SM 1689 — Il New Deal — 1993

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La Gazzetta del Mezzogiorno, 8 e 15 febbraio 1993 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Il suolo esposto all’erosione; le valli allagate dai fiumi in piena; lo spettro della disoccupazione; elezioni truccate e uomini politici corrotti; la grande criminalità che si ingrassa sui traffici illeciti; i magazzini pieni di raccolti agricoli e gli agricoltori travolti dai debiti; evasione delle tasse e sfacciate ricchezze; cibi sofisticati e montagne puzzolenti di rifiuti: non è il quadro dell’Italia del 1993, ma quella degli Stati Uniti del 1933, sessant’anni fa, che elesse come presidente Franklin Delano Roosevelt. 

Roosevelt si insediò alla Casa Bianca il 4 marzo (allora si usava così, mentre adesso il presidente eletto si insedia a metà gennaio), dopo aver stravinto le elezioni contro il precedente presidente, Hoover, l’uomo della grande crisi del 1929. 

Roosevelt, che molti anni prima era stato colpito dalla poliomielite e doveva muoversi in carrozzella, arrivò al governo dell’America senza grandi progetti, ma con una grande carica di entusiasmo e una ferma volontà di fare uscire il paese dalla crisi. Che era una crisi economica, ma soprattutto una crisi di fiducia nel futuro. Roosevelt seppe circondarsi da persona con la stessa carica di fiducia e onestà e avviò un programma, un nuovo patto, un nuovo corso — il “New Deal” — che merita di essere letto perché era basato su iniziative che chiameremmo oggi ecologiche e che, a dire il vero, erano molto più lungimiranti di molte proposte ambientaliste in circolazione oggi a tanti anni di distanza. 

La criminalità organizzata per bande, o gangs (i cui affiliati abbiamo imparato a conoscere col nome di gangsters nei film polizieschi), traeva illimitati profitti dal contrabbando delle bevande alcoliche, il cui uso era stato vietato alcuni anni prima. Il proibizionismo dava vita alla distillazione clandestina di alcol, all’importazione di bevande alcoliche dal Canada, attraverso funzionari di dogana corrotti che chiudevano gli occhi; le bande, organizzate, secondo le rigide leggi della mafia, in “famiglie” che si erano divise il territorio dell’immenso paese, proteggevano la distribuzione e i bar clandestini e reinvestivano i guadagni nel gioco d’azzardo, nella prostituzione, negli affari. 

La prima iniziativa di Roosevelt fu di carattere merceologico; propose e fece approvare in tre giorni dalla Camera e dal Senato una legge che legalizzava il commercio della birra con 3,2 gradi alcolici. Nel momento in cui era disponibile una sia pur blanda bevanda alcolica, veniva dato un colpo decisivo al commercio clandestino dell’alcol e alle bande criminali che lo sostenevano. 

Appena insediato Roosevelt capì l’importanza di spiegare a viva voce, le sue iniziative alla gente sfiduciata, nelle città e nelle campagne, ai disoccupati, ai poveri, ai suoi avversari: il 12 marzo 1933, la settimana dopo l’insediamento, Roosevelt inaugurò la serie delle chiacchierate accanto al camino” (i “fireside chats”), trasmesse in tutto il paese per radio (allora non c’era la televisione), ma forse per questo ancora più efficaci. 

Ma di particolare importanza furono le iniziative del New Deal nel campo delle risorse naturali. L’erosione del suolo, che aveva distrutto milioni di ettari di terreno fertile, dipendeva dal diboscamento e dallo sfruttamento eccessivo dei pascoli; l’acqua correva sui terreni non protetti dalla vegetazione e allagava il fondo delle valli. Roosevelt capì l’importanza dei boschi che, scrisse, “sono i polmoni del nostro paese perché purificano l’aria e danno nuova forza alla nostra gente”. Il 31 marzo 1933, meno di un mese dopo l’insediamento, creò il servizio di difesa del suolo e, nell’estate del 1933, 300.000 giovani celibi, dai 18 ai 25 anni, figli di famiglie assistite dal governo, furono impegnate nei boschi per la conservazione del suolo, la pulizia dei ruscelli, la creazione di laghetti artificiali, per la lotta contro gli incendi, per piantare alberi. In tre anni più di due milioni di giovani parteciparono al servizio di rimboschimento piantando 200 milioni di alberi. 

Per far fronte alle eccedenze agricole il governo di Roosevelt stabilì dei sussidi agli agricoltori, in modo che potessero esportare tali eccedenze, e avviò un programma di utilizzazione dei prodotti e sottoprodotti agricoli anche a fini industriali. In questo periodo fu inventata la parola “chemiurgia” per indicare le tecniche di trasformazione dei prodotti e dei sottoprodotti agricoli in alcol etilico, che poteva essere utilizzato come carburante per autoveicoli e da cui era possibile ottenere gomma sintetica che l’America doveva importare, o in altri materiali industriali. Furono studiate tutte le nuove colture adatte alle terre aride del sud degli Stati Uniti per ricavarne gomma naturale alternativa a quella dell’Hevea, fibre tessili naturali, eccetera. 

Ma soprattutto Roosevelt lanciò il grande progetto di sistemazione del corso dei fiumi. I suoi ministri compresero che i grandi bacini idrografici, che attraversano vari stati, dovevano essere amministrati in maniera unitaria (soltanto adesso in Italia si comincia a considerare i bacini idrografici come l’unità di base per la difesa del suolo). Il 18 maggio 1933, due mesi dopo il suo insediamento, Roosevelt creò la Tennessee Valley Authority, una agenzia federale, cioè dipendente dal governo centrale, per la regolazione del corso del fiume Tennessee — che va dalle montagne del nord, alle piantagioni di cotone del sud — con un sistema di dighe e laghi artificiali in modo da fermare le alluvioni e da produrre energia elettrica. Fu la prima rete di centrali elettriche statali, che potevano fornire elettricità alle industrie, all’agricoltura e che potevano alimentare fabbriche, pure governative, di concimi. Si trattava proprio di andare in senso contrario — con una industria controllata dallo stato — a quello seguito attualmente in Italia con la vendita ai privati delle vecchie industrie statali. Intorno a questo nucleo di dighe, centrali, fabbriche, fu avviata l’utilizzazione, sempre nella valle del Tennessee, delle miniere di fosfati e dei giacimenti di carbone, opere in cui trovarono lavoro milioni di disoccupati. 

All’inizio della corsa all’ovest, nel 1800, tutte le terre erano di proprietà dello stato americano; lentamente i pionieri avevano ottenuto, quasi gratis, la proprietà o le concessioni di enormi estensioni di praterie, miniere, boschi, pozzi petroliferi, sfruttati senza limite e senza rispetto per l’ambiente. Roosevelt rivendicò al governo federale la proprietà delle terre demaniali ancora date in concessione, sollevando le ire dei grandi allevatori e delle compagnie minerarie e petrolifere, costretti a pagare un diritto di uso di un bene collettivo. Con questa decisione veniva restituito al popolo americano una delle sue grandi ricchezze naturali: anche questo passo era in direzione esattamente contraria all’attuale tendenza italiana di privatizzare i beni demaniali. 

Proprio nell’anno della nomina di Roosevelt alcuni studiosi avevano denunciato in un libro: “Cento milioni di cavie”, le frodi alimentari che esponevano i consumatori americani a frodi, a prodotti contaminati da residui di sostanze tossiche e pesticidi, a prodotti alterati. Roosevelt riorganizzò il servizio repressione frodi sconfiggendo i responsabili di speculazioni e frodi e ridando fiducia ai cittadini. 

Le città americane ereditate dall’amministrazione Roosevelt erano degradate, sporche, inquinate, con edifici fatiscenti. Roosevelt ebbe chiara la necessità di rilancio della cultura urbanistica, di un riequilibrio fra città e campagna. Non a caso proprio nel 1934 esce il libro di Lewis Mumford, “Tecnica e cultura”, il primo della serie sulla rinascita delle città e sulla rivoluzione “neotecnica” (fu Mumford a lanciare questo nome). 

Il New Deal non fu un cammino facile; come tutti i governi anche quello di Roosevelt era dilaniato da gelosie di competenze, dall’opposizione dei grandi industriali e proprietari terrieri, ma Roosevelt seppe mobilitare il popolo americano. Fu il primo a riconoscere l’importanza dei mezzi di comunicazione di massa: molti giornali gli erano ostili, ma un gran numero di scrittori, attori, registi, raccontarono il nuovo corso dell’America e le speranze che aveva sollevato. Furono prodotte decine di film che mostravano come la fame poteva essere sconfitta, come la speculazione e lo sfruttamento dei lavoratori potevano essere fermati, come la criminalità poteva essere battuta, come si poteva ricuperare una democrazia di base contro i “politicanti” di professione, corrotti. 

Il New Deal riscosse enorme attenzione a livello internazionale: nell’Italia fascista, ma soprattutto dopo la Liberazione. La “programmazione” si ispirò al New Deal, anche se le relative strutture italiane incontrarono ostacoli che l’hanno resa molto meno efficace.  

Lo stesso movimento ambientalista è stato in ritardo rispetto alle intuizioni del New Deal e la rilettura di quel periodo — pur pieno di contraddizioni — merita ancora di essere fatta. Arthur Schlesinger ha scritto tre celebri volumi sul “New Deal” (pubblicati anni fa dall’editore Il Mulino). Ne vorrei proporre la rilettura ai nostri governanti che in questi momento cercano di fare uscire il paese dalla crisi che è, oggi in Italia come sessant’anni fa in America, una crisi di sfiducia più che economica.

Chi sa che qualcuno non abbia voglia di rilanciare un progetto di nuovo corso, merceologico ed ecologico, anche da noi a 2500 giorni dal ventunesimo secolo ?

L’articolo è stato scritto nel 1993, a sessanta anni dall’inizio del New Deal, e viene riproposto nel 2013, a ottanta anni dal New Deal, in un’Italia per cui valgono ancora di più le considerazioni esposte venti anni prima