SM 1540 — La via della seta — 1990

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La Gazzetta del Mezzogiorno, 7 e 11 dicembre 1990

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Molti sono indotti a pensare che la nostra sia, per eccellenza, la “società dei consumi”. A ben guardare, invece, tutte le società del passato sono state attratte dai consumi, dall’esibizione della ricchezza, dalle merci di lusso ed esotiche, fonti, allora come oggi, di sprechi, di frodi, di corruzione. In epoca romana l’avvento della società dei consumi coincide con la conquista dei paesi del Mediterraneo e con i contatti con i regni ellenistici, creati dagli eredi di Alessandro il grande e cresciuti, con alterna fortuna, nei tre secoli prima di Cristo, in Egitto, in Grecia e in Persia. I regni ellenistici si trovavano in una situazione eccezionale dal punto di vista del traffico delle merci di lusso, costituite da seta e giada provenienti dalla Cina, da profumi e aromi, provenienti dall’Africa centrale e dall’Arabia, da metalli, oro e pietre preziose provenienti dall’India.

 Una società abbastanza rigida e austera, come quella della Roma repubblicana, si trovò così di fronte a merci preziose e costose, la cui esibizione era segno di successo sociale, indicava l’appartenenza a classi ricche. Le merci orientali arrivavano accompagnate da nuovi riti e nuove religioni, come avviene attualmente nell’Europa occidentale e negli Stati Uniti. Anche Roma era potente, aveva a disposizione terre fertili e ricchi raccolti e una industria capace di costruire città e ponti, strade e armi; anche Roma era orgogliosa e superba e alcune classi si erano arricchite con le tasse rapinate nei paesi soggetti, con l’acquisto a basso prezzo di materie strategiche, come cereali, metalli, prodotti industriali, da rivendere con lauti profitti.

Le giovani generazioni delle classi agiate potevano così alternare pigramente la pratica politica e un po’ di imprese militari con la riscossione dei guadagni e dei tributi e cominciarono a guardare incuriosite i nuovi paesi, ad usare nuove merci di lusso e ad adottare nuove abitudini. Quando arrivarono a Roma, nel primo secolo avanti Cristo, i primi tessuti di seta, prodotti in Cina e trasportati da mercanti nomadi attraverso l’Asia fino alla Persia e al Mediterraneo, il loro possesso e la loro esibizione attrassero uomini e donne delle classi agiate romane. Tanto che un austero brontolone e studioso come Plinio poteva scrivere, a metà del primo secolo dopo Cristo, nella sua “Storia naturale”, parole di deplorazione per le signore romane che giravano per la città coperte di trasparenti indumenti di seta, fonte di eccitazione e ammirazione per gli sfaccendati.

E circolavano anche aromi e profumi costosi e droghe, non molto dissimili dagli stupefacenti che stanno corrodendo le fondamenta delle società capitalistiche. Anche allora c’era una organizzazione di mercanti e avventurieri che rifornivano il Mediterraneo di droghe e spezie, ad altissimo prezzo, sapendo dove andarle ad acquistare, nei lontani paesi asiatici. Si ebbe, insomma, nei due secoli prima e dopo Cristo, uno straordinario intreccio di commerci a grande distanza, per via di terra e di mare, la prima grande rivoluzione merceologica della storia.

Negli ultimi cento anni l’esplorazione degli archivi e dei documenti ha messo a disposizione degli studiosi e dei curiosi informazioni abbastanza accurate sulle vie commerciali che univano l’Oriente e l’Occidente e sulle merci oggetto di scambio, in un flusso che prevalentemente andava dall’Asia verso il Mediterraneo e Roma. Dal 1961 al 1970 nel corso di laurea in Lingue che esisteva, allora, presso la Facoltà di economia di Bari, fu attivato un insegnamento di “Storia del commercio con l’Oriente” che fu poi abolito quando fu creata la Facoltà autonoma di Lingue. Era, per quanto ne so, l’unico corso del genere in Italia e forse nel mondo e il suo nome derivava dal titolo di un celebre trattato, scritto alla fine del secolo scorso dallo storico tedesco Guglielmo Heyd (1823-1906). Tenni questo insegnamento finché è esistito e, come merceologo, mi occupavo soprattutto della storia delle vie di commercio e degli oggetti scambiati fra Oriente e Occidente nell’antichità e nel Medio Evo; del resto un terzo del trattato di Heyd contiene una grande enciclopedia delle merci scambiate con i paesi orientali.

La già ricordata “Storia naturale” di Plinio — pubblicata di recente da Einaudi, in molti volumi, in una accurata traduzione in italiano moderno — offre già un primo quadro delle merci che arrivavano a Roma dall’Oriente. Ai tempi di Plinio le conoscenze sulla provenienza e sulle vie di commercio delle merci esotiche erano relativamente scarse e imprecise. Tali strade commerciali collegavano la Cina con il Mediterraneo sia per via di terra attraverso l’Asia, sia per via di mare. Plinio non sapeva neanche esattamente di che natura fosse quella seta che attirava la sua indignazione come fonte di scandalo. La seta, come è noto, è una fibra elaborata dal baco per costruire, se così si può dire, il bozzolo entro cui si trasforma in farfalla.

Certamente prima di Cristo i Cinesi avevano scoperto che per ricuperare intatto, come filamento continuo, il lungo filo che il baco avvolgeva intorno al proprio corpo, occorreva uccidere il baco, per immersione in acqua calda, altrimenti la farfalla, nell’uscire dal bozzolo, avrebbe bucato il bozzolo e tagliato il filo di seta. Poi sapevano che era possibile dipanare dolcemente il filo dal bozzolo ottenendo un filamento sottile e lucido, lungo da mille a duemila metri. Il filo di seta poteva poi essere trasformato in tessuti molto leggeri e belli che erano trasportati in occidente; più tardi la Cina cominciò ad esportare il filato che veniva tessuto in Siria e in Europa, e qualche tempo dopo arrivarono, prima nell’Asia centrale e poi in Occidente, le uova (dette impropriamente “semi”) del baco e la tecnica di allevamento del baco e di produzione del filato.

Basta guardare una carta geografica per rendersi conto delle difficoltà che i mercanti dovevano affrontare per portare la seta nel Mediterraneo duemila anni fa. Un documentario in varie puntate, trasmesso dalla RAI nell’estate del 1990, dalle 10 alle 11 di mattina (sfortunatamente ore inaccessibili per chi lavora), raccontava con ricchezza di particolari la via terrestre della seta. Chi vuol saperne di più acquisti i due bei volumi “La via della seta” pubblicati dal Touring Club Italiano. Il documentario e il primo dei due volumi descrivono un viaggio da Pechino a Venezia fatto alcuni anni fa da una troupe televisiva giapponese alla ricerca delle testimonianze del passaggio dei commercianti di seta, di giada e di merci orientali.

Le fonti di tali viaggi sono rappresentate da resoconti occidentali, del 1200-1300, da testi arabi di viaggio del 800-1200, e, per un periodo molto più antico, dai verbali redatti in Cina — e fortunatamente pervenuti fino a noi in una serie completa — degli eventi dell’impero da duemila anni a questa parte. Dagli annali cinesi, scritti e tenuti in ordine da speciali funzionari, i mandarini, estremamente efficienti e accurati, risulta che già duemila anni fa arrivavano alla corte cinese strani personaggi che dicevano di essere ambasciatori di regni lontani, nell’Asia e ancora più in la’, regni ricchi e ben disposti a porgere omaggio al grande imperatore della Cina e ad offrire preziosi doni. I doni erano cose spesso di poco valore, raccattate nei vasti territori dell’Asia, ma per lo più sconosciute ai Cinesi.

Davanti ad un così rispettoso omaggio il grande imperatore non poteva lasciare andare a mani vuote gli “ambasciatori” che ripartivano carichi di seta e di altre preziose merci cinesi. Si trattava per lo più di mercanti che, dopo aver traversato l’Asia, si presentavano ai signori dell’India, della Turchia, della Persia, dell’Arabia, del mondo cristiano, spacciandosi di nuovo come ambasciatori del grande imperatore della Cina che mandava i suoi doni, in cambio di denaro o di qualche altro regalo altrettanto prezioso. Un fiorente commercio di baratto era così praticato da mercanti, avventurieri, imbroglioni, che traevano profitto trasportando le merci attraverso deserti infuocati e montagne innevate, attraverso terre occupate da popoli in guerra e pianure disabitate.

Gli annali cinesi raccontano che qualche imperatore più curioso mandò delle spedizioni militari e dei missionari buddisti verso l’Asia centrale, un po’ come avrebbero fatto qualche secolo dopo i re cristiani e i papi di Roma quando mandarono i francescani e, più tardi, i gesuiti, a convertire gli infedeli popoli asiatici. Tornati in patria, guerrieri e monaci cinesi hanno raccontato i loro viaggi, i popoli conosciuti, i prodotti delle varie terre, la maggiore o minore ospitalità ricevuta.

Nel secondo secolo dopo Cristo un viaggiatore cinese che voleva raggiungere il Mediterraneo e il paese dei “romani” — che si diceva fossero poi gli acquirenti finali della seta — fu bloccato e rispedito indietro dai signori dell’Arabia; questi acquistavano le merci cinesi e le rivendevano nel Mediterraneo con lauti guadagni e non avevano nessuna intenzione di tollerare rapporti commerciali diretti fra la Cina e Roma. Il viaggio dalla Siria alla Cina e viceversa durava uno o più anni, a seconda delle condizioni politiche e militari dei paesi attraversati, e il confronto fre le fonti cinesi e arabe e quelle occidentali del 1200-1300 mostra che il percorso non è cambiato molto nel corso di quindici secoli.

Il notissimo “Milione” di Marco Polo (1254-1323) e il “manuale” del fiorentino Francesco Balducci Pegolotti (XIV secolo), sono vere e proprie guide di viaggio, con informazioni sui paesi incontrati lungo la strada dell’Asia, sulle merci, la loro qualità, i prezzi, sulle monete usate dai vari popoli, eccetera. Che cosa si dicevano questi personaggi — cinesi, turchi, arabi, latini, persiani — durante i lunghi terribili viaggi ? In che modo comunicavano con popoli che parlavano decine di diverse lingue ? C’era anche allora una specie di lingua “universale”, un po’ come l’inglese oggi, parlato e capito più o meno bene in Arabia, in Persia, in Russia, fra le cime nevose dell’Himalaya, nei deserti della Siberia e della Cina, nelle fertili pianure cinesi ?

Che cosa vedevano e copiavano e raccoglievano ? Non c’è dubbio che attraverso la via terrestre della seta sono arrivati in occidente la carta e la polvere da sparo, la tecnica di stampa a caratteri mobili e gli stupefacenti, la bussola e la giada. Insomma, nel bene e nel male, la conoscenza — se non vogliamo usare il termine “civiltà” — ha potuto circolare grazie ai mercanti; gli stessi occhi che sapevano riconoscere la qualità delle merci e la dabbenaggine dei compratori, riconoscevano le novità utili e le raccontavano nei loro paesi di origine.

Ha perciò fatto bene l’UNESCO, l’organizzazione delle Nazioni unite per l’istruzione e la scienza, a lanciare, alcuni anni fa, un programma proprio intitolato “La via della seta”, col fine di ricordare alle genti la grande unità del genere umano, per mostrare che i contatti fra i popoli, e anche i commerci e le merci, sono i grandi veicoli di conoscenza e di pace. L’UNESCO ha organizzato a tal fine due grandi spedizioni lungo la via della seta per terra e per mare. La via attraverso cui, già duemila anni fa, la seta, i profumi, le spezie, gli stupefacenti, le pietre preziose, arrivavano nel Mediterraneo dalla Cina, partiva da Pechino, attraversava Hami, nella Cina occidentale, e costeggiava il terribile deserto del Taklamakan passando per le città carovaniere di Aksu e di Kashgar, l’odierna Kashi. Da qui, lungo due varianti che superavano il massiccio dell’Himalaya, i mercanti raggiungevano Samarkanda e Bokhara, nell’odierno Uzbekistan, e poi, attraverso l’Iran, raggiungevano le coste del Mediterraneo.

Il monopolio di tale commercio e la conquista delle città carovaniere ha provocato guerre e ha rovesciato imperi: già ai tempi dei Romani, le guerre contro i Parti, che occupavano l’Arabia e la Persia, avevano come fine anche la conquista del terminale occidentale di merci preziose e strategiche, come quelle provenienti dall’Oriente. Un po’ come oggi si fanno le guerre per conquistare, o per difendere, i pozzi di petrolio o le miniere di rame o tungsteno. Non si creda che, per l’economia di duemila anni fa, la seta, le droghe, le spezie, l’ambra, la giada avessero minore importanza del gas naturale o del cobalto. Per raggiungere dal Mediterraneo la Cina c’era, come alternativa alla via terrestre della seta, la via altrettanto terribile dell’Oceano Indiano.

Mentre per la conoscenza della strada terrestre della seta dobbiamo utilizzare fonti cinesi e, solo molto più tardi, abbiamo fonti arabe e poi quelle europee (Marco Polo, Pegolotti, e altri), la via marittima è stata descritta gia’ duemila anni fa in un poco noto papiro greco scritto da un mercante di cui non si conosce il nome. Come il libro di Pegolotti era una guida per i suoi colleghi del 1300 che volevano andare in Cina attraverso l’Asia, così il “Periplo del mare eritreo”, spiega esattamente come si fa ad andare dall’Egitto a Ceylon e ritorno. Il libretto è stato scritto probabilmente per altri mercanti della stesso società o gruppo, o per propria memoria, e la sua redazione risale ad una data incerta che va fra qualche anno prima di Cristo e qualche anno dopo Cristo.

In quel periodo era stata scoperta la regolarità dei venti — i monsoni — che corrono sull’Oceano Indiano. Questi venti vanno dall’Africa all’India e alla Malesia nei mesi estivi, da agosto a ottobre, e vanno in senso contrario in primavera, da febbraio a aprile. Una volta conosciuto questo fenomeno un mercante egiziano o greco-egiziano, come era probabilmente l’autore del “Periplo”, poteva partire all’inizio dell’anno da Alessandria, poteva percorrere il Mar Rosso fino ad Aden, poi poteva veleggiare spinto dai monsoni in modo da essere in India e Malesia alla fine della primavera. Qui poteva scambiare le merci e riprendere il mare, sotto la spinta dei monsoni autunnali; partendo in agosto dall’India, arrivava ad Aden verso l’autunno in modo da rientrare a casa, in Egitto, alla fine dell’anno.

E’ sorprendente che piccoli esseri umani, davanti all’immensità degli oceani, potessero osservare eventi geografici intercontinentali e su di essi organizzare la propria vita e i propri traffici. Il “Periplo” spiega che un mercante partiva da Alessandria e raggiungeva il Mar Rosso, probabilmente attraverso canali e laghi navigabili per i piccoli battelli del tempo, poi interrati. Da qui cominciava la navigazione del Mar Rosso, una strada ben nota agli Egiziani; un bassorilievo di oltre mille anni prima di Cristo, a Deir el-Bahri, mostra un grande battello della spedizione che la regine Hatshepsut organizzò per andare ad acquistare spezie e droghe nella Sabea, l’attuale Yemen, e in Africa orientale.

Dalla Sabea veniva la favolosa regina di Saba che visitò Salomone, portandogli — e ricevendone — doni preziosi, una delle forma di baratto a livello statale che era comune nel commercio fra oriente e occidente. Nel bassorilievo di Deir el-Bahri appaiono ben disegnate le piante e le merci acquistate e delle stesse merci parla il “Periplo”, spiegando in quali porti si trovavano prodotti di buona qualità e in quali porti le merci erano scadenti. Di ciascun porto vengono indicati i fondali, l’accoglienza riservata dagli abitanti agli stranieri, in qualche caso sono citati i re e le capitali dell’interno.

Arrivato ad Aden il mercante si trovava di fronte al grande oceano; per un po’ le navi veleggiavano vicino alla costa meridionale della penisola arabica — si era in inverno — poi c’erano probabilmente uno o due mesi di navigazione in mare aperto fino alla costa occidentale dell’India. Il secondo volume del già ricordato libro “La via della seta”, pubblicato dal Touring Club Italiano nel 1990, racconta e illustra la via marittima per la Cina, una via percorsa non solo dai mercanti occidentali, ma anche dalle navi cinesi che arrivavano, già nei primi secoli dell’era cristiana, fino alle coste dell’Africa orientale dove sono state trovate porcellane certamente importate dalla Cina. Il “Periplo del mare Eritreo” e simili resoconti di viaggi per mare fra il Mediterraneo e la Cina lasciano senza risposta molte curiosità: in quanti erano imbarcati sulle navi transoceaniche (non dimentichiamo che stiamo parlando di eventi verificatisi 1500 anni prima del viaggio di Colombo, su percorsi più o meno della stessa lunghezza) ? che cosa facevano nelle interminabili notti e nelle torride giornate ? che cosa trovavano nei porti africani o indiani ? in quali lingue scambiavano le merci mediterranee con la seta, l’ambra, le spezie e le droghe ? quali erano le condizioni igieniche a bordo? dove si procuravano l’acqua per dissetarsi e il cibo ?

Che cosa avranno saputo dei paesi ancora piu’ ad oriente: Ceylon, la Malesia (che i greci conoscevano come il “Chersoneso d’oro”), e dei mari ancora più lontani ? I mercanti occidentali potevano acquistare la seta e le merci cinesi già nelle città indiane rifornite regolarmente dai Cinesi per via di terra o per via marittima e nei porti indiani probabilmente si incontravano europei dalla pelle chiara, semiti, popolazioni africane dalla pelle scura, cinesi dagli occhi a mandorla.

I ricchi e movimentati porti dell’India erano qualcosa come Londra o New York o Anversa dei nostri giorni, crogioli di popoli e di conoscenze, di civiltà e di avventura gia’ venti secoli fa. La spedizione che l’UNESCO ha fatto partire da Venezia per ripercorrere la via marittima della seta ha trovato condizioni di mare, di popoli, di merci ben diverse da quelle dell’ignoto autore del “Periplo” e da quelle trovate, nei secoli successivi, dai mercanti arabi e cinesi che percorrevano nei due sensi l’Oceano Indiano. Alcuni passi della nota raccolta di novelle “Le mille e una notte” e specialmente il lungo racconto del marinaio Sindbad, parlano di eventi e paesi la cui conoscenza proviene certamente dai marinai arabi che ormai arrivavano ai porti cinesi; anche le fonti cinesi — i resoconti delle “ambascerie” — contengono, già mille anni fa, notizie accurate dei paesi incontrati dai marinai cinesi nei loro viaggi verso Occidente.

Ancora una volta si resta sbalorditi davanti al coraggio dei naviganti che affrontavano spazi sterminati, affidando le loro ricchezze a fragili barche e vele in un mare pieno di tempeste e insidie come l’Oceano Indiano. E’ stato probabilmente per superare le incertezze di una navigazione basata soltanto sulle stelle che qualche marinaio cinese ha pensato di applicare a fini pratici la curiosa osservazione che certi pezzi di ferro si dispongono sempre con la punta rivolta nella stessa direzione, che coincideva con quella delle stelle del nord. L’avere a bordo delle navi, nelle notti prive di stelle, un sicuro orientamento deve essere stata una rivoluzione simile a quella dell’invenzione della radio.

La bussola, così chiamiamo in occidente lo strumento, contenente un ago magnetico, aveva varie fogge: gli Arabi la copiarono dai Cinesi e i cristiani la copiarono dagli Arabi o dai Cinesi. Nel frattempo la tecnologia della seta era arrivata a Bisanzio che dal settimo secolo, diventò il centro di coltivazione del gelso, delle cui foglie si nutre il baco da seta, di allevamento del baco e di produzione delle seta greggia; altre produzioni di seta si avevano nei paesi arabi: adesso non si muoveva più la preziosa merce, ma si era spostata la tecnologia e la Cina perdeva di importanza come fonte della rara e costosa fibra. I mercanti percorrevano la via della seta portando altre merci e informazioni, mentre cambiavano gli equilibri geopolitici dell’Asia. L’impero dei Mongoli, intorno al 1200, si estendeva dalla Russia alla Cina; le sue strade sicure e protette, si aprivano a mercanti e missionari occidentali, Arabi e Cinesi. Una grande era di civiltà e di rispetto reciproco caratterizzava l’Asia ed è in questo periodo, durato circa un secolo, che Marco Polo raggiunge Pechino per via di terra, tornando a Venezia per via di mare.

Questa breve storia merita di essere ricordata proprio nel periodo straordinario che stiamo vivendo, in cui sembrano cadere le frontiere, in cui popoli ieri nemici si capiscono pur parlando diverse lingue, in cui potrebbero essere gettate le basi per una nuova convivenza planetaria. Le navi e le jeep dell’UNESCO, che hanno affrontato di nuovo gli oceani e i deserti in cui passavano le due vie della seta nei duemila anni passati, hanno offerto una occasione per una grande lezione di civiltà. Non sarebbe male che nelle scuole e nelle Università si tornasse a parlare della favolosa via della seta, aperta, è vero, nel nome del profitto, ma lungo cui, insieme alla seta, alla giada e alle altre merci, cioè agli strumenti dei consumi e del lusso e dello spreco, viaggiavano anche l’insaziabile curiosità umana, le tecniche, le invenzioni, il rispetto reciproco.