SM 1699a — Sulcis: quel carbone sprecato — 1993

This entry was posted by on sabato, 1 settembre, 2012 at
Print Friendly

l’Unità, 15 maggio 1993 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Che senso ha disporre di un miliardo di tonnellate di carbone e lasciarlo nelle viscere della Terra, contro la volontà delle popolazioni che vorrebbero lavorare nelle miniere, per importarel’equivalente quantità di combustibili con una spesa di 50.000 miliardi di lire ? Me  lo chiedevo assistendo ad una ennesima manifestazione di lavoratori sardi che chiedono al potere politico ed economico quello che è il loro diritto: il lavoro. 

A dire la verità il carbone del Sulcis, per limitare il discorso a questo aspetto del complesso problema delle attività minerarie della Sardegna, non è mai stato amato da nessuno da quando ne sono stati scoperti i giacimenti fin dal secolo scorso. 

Quando l’Italia è stata un satellite delle potenze austro-germaniche il carbone necessario per la nascente siderurgia e industria italiana era fornito dalla Germania; si trattava di carbone di qualità merceologica migliore di quella delle lignite sarde che hanno elevata umidità, basso potere calorifico, elevato contenuto in ceneri (dal 10 al 20 %) e in zolfo (dal 6 al 10 %). Anche prima che si sviluppasse una attenzione ecologica, gli utilizzatori del carbone avevano riconosciuto che ceneri e zolfo sono caratteristiche indesiderabili e che il carbone sardo stava meglio dove era, sottoterra. 

Soltanto durante la prima guerra mondiale, rotti i rapporti con la Germania, il governo italiano cercò in fretta e furia una fonte interna di carbone e furono utilizzate le miniere sarde  per una produzione che solo nel 1918 superò i due milioni di tonnellate. La produzione scese fra 300 e 400 mila tonnellate all’anno negli anni trenta, quando il carbone poteva essere acquistato dovunque nel mondo, fino all’avvio della politica  autarchica fascista. 

L’autarchia nel campo dei combustibili prevedeva lo sviluppo dei poli di produzione delle ligniti in Istria, in Toscana e in Sardegna, con possibilità di ottenere benzina sintetica per idrogenazione dei carboni, anche poveri, nei due impianti di Livorno e di Bari dell’ANIC, la Azienda nazionale per l’idrogenazione (appunto) dei combustibili. 

In quest’ambito fu costruita Carbonia, la “new town” inaugurata nel dicembre 1938, e si sviluppò in Sardegna una cultura mineraria e carbonifera che contribuì alla nascita di una società operaia e di una solidarietà di classe, al di la di quanto potesse prevedere il regime fascista. Quando parlo di cultura mineraria penso alla nascita di istituti tecnici specializzati, di una scuola di ingegneri e geologi nelle Università della Sardegna e alla crescita di conoscenze tecniche e scientifiche sui carboni dell’isola. 

A parte la produzione degli anni di guerra, negli anni cinquanta e sessanta l’estrazione del carbone del  Sulcis è continuata fiaccamente e con poca convinzione, affidata ad un ente dopo l’altro. Intanto in tutto il mondo venivano messi a punto processi e tecniche  di utilizzazione delle ligniti, anche di qualità peggiore di quelle della Sardegna, ma l’Italia del miracolo era dominato dagli interessi delle grandi compagnie petrolifere: che cosa potevano mai contare duemila lavoratori sardi e le loro famiglie ? Che peso poteva mai avere la voce dei senatori Spano, Basso, Bitossi ? 

L’ente elettrico di stato nasce petrolio-dipendente e la Sardegna riesce ad ottenere soltanto la costruzione di una centrale termoelettrica a Porto Vesme.funzionante in un primo tempo con carbone sardo. Quando le attività minerarie vengono trasferite all’ENEL, anzi, la prima cosa che l’Ente di stato fa è chiudere — nel 1972, alla vigilia della prima grande crisi petrolifera — definitivamente le miniere di carbone. 

Qualcuno un giorno dovrà pure raccontare questa storia di miopia merceologica che, per non disturbare saldi intrecci di importazioni e di commerci petroliferi, è costata disoccupazione alla Sardegna e alti costi di produzione dell’elettricità, quando il petrolio è decuplicato di  prezzo, in pochi mesi, dopo il 1973. 

La crisi petrolifera del 1973 spinse tutti i paesi industriali a guardare di nuovo al carbone e al suo uso con tecnologie innovative e non inquinanti: il governo americano mandò una squadra di storici e di ingegneri a riesaminare l’enorme documentazione raccolta dopo la guerra nella  Germania nazista sulla trasformazione del carbone in benzina sintetica, una tecnologia che continua ad essere utilizzata nel Sud Africa. 

Anche in Italia si decise, sia pure lentamente, di utilizzare il carbone nelle centrali termoelettriche, ma invece di pensare a riaprire le miniere sarde, adottando nuove tecnologie avanzate di combustione e trasformazione delle ligniti, l’ENEL ricorse a massicce importazioni di carbone, ancora oggi (1993) di circa 8 milioni di tonnellate all’anno, per le  sole centrali termoelettriche. 

E intanto il carbone del Sulcis continua a riposare sotto terra. Solo agli inizi degli anni ottanta si torna a parlare dell’uso del carbone Sulcis, come tale o previa gassificazione. Ma quando non si vuole fare una cosa si trovano sempre esperti disposti a dichiarare che le tecniche di  gassificazione, o di combustione non inquinante non sono economiche, devono ancora essere perfezionate. E si arriva così alla cancellazione dei pur modesti investimenti per avviare  qualche sperimentazione, l’ennesimo inganno, e alla giusta protesta della popolazione sarda. 

La principale obiezione all’uso del carbone Sulcis è che costa troppo. Immaginiamo anche che sia vero che, a parità di contenuto energetico, il carbone sardo costi di più di quello americano o sudafricano che alimenta oggi le centrali ENEL. 

Rovesciamo però il ragionamento: il valore del carbone acquistato dall’ENEL per le sue centrali attualmente si può stimare intorno a 400 miliardi di lire all’anno, pagati dai cittadini attraverso le tariffe elettriche. Se consideriamo i costi, che ricadono sulla collettività, del non-lavoro in Sardegna, della cassa integrazione, della disoccupazione, dell’impoverimento di diecine di migliaia di cittadini sardi, si vede bene che sarebbe molto più conveniente avviare  con convinzione, lungimiranza e coraggio la riapertura delle miniere di lignite, l’applicazione di nuove tecniche di estrazione e di trasformazione e investire sul futuro del Sulcis. 

I nuovi processi per usare in maniera ecologicamente accettabile il carbone Sulcis, pur con il suo contenuto in ceneri e zolfo, ci sono e sono noti e applicati in varie parti del mondo. Trattando il carbone con vapore acqueo ad alta  temperatura è possibile trasformare il carbone in una miscela di gas combustibili — ossido di carbonio e idrogeno — dai quali possono  essere separati i composti contenenti zolfo che possono addirittura essere trasformati in zolfo  o composti chimici come acido solforico. 

Le ceneri restano nel reattore e  possono essere separate senza che inquinino l’atmosfera. I  gas ottenuti dal carbone potrebbero essere impiegati per alimentare la centrale di Porto Vesme o potrebbero essere immessi in reti di distribuzione, simili ai metanodotti, trasportati  in altre località dell’isola e utilizzati, eventualmente nelle altre centrali termoelettriche, o come fonti di riscaldamento, o addirittura come materie prime per sintesi chimiche. Il che offrirebbe un’occasione per un rilancio della chimica dell’isola, anch’essa agonizzante. 

Secondo altre tecniche il carbone può essere trattato, sempre alla bocca della miniera, con idrogeno e trasformato in idrocarburi liquidi e gassosi più pregiati utilizzabili anch’essi come combustibili o come materie prime per altre sintesi chimiche. 

Importanti prospettive potrebbero essere offerte dalla gassificazione sotterranea del carbone: attraverso pozzi verticali l’aria ad alta temperatura viene immessa negli strati carboniferi; l’ossigeno trasforma una parte del carbone, in profondità, in una miscela di gas combustibili che tornano in superficie attraverso altri pozzi verticali. Questa tecnica potrebbe essere applicata nelle condizioni geologiche del bacino del Sulcis ? 

Io penso che occorrerebbe una mobilitazione non solo delle coraggiose e competenti forze del mondo scientifico sardo, ma delle competenze di ricerca, applicazione e tecnologia dell’intero paese.  Si spendono enormi cifre di denaro per ricerche spesso irrilevanti; una frazione di tali  spese, investita in Sardegna e finalizzata alla valorizzazione delle risorse naturali dell’isola, risolverebbe problemi umani che riguardano l’intera collettività italiana. 

Ad esempio un centro di iniziativa e documentazione sulle tecniche di utilizzazione delle ligniti povere, da insediare proprio nel Sulcis, col contributo degli studiosi di geologia, merceologia, ingegneria, chimica di tutta Italia, sarebbe una maniera per dimostrare ai lavoratori della Sardegna che ci sentiamo coinvolti tutti nel loro futuro. Un futuro che potrebbe vedere la Sardegna trasformata in polo tecnico-scientifico ed energetico, in grado di  esportare elettricità al Continente, grazie al lavoro della sua gente e alle sue risorse naturali interne.