la pena fare tanta fatica ? Se sarà approvata una legge che, anche in coerenza con le norme comunitarie, facilita e incoraggia il riciclo di una parte dei rifiuti, una caratterizzazione scientifica dei rifiuti, dei residui e delle materie seconde è indispensabile. Occorreranno centinaia di chimici, fisici, biologi, per i quali c’è lavoro nelle strutture pubbliche ma anche in laboratori privati di controllo in grado di affrontare i nuovi compiti. C’è, se mai, il problema di dove cercare e di come qualificare questi specialisti di … “rifiutologia”.

C’è un importante sottoprodotto: se capiremo meglio che cosa succede in un processo di fabbricazione delle merci — per esempio nella fabbricazione delle lamiere di ferro, delle automobili, delle conserve alimentari — potremo essere indotti a modificare i vari processi  in modo da evitare che nelle scorie o negli oggetti finiscano componenti e sostanze che ne impediscono la riutilizzazione, dopo l’uso.

La salvezza dalle montagne dei rifiuti potrebbe quindi essere cercata in una nuova progettazione delle merci — automobili, televisori, carta, indumenti — che tenesse conto della necessità di riutilizzare la maggior parte possibile degli ingredienti quando ciascuna merce avrà concluso la sua vita utile. Se falliremo le montagne di rifiuti intorno a noi aumenteranno di altezza e l’Italia sarà costretta, ad importare, oltre al petrolio, ai minerali e all’olio di oliva, anche rifiuti da riciclare !