SM 1551 — La natura come prossimo — 1990

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In: Autori vari, “Ambiente e tradizione cristiana”, Brescia, Morcelliana, 1990, p. 81-86 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

L’ecologia è la scienza che descrive i rapporti con gli altri: i rapporti dei vegetali con il mondo inanimato circostante, degli animali con i vegetali e fra loro, e i rapporti degli esseri umani, in quanto animali “speciali”, con gli altri esseri viventi e con il mondo inanimato. L’ecologia permette così di dare al concetto di “prossimo” un significato ed una dimensione allargati rispetto a quelli tradizionali. Se il punto centrale del messaggio cristiano è l’amore per il prossimo, posto subito dopo Dio nella scala dei valori (Luca 10:27), allora bisogna interrogarci sul modo in cui possiamo offendere il prossimo, il modo in cui una società moderna e tecnologica ci pone di fronte al comandamento “non ammazzare” (Es 20:13). 

Il prossimo non è rappresentato soltanto dalle persone vicine a noi: le nostre azioni e le nostre scelte individuali e collettive coinvolgono un prossimo anche lontano nello spazio e nel tempo. Solo per fare pochi esempi. L’uso, il possesso dell’automobile sono, secondo le regole correnti, cose buone e lodevoli in se. Anzi il non possedere o usare l’automobile privata appare una bizzarria; quasi un tradimento delle norme della società. Eppure i gas nocivi che escono dal tubo di scappamento dell’automobile danneggiano, rendono più povero di salute, un prossimo che esiste anche se, quando sfrecciamo per la strada, non ne vediamo nemmeno la faccia. 

E ancora: noi siamo invitati ad usare deodoranti, comodi sedili di plastica espansa, a conservare il cibo col freddo e tutti questi beni sono stati e sono ottenibili usando dei gas che fanno diminuire la concentrazione dell’ozono nella stratosfera e fanno arrivare sulla Terra maggiori quantità di raggi ultravioletti che danneggiano la salute con effetti ritardati e protratti nel tempo per la nostra e le future generazioni. Così le nostre comodità attuali compromettono la salute di un “prossimo del futuro” che non conosceremo mai, che non possiamo neanche immaginare chi sia e dove vivrà. 

I pesticidi, nel nome del vantaggio immediato agricolo, sono un bene perché danno cibo al prossimo vicino e contemporaneo, ma avvelenano le acque e il cibo di un prossimo lontano: le scorie delle attività nucleari commerciali e militari, una volta liberate, comprometteranno con la loro radioattività per secoli la salute di un prossimo che non riusciamo neanche ad immaginare, ma che è condannato ad essere danneggiato dall’eredità dei nostri consumi, delle nostre comodità attuali, della nostra volontà di predominio militare. Il “non ammazzare” ci impone di riconoscere nuove forme di violenza, quella insita nelle merci, nelle scelte produttive, nel nostro egoismo che ci spinge a guadagnare di più risparmiando soldi per evitare filtri e depuratori, che ci spinge ad uccidere gli animali per usi superflui. 

Se ci sta a cuore interrogarci come cristiani sulla crisi ecologica che stiamo vivendo, occorre ricominciare dalla domanda che (Lc 10,29) il dottore della legge pone a Gesù: “Chi è il mio prossimo ?”. Se Gesù fosse fra noi se noi pensassimo come lui ci ha insegnato, saremmo capaci di trovare i nuovi volti del “prossimo” da amare nella società tecnologica, al di là della farisaica tranquillizzazione delle coscienze consistente nel dare qualche solo al poverello o al Sud del mondo. 

L’offesa al prossimo si manifesta anche con lo sfruttamento delle risorse della Terra dovuto ad una popolazione superiore a quella che i beni del pianeta possono sfamare. Un terzo di secolo fa, ai tempi di Paolo VI, ci fu un vivace dibattito sui problemi demografici e sui limiti alla procreazione, che portò all’enciclica Humanae vitae (25 luglio 1968), con cui il popolo cristiano veniva invitato ad una “paternità responsabile” come “decisione, presa per gravi motivi e nel rispetto della legge morale, di evitare temporaneamente e anche a tempo indeterminato, una nuova nascita”, come riconoscimento dei “propri doveri verso Dio, versoi se stessi, verso la famiglia e verso la società“. Il pericolo di crisi planetaria non è forse un “grave motivo” ? L’evitarla non è forse un “dovere” verso la famiglia e la società ? 

E’ vero che un abitante del Nord del mondo — di quell’aggregato di circa 1500 milioni di persone che vivono (1990) nei paesi avanzati e industrializzati (Europa occidentale e orientale, Nord America, Giappone, Australia — in media nel corso della sua vita consuma energia e alimenti e minerali circa 50 volte di più di uno dei 4500 milioni di abitanti del Sud del mondo e ancora di più rispetto a quelli dei poverissimi fra i paesi poveri: un altro volto della violenza delle merci. Ma anche un riequilibrio nei consumi, se la popolazione continua ad aumentare, come avviene oggi, di un miliardo di persone ogni tredici anni porterebbe ad una catastrofe di scarsità delle risorse naturali e a conflitti per la loro conquista violenta. 

Se ci sta a cuore veramente il “prossimo del futuro” bisogna avere il coraggio di riconoscere che occorre anche rallentare il tasso di aumento della popolazione; che, in conformità con i metodi leciti, è un  bene incoraggiare e diffondere la paternità responsabile; che è un “peccato di omissione” non diffondere questa consapevolezza fra i nostri contemporanei. Per rendere credibile un invito alla paternità responsabile occorre anche cambiare il nostro atteggiamento verso gli abitanti — verso il “prossimo” — del Sud del mondo, dei paesi poveri e sottosviluppati, e poco conta se sono in grado di esportare petrolio, o carne, o legname, o se sono così poveri da non poter vendere niente se non se stessi. 

La nostra ricchezza di paesi industriali del Nord del mondo è basata sul fatto che acquistiamo a basso prezzo, minerali, fonti di energia, legname, carne, cereali, gomma, semi oleosi — e lavoro — dai paesi poveri del Sud del mondo. La violenza delle merci in questo caso si manifesta non soltanto nello “sfruttamento” delle risorse del prossimo — non si ritrova qui un altro volto, legale e ben regolato, della violazione del comandamento di Es 20:15 “non rubare” ? — ma nel fatto che le importazioni di materie prime e di merci per usi futili — legnami tropicali, carne, gomma, pellicce — lasciano i paesi esportatori poveri più poveri e più devastati ecologicamente. 

Cito solo il commercio dei legnami tropicali:per vendere a noi tali legnami “pregiati” per il prezzo che noi paghiamo per i manufatti, non per il prezzo che paghiamo agli esportatori(per la materia prima) i paesi tropicali tagliano le foreste, provocano l’avanzamento dei deserti, la distruzione delle risorse idriche, contribuiscono a diminuire la capacità di depurazione esercitata dalle foreste tropicali nei confronti dei gas che modificano la composizione dell’atmosfera. 

L’aumento della concentrazione dell’anidride carbonica atmosferica, fonte di disastri e dissesti per il prossimo del futuro, è accelerato dalla distruzione delle foreste tropicali provocata dai nostro consumi: il fatto è che le cose vanno ancora oggi proprio nel verso del racconto di Luca 10, 30-37. Il sacerdote e il levita facevano bene, dal loro punto di vista, a correre a Gerico a svolgere i loro “doveri”, a insegnare, a guadagnare per la famiglia, senza perdere tempo per l’uomo picchiato dai ladroni. Così come noi cristiani attuali facciamo bene a comprare merci, a tenere in piedi la società dei consumi, che assicura lavoro e profitti e investimenti e “progresso”. 

Ma Gesù, nella straordinaria logica rivoluzionaria del suo messaggio, loda proprio quello che si ferma, che è l’odiato samaritano, un cittadino del popolo detestato: lui si che si ferma ed è prossimo per l’uomo ferito e lo fa guarire rimettendoci di tasca propria. Se dichiariamo,colme cristiani,m che ci sta a cuore l’ecologia — cioè questo straordinario rapporto col prossimo mediato dalle risorse della Terra, beni comuni (anzi di Dio, perché di lui è la Terra, come ci ricorda Lv 25:23), da custodire” (Gn 2:15) per “gli altri”, per quelli che verranno — dobbiamo rimettere in discussione i principi della società che si dice “cristiana”. 

A ben guardare si potrebbe farlo anche per un basso calcolo egoistico: se non cambiamo i rapporti di ingiustizia e di violenza nell’uso delle risorse della natura, assisteremo a sempre nuovi conflitti, domani, come ieri e oggi, per il dominio delle materie prime. Se non vogliamo cambiare nel nome dell’amore per il prossimo, per la pace come bene assoluto, adottiamo la giustizia anche solo per evitare mali futuri, per una cinica assicurazione sulla vita. “Opus iustitiae pax”: le parole di Is 32:17 sono la premessa; le parole di Gesù il completamento della guida del cristiano in questo pianeta che l’ecologia ci aiuta a conoscere nella sua dimensione e nei suoi limiti fisici. 

E non voglio ricordare qui — ma sarà bene farlo un giorno — come le leggi dell’ecologia diano una straordinaria attualità al messaggio di San Francesco che riconosce fratelli dell’uomo non solo il prossimo rappresentato dagli altri esseri umani, ma anche gli altri esseri viventi, gli animali, e addirittura gli esseri inanimati come il fuoco, l’acqua e “le cose” che con noi partecipano al grande progetto della creazione.