SM 1713 — Sull’austerità — 1993

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Critica Marxista, N.S., n. 3, 33-39 (maggio-giugno 1993); Altronovecento n. 6  http://www.altronovecento.quipo.it/numero6/numero6eventi1.htm

 Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

La trappola dello spreco

Nel  momento di crisi che stiamo attraversando si resta sorpresi dall’ assenza, nel dibattito politico ed economico in corso, di un progetto di società e di economia per i prossimi anni. Si capisce bene che occorre modificare i sistemi elettorali e rappresentativi,  bisogna  ridurre il  deficit  del  bilancio pubblico, occorre una maggiore moralita’ privata e  pubblica, occorre  sanare  alcune ferite territoriali  e  ambientali  e alcune vistose ingiustizie sociali che colpiscono maggiormente le classi meno abbienti e piu’ deboli: ragazzi, disoccupati, anziani, pensionati, immigrati, malati. Ma  il  raggiungimento di ciascuno di  questi  irrinunciabili obiettivi  presuppone  una serie di azioni e  di  scelte  che coinvolgono altri settori del sistema complessivo: l’agricoltura, l’industria, i trasporti, l’edilizia, l’ecologia. 

A dire la verità, la classe dominante un suo progetto l’ha e anche chiaro: l’annullamento delle  conquiste  dello  stato sociale,  la privatizzazione dei beni collettivi,  la  difesa dei  profitti privati a spese della collettivita’ e dei  meno abbienti. Ma  questo progetto va in direzione opposta  alle  dichiarate buone intenzioni di risanare l’economia e di moralizzazione.

Solo per fare un esempio: per sanare il bilancio pubblico gli attuali  governanti  presuppongono la vendita di  molti  beni collettivi,  dalle spiagge, ai pascoli e boschi  soggetti  ad usi civici, a edifici pubblici nei centri urbani. La presunta guarigione di una malattia — il debito pubblico — è accompagnata dall’aggravamento di un’altra  malattia:  il degrado ambientale, l’erosione del suolo e delle spiagge,  la perdita  di risorse turistiche, l’aumento  della  congestione del traffico. 

Chi  acquista  dallo stato le spiagge o i boschi  o  preziose aree urbane puo’ rientrare in casa dei soldi spesi,  soltanto con azioni che comportano la distruzione di valori ambientali essenziali per l’occupazione, l’aumento dell’inquinamento, il peggioramento  della salute, cioe’ con  azioni  destinate  a provocare  costi futuri che faranno aggravare il debito  pubblico.  E  ancora:  per  sanare la malattia del  debito  pubblico  si prevede  di vendere le industrie e le  attivita’  controllate dallo stato, con la conseguenza di aggravare  altre malattie: chi acquista una industria puo’ fare profitti soltanto licenziando   gli operai ed evitando spese per la depurazione  dei fumi o degli effluenti liquidi, cioe’ con azioni i cui  danni e costi ricadono sulla collettività.

E’ vero che la gestione pubblica dei beni ambientali e  delle industrie  e’  stata pessima, sotto forma di  corruzione,  di cattiva amministrazione, di errori nelle scelte economiche ed ecologiche; una maggiore onesta’ privata e un miglior governo avrebbero pero’ potuto evitare e sanare molti guasti,  mentre i  guasti imposti dalle regole della proprieta’ privata  sono intrinseci  nelle  leggi del mercato capitalistico  e  quindi inevitabili. 

Immaginiamo  che un gruppo di persone si riunisca intorno  ad un  tavolo  e  si proponga di elaborare una  serie  di  buoni consigli  da  dare ai futuri governanti — supposti onesti e sinceramente interessati al bonum publicum — per una società che cerchi di rendere minime le conseguenze delle malattie sociali. Che cosa potrebbe, tale gruppo, indicare ? Sull’esperienza di questi anni mi pare che la prima, forse unica, ricetta consista nel muovere “guerra allo spreco”. 

Limitandosi, come farò qui, allo spreco di risorse  naturali e  di  beni ambientali, si vede che gia’ venti  anni  fa  era chiaro che la salvezza dei singoli paesi e dell’intera  comunita’ umana si sarebbe potuta ottenere rallentando lo  sfruttamento delle risorse naturali — acqua, fertilita’ dei suoli, foreste,  aria,  prodotti agricoli e della  pesca,  minerali, fonti di energia — nazionali e internazionali. Era   questa la condizione  per consentire ai paesi sottosviluppati  di muovere dei passi verso la  libertà  dal bisogno,  dalle malattie, dalla dipendenza ancora  coloniale; per  consentire  ai paesi industrializzati  di  soddisfare  i bisogni importanti con minori inquinamenti e danni. 

Erano già evidenti, venti anni fa, i segni delle  malattie dei poveri – fame, lotte interne, epidemie – e delle malattie dei  paesi  ricchi  -  inquinamento,  congestione,  violenza, diffusione della droga – e per tutti e due la ricetta  consisteva  in  un uso piu’ parsimonioso delle  risorse  naturali scarse, in un impegno di solidarietà. Nel 1970, con la salita al potere di Gheddafi in Libia, c’era stato  il  primo aumento del prezzo del petrolio,  un  segno, anche se piccolo,  della ribellione di alcuni paesi poveri al dominio  delle multinazionali. Nel 1972 la  Conferenza  delle Nazioni Unite su commercio e sviluppo aveva invitato i governanti  del  Nord del mondo a pagare prezzi piu’ equi  per  le risorse del Sud del mondo, per assicurare ai paesi poveri una qualche  forma  di  sviluppo  e  per  ridurre  l’inquinamento all’interno dei paesi ricchi. 

Nello  stesso anno la Conferenza di  Stoccolma  sull’ambiente umano  aveva dato delle indicazioni di politica mondiale  nei confronti  dell’ambiente  e  il libro del Club  di  Roma,  “I limiti  alla crescita”, aveva messo in guardia nei  confronti dei  problemi  di  futura scarsita’  delle  risorse  naturali mondiali. 

Nel 1971 e nel 1972 il governo socialista di Allende nel Cile aveva indicato che i paesi del Sud del mondo potevano esigere prezzi  piu’  equi per le proprie materie  prime  agricole  e minerarie  e  questa  ribellione era  stata  stroncata  dalle multinazionali americane  con  il “suicidio”  di  Allende  e l’imposizione del governo fascista di Pinochet, nel 1973. Poche settimane dopo, la prima grande crisi petrolifera aveva mostrato  che i paesi sottosviluppati  intendevano  ottenere, con  le buone o le cattive, prezzi piu’ equi per  le  proprie materie. 

Nel maggio 1974 l’assemblea delle Nazioni Unite aveva indicato la necessita’ di un nuovo ordine economico  internazionale e  a partire da tale anno, anche sotto la pressione  dell’aumento continuo del prezzo delle materie prime, si era  avviato,  nei  paesi industrializzati,  un ampio  dibattito  sulla necessita’  di  un uso piu’ parsimonioso  e  razionale  delle risorse naturali scarse. 

Anche  in  Italia  aveva cominciato  a  circolare  un  invito all’”austerità“: il 20 settembre 1974 si tenne un convegno sul tema “Austerità per che cosa ?” (Feltrinelli, Milano, 1974) con la partecipazione di Barca, Leon, Sylos Labini e altri. Nel  gennaio 1977 Enrico Berlinguer, nel corso di un  celebre convegno al Teatro Eliseo di Roma, indicava la necessita’  di un  lavoro politico sulla linea della lotta allo  spreco  (E. Berlinguer, “Austerita’ occasione per trasfornare  l’Italia”, Editori  Riuniti,  Roma, 1977) e avviava la redazione  di  un progetto per la societa’ italiana (Partito comunista  italiano,  “Proposta  di progetto a medio termine”,  Roma,  Editori Riuniti, luglio 1977). 

La  proposta  di  austerita’ e il  programma  di  cambiamenti furono, allora, ridicolizzati: come conseguenza e’ peggiorata la situazione dell’economia, il debito pubblico, la condizione del Mezzogiorno e delle classi piu’ deboli. A  livello internazionale e’ aumentato il divario  fra  paesi ricchi  e poveri, ci sono state varie guerre per  le  materie prime:  per il rame e il cobalto nel Katanga, per  i  fosfati nel Marocco, per il petrolio nel Medio Oriente, eccetera. I paesi industriali hanno approfittato, spesso alimentandole,  delle  guerre  interne  del Sud del mondo:  i  ruggenti  anni ottanta sono stati di un benessere solo apparente; la maggiore quantita’ di denaro e di merci che sono circolate e circolano oggi, sono pagate da un aumento del degrado ambientale e urbano,  da inquinamenti della natura e delle coscienze,  dal peggioramento delle condizioni di lavoro, da  disoccupazione, diffusione della criminalita’, violenza, instabilita’  internazionale.  Proviamo  a pensare  un progetto di lotta allo spreco per  la societa’  italiana degli anni novanta alla luce  della  situazione  odierna e vedremo che alcuni passi della proposta  del 1977  (riportati fra virgolette) presentano  una  straordinariua attualita’ ancora oggi.

La trappola dell’agricoltura

La  lotta allo spreco coinvolge in primo luogo  l’agricoltura che   e’,  non a caso, il settore  “primario”  dell’economia, fonte  degli  alimenti, ma anche di  molti  altri  materiali, rinnovabili, perche’ riprodotti ogni anno attraverso i grandi cicli naturali, troppo scarsamente utilizzati. Negli  ultimi  venti  anni e’ peggiorata  la  qualità  della nostra  produzione  agricola,  sono  aumentate  le  eccedenze invendute e nello stesso tempo sono aumentate le  importazioni,  e lo spreco si e’ manifestato anche con  l’abbandono  di terre  coltivabili  che avrebbero  potuto  rappresentare  una frontiera per la difesa del suolo, per insediamenti in alternaiva  alla  congestione delle valli e delle coste.  

Il  progetto del 1977 spiegava che “un programma di  sviluppo del  settore  agro-industriale  dovrà essere strettamente legato ad un rinnovamento della struttura produttiva e sociale  dell’agricoltura. Un piano agro-industriale   comporta rilevanti  investimenti,  ma puo’  garantire  un  sostanziale miglioramento della nostra bilancia commerciale e consistenti benefici occupazionali. 

La  crisi  attuale della societa’  italiana  trova  una drammatica espressione nello sviluppo distorto delle citta’ e del territorio. Tale  distorsione potra’ essere superata  soltanto  con una  nuova politica capace di affrontare questa  realta’  nel suo complesso:  il  dissesto  idrogeologico,  la   decadenza dell’agricoltura, il conseguente spopolamento delle  campagne e  insieme la congestione e la disfunzione delle  citta’,  il carattere  anarchico e speculativo delle localizzazioni  produttive  e residenziali, l’irrazionalita’ e le  carenze  dei grandi sistemi infrastrutturali“. 

Le  catastrofi di erosione del suolo, frane,  alluvioni,  che hanno  segnato questi anni sono la conseguenza proprio  dello squilibrio  territoriale che investe negativamente,  insieme, le città e le campagne. “Si  tratta, in sostanza, di mutare il rapporto  fra  la citta’ e la campagna”, un mutamento indispendsabile anche  se si vuole attuare un riequilibrio dei rapporti fra Nord e  Sud d’Italia. 

“L’esigenza  nazionale di ridurre la  congestione  delle zone  metropolitane  e  di valorizzare  il  Mezzogiorno  puo’ essere  perseguita  soltanto  attraverso  un  mutamento  dei rapporti fra citta’ e campagna“Tale  mutamento occorre avviare decisamente a mezzo  di politiche  appropriate  e un elevamento  sociale,  tecnico  e scientifico del lavoro agricolo, accompagnato dalla creazione di infrastrutture, servizi, attivita’ produttive e  inziative culturali  decentrate,  al fine di  creare  piu’  progredite condizioni di vita nelle campagne. Ne’  si tratta soltanto di creare condizioni  oggettive nuove, ma della necessita’ di superare indirizzi formativi  e modelli  culturali che contribuiscono a determinare  la  fuga dalle campagne e la concentrazione nelle aree urbane”.

La trappola delle città 

Nello  stesso tempo occorre affrontare  una  riorganizzazione delle  citta’  “per renderle abitabili  e  governabili  dagli uomini. 

“Il ricupero urbano deve contrastare, con la  diffusione dei  servizi sociali, uno sviluppo cieco dei consumi  individuali e il permanere di vasti margini di iniziative  speculative:  non  servizi  costosi,  gestiti  burocraticamente,  ma servizi semplici e razionali. Ricupero urbano equivale anche al ricupero del patrimonio abitativo degradato, storico o soltanto invecchiato”.

Se si osservano il degrado proprio delle città in cui domina la  criminalità organizzata, la crisi dei servizi sociali gestiti burocraticamente, resi complicati e irrazionali, più adatti alla creazione di situazioni di potere e alla amministrazione della corruzione che al reale servizio dei cittadini, appare chiaro  che le parole del progetto di venti  anni fa  indicano ancora oggi una linea politica da seguire se si vuole uscire dalla crisi. La  rinascita  urbanistica presuppone la  valorizzazione,  in tutto  il paese “dell’ampia rete di piccole e  medie città, ricche di tradizioni culturali e civili. Occorre far leva su questo patrimonio storico peculiare per  frenare lo sviluppo congestionato delle grandi citta’  e delle aree metropolitane. Attraverso  la valorizzazione di citta’  di  dimensioni adeguate  alle funzioni sociali e produttive che in  esse  si sviluppano  si  contribuira’  al riequilibrio  fra  citta’  e campagna;  tali citta’ andranno via via dotate  di  strutture civili e sociali equivalenti a quelle delle grandi concentrazioni  urbane  in modo da frenare il massiccio  afflusso  dei giovani  verso  i grandi centri abitati  e  il  contemporaneo invecchiamento delle popolazioni nelle campagne”.

 Le trappole dell’energia

Nel  1977  sembrava  che l’aumento del  prezzo del petrolio potesse  indurre  ad una lotta agli sprechi nel settore dell’energia, ad una revisione delle previsioni dei  consumi energetici  gonfiati, allora, in vista della  costruzione  di impianti, porti e centrali piu’ adatti a soddisfare la  fame di  appalti e affari che a soddisfare il bisogno  di  energia dell’Italia. Nel  1975  il  consumo energetico italiano è  stato di  144 milioni di tep (tonnellate equivalenti di petrolio); sotto la spinta  di  chi speculava sulle importazioni  di  petrolio  e carbone sono stati dilatati gli  sprechi,  e i  consumi energetici  sono arrivati, nel 1972,  a quasi 170 milioni di tep.

Il ricorso alle fonti energetiche rinnovabili si e’ ridotto a  qualche  motore  a  vento e  qualche  pannello  fotovoltaico; l’immissione  di anidride carbonica nell’atmosfera e’  andata crescendo  e  non mostra segni di  rallentamento,  benche’  i nostri governanti firmino ipocriti accordi sulla  limitazione dell’effetto serra. L’inquinamento atmosferico delle citta’ e delle fabbriche  e’ andato  aumentando; le risorse di carbone Sulcis in  Sardegna (un  miliardo  di tonnellate, con un valore di  oltre  50.000 miliardi di lire), chiuse dall’ENEL, con straordinaria lungimiranza,  nel  1972, proprio quando erano chiari  i  segni dell’aumento del prezzo internazionale del petrolio !, restano  nel sottosuolo, col loro carico di minatori  disoccupati, per non disturbare gli affari di coloro che guadagnano importando carbone e petrolio. 

Tutto esattamente contro gli interessi del paese, per i quali occorrerebbe, invece, “predisporre e realizzare un sostanziale risparmio di energia primaria e di energia elettrica,  sia nel  campo dei consumi sia in quello della produzione,  anche attraverso  una  razionale organizzazione  dei  prelievi  di energia  elettrica,  l’impiego di attrezzature  e  tecnologie volte  a  ridurre  il fabbisogno energetico,  che  sono  gia’ disponibili o possono essere acquisite con lo sviluppo  della ricerca scientifica e tecnologica”. 

Un  piano energetioo coerente con le necessita’ economiche  e sociali del paese – nel 1977 e a maggiore ragione oggi – deve “tendere a valorizzare tutte le fonti energetiche nazionali – energia idroelettrica, combustibili fossili (metano e  petrolio,  carbone  e lignite), energia  geotermica  -  attraverso l’ammodernamento delle centrali idroelettriche esistenti e la verifica  della  possibilita’ di utilizzazione  di  tutte  le risorse idriche, l’individuazione e lo sfruttamento di giacimenti di minerali che potevano risultare antieconomici quando il  prezzo del petrolio era molto basso, lo  studio  concreto delle  possibilita’ di utilizzazione dell’energia solare”. 

I consumi energetici nel settore dei trasporti  rappresentano uno dei segni piu’ vistosi dello spreco. Il parco automobilistico circolante, che nel 1975 era di 15 milioni di automobili,  ha  superato oggi i 27 milioni di autoveicoli  e  cresce continuamente per la maggior gloria dell’industria  automobilistica. I consumi di benzina e gasolio che ammontavano nel 1975 a  16 milioni di t, sono arrivati nel 1992 a 32 milioni di t. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti:  l’inquinamento e  la  congestione del traffico portano ogni anno  un  numero crescente  di citta’ vicino alla paralisi; l’invasione  delle automobili  private riduce la superficie delle strade in  cui e’  possibile circolare, rallenta il traffico dei mezzi  pubblici  e  spinge  ancora di piu’ verso  gli  spostamenti  con autoveicoli privati in una spirale caotica. 

La  salvezza consiste nel “sottrarre le comunicazioni  urbane alla  prevalenza  dell’automezzo  individuale  assegnando  un ruolo  preminente al trasporto collettivo,  ripristinando  la possibilità della circolazione pedonale, ma anche sviluppando i trasporti delle aree urbane ed extraurbane in dimensioni organizzative integrate”. 

Nei venti anni passati sono state smantellate le linee ferroviarie secondarie, si sono ampliate le autostrade, sono stati frenati i sistemi di trasporto collettivi non solo integrati, ma  anche quelli locali, del trasporto ferroviario  e’  stata sviluppata la inutile “alta velocita’” e si e’ lasciato  mano libera alla diffusione del trasporto delle merci su strada. Insomma,  in coerenza con un piano asservito agli interessi privati, si è fatta una politica energetica e dei  trasporti orientata a favorire — anziche’ limitare — lo spreco.

La trappola delle merci

La  disponibilità di  posti di lavoro  stabili  e  duraturi dipende dalle scelte produttive nei settori dell’agricoltura, dell’industria  e dei servizi, e pertanto dalla  quantita’  e dalla qualita’ delle merci fabbricate attraverso  l’utilizzazione  di materie prime naturali, con inevitabile  formazione di scorie e rifiuti. Un  aumento dell’occupazione e una diminuzione  dell’inquinamento  presuppongono  una analisi dei rapporti  fra  risorse, produzione,  merci e ambiente. Occorre chiedersi che cosa  e’ necessario e opportuno produrre e arrivare ad una  pianificazione dei consumi.

“Per  alleggerire il vincolo della bilancia  commerciale occorre  uno sforzo di qualificazione degli  investimenti  al fine di garantire la sostituzione di determinate importazioni con  produzioni interne capaci di reggere la concorrenza,  in un regime  aperto  di scambi internazionali,  con  le  merci straniere e insieme al fine di adeguare alle nuove realta’  e prospettive del mercato mondiale le capacita’ di esportazione dell’Italia,  arricchendo  e  diversificando  la   produzione dell’industria italiana per il mercato estero. Lo  sviluppo  dell’occupazione  nell’industria   appare perseguibile  attraverso uno sviluppo della ricerca, in  funzione  sia dell’innovazione merceologica che di quella  ingegneristica e impiantisitica, come supporto indispensabile  al potenziamento e alla riconversione dei settori  manifatturieri. Cio’ vale in modo particolare per la chimica secondaria e fine, per l’elettronica e l’elettromeccanica, ma in  genere per l’intera struttura industriale del paese”.

La  attuale crisi dell’occupazione si può identificare  proprio  nell’incapacità,  da parte della  classe  dominante  - politica e degli imprenditori – di prevedere i bisogni, dalla mancanza  di  previsioni lungimiranti,  dalla  conquista  del vantaggio puramente finanziario a breve termine.

Eppure la necessita’ di una programmazione delle  merci  era ben  presente  gia’ negli anni  sessanta,  caratterizzati  da enormi  sprechi: fabbriche petrolchimiche costruite da  spregiudicati  imprenditori privati con pubblico denaro, che  non hanno mai prodotto un chilo di merce; previsioni da parte  di dirigenti  di industrie pubbliche, di fabbriche  assurde  nei luoghi assurdi. Si  pensi ai progettti dell’IRI per il centro siderurgico di Gioia Tauro, destinato a fabbricare merci sbagliate nel posto sbagliato; si pensi ai programmi del 1975 che prevedevano la costruzione di sessanta centrali nucleari, alla gia’ ricordata chiusura, nel 1972, delle miniere di carbone del Sulcis. 

Sono  state sbeffeggiate le leggi che cercavano di porre  una limitazione all’uso delle materie plastiche, dei clorofluorocarburi (responsabili della distruzione dell’ozono stratosferico),  dell’amianto  responsabile di tumori ai  polmoni,  le leggi  che imponevano processi e merci meno  inquinanti,  che prevedevano  migliori condizioni di lavoro nelle fabbriche  e nei cantieri.

Tornano in mente, e appaiono del tutto attuali, le parole  di Enrico Berlinguer scritte su Rinascita del 24 agosto 1979,  e tante  volte  ripetute  con la bocca,  ma  rimaste  inattuate nell’operare politico ed economico: “Oggi, da movimenti di massa e d’opinione che interessano milioni di persone, e’ posto in discussione il  significato,  il senso stesso dello sviluppo, o, come veniva  recentemente osservato, il che cosa produrre, il perché produrre”.

L’articolo  continuava  auspicando  una  “politica  economica nuova nella quale i problemi della quantita’ dello sviluppo e della sua qualita’, della sua espansione e delle sue  finalita’  si  saldino e si esprimano … anche sulla  forma  e  la qualita’ dei consumi e quindi sul processo stesso di  accumulazione.” 

Allora, alla fine degli anni settanta, la svolta fu frenata dalle forze conservatrici che ben capivano — e appare chiaro oggi — che lo spreco era l’unica condizione  per  costruire ricchezze personali e potere a spese della collettività. Le  industrie  italiane sono state spostate  all’estero  alla ricerca  di mano d’opera a basso prezzo, con la creazione  di vaste  aree  di  disoccupazione interna;  sono  cresciute  le importazioni  di  merci e le merci sono  state  imposte  come desiderabili attraverso le raffinate tecniche  pubblicitarie, il che richiedeva il controllo dei grandi mezzi di  comunicazione  e del consenso da parte non degli industriali, ma  del capitale finanziario.

E  per la conquista di una crescente quantita’ di merci — di questi “esseri ostili”, come scriveva Marx 150 anni  fa — occorre una crescente quantità di denaro, ottenibile soltanto con “reciproco inganno e reciproche spoliazioni”. 

Anche per arginare questa situazione di degrado, economico  e morale  insieme,  occorre che la svolta politica,  chiesta  a gran voce dal paese, sia anche una svolta nelle scelte economiche e produttive, nell’organizzazione delle citta’ e  nella salvaguardia dell’ambiente. Un  progetto per la struttura produttiva del paese non  coinvolge soltanto il tipo e la qualita’ delle merci, ma anche la localizzaione della attivita’ produttive. L’industrializzaione  del Mezzogiorno si rivela,  oggi,  come una serie di errori, di occasioni perdute, di fabbriche  sbagliate, poste nel luogo sbagliato, pagate con pubblico  denaro,  con  effetti  devastanti sul territorio  e  sul  tessuto sociale  del Sud, proprio in contrasto con quanto  suggeriva la cultura  urbanistica e ambientalista che pure esisteva  in Italia. 

Ripartiamo da qui ? 

La  proposta  di progetto a medio termine, elaborato  da  una commissione nominata dal Comitato centrale del Partito  comunista  italiano, fu esaminata dallo stesso Comitato  centrale il 13 maggio 1977 e avrebbe dovuto dare luogo ad una  discussione nel paese; una certa discussione c’e’ stata, ma nessuna delle  idee esposte e’ stata attuata, neanche nelle  zone  in cui  le sinistre sono state al governo, nelle azioni e  nelle proposte parlamentari. Di conseguenza  il degrado ambientale si è aggravato, il divario fra Nord e Sud d’Italia si e’ allargato con la contaminazione  della  criminalità che si e’ arricchita  a  spese dello stato, della collettività e dell’ambiente. 

La  tensione fra Nord e Sud del mondo e’ cresciuta: i prezzi delle  materie prime sono stati tenuti bassi  soffocando  nel sangue, quando c’e’ stata,  la ribellione dei paesi  esportatori  di fibre tessili, cereali, carne,  prodotti  forestali, minerali,  fonti  di energia, sostenendo  governi  fantoccio succubi dei paesi del Nord del mondo. I paesi capitalistici e quelli socialisti, da questo punto di vista, hanno svolto una comune  politica  imperialista nei confronti  dei  rispettivi paesi satelliti del Sud del mondo. 

Nel Nord del mondo la congestione delle citta’ si e’ aggravata,  la compromissione a livello planetario e’ cresciuta,  le molte  leggi ecologiche sono piu’ o meno violate;  il  crollo dei paesi a economia (piu’ o meno) pianificata ha diffuso  il credo  del libero mercato con rapida crescita  degli  effetti devastanti sulle comunita’ sociali e sull’ambiente. La capacita’ di lotta per migliori condizioni di lavoro nelle fabbriche, contro le fabbriche inquinanti, contro la speculazione edilizia, si e’ affievolita in una  ecologia-spettacolo che lascia sempre piu’ ampio spazio ai nemici della natura. La comunita’  umana, che continua a crescere in  ragione  di oltre novanta milioni di persone all’anno, e’ in  condizioni sempre piu’ insostenibili. 

Il  dibattito, le proposte di cambiamento di  venti  anni  fa sono  stati dimenticati, ma le proposte sono ancora  sensate, anzi  sono  le uniche che possono costituire la  base  di  un “programma” di lavoro politico. Se ricominciassimo da  questo punto ?