SM 1699d — Leggere le merci attraverso l’ambiente — 1994

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In: “Cultura della sinistra e culture verdi. La sfida della rivoluzione ambientale. Ferrara 2-4 aprile1993. Atti del Convegno”, Roma, Datanews, 1994, p. 34-44; Anche in: G. Ricoveri (a cura di), “Capitalismo Natura Socialismo”, Milano, Jacabook, 2006, p. 34-47

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

A Karl Marx, a 150 anni dalla redazione dei tre “Manoscritti economico-filosofici del 1844″

1.   Una delle forme in cui si manifesta la violenza ambientale è rappresentata dall’inquinamento, inteso come alterazione della qualità ecologica dei corpi riceventi naturali (aria, acqua, suolo, mare). Tale alterazione — più o meno, più o meno rapidamente, reversibile — dipende dalla quantità e dalla qualità delle merci usate.

Benché soltanto adesso si cominci a scrivere una storia dei rapporti fra tecnica e ambiente, il rapporto fra merci e ambiente appare chiaro in tutti gli episodi di inquinamento di cui ci è pervenuta notizia: inquinamento di Londra e carbone; inquinamento e avvelenamento dei campi e industria mineraria; inquinamento e avvelenamento dei lavoratori e della popolazione e produzione di ferro, poi di altri metalli, poi di acidi e alcali e loro derivati, fino alle forme di   inquinamento e alterazione ambientale, locali e planetarie, che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni.

Ma, al di la’ dell’inquinamento, anche l’impoverimento delle popolazioni di pesci per overfishing, l’impoverimento delle popolazioni di animali terrestri per la caccia, l’erosione del suolo dovuto ad un turismo di rapina, la perdita di fertilità del terreno, la distruzione dei  boschi, la congestione del traffico urbano, le devastazioni dovute alla guerra, sono legati al  possesso di più merci: più cibo, più case, più carta, più automobili, più armi, eccetera.

Nel corso di una celebre polemica che si svolse nel 1971-72 fra gli studiosi americani Paul Ehrlich e Barry Commoner (1), fu riconosciuto che il degrado ambientale era proporzionale al  prodotto di tre fattori: il numero degli esseri umani; la quantità delle merci usate da ciascun essere umano; la qualità delle merci espressa, in prima approssimazione, come quantità di scorie associate all’uso di una unità di merce usata.

2.  I rapporti fra risorse, merci e ambiente (2)(3) appaiono più chiari se si introduce il concetto di “storia naturale delle merci” (4). Ogni merce, ogni oggetto fabbricato dagli esseri umani — così come ogni oggetto che si forma nei processi “naturali” di fotosintesi, respirazione, decomposizione — partecipa ad un flusso di materia e di energia che comincia dalla natura e ritorna alla natura.

In questa esposizione userò il termine di merci in senso diverso da quello tradizionale di cose o oggetti comprati o venduti in cambio di denaro e lo estenderò per comprendere le cose e gli oggetti scambiati comunque. Da questo punto di vista anche le foglie “acquistano” anidride carbonica e energia solare dall’atmosfera per fabbricare glucosio e amido; anche le piante acquistano i nitrati dal suolo per fabbricare le proprie proteine; anche gli animali acquistano molecole organiche dai vegetali (o da altri animali) e ossigeno dall’aria e, bruciando gli alimenti con la respirazione, ne ottengono energia e “vendono” anidride carbonica all’atmosfera. Tutte queste operazioni di scambio nell’ambito della natura non-umana avvengono, ovviamente, senza scambio di denaro, secondo norme che potrebbero rassomigliare al baratto delle società umane primitive.

Comincerò allora a descrivere la produzione di merci da parte degli esseri umani sulla base della pura e semplice circolazione di materia e di energia — senza intervento del denaro — dalla natura al mondo delle merci “economiche” e poi di nuovo alla natura, cioè la circolazione natura-merci-natura, N-M-N (5).

3.   La storia naturale delle merci umane comincia anch’essa con le materie e l’energia  ricavate dalla natura, cioè con i “beni ambientali”. Tali “beni” si possono distinguere, nella società reale attuale, in materie prime il cui ottenimento è accompagnato da uno scambio di denaro (che potremmo chiamare “merci ambientali economiche”) e in beni gratuiti, tratti dal mondo circostante senza alcuna transazione monetaria (aria, acqua, suolo, energia solare).

Dal punto di vista dell’analisi materiale i due tipi di beni di partenza sono equivalenti: il loro flusso ubbidisce ai principi di conservazione della  massa e dell’energia (essendo la  conservazione dell’energia integrata dal “principio” del peggioramento della qualità merceologica dell’energia, in ciascun passaggio, descritto con un aumento dell’entropia).

Il fatto che alcune materie prime — minerali, fonti di energia, prodotti delle foreste e del suolo, acqua — debbano essere pagate da alcuni soggetti economici ad altri deriva dal fatto, del tutto arbitrario, che alcuni soggetti economici (individui, stati, enti pubblici, poco conta) sono “proprietari” di un terreno nel cui sottosuolo si trovano minerali o petrolio o carbone  o  sulla cui superficie si trovano foreste o terreni fertili o fiumi. E’ ancora utile a questo proposito rileggere il brano di Marx sulla “rendita fondiaria” del primo dei “Manoscritti del 1844″.

Di per se, le risorse naturali “economiche” — terreno, boschi, acque, mare, eccetera — erano  originariamente beni senza padrone, a disposizione di tutti; di tali beni alcuni si sono appropriati con le buone o le cattive, con le guerre e l’imperialismo (6). La storia naturale delle merci umane continua con i processi di “produzione”, cioè di trasformazione delle materie prime ottenute dalla natura in merci intermedie, poi nelle merci  che arrivano all’utilizzatore finale; non esiste un “consumo” delle merci, nè un consumatore,   ma le merci vengono usate, per un tempo più o meno lungo. Nel corso dei processi di trasformazione e alla fine della vita utile, dopo aver svolto la funzione di soddisfare bisogni  umani, una parte del materiale e dell’energia viene “rifiutata” dagli esseri umani e viene  rimessa nel mondo della natura sotto forma di scorie gassose, liquide o solide o di energia  degradata. Eventualmente una parte di tali scorie può essere riutilizzata — come materie seconde, questa volta — in qualche altro processo di produzione o di uso delle merci, ma il destino finale di queste “merci ambientali negative” — o “environmental bads” — è comunque sempre nel mondo della natura.

4.  Vi sono tre principali differenze importanti fra i cicli naturali e quelli delle merci fabbricate dagli esseri umani.

La prima differenza consiste nel fatto che gli umani “mettono dentro” il processo di trasformazione della materia e dell’energia qualcosa di immateriale e di “sovrannaturale” che è il lavoro “progettato”. Lo ha riconosciuto bene Marx 150 anni fa nel primo dei “Manoscritti del 1844″, nel brano sul lavoro “estraniato”, in cui ha distinto il lavoro umano da quello dell’ape, del castoro e della formica, anch’essi tutti “produttori-consumatori”.

Il carattere progettuale del lavoro di trasformazione della natura in oggetti deriva dal fatto che, in quanto animali speciali, gli esseri umani sono capaci di ricordare quanto è avvenuto in passato, gli errori compiuti e quindi nel lavoro umano è “incorporata” della storia, dell’esperienza accumulata, pezzetto per pezzetto, nel corso ormai di centinaia di migliaia di anni.

La seconda differenza deriva dal fatto che il “progresso” tecnico ha portato gli esseri umani a  “fabbricare” materiali estranei, se così si può dire, a quelli presenti nella natura. La  metallurgia trasforma gli ossidi dei metalli in metalli che comunque preesistevano in natura e  che possono “tornare in ciclo”. Lo stesso carbone e petrolio, scorie di trasformazione di vegetali e animali di cui la natura si è sbarazzata nascondendoli sotto terra milioni di anni fa, sono pur sempre materie “naturali” e sono fonti di alterazione ambientale solo per colpa  dell’eccessiva “velocità” con cui vengono dissepolti, rispetto al tempo lungo della loro formazione.

Ma l’inquinamento si è fatto acuto e fuori di controllo “naturale” quando gli esseri umani sono stati capaci di fabbricare e liberare nell’ambiente materiali “estranei” come molti prodotti sintetici — dai pesticidi ai CFC agli elementi radioattivi “artificiali” — che i cicli “naturali”  non riescono a “riconoscere” e scomporre e che sono tossici e dannosi alla vita. A differenza dei materiali dei cicli “naturali”, che dopo avere svolto la loro funzione si  trasformano in materiali di nuovo utili (utili alla vita, si intende), un numero crescente di merci umane genera  scorie che non vengono riutilizzate e che restano estranee nell’ambiente per tempi lunghi o lunghissimi.

La terza differenza sta nel fatto che gli esseri umani estraggono risorse dalla natura e immettono nel regno naturale le loro scorie con una velocità molto elevata che rende difficile l’assimilazione delle scorie, anche di quelle assimilabili. Un caso tipico è offerto dall’immissione nell’atmosfera dell’anidride carbonica, un normale metabolita della vita: il rapido aumento della concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera, che consideriamo  responsabile dell’effetto serra, deriva dal fatto che grandi masse di carbonio fossile vengono  rapidamente estratte dalle riserve e bruciate con una velocità così elevata da non lasciare tempo all’atmosfera di liberarsi, con i suoi cicli naturali, dell’eccesso di anidride carbonica.

5.  Indipendentemente dal carattere — in parte “naturale” e in parte “estraneo” ai cicli bio-geochimici naturali — delle merci umane e delle loro scorie, non ci sarebbe (quasi) nessun problema ambientale se i corpi da cui vengono estratte le risorse naturali e se i corpi riceventi ambientali non avessero dimensione limitata.

A causa dell’esistenza di questi limiti, la produzione di merci umane — a differenza della produzione che si svolge nei cicli naturali sostanzialmente “chiusi” — è accompagnata,  insieme, (a) da un impoverimento delle riserve di risorse naturali — minerali, acqua, foreste, eccetera — e (b) da un peggioramento della qualità dei corpi riceventi naturali, come conseguenza dell’immissione in essi delle scorie del metabolismo delle merci umane.

Tale impoverimento e intossicazione dei corpi naturali dipende sia dalla qualità delle merci  prodotte e usate, sia dalla loro quantità; la quantità delle merci, a sua volta, dal numero di persone che le domandano e che usano le merci e quindi dalla popolazione umana. La conseguenza è che, anche a causa dell’aumento della popolazione mondiale, restano meno risorse naturali per le generazioni future e vengono modificati, spesso negativamente, la composizione chimica e i caratteri fisici dell’aria, delle acque, del mare, del suolo, in modo tale da compromettere il loro uso in futuro.

6.   Vediamo ora se e come è possibile descrivere la qualità delle merci umane alla luce dei rapporti fra merci e ambiente.

Innanzitutto va detto che le merci non sono neutrali: il loro fine è di soddisfare bisogni umani. Alcuni di tali bisogni si possono considerare fondamentali, come il bisogno di cibo e di abitazioni, il bisogno di comunicare e di muoversi, il bisogno di salute e di lavoro, il bisogno di dignità e di libertà. Anche i bisogni apparentemente immateriali — di salute, di comunicare, di dignità, di libertà — presuppongono la disponibilità di oggetti. Non si può soddisfare il bisogno di dignità se non si dispone di cibo, di abitazioni decenti, se si è ammalati abbandonati a se stessi. Ai bisogni fondamentali vanno aggiunti molti altri bisogni che chiamerò artificiali e che esaminerò più avanti.

L’analisi dei rapporti fra merci e bisogni è importante per sfatare il feticcio che le società  industriali diventano sempre più immateriali, o post-materiali, sempre più società di servizi. Anche i servizi sono possibili soltanto grazie a materiali e merci e anzi certi servizi apparentemente immateriali — si pensi ai servizi telematici ed elettronici — comportano, se si valuta l’intera storia naturale delle merci che li soddisfano, consumi materiali ed energetici ben rilevanti.

Il flusso di materiali (materie prime naturali, merci e scorie) associato attualmente alle attività umane sul nostro pianeta risulta (al netto delle doppie contabilizzazioni) di circa 30 miliardi di tonnellate all’anno, un valore che può essere confrontato con la produttività primaria netta “naturale” sulle terre emerse, stimata in circa 100 miliardi di tonnellate all’anno.

7.  Per ciascuna delle merci prodotte o usate è possibile riconoscere una qualità, o un “valore  naturale” (che rimanderebbe poi all’affascinante, ma franoso terreno del “valore d’uso”), sulla  base dell’analisi della circolazione N-M-N in un mondo naturale di dimensioni finite. E’, per esempio, possibile stabilire che “vale” di più una merce che richiede meno materie prime naturali, sia “economiche” sia gratuite.

Alla base di questo ragionamento stanno le iniziative per il riciclo dei materiali usati: se si usa  più volte la stessa cellulosa presente nella carta, coeteris paribus, si tagliano meno alberi e si  turbano di meno gli scambi dell’anidride carbonica atmosferica associati alla fotosintesi e alla respirazione vegetale. Se si fabbrica alluminio o ferro dalle lattine usate, si estrae di meno bauxite o minerali di ferro dalle miniere e si lasciano riserve minerarie meno povere alle generazioni future (8). Potremmo, quindi, in prima approssimazione, dire che vale di più una merce che ha un minore  “costo in risorse naturali” (indipendentemente dal prezzo). Su questo stesso terreno potremmo dire che vale di più una merce che richiede meno energia nelle fasi di produzione, di uso e di smaltimento delle scorie.

Il “costo energetico” delle merci è uno dei più esplorati settori nella ricerca di un indicatore “naturale” del valore. A dire la verità la maggior parte degli studiosi che si sono occupati della misura del “costo energetico” delle merci lo hanno fatto davanti allo spettro della scarsità dell’energia come merce “economica”. Non a caso gli studi in questo campo appaiono, a ondate successive, nella seconda metà dell’Ottocento, quando si è intravista una possibile scarsità del carbone e non si era ancora visto il potenziale energetico del  petrolio; negli anni trenta del Novecento, ai tempi della grande crisi; negli anni settanta del Novecento, dopo l’aumento del prezzo del petrolio (7).

Un terzo importante “indicatore” del valore in  unità naturali è costituito dalla quantità di  scorie e sottoprodotti generati nel corso della sua intera storia naturale (talvolta chiamata “ciclo di vita del prodotto”): dall’estrazione e trasporto delle materie prime naturali, alle varie fasi di trasformazione in merci intermedie e finali, fino alla fase di “uso” delle merci. Si può così parlare di un “costo ambientale” delle merci, espresso come unità di peso delle varie scorie, per unità di peso di merce o per unità di servizio prestato.

Sono, sia pure rudimentalmente, misure di un costo ambientale del servizio trasporto le  quantità in grammi dell’uno o dell’altro agente immesso nell’atmosfera da un autoveicolo, per kilometro percorso,  per persona (o per tonnellata di merce) trasportata. Varrà, così, di più, una merce che, nella sua intera storia naturale, genera minori quantità di scorie, non solo, ma anche minori quantità di scorie estranee alla natura, non biodegradabili, tossiche.

Qualche interesse si sta muovendo in questa direzione, come conseguenza della proposta, avanzata in vari paesi industriali, di far riconoscere le merci “amiche dell’ambiente”, come le chiama il capitalismo verde, autorizzandole a portare una “etichetta ecologica”, o “ecolabel”. Spesso dietro la proposta di ecolabel si nasconde una maniera furbesca per incrementare, anziché diminuire come sarebbe opportuno, il consumo di merci, con l’assegnazione di etichette ecologiche basate su valutazioni approssimative o incomplete o errate del “costo ambientale” delle merci. Un comportamento ecologicamente corretto richiede ben altro: occorre affrontare alle radici quella misura del valore, anzi del valore d’uso, di cui parla a lungo Marx, lasciando però troppi problemi irrisolti.

8.  Si è detto in precedenza che l’effetto negativo ambientale delle merci dipende sia dalla qualità sia dalla quantità delle merci usate.

La società capitalistica, per definizione, deve assicurarsi il massimo profitto attraverso la vendita della massima quantità di merci, il cui “consumo” è sollecitato attraverso le raffinate tecniche pubblicitarie. Il concetto è espresso bene da Marx nel terzo dei “Manoscritti del 1844″ quando scrive che, nell’ambito della  proprietà privata, “ogni uomo s’ingegna di procurare all’altro uomo un nuovo bisogno [i corsivi sono di Marx] per costringerlo ad un nuovo sacrificio, per ridurlo ad una nuova dipendenza, per spingerlo ad un nuovo modo di godimento e quindi di rovina economica. Con la massa degli oggetti cresce quindi la sfera degli esseri estranei, ai quali l’uomo è soggiogato, ed ogni nuovo prodotto è un nuovo  potenziamento del reciproco inganno e delle reciproche spoliazioni. L’uomo diventa tanto più povero come uomo, ha tanto più bisogno del denaro, per impadronirsi dell’essere ostile,  e la potenza del suo denaro sta giusto in proporzione inversa alla massa della produzione;  in altre parole, la sua miseria cresce nella misura in cui aumenta la potenza del denaro.”  Queste parole di Marx appaiono tanto più significative alla luce dei rapporti fra oggetti e  ambiente: la “spoliazione” crescente, la crescente povertà conseguenti alla crescita della massa delle merci si manifestano anche come impoverimento della disponibilità di acqua  pulita, di aria respirabile, di salute e di bellezza.

9.  La precedente critica dell’ideologia del consumo di merci, del sogno del possesso di crescenti quantità di merci, si scontra con l’obiezione che essa nasce e si riferisce alle società industriali avanzate del Nord del mondo (un aggregato che comprende Stati Uniti, Russia, Canada e Europa occidentale e orientale, Giappone, Australia e Nuova Zelanda, con una popolazione di circa 1100 milioni di persone). Solo in queste società esiste una crescente disponibilità di merci, anche se accompagnata da un altrettanto crescente degrado ambientale.

Del tutto differente appare la situazione se la si vede dal Sud del mondo, occupato da circa 4400 milioni di persone con diversissimo grado di sottosviluppo e di povertà. A parte alcune aree nelle quali si incontra il capitalismo nelle forme più arroganti di sfruttamento dei lavoratori e di diffusione di merci, nel Sud del mondo si osservano stratificazioni di disponibilità di beni materiali elevate in strette fasce dominanti e a livello miserabile nella maggioranza della popolazione.

La diffusione dell’informazione e della pubblicità spinge anche le fasce sottosviluppate dei paesi del Sud del mondo a identificare lo “sviluppo” con la disponibilità di merci, indipendentemente dai bisogni che esse sono in grado di soddisfare. Anzi con priorità alle merci il cui possesso rappresenta l’illusoria fuga dai limiti del proprio ceto.In questo contrasto del livello dei consumi si è concentrata una delle più raffinate forme di  imperialismo: il capitalismo del Nord del mondo offre la crescita merceologica in cambio di  un più intenso sfruttamento delle risorse del Sud del mondo.

Nei paesi del Sud del mondo si verifica, così, un rapido impoverimento delle riserve di risorse naturali esportate nei paesi del Nord del mondo, l’insediamento di industrie inquinanti inaccettabili nel Nord del mondo, con esportazione verso il Nord del mondo dei relativi  manufatti “puliti”; inoltre i paesi del Nord del mondo esportano in quelli del Sud del mondo le loro scorie inquinanti.

Esportazioni di risorse naturali (scarse), inquinamento locale e importazione di merci  inquinanti (come i pesticidi) e di scorie avvengono in cambio di denaro (poco, dal momento che gli accordi commerciali sono dominati dal Nord del mondo) che viene destinato all’acquisto di merci talvolta utili, spesso inutili, di qualità e in quantità imposte dai paesi del  Nord del mondo. Si pensi alla politica della “cooperazione” col Sud del mondo, delle esportazioni di armi, di trattori adatti alla Valle padana, ma inadatti ai terreni dei paesi che si dovrebbero aiutare, eccetera.

Ma anche così il Nord del mondo non riesce ad evitare di essere intossicato al suo interno da una parte delle scorie della produzione e dell’uso finale delle merci. L’imperialismo capitalistico, con questa  raffinata distribuzione geopolitica del degrado   ecologico, riesce ad organizzare una solidarietà o complicità fra classi povere e gruppi sfruttatori, e nello stesso tempo ad assicurare uno stato di conflitto permanente fra classi povere del Nord e del Sud del mondo.

I governanti, ma anche le classi povere, dei paesi del Sud del mondo non accettano proposte di rallentamento o peggio di limitazione della sfruttamento delle  proprie risorse; da tale sfruttamento e avvelenamento, infatti, dipende quel poco di occupazione e di merci disponibili alle classi povere di oggi, anche se esso compromette la vita e la salute della presente e delle  future generazioni. Nello stesso tempo il trasferimento dello sfruttamento delle risorse naturali e umane dal Nord  al Sud del mondo (o dalle aree deboli alle aree forti del Nord del mondo) comporta una crisi di occupazione e di povertà per le classi deboli del Nord del mondo.

Come spiegare ai minatori disoccupati del Sulcis in Sardegna che la loro disoccupazione consente ai minatori, ancora più poveri, che estraggono carbone in Colombia o nel Sud Africa di avere un pur minimo salario ? O ai lavoratori tessili disoccupati a Prato che il salario che non riescono a portare a casa va nelle tasche dei lavoratori poveri cinesi ? E  tutto questo non per solidarietà internazionale di classe, ma perché il capitale spreme i lavoratori (e la natura) dove gli costano meno ?

10.  Penso che le poche precedenti considerazioni mostrino che il crescente degrado ambientale, dovuto alla scadente qualità e al basso valore “naturale” delle merci e alla crescente quantità degli “oggetti  estranei”, è la inevitabile conseguenzaedella maniera capitalistica di produzione.

A brevissimo termine gli artifizi offerti dall’ingegneria sociale borghese — divieti, tariffe,  imposte, sovvenzioni alla depurazione, filtri e ecoetichette — possono alleviare temporaneamente situazioni di degrado, almeno in alcune parti del Nord del mondo,  essenzialmente spostando le nocività da un territorio naturale ad un altro, da un paese ad un  altro, senza toccare la quantità delle merci offerte e richieste, senza toccare l’economia industriale, così come l’intende il capitalismo del Nord del mondo. Si tratta però di un equilibrio essenzialmente instabile e di una situazione ecologica e sociale  molto fragile, destinata a  provocare crescenti costi di inquinamento, erosione del suolo, congestione, disoccupazione, immigrazione di popoli poveri, eccetera, che finiscono per ricadere sulle classi più deboli delle società industriali. In una prospettiva un po’ più lontana si può pensare di agire con una radicale pianificazione della quantità e della qualità delle merci usate nel Nord del mondo, col che si avrebbe un  ridimensionamento della produzione, dei consumi, dell’occupazione e forse un rallentamento  del degrado ambientale,  nel Nord del mondo.

Resta il problema della domanda di merci — utili, inutili, dannose — da parte del Sud del mondo. A questo proposito pochi calcoli mostrano che non è possibile assicurare a oltre 4000 milioni di persone (nel 2004) che vivono nel Sud del mondo, una disponibilità di merci neanche uguale a quella della classi povere dei paesi del Nord del mondo senza andare incontro a drammatici fenomeni di impoverimento delle riserve di combustibili e minerali, di  distruzione della fertilità dei suoli coltivati, di inquinamento e di alterazione della composizione chimica dell’atmosfera. Benché sia certo necessario rallentare il tasso di crescita della popolazione del Sud del  mondo, la situazione sarebbe ugualmente drammatica anche se, per mezzo secolo, la popolazione del Sud del mondo restasse ai valori odierni e i consumi aumentassero anche di  un poco.

D’altra parte non si riesce a capire perché i poveri del mondo dovrebbero continuare per decenni a restare a livelli di disponibilità di merci che oggi sono, in media, di un ventesimo di quelli dei paesi industriali, o perché dovrebbero accontentarsi di disponibilità di merci uguali a un decimo o a un quinto di quelle dei paesi industriali. E tutto questo nel nome del dovere di  lasciare una scorta di risorse naturali alle generazioni future: di quali paesi, poi ? O perché dovrebbero accettare così inique diversità di beni e servizi senza arrabbiarsi e senza pretendere, in cambio dello sfruttamento delle loro risorse naturali e del loro lavoro, prezzi più equi di quelli attuali.

Per assicurare agli abitanti del Sud del mondo condizioni accettabili di disponibilità di beni occorrerebbe cominciare a smantellare le diversità di livello sociale fra classi opulente e classi povere all’interno dei rispettivi paesi, e chiedere agli abitanti del Nord del mondo una decisa revisione dei loro modelli di produzione e di consumi. Ma questo non può essere ottenuto con un sistema politico dominato dagli interessi dei gruppi forti, quelli dei produttori di merci, che per nessun  motivo possono accettare un rallentamento dei loro profitti.

Il cambiamento richiederebbe nuove forme di solidarietà di classe, fra lavoratori addetti alla  produzione delle merci e utilizzatori di merci, una solidarietà che può essere soltanto internazionale. La salvezza ecologica si presenta quindi sotto nuove forme di lotta di classe, su scala planetaria, fra lavoratori-inquinati e classi  dominanti-inquinatori.ruttura alternativa di classe e di governo potrebbe essere cercata in quello che Lewis Mumford (9) chiamava “comunismo di base”, di fondo, che consenta di soddisfare i bisogni fondamentali con una pianificazione della produzione e del consumo.

La  sola alternativa a questo comunismo è l’accettazione del caos: le periodiche chiusure  degli stabilimenti e le distruzioni, eufemisticamente denominate ‘valorizzazione’, dei beni di  alto valore, lo sforzo continuo per conseguire, attraverso l’imperialismo, la conquista dei mercati stranieri. Se vogliamo conservare i benefici della macchina non possiamo  permetterci il lusso di continuare a rifiutare la sua conseguenza sociale, ossia  l’inevitabilità  di un comunismo di base. Questa prospettiva appare ingrata all’operatore economico di stampo classico, ma sul piano umano non può non rappresentare un enorme progresso.”

Pianificazione della qualità e della quantità delle merci significa rivedere — anche alla luce  dei nuovi indicatori “naturali” del valore —  tutte le scelte finora fatte. La produzione di nuove e differenti merci sarebbe l’unica condizione per affrontare i vincoli imposti dalla scarsità — di disponibilità e di capacità ricettiva — delle risorse naturali e per assicurare lavoro stabile ai miliardi di adulti attuali e alle falangi di potenziali nuovi soggetti che si stanno affacciando,  soprattutto nel Sud del mondo, al mondo del lavoro.

Solo una pianificazione delle merci potrebbe, fra l’altro, tenere conto delle modificazioni della struttura per età della popolazione mondiale, dei bisogni delle classi anziane, sempre più affollate nel Nord del mondo, e delle classi giovani, sempre più affollate nel Sud del mondo.

Non credo che la società capitalistica attuale sia capace di affrontare una così gigantesca  transizione, ma forse non sarà neanche in grado di sopravvivere alle conseguenze del non averla affrontata. Forse bisogna prepararsi per quel tempo, forse non lontano.

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(1)  P.Ehrlich e J. Holdren, nell’articolo “The  people problem”, apparso nella Saturday Review del 4 luglio 1970,  p. 42, aveva indicato l’effetto della “tecnologia”, cioè della qualità delle merci, sul degrado ambientale. Il problema fu ripreso da P.R. Ehrlich  e J.P.Holdren,  “Impact of population growth”,  Science, 171,  1212-1217 (26 marzo 1971) a cui seguirono  varie “Lettere” sulla stessa rivista Science, 173, 278 e  280 (1971). B. Commoner, M. Corr e P.J. Stamler intervennero con l’articolo: “The causes of pollution”, Environment, 13, (3), 2-19 (aprile 1971) ribadendo che la qualità delle merci, più che il numero delle persone che usano le merci, è determinante ai fini dell’inquinamento. Un “faccia a faccia” fra Commoner ed Ehrlich è stato pubblicato nella rivista Environment, 14, (3), 23-52 (aprile 1972). L’articolo  contiene la recensione del libro di Commoner, “The closing  circle” (apparso alla fine del 1971) fatta da Paul Ehrlich e la replica di Commoner alle critiche. Su questo  dibattito si veda anche: G. Nebbia, “Popolazione, consumi, tecnologia”, Ecologia, 2, (7), 39-41 (1972).

(2)  Uno dei primi contributi all’analisi dei rapporti risorse-merci-ambiente si deve a R.U.  Ayres e A.V. Kneese, “Production, consumption and externalities”, American Economic  Review, 59, (3), 182-197 (giugno 1969); traduzione italiana in: G. Cannata (a cura di), “Saggi di economia dell’ambiente”, Milano, Giuffrè, 1974, p. 79-112. Si può vedere il contributo, di quegli stessi anni, di G. Nebbia, “Economic effects  of technology changes in relation to the environment”, in: “Problems of  environmental economics”, Paris, OECD, 1971, p. 181-187, e il successsivo: G. Nebbia, “La bioeconomia: somiglianze e diversità fra fatti economici e fatti biologici”, Rassegna Economica  (Napoli), 52, (3), 521-544 (luglio-settembre 1988)

(3)  G. Nebbia, “Risorse naturali e merci. Un contributo alla tecnologia sociale”, Cacucci, Bari, 1967.Anche il più recente: G. Nebbia, “Le merci e i valori. Una critica ecologica del capitalismo”, Milano, Jaca Book, 2002.

(4)  G. Nebbia, “Storia naturale delle merci”, Rassegna Chimica (Roma), 43, (6),  241-249  (novembre-dicembre 1991)

(5)   Ricalco, un po’ arbitrariamente, con questa espressione, le formulazioni della circolazione di merci e denaro di cui si occupa a lungo Marx  nella “Teoria del  plusvalore”(circa 1861-63) (“Storia delle teorie economiche”, Einaudi, Torino, 1954) e ne “Il capitale”.

(6)  C’è un interessante passo nel libro biblico del Levitico (paragrafo 25) in cui viene riconosciuto che la “Terra è di Dio” e viene imposto agli Ebrei, ogni 49 anni, di restituire alla comunità le terre di cui ciascuno si è appropriato e di non coltivare per un anno (l’anno  “sabatico”) i terreni, per lasciarli “riposare”. Si veda: Giovanni Franzoni: “Lettera pastorale ‘La Terra è di Dio’”, 1973.

(7)  Cfr. G. Nebbia, “Introduzione”, a: P.Chapman, “Il paradiso dell’energia”, CLUP, Milano, 1982, p. 7-22. Si veda anche la storia della teoria del valore energetico delle merci in: J. Martinez-Alier, “Ecological economics”, Oxford, Basil Blackwell, 1987; traduzione  italiana col titolo “Economia ecologica”, Milano, Garzanti, 1991.

(8)  L’attenzione per le generazioni future è cresciuta in questi ultimi anni con la diffusione del concetto di sviluppo e società sostenibili (cfr., per esempio, anche per la bibliografia: G.  Nebbia, “Lo sviluppo sostenibile è una ideologia borghese ?”, CNS, 1, (1), 83-94 (marzo 1991)), ma era implicito nel pensiero di Marx quando scriveva che le società umane “non  sono proprietarie della terra; sono soltanto i suoi possessori, i suoi usufruttuari e hanno il dovere di tramandarla migliorata, come boni patres familiae, alle generazioni successive“  (Capitolo 46, Sesta sezione del III libro de “Il capitale”).

(9)   Lewis Mumford, “Technics and civilization”, Harcourt,  Brace & World, New York, 1934; traduzione italiana col titolo: “Tecnica e cultura”, Il  Saggiatore, Milano, 1961. Il passo citato è a p. 409-411 della traduzione italiana. Il testo inglese (p. 405-406) è: “The  alternative to basic communism is the toleration of  chaos: either the closing down periodically of  the productive plant and the destruction — quaintly called valorization — of essential goods, with shifty efforts of imperialist conquest to force open foreign markets. If we wish to retain the benefits of the machine, we can no longer afford to deny its chief social implication: namely, basic communism”.