SM 1738/10 — Love Canal — 1994

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Insegnare, Rubrica “Pianeta prossimo futuro”, Decima puntata,  ottobre 1994

 Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Love Canal non è, come qualcuno potrebbe pensare, il canale dell’amore, ma il canale che un  imprenditore americano, un certo William Love, fece scavare, intorno al 1890, per alimentare di acqua ed energia quella che avrebbe dovuto essere una città modello, Model City, che  aveva progettato di costruire sulla riva destra del fiume Niagara, a poca distanza dalle celebri  cascate, usate per la produzione di energia elettrica. Anzi a Niagara Falls, nel territorio dello stato di New York, nacque la grande industria elettrochimica moderna.

Il canale non fu mai completato. Model City non fu mai costruita, il sogno del sig. Love svanì. Il canale e una parte del terreno circostante furono acquistati dalla società chimica Hooker (poi Occidental) che vi scaricò 20.000 tonnellate di rifiuti tossici. La discarica fu chiusa nel 1953 e il terreno fu venduto dalla Hooker al distretto scolastico dello stato di New York che vi costruì una scuola elementare, accanto alla quale sorse poi un nuovo quartiere, completato nel 1972.

Nell’inverno 1975-76 vi furono piogge intense che impregnarono il terreno sciogliendo una parte dei veleni sepolti nel sottosuolo; il terreno in parte franò, con formazione di pozze di acqua fortemente contaminata. Varie sostanze tossiche e cancerogene furono trovate presenti nelle fognature.

Nel 1977-78 fra gli abitanti e i ragazzi si osservarono dei sintomi di intossicazione e nel 1978 il governatore dello stato di New York e lo stesso presidente Carter dichiararono per la zona lo stato di emergenza; oltre duecento abitazioni furono sgombrate, lo stato di New York acquistò le case e i terreni e risarcì i proprietari; l’accesso alla zona fu vietato a tutti, un po’  come era avvenuto a Seveso dopo l’incidente all’ICMESA di Meda del 10 luglio 1977. Nel 1980 furono riscontrati difetti cromosomici negli abitanti e nel maggio dello stesso anno altre ottocento famiglie furono fatte sgombrare.

Negli Stati Uniti Love Canal ebbe, sull’opinione pubblica lo stesso effetto che ebbe da noi la parola “Seveso”. Love Canal riassumeva l’irresponsabilità e ignoranza dell’industria che tratta sostanze tossiche; un simbolo dello sfruttamento del territorio; mostrò il poco lodevole ruolo degli “scienziati” impegnati, a favore dell’industria, a minimizzare pericoli e danni.

Mostrò, d’altra parte, che la salute si difende con una protesta popolare, animata da pochi cittadini che sono riusciti a farsi sentire e a denunciare le malattie, la contaminazione delle case, la violenza  contro l’ambiente.

La scoperta dello scandalo di Love Canal scosse le autorità americane e il Parlamento approvò una legge, cosiddetta “Superfund”, che stanziava grandi somme di denaro per la ricerca, la analisi e la decontaminazione di altre simili discariche di rifiuti tossici sparse negli  Stati  Uniti, all’insaputa delle popolazioni locali. Una iniziativa che mobilitò la ricerca  scientifica, fece progredire la conoscenza del territorio e della sua storia industriale e ridusse, almeno un  poco, i pericoli a cui la popolazione era esposta.

E in Italia ? L’edizione 1992 (ultima disponibile quando questo articolo è stato scritto) della “Relazione sullo stato dell’ambiente” (si acquista nelle librerie per 25.000 lire) indica che nel 1992 sono stati prodotti oltre tre milioni di tonnellate di rifiuti tossici e nocivi; una legge del 1987 prescrive che le Regioni dovevano predisporre dei piani di bonifica delle aree contaminate, ma solo poche Regioni hanno fatto i piani e le aree contaminate sono ancora lì.

L’esistenza di alcune di tali aree è nota alle popolazioni locali: Porto Vesme, in Sardegna;  Massa-Carrara, in Toscana (una zona industriale che in cinquanta anni ha ospitato numerose  industrie chimiche che hanno lasciato nel sottosuolo le loro scorie tossiche, pronte a far sentire i loro effetti sui futuri acquirenti  dei terreni abbandonati); Cengio, in Liguria;  Manfredonia, in Puglia; Marghera, nel Veneto; Fidenza, in Emilia, e Trento, due località nelle quali, per anni, hanno funzionato delle fabbriche del velenoso piombo  tetraetile.

Potenzialmente ogni luogo che ha ospitato industrie chimiche e petrolchimiche, cokerie, fabbriche in cui si è lavorato amianto, metalli tossici, eccetera, contiene, da qualche parte, nel sottosuolo, le scorie velenose di tali attività.

Ai lettori interessati raccomando la lettura del recente libro di Luigi Mara, “Oltre lo spreco”,  pubblicato da L’EcoApuano di Carrara, e distribuito da Datanews di Roma (412 pagine, 28.000 lire spese bene).

Vorrei infine invitare i lettori di questa rivista a contribuire, magari con la collaborazione dei loro allievi e delle loro famiglie, alla redazione di una mappa delle “Love Canal” italiane, sulla base della conoscenza del territorio circostante, delle fabbriche attuali e del passato. Sarebbe un contributo civile per evitare che quelli che abiteranno l’Italia dopo di noi siano esposti a pericoli e danni.