SM 1649 — Le merci della “Conquista” — 1992

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Consumi & Società, 6, (3), 36-40 (maggio-giugno 1992) 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Poco più di mezzo millennio fa la “scoperta” dell’America è stata motivata non da spirito scientifico o da genuino interesse di diffondere la cultura e la “civiltà” bianca e cristiana, ma da genuina e rapace avidità di conquista di terre e di merci. E’ stata, insomma, una grande operazione merceologica in un periodo di grandi crisi merceologiche.

La fine del 1400, in cui si colloca l’avvio della “conquista”, è stata preceduta da alcuni eventi rivoluzionari. La rapida espansione, a partire dall’inizio del quindicesimo secolo, dei Turchi in Asia e la conquista di Costantinopoli nel 1453 avevano definitivamente interrotto la via terrestre e marittima di rifornimento delle merci verso l’occidente: spezie, droghe, seta, zucchero, carta, insieme a conoscenze scientifiche, linguistiche, tecniche, geografiche. Tale flusso era, bene o male, continuato durante l’espansione dell’Islam e dei Mongoli, con Venezia e Genova che non esitavano a trafficare, nel nome del profitto, con i nemici della cristianità. L’espansione dei Turchi invece mise, in pochi decenni, nelle mani del nuovo grande impero non solo le vie di comunicazione, ma le fonti di approvvigionamento di materiali strategici. 

La nuova situazione merceologica si verificava in un momento di espansione economica dell’Europa, in cui la richiesta di merci orientali non solo aumentava, ma diventava essenziale per la sopravvivenza delle industrie e dei traffici. Ad esempio, occupando l’Asia Minore i Turchi si impadronirono delle ricche miniere di allume, indispensabile per l’industria della concia delle pelli e della tintura dei tessuti. 

Quasi subito furono scoperti giacimenti di allume nell’alto Lazio e in Toscana, e il papato non esitò a sostituire il proprio monopolio a quello turco: addirittura Giulio II con una bolla del 1506 scomunicò chi cercava di acquistare l’allume dagli odiati Turchi e, ad ogni buon conto provvide ad applicare sulla importante merce una tassa di esportazione che, diceva, avrebbe dovuto finanziare una nuova grande crociata. A riprova dell’importanza dell’allume, Lorenzo de’ Medici manifestò la sua magnificenza conquistando col ferro e col fuoco Volterra e le sue miniere (1472). 

In questa atmosfera di tensioni, guerre, scarsità di merci, aumento dei prezzi delle merci pregiate, i Portoghesi tentarono di raggiungere le Indie e l’estremo Oriente, e le relative merci, circumnavigando l’Africa (1497-98) e Colombo cercò di farsi finanziare una spedizione con l’obiettivo di raggiungere la Cina navigando verso occidente (1492).  

“Vamos a buscar las vias de la specierias”. E la via delle spezie portò Colombo e i suoi a imbattersi in un altro continente, vastissimo e ricco di merci in parte simili a quelle orientali e in parte del tutto nuove. Ricco fra l’altro di oro e argento che i nativi sapevano estrarre e lavorare e che sollecitò subito l’avidità degli spagnoli. Comincia così una drammatica storia di sfruttamento dei nativi e delle risorse del territorio americano e la esportazione di merci strategiche. I nuovi stati che si formano, dapprima come colonie e poi come stati indipendenti, si scatenano in lotte per la conservazione dei monopoli dei traffici, sobillati dai paesi occidentali che esercitano il loro imperialismo per tenere sotto controllo l’approvvigionamento delle merci e delle materie prime locali. 

Vorrei ricordare due episodi di questa guerra per la conquista delle merci americane, di qualche interesse perché mostrano molte analogie con altre guerre, più recenti, a cui abbiamo assistito, come quelle per il petrolio. Il meccanismo è sempre lo stesso: dapprima inizia uno sfruttamento coloniale, poi arriva l’intervento tecnico-finanziario delle compagnie occidentali negli stati divenuti indipendenti; poi i paesi indipendenti che possiedono le merci richieste dall’Europa cercano di trarre, attraverso tasse sull’esportazione, qualche vantaggio dalle materie del loro territorio; poi i vari paesi vicini si fanno guerra fra loro. 

E’ proprio la stessa sequenza a cui abbiamo assistito nei recenti eventi petroliferi: nel 1953 l’iraniano Mossadeq si ribella al controllo inglese del petrolio, ed e’ abbattuto poco dopo col ritorno dello Scia; nel 1956 inglesi e francesi intervengono a Suez sempre per il controllo del petrolio, e devono poi ritirarsi, ma contribuiscono a scatenare, l’anno dopo, la III guerra arabo-israeliana, con conseguente chiusura del canale di Suez; nel 1969 Gheddafi conquista il potere e nazionalizza il petrolio della Libia; nel 1973 i paesi petroliferi applicano nuove tasse sul petrolio; nel 1979 Khomeini conquista il potere e nazionalizza il petrolio iraniano, ma l’anno dopo viene sobillata la guerra, durata dieci anni, con il vicino paese petrolifero Irak. In tali anni, spaccato il cartello dei paesi petroliferi, il prezzo del petrolio torna a valori “normali” e riprende l’espansione dell’economia dell’occidente; infine (per ora) nel 1991 l’Irak fa la guerra al Kuwait. Il tutto con la benedizione e le armi dei paesi industriali. 

Una delle merci americane “nuove”, destinate ad avere importanza strategica e a scatenare guerre e massacri, fu scoperta gia’ nei primi anni della conquista: si trattava di un materiale elastico, tratto dalle incisioni praticate sulla corteccia di un albero che gli indigeni chiamavano con un nome che fu tradotto come “caucciu’” e che ha il nome botanico di Hevea brasiliensis. Dalle incisioni usciva un lattice liquido che coagulava al fuoco e si trasformava in un prodotto solido elastico con cui, dice la leggenda, i nativi facevano delle specie di palle. 

Dapprima la gomma fu considerata una curiosità, ma quando i conquistatori entrarono in Amazzonia incontrarono intere foreste di Hevea e portarono con se’ in Europa alcuni campioni del nuovo materiale. Come è ben noto, il succo, o lattice, che esce dalla corteccia della piante di Hevea è una emulsione, cioè una dispersione finissima in acqua di una macromolecola, il poli-isoprene; lasciata a se o scaldata, l’emulsione si rompe e si separa la gomma greggia. Alcuni campioni di gomma greggia furono analizzati in Europa alla fine del 1700; nei primi anni del 1800 l’inglese Macintosh scopri’ che la gomma greggia si scioglieva in essenza di trementina; se una tela veniva impregnata con questa soluzione diventava impermeabile all’acqua. Nacque così l’indumento impermeabile che ancora oggi in Inghilterra si chiama “macintosh”. 

Per questa e per poche altre applicazioni la gomma greggia cominciò ad essere importata in Europa. Agli inizi del 1800 le ruote dei veicoli erano di legno rivestito con un cerchione di ferro per cui il moto dei veicoli era lento e rumoroso. Qualcuno pensò di sostituire il cerchione di ferro con uno strato di gomma greggia, ma la copertura di gomma, pur essendo elastica e silenziosa, durava poco e la gomma, col caldo e col freddo, diventava appiccicosa o fragile. Diecine di persone cercarono di modificare chimicamente la gomma per renderla più resistente. Fra questi uno dei più ostinati fu Charles Goodyear (1800-1860) il quale, nel 1839, negli Stati uniti, scoprì che una miscela di gomma, zolfo e bianco di piombo, opportunamente scaldata, si trasformava in un materiale del tutto nuovo, resistente, elastico, stabile, che fu chiamato gomma vulcanizzata.  

La scoperta ebbe conseguenze rivoluzionarie: si scoprì che la gomma vulcanizzata aveva numerosissime applicazioni, per esempio era adatta finalmente alla preparazione di buone coperture per le ruote dei veicoli. La richiesta di gomma greggia aumentò e il Brasile, nel cui territorio si trovavano estesissime foreste di alberi della gomma, venne a trovarsi in una posizione di monopolio e fu investito da una ondata di ricchezza. La richiesta di gomma passò da 800 tonnellate, nel 1840, a 30.000 tonnellate all’anno nel 1890. Ricche città della gomma sorsero sull’alto corso del Rio delle Amazzoni, aull’Orinoco e sul Madeira. 

Nella fretta di estrarre la massima quantità di gomma nel più breve tempo i raccoglitori di gomma praticavano tagli profondi nelle piante che così morivano. Con questo barbaro modo di sfruttamento, gli alberi della gomma perirono a milioni con gravi conseguenze per il futuro. Ma al futuro non pensava nessuno; c’erano, davanti a se, altri (apparentemente) sterminati boschi da sfruttare. Già nell’Ottocento è così cominciato il grande assalto all’Amazzonia, in continua espansione anche ai nostri giorni, anche se sono diverse le merci strappate alla grande foresta tropicale. Per l’estrazione della gomma e per il trasporto della gomma greggia venivano impiegati, in condizioni di schiavitù, gli indigeni; mentre la febbre della gomma portava incredibili ricchezze nelle città sorte sui fiumi vicino alle foreste, la popolazione di nativi morì per le malattie, la fatica, la fame, in uno dei grandi genocidi provocati dalla avidità merceologica. 

Le foreste di piante della gomma erano in una zona dagli incerti confini, fra Brasile, Peru, Ecuador, Bolivia e Colombia. La Bolivia fu uno dei paesi che cominciò a produrre gomma in concorrenza col Brasile; cominciò così una lunga guerra fra Brasile e Bolivia, durata fino alla pace di Petropolis del 1903. La Bolivia dovette cedere al Brasile vasti territori della regione di Acre, ma ormai vi restavano ben pochi alberi della gomma. Mentre i paesi padroni delle materie prime si scannavno fra loro, i paesi industriali guardavano lontano: ormai della gomma non potevano più fare a meno per la fabbricazione di fili elettrici, di tubi, delle coperture per le ruote delle carrozze, delle biciclette e, a partire dalla fine del 1800, delle automobili.  

L’Inghilterra fu la prima a rompere il monopolio del Brasile. Benché il Brasile sorvegliasse strettamente le esportazioni, per evitare che venissero portati altrove i semi delle preziose piante di Hevea, il governo inglese incaricò il coltivatore Henry Wickham di far uscire dal Brasile alcune piante per trasferirne la coltivazione nelle colonie inglesi. Dopo un viaggio avventuroso, nel 1876 le prime piantine di gomma furono messe a dimora e coltivate nel giardino botanico di Londra; da li le piante furono trasferite a Ceylon e poi in Malesia dove la produzione di gomma “inglese” cominciò nel 1907.

Gli olandesi cominciarono a coltivare gomma nelle loro colonie a Giava; i belgi nelle loro colonie africane. Infine, durante la prima guerra mondiale, fu messo a punto un primo metodo di produzione “sintetica” della gomma che fu perfezionato successivamente, tanto che oggi la produzione di gomma sintetica supera del doppio la produzione della gomma naturale. Il vantaggio della distruzione delle foreste sudamericane e’ stato effimero, ma le conseguenze ecologiche di tale distruzione sono durature. 

Le guerre del salnitro

La storia dei nitrati — l’altra importante merce strategica “americana” — comincia nei primi anni del 1800; le guerre imperialiste fra Francia, Inghilterra, Germania, Austria richiedevano crescenti quantità di esplosivo e in quel tempo l’unico esplosivo disponibile era la polvere nera, costituita da una miscela di carbone, zolfo, nitrato di potassio (che poteva essere sostituito con nitrato di sodio). Nello stesso periodo i biologi studiano e scoprono che la resa delle piante dipende dalla presenza nel terreno di sostanze nutritive, fra cui un ruolo importante ha l’azoto: l’addizione al terreno di nitrato di sodio aumenta la produzione agricola in un momento in cui sta aumentando la popolazione mondiale, il livello di vita in Europa e nel Nord-America, la domanda di cibo. 

Intorno al 1820 alcuni esploratori scoprirono la presenza di grandi giacimenti di nitrato di sodio nell’altopiano del deserto di Atacama, una zona disabitata che si trovava fra le Ande e il Pacifico, assegnata alla Bolivia nella spartizione dei domini sudamericani, al sud del Peru e al nord del Cile. Il nitrato di sodio si era formato nel corso di millenni dalla mineralizzazione, nelle condizioni aride e calde dell’altopiano, di grandi depositi di guano, un materiale ricco di azoto e fosforo costituito da escrementi di uccelli. Il guano si prestava come concime, il nitrato di sodio come ingrediente per la polvere da sparo. A partire dal 1820 lo sfruttamento di questi giacimenti cominciò ad opera di qualche società anglo-cilena. La Bolivia, proprietaria del territorio, quando si accorse che la produzione aumentava, tentò di trarne un vantaggio applicando una imposta sull’esportazione (anche in questo caso simile all’imposta che i paesi produttori di petrolio applicano sul petrolio estratto dal loro territorio). 

Tale imposizione offrì la scusa per l’intervento militare del Cile, apparentemente a tutela degli interessi degli imprenditori cileni, ma in realtà in vista della possibilità di trarre maggiori profitti dai preziosi nitrati. Nella lunga “guerra dei nitrati” il Peru intervenne al fianco della Bolivia contro il Cile e il Cile sconfisse in varie battaglie Peru e Bolivia; il 14 febbraio 1879 i cileni conquistarono Antofagasta, il porto boliviano dove s’imbarcava la maggior parte del salnitro destinato all’Europa, poi occuparono Tacna e Arica e alla fine anche Callao e Lima. Il Cile costrinse la Bolivia a cedergli tutte le coste e l’altopiano, escludendola cos dall’accesso al mare e dai preziosi giacimenti di salnitro. 

Il Cile, avendo conquistato alla fine il monopolio quasi assoluto di questa sostanza, per ripagarsi i costi della guerra aumentò i dazi di esportazione e il prezzo del salnitro aumentò, nei decenni che videro le grandi guerre imperialiste e l’avvio dell’agricoltura moderna. Ma anche in questo caso i vantaggi derivanti al Cile dal monopolio dei nitrati durarono poco: erano ormai maturi i tempi per “estrarre” l’azoto presente in quantità quasi illimitate nell’atmosfera. I primi sistemi per la produzione di nitrati e di ammoniaca sintetica risalgono agli ultimi anni del 1800 e il monopolio cileno declinò, anche per il rapido graduale esaurimento dei giacimenti, e finì già nei primi anni del 1900. 

Oro, argento, gomma, nitrati, furono soltanto alcune delle merci rese disponibili dalla conquista. In occasione dei 500 anni della “conquista”, fu organizzata a Firenze,  nell’Istituto degli Innocenti, una bella mostra intitolata: “Exploratorium. Cose dell’altro mondo”. Il catalogo è un bel volume, a cura di Isabella Pezzini, pubblicato nel 1991 dall’Electa. Il lungo glossario finale è un vero e proprio trattatello di merceologia dei prodotti utili entrati nella vita europea e occidentale dopo la “Conquista”. 

Il ripensare alla conquista in questi termini induce a chiedersi se gli esseri umani non impareranno mai a mettere da parte l’avidità e l’oppressione, cercando invece di trarre dalla Terra e dalla natura le loro ricchezze, considerate come “bene comune” di tutta l’umanità, considerate come beni non illimitati da usare con cura, pensando alle generazioni future. Riusciranno mai gli esseri umani a inventare uno sviluppo umano ?