SM 1733 — Chimica e segreti — 1993

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CNS, Capitalismo, Natura, Socialismo, 3, (9), 1993

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Trento, Seveso, Manfredonia, Cengio, Bhopal, Massa-Carrara, Basilea: si potrebbero riempire dei volumi con la storia degli eventi catastrofici e degli incidenti industriali che hanno contaminato e provocato malattie e morti fra i lavoratori, fra la popolazione  vicina, nelle acque e nei mari. Speriamo che qualcuno un giorno scriva questa storia, che sarebbe anche una storia del lavoro e della localizzazione delle industrie nel territorio, e nello stesso tempo una storia delle lotte operaie per migliori condizioni di lavoro, e delle lotte popolari,  non solo “ambientaliste”, per una maggiore sicurezza. 

Ho cominciato con l’elenco di incidenti associati all’industria chimica, ma sarebbe ingeneroso verso le altre attività industriali limitarsi a queste: morti e catastrofi sono state associate all’industria mineraria, a quella metallurgica, alle raffinerie di petrolio, alle attività nucleari, militari e commerciali, eccetera. La  morte, le mutilazioni, le ferite sono, ovviamente, non l’inevitabile prezzo del progresso e del diritto al lavoro, ma il risultato dell’organizzazione di questa società del profitto, intrinsecamente violenta contro le persone e contro l’ambiente. 

La protesta popolare contro le fabbriche inquinanti e pericolose risale almeno all’inizio dell’Ottocento, tanto più che molte fabbriche sono sorte proprio all’interno delle città, o in periferie che ben presto sono state conglobate nei quartieri abitativi. In Italia una qualche disciplina sulle fabbriche pericolose è stata prevista nel “testo unico” delle leggi sanitarie del  1934 che, pur in periodo fascista, ha riconosciuto che alcune attività erano nocive e  dovevano essere tenute lontane dalle abitazioni. 

La legge distingueva le attività, benignamente indicate come “insalubri”, in due classi. Le  fabbriche appartenenti alla prima classe dovevano “essere  isolate nelle campagne e tenute lontane dalle abitazioni”, anche se una fabbrica insalubre di prima classe poteva “essere permessa nell’abitato, quante volte l’industriale che l’esercita provi che, per l’introduzione di nuovi metodi o speciali cautele, il suo esercizio non reca nocumento alla salute del  vicinato”. Le fabbriche di seconda classe potevano essere localizzate anche negli agglomerati urbani purché osservassero “speciali cautele per la incolumità del vicinato”.  Si pensi che, pur con qualche variazione nelle tipologie produttive delle varie industrie, questa maniera di ragionare, così attenta a non disturbare i sovrani interessi degli industriali, è ancora (nel 1993) in vigore ed è alla base delle norme che ispirano il rilascio delle licenze di costruzione e di esercizio di una fabbrica. 

La prima svolta importante verso una qualche normativa di sicurezza contro gli incidenti si ebbe quando, il 10 luglio 1976, dalla fabbrica ICMESA di Meda, a nord di Milano, uscì una nube di sostanze, contenenti alcuni kilogrammi di diossina, che ricaddero per lo più nella vicina zona di Seveso, altamente abitata. Alcune abitazioni e edifici artigiani furono fatti sgombrare, chiusi e una parte del territorio è ancora recintato e inaccessibile, un vero parco nazionale dei veleni. Quello di Seveso non è stato il più grave incidente industriale e anzi, come sottolineano i  minimizzatori, non è morto nessuno e tutto è finito con un gran spavento, con quale aborto e con un po’ di crosticine sulla faccia di alcuni bambini. 

Molti altri incidenti, in precedenza, avevano provocato morti e feriti e danni, ma l’evento di  Seveso aveva tutti gli elementi per destare l’attenzione; si trattava di una fabbrica in mezzo alle abitazioni; di  una produzione abbastanza banale e quasi nessuno sapeva che potesse  dar  luogo alla formazione di diossina;  la diossina e’ uscita dal camino, insieme ad altre sostanze, perche’ mancavano i filtri. Poche settimane dopo, nel settembre 1976, dallo stabilimento petrolchimico di Manfredonia, in un altro incidente, uscivano nell’ambiente esterno 10 tonnellate di composti arsenicali. 

Ci  si chiese allora, per la prima volta, quante  altre “Seveso” o “Manfredonie” fossero intorno a noi. Nessuno era in grado di dirlo, tanto piu’ che nessuno sapeva (e ben poco si sa ancora oggi) che cosa fabbricano,  quali materiali vengono trattati, quali prodotti e sottoprodotti  si  formano,   nelle centinaia  di  migliaia  di stabilimenti grandi e piccoli e di fabbrichette  sparsi nel nostro territorio. Il  buon senso avrebbe richiesto una seria  indagine  a tappeto sulle attivita’ industriali di tutti i generi e sulla loro potenziale nocivita’ per i lavoratori e  per la popolazione: sarebbe stato un passo avanti grande  e importante verso la crescita di una vera cultura industriale con il positivo coinvolgimento dei lavoratori e della popolazione nella produzione delle merci. 

Neanche parlarne: anzi il nostro governo avrebbe  messo tutto  a  tacere  se non si fosse  mossa  la  Comunita’ europea con una serie di nuove norme sulle industrie  a rischio. Dopo lunghe discussioni, e nonostante tutti gli intralci da parte del mondo imprenditoriale, si arrivò,  nel 1982  (sei  anni dopo l’incidente alla ICMESA), alla cosiddetta “direttiva Seveso” 82/501, che imponeva  ai paesi  membri  di  predisporre  degli  inventari  delle industrie  pericolose al fine di assicurare  l’informazione della popolazione.  Il criterio di pericolosita’ non era basato sulla conoscenza  del ciclo produttivo, delle materi  prime,  dei prodotti  e  dei sottoprodotti, ma sulla  presenza,  in ciascuno  stabilimento, di certe sostanze in  quantita’ superiori a un certo limite. 

La  direttiva  distingue una decina di  sostanze,  come combustibili  e  gas infiammabili, e  circa  altre  180 sostanze  per  ciascuna  delle quali  e’  indicata  una soglia di pericolosita’, epressa in peso. Se  in  uno stabilimento esistono una o  piu’  di  tali sostanze  in quantita’ superiore al  limite  indicato, l’industria viene riconosciuta come ad alto rischio (o, come si dice pudicamente, di gruppo A); se sono presenti   una o piu’ di tali sostanze in  quantita’,  pero’, inferiore  al limite indicato, allora lo  stabilimenbto e’ classificato come appartenente al gruppo B. La direttiva avrebbe dovuto essere recepita dall’Italia entro  il gennaio 1984 e, per le attivita’  industriali esistenti,  avrebbe dovuto essere applicata  entro  l’8 gennaio 1985, ma, come sempre accade, anche per  questa direttiva cosi’ disturbante per il potere economico, il governo fece le cose con calma. 

Nel dicembre 1984 si verifico’ l’incidente allo stabilimento chimico di Bhopal, in India, con  oltre  2000 morti,  e  si ebbe una nuova ondata di  indignazione  e preoccupazione per le industrie pericolose. Finalmente il 21 gennaio 1985 il Ministero della  Sanita’ si decise ad emanare una ordinanza” che  disponeva un “censimento  delle  attivita’  industriali”. I risultati  del  censimento  furono  presentati  alla stampa nel  novembre 1985, ma il ministro della Sanita’ preciso’  che avrebbe indicato soltanto il numero complessivo  delle industrie a rischio, non il  loro  nome ne’  l’elenco  delle sostanze pericolose  che  ciascuna fabbrica  conteneva.  Un comportamento  assurdo  se  si considera che era in gioco la salute e la sicurezza  di milioni di persone. 

Il settimanale Panorama nel numero del 17 novembre 1985 pubblicò i nomi delle 391 industrie ad alto rischio  e una tragica conferma della necessita’ di coinvolgere la popolazione  e  gli  enti  locali  nell’informazione  e prevenzione si ebbe con l’incendio al deposito petrolifero di Napoili del 21 dicembre 1985. Il  4 febbraio 1986, Sergio Andreis, consigliere  verde della  Regione  Lombardia  e poi  deputato  del  Gruppo Verde,  rendeva pubblici i dati sulle industrie  a  rischio in Lombardia e veniva denunciato per “sottrazione di  documenti riservati” e addirittura incarcerato  per alcuni  giorni. Per inciso il processo contro di lui si èsvolto alla fine del 1993.

A conferma della soggezione del governo agli  interessi degli  industriali, il Ministro della Sanita’,  rispondendo  ad  una interrogazione alla Camera il  10  marzo 1986,  ripeteva  che  poteva dare  soltanto  il  numero complessivo   delle  industrie   riconosciute  ad  alto rischio o a rischio  e ribadiva il carattere  riservato dei singoli dati. Il censimento delle industrie pericolose venne  aggiornato  nel  luglio 1986 e dal confronto fra i dati del primo e del secondo censimento apparve chiaro il trucco dell’operazione;  alcune  industrie che erano ad alto rischio nel 1985 non lo erano più sei mesi dopo. 

La  direttiva, infatti, e’ strutturata in questo  modo: se 500 tonnellate è il valore di soglia di pericolosita’ di una sostanza, per esempio il bromo, uno stabilimento  che  contiene al suo interno 510  tonnellate  di bromo e’ ad alto rischio; se ne contiene 490 tonnellate e’ soltanto a rischio, quindi con molto meno obblighi e vincoli. Si  può  citare il caso della  celebre  Farmoplant  di Massa che figura nell’elenco A nel 1985 e nell’elenco B nel 1986. E’ lo stabilimento in cui, due anni dopo, nel luglio  1988, esplose un serbatoio di Rogor, un  estere fosforico prodotto come pesticida (peraltro non incluso fra le sostanze pericolose considerate dalla  direttiva Seveso),  con contaminazione dei vicini paesi  e  delle falde  idriche, tanto che lo stabilimento e’ stato  poi chiuso. Il lungo interessante “Dossier Ambiente” pubblicato nel novembre 1988  dall’Associazione  Ambiente e Lavoro (Viale Marelli 497, 20099 Sesto San Giovanni) col titolo: “2678 aziende a rischio rilevante”, contiene molte utili informazioni su questa pagina del disprezzo del  governo e degli imprenditori per la salute e la sicurezza. 

La direttiva Seveso e’ diventata legge dello stato  nel giugno  1988  (DPR 175/1988): le aziende del  gruppo  A sono  tenute  ad inviare alle  Regioni  una  “notifica” sulle  materie presenti, corredata da un  “rapporto  di sicurezza”,  un insieme di istruzioni,  destinate alla popolazione,  sulle cose da fare in caso  di  incidente (questo avrebbe dovuto avvenire entro il luglio  1989). Quelle di gruppo B sono tenute soltanto ad una “comunicazione”.

Ma ancora nel 1993 si era ben lontani dalla completa attuazione del decreto di  recepimento della direttiva. In  altre  parole, siamo circondati da  stabilimenti  a rischio, che contengono sostanze pericolose; la popolazione,  che per legge dovrebbe essere al corrente  dei piani  di emergenza ( redatti sulla base dei  “rapporti di  sicurezza”), continua a non sapere che cosa fare  e dove andare se un incidente si verifica. 

Davanti alla “riservatezza” degli imprenditori, che  si trincerano dietro al diritto al segreto industriale dei processi e delle materie trattate, ai lavoratori e alla popolazione vengono tenute nascoste le informazioni  da cui dipende la loro salute e la loro stessa vita. Da questo punto di vista c’è anche da dire che, in molti casi, gli stessi lavoratori hanno manifestato una certa  solidarieta’  aziendale che non  ha  facilitato l’identificazione delle fonti di rischio. 

Se la direttiva Seveso riguardava essenzialmente  industrie che hanno a che fare con sostanze chimiche e  con carburanti e gas esplosivi, la situazione non è certo migliore per le condizioni di sicurezza  nelle  altre fabbriche. Nel luglio 1988 il Senato istituì una Commissione  di inchiesta  sulle  condizioni di lavoro  (la  cosiddetta “Commissione Lama”, dal nome del suo presidente);  tale commissione ha lavorato per un anno andando a  visitare industrie  chimiche e cave, campi e industrie  meccaniche, fabbriche metallurgiche e concerie, e ricavando un quadro drammatico delle condizioni di lavoro. La relazione conclusiva, contenuta in quattro volumi che portano il numero Doc. XXII-bis n. 2, agosto 1989, dorme i suoi sonni tranquilli negli scantinati  del Senato;  gli otto disegni di legge per  migliori  norme sulla sicurezza del lavoro,  firmati da tutte le  forze politiche  e predisposti alla fine dell’inchiesta, non sono mai stati neanche discussi e sono decaduti. 

Chi  ci salverà ? Nessuno, se non noi stessi con  una nuova  stagione di cultura e di lotte. Mi  rendo  conto che,  in  un momento in cui ad alto  rischio  sono  gli stessi posti di lavoro, oltre alle fabbriche, la domanda  di maggiore sicurezza dentro e fuori  le  fabbriche suona  ridicola.  Il  ricatto  dell’occupazione   rende facile  rimandare,  a  tempi  migliori,  preoccupazioni frivole  come quelle dell’informazione del  pubblico  e dei lavoratori sui pericoli industriali, come  l’introduzione di più rigorose norme di sicurezza. Nello stesso tempo la politica di privatizzazione delle aziende di stato — che, come tali, in via di principio, avrebbero potuto e dovuto essere (ma in realtà non sono state) più attente ai problemi di sicurezza — rende ancora più esplicita la priorità del profitto sulla sicurezza e sui filtri. 

Tuttavia  proprio da una grande iniziativa di cultura industriale possono venire i posti di  lavoro  piu’ stabili, più sicuri e meno dannosi per la popolazione e per l’ambiente. Cultura  industriale significa ricostruire la storia delle presenze industriali nel territorio, comprendere che cosa, ciascuno stabilimento, ha  prodotto in  un certo  luogo e quali scorie si è lasciato  dietro. Significa inoltre imparare a conoscere che cosa ciascuno stabilimento, chimico e non chimico, produce, con quali processi, con quali materie prime, con quali sottoprodotti e scorie. 

Una volta si parlava di sapere operaio, da mettere  in comune con  quello delle Universita’ e  della  ricerca scientifica:  Giulio Maccacaro (1924-1977) fu  uno  dei grandi protagonisti e testimoni di questa partecipazione  dei saperi e i suoi anni, fra l’altro gli anni in cui collaborava con Il Giorno diretto da Italo Pietra e quelli (1974-77) in cui diresse la  rivista  “Sapere”, sono stati il periodo in cui si è avuta una “ecologia operaia” anche prima di quella delle grandi associazioni ambientaliste. Da qui bisogna ripartire, ricostruendo gli eventi degli anni sessanta e avviando una nuova grande mobilitazione e  domanda  di  collaborazione con  coloro  che,  nelle Universita’,  si occupano di tecnica dei processi  produttivi, di medicina e igiene del lavoro, di trattamento dei rifiuti, di analisi dei materiali. Collaborazione,  ho  detto,  perche’  la  salvezza  dai pericoli  industriali,  per  se stessi e  per  le  loro famiglie, può venire soltanto dai lavoratori e dalle domande di chi fra i pericoli vive. 

Possiamo essere forse, come i leccapiedi  del  potere dicono, il quarto o il quinto paese  industriale del pianeta, ma va detto che una cultura industriale  manca anche nella classe imprenditoriale, troppo timorosa che dall’esterno si ficchi il naso in quello che le aziende producono, che si esprima una critica verso le  scelte delle merci, dei processi, delle localizzazioni. 

Un mondo imprenditoriale che preferisce parlare con le plebi con la suadente e melensa voce della pubblicità, invece di  parlare il linguaggio della tecnica con persone, che sono cittadini, a cui spiegare che cosa le fabbriche  producono, in quale maniera il  lavoro si coniuga  con il soddisfacimento di bisogni umani — fra cui il bisogno di sicurezza e di aria pulita. Attraverso una nuova cultura industriale passa anche — se ne convincano padroni e lavoratori — la strada  per uscire dalla attuale crisi.