SM 1685 — Specchi in orbita — 1993

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La  Gazzetta del Mezzogiorno, 24 gennaio 1993 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Nei giorni scorsi alcuni giornali hanno riferito che i russi hanno messo a punto un progetto per installare in orbita una rete di satelliti artificiali, muniti di specchi, che rifletterebbero permanentemente la radiazione solare al suolo: vaste zone della Siberia verrebbero così scaldate, diventerebbero coltivabili ed abitabili uscendo dalla lunga notte a cui sono destinate dallo loro posizione settentrionale che fa arrivare solo una modesta intensita’ della radiazione solare.

Il progetto ha sollevato varie interessanti discussioni. La prima domanda è: si tratta di una cosa fattibile ? La risposta e’ senza dubbio positiva. Possono occorrere cifre gigantesche, milioni di ore di lavoro, intere fabbriche destinate a fabbricare specchi riflettenti leggerissimi, un adeguato numero di satelliti per la posa in orbita della grande superficie riflettente. Se l’operazione fosse utile è certamente fattibile con le tecniche oggi note. La seconda domanda e’: si tratta di una impresa utile ? Al di la’ dei costi, rendere fertili, abitabili e illuminate, grazie all’aumento artificiale dell’irraggiamento solare, alcune zone della Siberia può far aumentare i raccolti, può contribuire a rendere accessibili le gigantesche risorse energetiche e minerarie della Siberia ? Agli eventuali vantaggi possono far riscontro effetti negativi ?

Le risposte possono essere due e valgono non solo per il nuovo progetto di specchio orbitale.

La prima riguarda un principio che chiamerei del Dottor Pangloss. Nel libretto “Candido” (recentemente distribuito insieme ad un numero di L’Espresso) l’autore Voltaire racconta che il piccolo Candido impara dal suo precettore Pangloss che tutto e’ fatto per un fine che e’ il migliore possibile. Pertanto, per restare al nostro caso, se uno specchio solare puo’ essere fatto e’ certo per realizzare il migliore dei mondi. Il Dottor Pangloss ha sempre avuto molti discepoli: coloro che hanno pensato e pensano che l’uso della tecnica è buono in se, qualunque ne siano le conseguenze.

La letteratura tecnica e’ piena — e sarebbe un bel tema per una tesi di laurea — di progetti difesi con grande energia per modificare anche su larga scala la Terra in modo da renderne le risorse piu’ accessibili all’uomo.

Le tecniche spaziali hanno esaltato la fantasia; alcuni anni fa era di moda il progetto di un altro grande collettore spaziale di energia solare. Si trattava, allora, di una enorme superficie, di alcuni kilometri quadrati, di fotocelle in orbita stazionaria permanentemente esposte verso il Sole. L’energia solare veniva trasformata nello spazio direttamente in elettricita’ e l’elettricita’ veniva poi inviata, sotto forma di microonde, ad un ricevitore collocato al suolo. Questo ricevitore trasformava l’energia ricevuta come microonde in elettricita’ che veniva avviata in una rete di distribuzione. Il progetto era abbastanza difficile da realizzare, ma non ci si puo’ neanche nascondere che ci sono in orbita centinaia di satelliti artificiali, naturalmente di dimensioni molto piu’ modeste, che continuamente ricevono dalla, e trasmettono sulla, Terra dati, informazioni, messaggi telefonici, programmi televisivi.

Ma l’elenco delle mega-proposte planetarie non si limita agli interventi nello spazio. I tecnocrati sono sempre stati affascinati dallo spreco di risorse naturali implicito della strana natura del nostro pianeta: ci sono zone sovraffollate di citta’ e fabbriche, con scarsita’ di acqua, spazio e terre coltivabili, e ci sono poi enormi estensioni, apparentemente inutili, di foreste disabitate, di deserti inutilizzati, enormi masse d’acqua, nei fiumi tropicali ed equatoriali, che scorrono, “inutili”, verso gli oceani.

Cosi’ ci sono stati progetti per “rovesciare” il corso dei grandi fiumi e avviarne le acque verso le zone poco abitate. Sono stati pubblicati progetti per far arrivare le acque dei fiumi del Canada settentrionale nelle pianure fertili dello stesso Canada o degli Stati Uniti, con la creazione di grandi laghi artificiali capaci di assicurare acqua per l’irrigazione e energia idroelettrica. Una operazione simile era stata proposta per i grandi fiumi dell’America meridionale: il progetto prevedeva di realizzare un gigantesco lago nella zona amazzonica, sempre con l’obiettivo di rendere coltivabili zone oggi occupate dalla foresta e di ottenere enormi quantita’ di energia idroelettrica.

Intorno agli anni trenta fu formulato il progetto di dirottare, nell’Africa centrale, i grandi fiumi del bacino dello Zaire verso nord in modo da portare acqua nel bacino, in via di prosciugamento del lago Chad che era, decine di migliaia di anni fa, un grande lago circondato da terre fertili. Per l’operazione “basterebbe”, si fa per dire, superare delle colline alte poche centinaia di metri e costruire dei canali, che, per gravita’, farebbero scendere l’acqua verso il lago Chad, più basso rispetto al livello dei fiumi del bacino dello Zaire. Si produrrebbe cosi’ anche energia idroelettrica e il progetto e’ stato anche riproposto di recente.

L’elenco potrebbe continuare, cosi’ come si potrebbe fare un elenco delle “grandi” opere realizzate per vedere se veramente tutto quanto e’ possibile fare e’ anche un bene.

Fra le grandi opere rientrano l’acquedotto Pugliese e l’acquedotto della California e del Colorado che hanno portato acqua da zone poco abitate a zone abitate e aride. E qui il risultato e’ stato sostanzialmente positivo. Ma le opere intraprese dai sovietici per irrigare vaste zone dell’Asia Sovietica, utilizzando le acque che andavano prima nel Mar Caspio, hanno avuto come conseguenza negativa l’abbassamento del livello del Mar Caspio, con ben modesti benefici dal punto di vista dei prodotti agricoli ottenuti nelle nuove terre coltivate. Questi errori hanno indotto il governo a fermare altri progetti che avrebbero dovuto portare l’acqua dei grandi fiumi siberiani ancora verso il Sud arido.

Alcuni anni fa fu pubblicato un libro — intitolato: “La tecnica imprevidente” — nel quale erano illustrati vari esempi di errori ecologici ed economici seguiti alla illusione dei benefici conseguenti grandi opere planetarie. Gli effetti ecologici negativi della grande diga di Assuan sul Nilo si sono manifestati dopo qualche anno. Il Nilo portava verso il Delta grandi quantita’ di terra fertile che assicurava la fertilita’ dell’Egitto e rendeva pescose le acque del Mediterraneo. Una parte di questo fertile fango e’ stata fermata nel grande lago artificiale di

Assuan e cosi’ da una parte si sono avute perdite nei raccolti agricoli e nella pesca, dall’altra il lago si è andato progressivamente riempiendo di depositi con diminuzione del volume dell’acqua raccolta. Nel nostro piccolo anche in Puglia abbiamo sperimentato che alcuni laghi artificiali, costruiti senza proteggere il suolo a monte contro l’erosione, si sono trasformati in laghi di fango.

Chi puo’ aiutarci, allora, a riconoscere quando un intervento tecnico e’ imprevidente ? Dopo gli incidenti alle centrali nucleari, esempi di uso imprevidente della tecnica, si e’ sviluppata una scienza di valutazione preventiva degli effetti ambientali ed economici. Nel Parlamento americano esiste addirittura un ufficio per lo scrutinio tecnologico — l’ “Office of Technology Assessment” — proprio per consigliare il governo sulle cose che, pur fattibili, e’ bene non fare per i costi — economici, sociali ed ecologici — che potrebbero comportare.

La salvezza va cercata in una nuova cultura e scienza della previsione e della prevenzione: la storia e’ utile per capire che, per alcune cose, anche tecnicamente fattibili, bisogna, certe volte, con buona pace del dott. Pangloss, avere il coraggio di dire no.