SM 1699c — Strumenti tecnici ed economici per superare la crisi ambientale — 1993

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“Università di Bari, Prolusione Anno Accademico 1992-1993, Bari, 11 marzo 1993″, Università di Bari, p. 33-59

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Da più parti — dagli studenti, dal mondo del lavoro, dai cittadini — viene chiesto all’Università di prestare sempre maggiore attenzione ai grandi problemi della società contemporanea. Per dare una risposta a questa domanda, certamente, il Senato accademico e il Rettore hanno pensato di affrontare, nella proluzione all’anno accademico 1992-93, il tema dei rapporti fra tecnica, economia e ambiente. 

L’inizio di quest’anno accademico è molto importante. Con la riforma degli studi economici, dopo 107 anni di vita (comunque abbastanza non ingloriosa) la Facoltà di Economia e Commercio affronta la mutazione genetica in Facoltà di Economia, con numerosi nuovi corsi di laurea. Alcuni di questi prevedono una crescente attenzione proprio ai temi che sono oggetto di questa prolusione, un orientamento che la Facoltà di Bari, per inciso, aveva anticipato, già nel 1972, istituendo per prima un corso di ecologia per studenti di discipline economiche. Appare  oggi, infatti, sempre più evidente che la crisi ambientale può essere superata soltanto ricorrendo, insieme, a strumenti tecnici e a strumenti economici.

 L’opinione pubblica associa la crisi ambientale a parole come inquinamento, petrolio nel mare, congestione del  traffico, incendi dei boschi, erosione del suolo. Una crisi le cui radici affondano nella notte dei tempi: quando gli esseri umani si sono differenziati dai loro simili, circa due milioni di anni fa, una nuova forza, capace di modificare il mondo circostante, ha cominciato a manifestarsi nella natura. Per alcune migliaia di secoli gli esseri umani hanno  però modificato molto poco l’ambiente naturale: essi vivevano in piccole comunità sparse su un pianeta grandissimo, traevano il cibo dai frutti e dai tuberi delle piante e dagli animali selvaggi. 

La prima grande svolta nei rapporti fra gli esseri umani e la natura si è avuta, come è ben noto, nella transizione dal Paleolitico al Neolitico con la rivoluzione agricola di circa 10.000  anni fa, in una Terra che ormai rassomigliava, come clima, vegetazione, fauna, estensione dei mari e forma dei continenti, a quella che conosciamo oggi. Sorsero da allora i primi villaggi di coltivatori e allevatori; alcuni di tali villaggi si trasformarono più tardi in città e cominciarono a scambiarsi merci e manufatti — sale, rame, ceramiche; si formarono poi i primi imperi per  la conquista di miniere, terre coltivabili, materie prime, prodotti pregiati. 

Da allora la corsa verso il dominio sulla — lo “sfruttamento” della — natura si è fatta più rapida, con successive scoperte di nuovi materiali e fonti energetiche e di nuove tecniche per  trasformarle. La società eotecnica — come l’hanno chiamata Geddes (1) e Mumford (2) —- usava materiali e fonti energetiche rinnovabili come il legno, il vento, il moto delle acque, fino alla rivoluzione paleotecnica, iniziata nel XVI  secolo, con l’uso crescente del carbone e del ferro, e poi, a partire dall’Ottocento, con la produzione e l’uso dell’alluminio, del petrolio, dei prodotti chimici sintetici. 

Dal 1800 in avanti la maggiore disponibilità di beni materiali ha consentito, a cominciare dagli abitanti dei paesi industriali, un miglioramento della salute e delle condizioni di vita. Come  conseguenza, la popolazione mondiale è rapidamente aumentata dai 1.000 milioni del 1830 ai 2.000 milioni del 1930 ai 4.000 milioni del 1975, ai 6.000 milioni di persone del 2000, e continua ad aumentare, all’inizio del XXI secolo, in ragione di circa 70 milioni all’anno, quasi un miliardo di terrestri in  più ogni tredici anni. 

Ogni persona presente sulla Terra ha bisogno, anche se in grado maggiore o minore, di beni materiali: alimenti, acqua, carta, carburanti, metalli, mattoni, gomma, prodotti chimici, tessuti,  e questi possono essere tratti soltanto dal mondo circostante, dalla natura. La quale è grande, ma non illimitata: l’ecologia spiega bene che una popolazione vegetale o animale, in uno spazio e in un ecosistema di dimensioni limitate, può aumentare fino ad un valore al di là del quale le risorse essenziali — cibo, acqua, spazio per muoversi ed estendersi, capacità di  assimilazione delle scorie dei processi vitali — diventano scarse; a questo punto gli individui che compongono la popolazione vengono in concorrenza e in conflitto fra loro e il loro numero diminuisce oppure alcuni sono costretti a migrare — se esiste un altro habitat in cui andare. 

La stessa regola vale per le popolazioni umane, con una differenza: con l’evoluzione tecnica ed economica aumenta la quantità — e varia la qualità — delle merci usate da ciascuna persona con conseguente aumento della domanda di risorse naturali: non solo cibo e acqua, ma minerali, combustibili fossili, legname. 

Anche le merci hanno una loro “storia naturale” (3). Ogni oggetto fabbricato fa parte di un grande ciclo, di un flusso di materia e di energia che comincia dalla natura e passa attraverso i processi di produzione e di uso — noi non consumiamo le merci, ma le usiamo per un tempo più o meno lungo. Nei processi di trasformazione delle risorse naturali in merci e di uso delle merci si formano delle scorie gassose, liquide e solide, che tornano alla natura: vanno a finire nei grandi corpi riceventi: l’atmosfera, le acque, il suolo. La quantità di tali scorie aumenta in  proporzione alla crescita  merceologica, ma le innovazioni tecniche portano anche ad un continuo cambiamento della qualità delle merci e delle relative scorie. 

Sempre più spesso si osserva che i corpi riceventi naturali non riescono più ad assorbire, disperdere, diluire, trasformare, degradare le scorie delle attività umane tanto che la loro  concentrazione nei corpi riceventi naturali spesso supera i limiti considerati abbastanza sicuri per la salute umana e per la sopravvivenza degli altri animali, dei vegetali e per la conservazione degli equilibri ecologici. 

L’aumento della popolazione mondiale e della quantità delle merci prodotte ed usate, quindi, nello stesso tempo impoverisce le riserve di risorse naturali e fa diminuire la capacità ricettiva dell’ambiente per i rifiuti delle attività umane. Si osserva così la diminuzione delle  riserve di  risorse forestali e di idrocarburi, l’aumento della concentrazione di gas nocivi nell’atmosfera urbana, la crescente difficoltà, in molte zone della Terra, di reperire acqua  di  qualità accettabile per l’alimentazione umana, eccetera. Ma anche l’erosione del suolo, con conseguenti frane e alluvioni, è la conseguenza dello sfruttamento del suolo per fini agricoli o di pascolo, al di là della capacità di ricostruzione della vegetazione protettiva, quella che regola il flusso delle acque sulla superficie.

Che cosa succederà domani ? Vi sono due principali risposte a questa domanda.

Alcuni, partendo dalle “leggi” dell’ecologia, mettono in evidenza che esiste un limite nella disponibilità di risorse naturali del pianeta e nella capacità ricettiva delle scorie delle attività umane e suggeriscono che occorre rallentare e mettere un limite allo “sfruttamento” della natura. Gli odierni sostenitori di un limite alla crescita — della popolazione  mondiale,  delle merci, delle scorie — hanno illustri predecessori, da Malthus (4), a Jevons (5) (che nel  1865 aveva  preconizzato l’esaurimento del carbone delle miniere britanniche), a Stuart Mill (6) e a Pigou (7) e alle loro proposte di società stazionaria, alle prime pubblicazioni del Club di Roma (1971)(8), fino agli economisti un po’ eterodossi come Georgescu-Roegen (9) e ai seguaci della sua bio-economia. 

Altri non fanno fatica a ricordare che molte previsioni di scarsità delle risorse naturali sono state smentite dalla scoperta di altre fonti delle stesse risorse, o da altre soluzioni tecniche (10). Al rischio di esaurimento del carbone ha offerto una soluzione la scoperta di grandi riserve di petrolio; all’esaurimento del  petrolio potrebbe — essi sostengono — dare una  risposta l’uso dell’energia tratta dal nucleo atomico; alla scarsità di cibo può dare una risposta la coltivazione di enormi estensioni di terreno oggi coperte da “inutili” foreste pluviali o che sono oggi desertiche. La tecnica, sostengono questi odierni seguaci del Dottor Pangloss (11),  ci salverà, a condizione che ci sia crescita economica, che aumenti la domanda e la produzione di  merci, che circoli la ricchezza, che si diffonda l’ideale del benessere materiale. 

Ma la tecnica, da sola, ci salverà davvero ? Alcuni problemi di scarsità delle materie prime possono effettivamente essere affrontati con soluzioni tecniche. E’ probabile che il carbone, di cui esistono riserve mondiali cinquanta volte più grandi di quelle del petrolio e del metano,  sia destinato a svolgere un ruolo importante fra  le fonti di energia. 

Il Sole “fabbrica” ogni anno, attraverso la fotosintesi, sulle  terre emerse, 100 miliardi di tonnellate di materiali lignocellulosici, di amido, di proteine, di zuccheri e  grassi, e di tale biomassa vegetale soltanto tre miliardi di tonnellate sono utilizzati ogni anno sotto forma di alimenti, per la produzione della carta o come legname. Altri alimenti, altre merci, potrebbe fornire la biomassa vegetale se miglioreranno le conoscenze sulle sue caratteristiche e  proprietà. Il moto dell’acqua dei grandi fiumi può fornire energia idroelettrica in quantità molto superiore all’attuale, se si costruiranno grandi dighe e laghi artificiali, se si modificherà il percorso dei grandi fiumi. E’ possibile aumentare la quantità di acqua dolce dissalando l’acqua dei mari e degli oceani o ricavare calore e elettricità dal Sole. 

E’ possibile razionalizzare la qualità delle merci, per esempio attraverso la standardizzazione dei prodotti, in modo da ridurre gli sprechi, come è possibile utilizzare più volte, attraverso operazioni di riciclo, molti materiali usati. E’ possibile perfezionare i processi di trattamento e  decomposizione delle scorie delle molte attività umane in modo da renderle innocue o eventualmente da trasformarle in altri materiali utili. Possediamo oggi metodi di indagine chimica e fisica dei materiali, di analisi del territorio, di  elaborazione dei dati, di scrutinio tecnologico che ci potrebbero consentire di identificare in anticipo alcune delle trappole  — inquinamento, mutamento del clima, impoverimento della  diversità biologica — che alcuni dei “futuri possibili” nascondono. 

Spesso, però le soluzioni “tecniche” non fanno altro che spostare l’impoverimento delle risorse naturali da un territorio ad un altro, l’inquinamento dai fiumi al mare, dal suolo all’atmosfera. Talvolta alcune soluzioni tecniche che risolvono i problemi ambientali nel Nord del mondo  aggravano quelli dei paesi del Sud del mondo; alcune soluzioni dei problemi di scarsità della  nostra generazione lasciano problemi irrisolti alle generazioni future. Un caso tipico è offerto dai depositi di scorie tossiche o radioattive che la nostra generazione seppellisce nel suolo e che faranno sentire i loro effetti nocivi sugli abitanti del pianeta fra venti anni o fra un secolo. 

Il dibattito sull’edificazione di una “società sostenibile” (12), cioè di qualità accettabile anche  per le generazioni future, è stato al centro della conferenza delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo, tenutasi a Rio de Janeiro nel giugno 1992 proprio allo scopo di analizzare gli aspetti   economici e politici dei rapporti fra la natura e l’ambiente, da una parte, e lo sviluppo e la  crescita dall’altra. La Conferenza di Rio è stata una riunione non degli scienziati, che altrove espongono i risultati delle loro ricerche, ma dei governanti della Terra e ha mostrato appieno le divergenze  che  esistono, a proposito dello sfruttamento della natura e delle sue risorse, fra gruppi di paesi. 

Da una parte esistono (13) i paesi industrializzati ricchi, in molti casi autosufficienti, di materie prime (Stati uniti, ex-Unione sovietica, Canada, Australia), dall’altra i paesi industrializzati con materie prime scarse, dipendenti dalle importazioni di tali materie (Europa, Giappone); poi vi sono i paesi in via di sviluppo ricchi di alcune delle materie prime  strategiche (paesi arabi, Messico, Venezuela, Nigeria per il petrolio; Nord  Africa per i fosfati; Egitto, India per il cotone; Argentina per la carne, eccetera), alcuni ricchi di mano d’opera a bassissimo costo, e vi è infine un “quarto mondo” di paesi sottosviluppati poveri di materie prime e spesso di tutto. 

Nonostante la gravità della situazione ambientale i governanti della Terra non sono riusciti, a Rio de Janeiro, ad andare al di la’ di una serie generica di dichiarazioni sulla necessità di diminuire gli inquinamenti, di difendere la Terra dalle future modificazioni del clima, di difendere le foreste tropicali, di proteggere la diversità fra specie di vegetali ed animali. I paesi del terzo e del quarto mondo non vogliono che i paesi industriali pongano vincoli allo  sfruttamento delle loro risorse naturali, anche se tale sfruttamento è destinato ad avere riflessi negativi sul futuro del pianeta. 

E le previsioni non sono ottimistiche: una delle recenti Conferenze mondiali sull’energia ha esaminato alcuni possibili scenari della domanda mondiale di energia da oggi al 2020.  Rispetto ad una domanda complessiva di energia (carbone, gas naturale, petrolio, idroelettrica, nucleare) equivalente nel 2000 a circa 9 miliardi di tonnellate di petrolio, nel caso di un aumento estremamente contenuto (e ben poco credibile) dei consumi energetici, la domanda mondiale complessiva di energia nel 2020 potrebbe aggirarsi intorno a 11 miliardi di tonnellate equivalenti di petrolio. Ciò significa che nei primi due decenni del XXI secolo dalle riserve energetiche mondiali dovrebbero essere estratte materie prime — sotto forma di petrolio, carbone, gas naturale — con un “contenuto” di energia di almeno 200 miliardi di tonnellate equivalenti di petrolio. 

Ebbene le riserve mondiali complessive di idrocarburi sono stimate fra 200 e 300 miliardi di tonnellate e sono destinate a impoverirsi drasticamente per i consumi prevedibili anche solo nei prossimi decenni. E 25 anni sono l’estensione appena di una generazione; nel 2020 le matricole che si iscrivono quest’anno 1993 all’Università avranno percorso appena due terzi della loro vita lavorativa; i novanta  milioni di bambini nati nel 1992 avranno appena cominciato il loro cammino di madri e padri di famiglia, di lavoratori nei campi, nelle fabbriche o negli uffici. 

Comunque l’adozione di molte delle soluzioni tecniche di alcuni aspetti della crisi ambientale presuppone più o meno profondi mutamenti di carattere etico, politico ed economico. Gli strumenti tecnico-scientifici saranno, infatti, ben poco efficaci senza il contributo che l’economia politica offre per la correzione degli effetti negativi delle attività umane sull’ambiente. L’economia, del resto, proprio in quanto scienza del comportamento davanti  alla scarsità, si è sempre occupata del problema delle risorse naturali. Se ne sono occupati,  sia pure avendo a disposizione meno dati ecologici di noi, i classici dell’Ottocento e del Novecento. 

All’inizio del Novecento, nel 1912, Pigou, nella prima edizione del libro “Ricchezza e benessere” (14), aveva messo in evidenza che molte attività, pur legittime e profittevoli per  alcuni soggetti economici, arrecano danno ad altri soggetti “esterni” rispetto ai primi. Il caso classico è offerto dalla parabola del vignaiolo che vive tranquillo producendo la sua uva fino a quando, accanto alla sua vigna, si insedia — legittimamente — una  fabbrica che produce  scarpe. Ben presto dal camino della fabbrica cominciano ad uscire dei fumi che danneggiano l’uva e fanno diminuire il guadagno — legittimo — del vignaiolo. Apparentemente un accordo, sotto forma di risarcimento fra inquinatore e inquinato, potrebbe sanare la diseconomia subita dal vignaiolo, ma appare ben presto che gli strumenti privatistici del mercato sono inadeguati:  ciascun soggetto economico inquinato è danneggiato da molti inquinatori, difficilmente  riconoscibili singolarmente; inoltre ciascun inquinatore danneggia un numero di inquinati così grande e così diffuso in un territorio, magari sull’intero  pianeta, che è difficile risarcirli singolarmente. 

A questo fallimento del mercato si può far fronte soltanto con gli strumenti dell’economia pubblica, cioè con interventi della collettività e dello stato. Non fa  meraviglia che siano stati proprio gli studiosi di economia  pubblica (15) a occuparsi per primi di “economia dell’ambiente”, una disciplina ancora troppo poco praticata e diffusa a livello di ricerca e di  insegnamento. Solo con la riforma degli studi universitari di economia, è stato previsto troviamo un corso di laurea in economia ambientale di cui si sentiva da tempo la necessità. 

Gli strumenti dell’economia dell’ambiente (16), del resto, sono spesso già impiegati, anche se empiricamente: lo stato può porre dei divieti, per esempio all’immissione nei corpi riceventi ambientali di agenti dannosi in quantità o concentrazione superiore a un certo limite. E’ quanto avviene con la attuale legge italiana per la difesa delle acque: gli inquinatori, imprenditori o comunità urbane, per rispettare gli standards imposti dalla legge devono depurare  e filtrare i propri scarichi in modo che i  liquidi immessi nei fiumi o nel mare contengano gli agenti dannosi in concentrazioni inferiori ai limiti imposti dalla legge. Spesso i depuratori sono insufficienti o il loro costo è troppo elevato e allora i fabbricanti di merci sono spinti a modificare i propri cicli produttivi impiegando materie alternative e modificando le caratteristiche dei manufatti in modo da produrre meno scorie per unità di prodotto. 

In ogni modo la difesa dell’ambiente, che significa poi l’evitare ad altri soggetti dei danni alla salute e quindi anche economici, fa aumentare i costi delle merci e tale maggiore costo ricade alla fine sulla collettività degli acquirenti di merci. Con l’apparente paradosso che ciascun membro della collettività dei cittadini deve pagare per quello che dovrebbe essere un diritto, il diritto a respirare aria pulita e bere acqua non contaminata. Senza contare che il maggior costo per unità di merce ricade maggiormente sulle classi meno abbienti i cui membri non possono comunque fare a meno di acquistare certi beni essenziali. 

Per far fronte a queste disuguaglianze la scienza economica suggerisce che lo Stato dia un contributo finanziario a chi costruisce i depuratori o a chi modifica i cicli produttivi, una soluzione che piace agli inquinatori perché permette di evitare le spese per i depuratori e piace ai fabbricanti di filtri e depuratori (che talvolta sono poi gli stessi produttori di merci inquinanti) i quali trovano nuove occasioni di lavoro e di affari. Il costo dei finanziamenti pubblici per i depuratori — previsti, del resto, insieme agli standard degli effluenti, nell’attuale legge italiana per la difesa delle acque contro l’inquinamento — ricade sulla collettività attraverso le imposte e dovrebbe, teoricamente, ricadere sui cittadini in proporzione al loro reddito. 

Un terzo interessante strumento per rallentare o diminuire l’inquinamento ambientale è rappresentato dalle imposte sulle merci inquinanti. Le imposte sulle merci rappresentano uno strumento classico usato dall’economia pubblica, talvolta per ottenere soldi per lo Stato — dalla tassa sul macinato alle imposte sulla benzina — ma che potrebbero anche essere usate (e  talvolta sono state usate) per scoraggiare i consumi di certe merci considerate dannose: le bevande alcoliche, o le merci che fanno concorrenza a prodotti da proteggere. 

Le imposte di fabbricazione o di “consumo” sono quelle che hanno attratto la maggiore attenzione degli studiosi di economia ambientale. Un interessante esempio è offerto dalla proposta di una imposta sui combustibili. Si parte dal presupposto che il crescente uso dei combustibili fossili — carbone, prodotti petroliferi, gas naturale — provochi un aumento della concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera. Il carbonio presente, sia pure in diversa proporzione, per unità di valore energetico, nei principali combustibili usati nel mondo si trasforma, attualmente, ogni anno in circa 25 miliardi di tonnellate (nel 1990) di anidride carbonica che in parte va ad aggiungersi allo stock di questo gas già presente nell’atmosfera. 

Secondo i migliori calcoli, l’aumento della concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera porta, su scala di decenni, ad un mutamento dell’equilibrio fra radiazione solare ricevuta dalla Terra e radiazione re-irraggiata negli spazi  interplanetari: aumenta la frazione di calore trattenuta nell’atmosfera terrestre. Tale cambiamento porta ad un aumento della temperatura media del pianeta (il complesso fenomeno che, in termini giornalistici, viene  chiamato “effetto serra”) che potrebbe avere come conseguenza l’avanzata dei deserti, la fusione di una parte dei ghiacci permanenti e l’aumento del livello dei mari. 

Immaginiamo che i governi del mondo — non basta l’azione di un solo governo o di un gruppo di governi — decidano di fermare questa tendenza che può compromettere le  condizioni di vita delle generazioni future, applicando una imposta sui combustibili fossili. Immaginiamo che tale imposta sia proporzionale al contenuto in carbonio dei combustibili —  una carbon tax — maggiore, perciò, a parità di energia liberata, sul carbone, minore sui prodotti petroliferi e ancora minore sul metano. 

L’aumento di prezzo dei vari combustibili dovrebbe scoraggiare  il loro uso, far diminuire l’afflusso di  nuova  anidride carbonica  nell’atmosfera e rallentare,  percio’,  l’”effetto serra”, potrebbe spingere verso tecniche di razionalizzazione dei cicli produttivi, dei macchinari e degli elettrodomestici e  potrebbe  incentivare il ricorso  alle  fonti  energetiche rinnovabili.  Secondo la proposta corrente di carbon tax (ci sono  numerose varianti  proposte  dai vari governi e  dai  loro  scienziati sociali)  verrebbe ad essere incentivato l’uso del metano  e, in  ordine successivo, dei prodotti petroliferi, di cui  esistono riserve scarse. 

I carboni fossili verrebbero gravati di una imposta maggiore (sempre per unità di energia liberata) benché le loro riserve mondiali oggi note siano circa 50 volte superiori a quelle del petrolio e del metano messi insieme. Dal punto di vista della scarsità energetica futura, sembrerebbe più razionale incentivare le tecniche per l’uso del carbone in forma meno inquinante dell’attuale, piuttosto che svuotare ancor più rapidamente i pozzi di idrocarburi. Comunque una carbon tax porterebbe ad un aumento del prezzo delle merci e ad un rallentamento del loro consumo, il che non piace agli imprenditori dei paesi industriali. 

Ma l’idea di una carbon tax non piace neanche ai paesi in via di sviluppo: molti di essi sono esportatori di carbone, di petrolio e di metano per cui un contenimento dei consumi di questi combustibili fossili porterebbe alla contrazione delle loro esportazioni e dei loro introiti. Inoltre un aumento generalizzato del prezzo dei combustibili fossili farebbe costare di più i manufatti e i macchinari e ne renderebbe più difficile l’acquisto da parte dei paesi poveri. 

Per ristabilire una qualche forma di giustizia nella disponibilità di fonti energetiche qualcuno (17) ha proposto di assegnare ai vari paesi una quota di diritto al consumo dei combustibili fossili proporzionale al numero di abitanti: una quota commerciabile, per cui un paese povero potrebbe vendere ad un paese industrializzato una parte della razione di kilocalorie fossili  spettante ai suoi abitanti e con il ricavato potrebbe costruire scuole, ospedali, università, eccetera. 

La corretta applicazione e l’efficacia di una imposta ambientale presuppone, comunque, la disponibilità di un insieme di conoscenze tecniche, scientifiche ed economiche di grande mole. La scelta delle merci da colpire e l’entità dell’imposta presuppone di conoscere il mercato e di prevedere ragionevolmente la sua evoluzione alla luce delle innovazioni  scientifico-tecniche, di conoscere la situazione ambientale odierna, la sua prevedibile  evoluzione, gli effetti inquinanti dell’uso di ciascuna merce rispetto a tutte le altre fonti di inquinamento e gli effetti macroeconomici  delle  imposte previste. 

Si può, d’altra parte, osservare che una imposta “ecologica” può diventare uno strumento di nuova progettazione e pianificazione delle merci. A questo fine occorre elaborare altre scale di valore delle merci (3), diverse da quelle rappresentate dal loro costo e prezzo in unità monetarie. Per esempio di ciascuna merce sarebbe bene conoscere il “contenuto” in materie prime naturali, o in “energia” richiesta nella produzione o nell’uso, o la quantità di rifiuti associati alla sua storia naturale. Verrebbe così a valere di più un oggetto o un  macchinario che, a parità di servizio offerto, richiede meno risorse naturali, meno energia, genera meno rifiuti. Una vera rivoluzione nel delicato e scivoloso terreno della teoria del valore. 

Un merceologo come me, nell’ambito delle sue limitate conoscenze, può solo intuire che l’incontro dell’economia con l’ecologia, se lungimirante, comporta un profondo cambiamento di mentalità, di comportamento, forse di regole politiche e sociali, come sembra indicare, per esempio, il dibattito in corso su capitalismo, natura, socialismo, marxismo (18). 

Già queste poche considerazioni mostrano che il superamento della crisi ambientale rappresenta una grande — e bella — sfida per la ricerca e l’insegnamento universitario. Si tratta non soltanto di diffondere conoscenze naturalistiche, tecniche ed economiche, ma anche di abituare i nostri studenti a guardare il futuro e a guardare il pianeta nella sua interezza. 

Per dare ai cinque miliardi e mezzo di Terrestri di oggi non solo cibo sufficiente, abitazioni adeguate, acqua ed aria pulita, ma anche dignità, conoscenze, lavoro, libertà, occorrono nuovi profondi mutamenti nei nostri modi di produrre e consumare. Occorre la fantasia per inventare nuove merci e macchine al servizio dei bisogni umani e non delle effimere mode, occorre il coraggio di dire “no” a merci e comportamenti che compromettono la qualità dell’ambiente e quindi la dignità della vita umana, anche per persone distanti da noi nello  spazio, per persone che verranno ad abitare il pianeta nei decenni futuri — per il nostro “prossimo del futuro”. 

Continuare su questa strada perché è l’unica che conosciamo significa incancrenire gli egoismi, creare le condizioni per nuovi conflitti, locali e internazionali, per la conquista del  petrolio, dell’acqua, dei pascoli, delle miniere, di spazi in cui scaricare i rifiuti. La strada dei mutamenti comporta più conoscenze, più ricerca, più coraggio, più fatica, ma è anche quella che crea nuova stabile occupazione, che libera centinaia di milioni di esseri umani dalla miseria. 

Questo anno accademico inizia a 2500 giorni dall’entrata dell’umanità nel ventunesimo secolo e in tale secolo passeranno la maggior parte della loro vita gli studenti che entrano oggi per la prima volta nelle aule e nei laboratori universitari. Da loro e da noi, insieme, uniti nella comunità dello studio, dipende la possibilità di proteggere le fragili risorse di questo pianeta, la nostra unica casa nello spazio, in modo che sia dignitoso e gradevole viverci come esseri umani.

Note 

(1)  Patrick  Geddes (1854-1933), nel libro: “Cities  in evolution” (1915; traduzione italiana col titolo: “Città in evoluzione”, Milano, Il Saggiatore, 1970), ha diviso la storia dell’umanità in un periodo eotecnico, durato fino al XVII secolo, quando ha inizio il periodo paleotecnico, caratterizzato dall’uso del carbone, del ferro, delle macchine e da crescenti inquinamenti e impoverimento delle risorse naturali. Geddes auspica, infine, l’avvento di una “società neotecnica”, libera da molti dei guasti che conosciamo. Questo suggestivo “racconto” è stato ripreso da Mumford (2). 

(2)  Lewis Mumford (1895-1990), “Technics and civilization”, New York, Brace & World Inc., 1934; traduzione italiana col titolo: “Tecnica e cultura”, Milano, Il Saggiatore, 1961. 

(3)  G. Nebbia, “Storia naturale delle merci”, Rassegna Chimica (Roma), 43, (6), 351-359 (novembre-dicembre 1991); anche: “Le merci e i valori”, Milano, Jacabook, 2002 

(4)   Come è ben noto, il primo saggio sulla popolazione di T.R. Malthus (1766-1834) è stato pubblicato anonimo col titolo: “An  essay  on the principle of  population, as it affects the future improvement of society”, nel 1798 (traduzione italiana col titolo: “Il primo saggio sulla  popolazione”, Bari, Laterza, 1976). La seconda edizione, molto ampliata, è apparsa col nome dell’autore nel 1803; le edizioni successive sono apparse nel 1806, 1807, 1817 fino alla sesta del 1826. Sulla sesta edizione inglese è stata fatta la traduzione italiana (“Saggio sul principio di popolazione”) apparsa nei volumi XI e XII della seconda serie della  “Biblioteca  dell’economista”, Torino, Pomba, 1868 (ristampa Torino, UTET, 1953). 

(5)  W.S. Jevons (1835-1882), “The coal question”, London, Macmillan, 1865, 1866. L’unica (e peraltro parziale) traduzione italiana è apparsa nei Quaderni di storia ecologica, Milano, Cooperativa Universitaria Editrice di Scienze Politiche, n. 2, luglio 1992. 

(6)  John Stuart Mill (1806-1873), “Principles of political economy”, London, Parker, 1848; traduzione italiana col titolo: “Principi di economia politica”, Torino, UTET, 1954. Il VI capitolo del IV libro è intitolato: “Dello stato stazionario” ed è tradotto anche nella raccolta di passi pubblicata in: “Principi di economia politica”, Roma, Editori  Riuniti, 1979, p. 123-130. 

(7)   A.C. Pigou (1877-1959), “The economics of stationary states”, London, Macmillan, 1935 

(8)   D.H. Meadows, W.W. Behrens, D.L. Meadows e J. Randers, “The  limits to growth. A report for the Club of Rome’s project for the predicament of Mankind”, New York, Universe Books, 1972; traduzione italiana col titolo (errato): “I limiti dello sviluppo”, Milano, EST Mondadori, 1972. Nella traduzione sono stati saltati alcuni passaggi del testo originale. Gli autori hanno pubblicato una “rivisitazione” della loro opera di venti anni prima: D.H. Meadows, D.L. Meadows e J. Randers, “Beyond the limits. Confronting global collapse, envisioning a sustainable future”, Post Mills  (VT, USA), Chelsea Green Publishing Co., 1992. 

(9)  Di Nicholas Georgescu-Roegen molti saggi sono stati tradotti anche in italiano (cfr., per es.: “Energia e miti economici”, Torino, Boringhieri, 1998), ma l’opera principale resta: “The entropy law and the economic process”,  Cambridge (MA, USA), Harvard University Press, 1971, non tradotta in italiano. Per qualche considerazione sulla bioeconomia cfr., per es.: G.  Nebbia, “La bioeconomia: somiglianze e diversità fra fatti economici e fatti biologici”, Rassegna Economica (Napoli), 52, (3), 521-544 (luglio-settembre 1988). 

(10)  Una sferzante critica della cultura dei “limiti” è stata scritta dall’economista inglese  Wilfred Beckerman, “Economists, scientists, and environmental catastrophe”, Oxford  Economic Papers, N.S., 24, (3),  327-344  (novembre 1972). 

(11)  Lo sconsiderato ottimista per eccellenza, deriso da Voltaire nel “Candide” (1759), ha offerto lo spunto per un articolo sull’ottimismo ecologico: E.J. Mishan, “Pangloss on pollution”, Swedish Journal of Economics73, (1), 113-120 (marzo 1971). 

(12)   World Commission on Environment and Development, “Our common  future”,  Ginevra, 27 aprile 1987, London, Oxford University Press, 1987; traduzione italiana col titolo: “Il futuro di noi tutti. Rapporto della Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo”, Milano, Bompiani, marzo 1988. Cfr. anche, per es.: G. Nebbia, “Uno sviluppo economico sostenibile  per il XXI secolo”, Annali della Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Bari, N.S., 29, 243-258 (1990). 

(13)  Questa suddivisione è ispirata ad una idea contenuta nell’articolo dell’economista inglese Barbara Ward, “First, second, third, and fourth worlds”, The Economist, 18 maggio 1974, p. 65-66, 69-70, 73. 

(14)  A.C. Pigou, “Wealth and welfare”, 1912. Nelle edizioni successive il libro ha assunto il titolo: “The economics of welfare”, London, Macmillan, 1920; quarta edizione 1932; traduzione italiana, Torino, 1934. 

(15)  Il primo degli economisti italiani che ha affrontato questo tema è stato Emilio Gerelli del quale si può vedere, fra i molti altri scritti: “Economia e tutela dell’ambiente”, Bologna, Il Mulino, 1974 

(16)  Una sintesi degli “strumenti” dell’economia applicabili alla lotta contro le nocività ambientali è contenuta nel saggio di R.M. Solow, “The economist’s approach to pollution and  its control”, Science173, 498-503 (6 agosto 1971); traduzione italiana in: G. Cannata (a cura di), “Saggi di economia dell’ambiente”, Milano, Giuffre’ Editore, 1974, p. 141-162. Il volume di Cannata contiene molti altri lavori e una vasta bibliografia: nel 1974 erano già state scritte molte delle cose utili per conoscere gli strumenti economici con cui affrontare la crisi ambientale. 

(17)  Michael Grubb, “The greenhouse effect: negotiating targets”, The Royal Institute of International Affairs, 10 St James’s Square, London SW1Y 4LE, 1989. Si veda anche la recensione apparsa in New Scientist, 4 agosto 1990, p. 63-64. 

(18)  Il dibattito prese l’avvio già alla fine degli anni sessanta del Novecento e si è svolto attraverso centinaia di libri e articoli. Dal 1989 è pubblicata la rivista Capitalism, Nature, Socialism (Vol. 1, 1989). Una edizione italiana, contenente anche saggi che non compaiono nell’edizione americana, è pubblicata, col titolo: Capitalismo, Natura, Socialismo: vol. 1, 1991, vol. 14, 2004. A Barcellona è pubblicata anche una edizione spagnola.